Sono un uomo mediocre, vivo una vita grigia, e me ne vanto – The Weather Man di Gore Verbinski (U.S.A., 2006)

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3 ottobre, 2012 - 10:46

David Spritz (Nicholas Cage), l’uomo delle previsioni del tempo di una rete televisiva americana, è in crisi d’identità. Si sente un fallito perché la moglie lo ha lasciato per un altro, la figlia è infelice ed obesa, il figlio Michael è coinvolto dal suo psicologo in una brutta storia.

Si confronta con il padre Robert (Michael Caine), uno scrittore di successo (premiato con il Pulitzer prima dei trent’anni), al quale è stata diagnosticata una malattia terminale.

Effettivamente lui si sente solo un bambino cresciuto, incapace di reagire e di trovare una soluzione ai vari problemi che lo affliggono. Vive in un mondo di fantasia e non riesce ad addolorarsi veramente per le perdite emotive che subisce: innanzi tutto quella di non essere il padre.

Il sintomo di questa situazione è che talvolta per strada la gente gli getta addosso del cibo: “La prima volta che mi hanno colpito con qualcosa era un petto di pollo di Kenny Rogers. Mi trovavo davanti ad un cesto per la spazzatura, pensavo fosse stato per caso, che volessero gettarlo via. La seconda volta, me lo sono beccato dritto nel mento. Un taco morbido. Poi una bibita, un falafel, le pepite di pollo. Sempre fast food. Fast food. Merda, la gente preferisce buttare che finire. E’ facile, il sapore non è male, ma non ti fornisce alcun nutrimento. Io sono fast food”.

Non riesce a "mettercela tutta" perché, nonostante le sue apparizioni televisive, si sente un uomo senza qualità, in preda ad un vento che dovrebbe invece saper prevedere. La sua vita gli appare assurda come i gesti che fa in televisione, quando "prevede" il tempo davanti ad un anonimo sfondo verde (cartine geografiche, temperature, nuvolette e fiocchi di neve sono aggiunti dalla regia).

Come si esce da questa situazione? In un incontro con il padre, quest’ultimo gli consiglia di occuparsi degli altri, lo invita a desituarsi rispetto ad un’affannata, quanto inutile, rincorsa di ciò che ha perso, di quello che non è.

Messo in contatto "depressivamente" con il proprio dolore, David, qualche scena più avanti, fa queste altre considerazioni su se stesso: "Ricordo che una volta mi immaginavo come sarebbe stata la mia vita, come sarei stato io. Mi raffiguravo di avere tante qualità, qualità forti, positive, che la gente avrebbe potuto captare dall’altro lato della stanza. Ma, col passare del tempo, erano poche le qualità che io in effetti avevo. E tutte le possibilità che mi si presentavano e tutte le varie persone che potevo diventare, tutte si sono ridotte, ogni anno a sempre meno, sempre meno, finché alla fine sono diventate una: quello che sono. Ed ecco quello che sono: l’uomo delle previsioni".

Il ricomporsi di questo conflitto psicologico (e sociale), nel film, è rappresentato dall’acquisizione di un arco: "E’ da qualche mese che faccio il programma. La gente non mi tira più le cose addosso. Forse perché giro con un arco. Non lo so".

La conclusione di questo percorso di crescita, anche a me, che mi occupo di disturbi del comportamento alimentare, ha fatto pensare a quanto, questa tematica di dipendenza, sia alimentata dall’incapacità di accettare che le cose non vadano come i pazienti avevano previsto, ma che, non per questo, la loro vita si riduca ad una decontestualizzata, anche se non proprio trionfale, serie d’inutili gesti: "Un altro uomo sta con la mia famiglia. Accettare il fatto non è facile, ma facile non rientra nella vita degli adulti".

Ad un livello più profondo, però, mi sembra che non sia possibile sfuggire ad una doppia, e contrastante, sgradevole sensazione. Il fatto di essere confrontati, da una parte, con una storia minima si, ma universale. Non è forse la nostra quella curiosa condizione di sentirci costantemente in bilico tra una vita da adulti e una da personaggio dei cartoni animati, esposti come siamo ad una serie di eventi imprevedibili e che in qualunque momento possono mettere in crisi certezze conquistate a fatica? Memorabile, a questo proposito, la lezioncina di vita che David dà al figlio nel fast food: "Sei un ragazzino, Mike, cazzo. Non lo sono. Si che lo sei. Non metterti di nuovo in situazioni da adulto finché non diventerai adulto. D’accordo?". E la faccia che fa subito dopo nella quale si legge tutto il suo disagio provocato dalla consapevolezza di essersi sempre messo in tali situazioni. E, dall’altra, di non riuscire a capire bene cosa ci sia tanto da vantarsi nell’essere "l’uomo delle previsioni". A questo punto si impone l’evidente conclusione che la nostra debolezza è al tempo stesso anche la nostra maggiore forza, e che il nostro orgoglio è di aver avuto il coraggio di contrarre un debito che prima o poi abbiamo la dolorosa consapevolezza di dover pagare.

Un debito che, come psicoterapeuti, contraiamo tutte le volte che prendiamo in cura un nuovo paziente nella nostra promessa di una comprensiva assistenza professionale, pur consapevoli che: "Ma io non prevedo niente. Nessuno lo fa perché è solo vento e vento, e soffia dappertutto".

The Weather Man è un film ironico, pieno di rabbia e di dolore, che fa pensare, perché carico di rimandi simbolici. Recitato con grande sensibilità da due splendidi attori. Un film per psicologi, nel quale i cattivi maestri sono presi a pugni, com’è giusto che sia. Hello America!

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