Il lato debole
Declinazioni del femminile
di ROSSELLA VALDRE'

Contro le donne...nei secoli dei secoli

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11 febbraio, 2013 - 11:10
di ROSSELLA VALDRE'

"Ma la cosa terribile era che io mi attribuivo un pieno e indiscutibile diritto sul corpo di lei, come se si fosse trattato del mio proprio corpo, e allo stesso tempo sentivo che io non ero in grado di dominare quel corpo, che esso non era mio, e che lei invece poteva disporre di esso come le pareva meglio, e nella fattispecie poteva disporne diversamente da come volevo io."
(Sonata a Kreutzer, L. Tolstoj)

 

Colgo lo spunto dal titolo di un librino di Silvia Ballestra, ‘Contro le donne nei secoli dei secoli’(2006, Il Saggiatore) per una riflessione sulla condizione della donna oggi, che sembra imporsi come opportune e stimolante per un dibattito. E’ in atto davvero, come dice la Ballestra in questo pamphlet (oggi sono di moda i pamphlet), che l’Autrice definisce una risposta al bisogno di fare una salutare "scenata", e’ in atto oggi davvero un preoccupante rigurgito dell’antico, mai sopito odio dell’uomo verso la donna? E se si’, come si manifesta? E’ palese, e’ scoperto, o rincorre forme mascherate, subdole, o perfino presentate sotto forma del contrario?

Silvia Ballestra, come molti altri osservatori, scrittori e opinioniisti, elenca in chiave giornalistica, senza approfondire (e persino con qualche ‘scivolone’ di troppo, a parer mio, come quando definisce "figure inquietanti" donne come Oriana Fallaci o Condoleeza Rice, che a me paiono robusti esempi di talento, almeno la Fallaci, e di carriere internazionali) tutta una serie di comportamenti e aspetti della vita sociale in cui si manifesta, drammaticamente, l’attuale arretramento della figura femminile. Il tema del lavoro prima di tutto, dove alto resta l’abbandono delle donne (notoriamente piu’ dotate e solerti come studentesse) dopo la maternita’; la difficolta’ delle carriere femminili, in particolare in certi ambienti tradizionalmente maschili: lo scarso aiuto che il nostro Paese offre alla vera emancipazione dai lavori domestici, ossia i pochi asili e l’inesistente welfare sugli anziani: la mercificazione del corpo femminile imperante sui rotocalchi, nelle televisioni commerciali e di Stato, e che trova il suo piu’ orrendo teatro con le straniere, divenute oggetto di una tratta degna dei tempi dello schiavismo; la scarsa e in genere poco rilevante presenza femminile in Parlamento, dove le leggi che poi regoleranno le nostre vite si fanno e si discutono (piu’ sconfortante ancora della scarsa rappresentanza, e’ il fatto che delle donne in Parlamento si commentano i tacchi e le scollature); e l’elenco potrebbe continuare. Bipartisan. L’impennata di crimini violenti contro le donne e’, peraltro, sotto gli occhi di tutti e oggetto di una morbosa attenzione da parte della cronaca e dei media (si pensi che quest’estate, l’unico programma ‘serio’ mantenuto dalla Rai in prima serata e’ stato Amori Criminali, che parla appunto di donne picchiate e uccise dai loro uomini), nonche’ protagonista di tutta una nuova giallistica e del rinnovato interesse dei romanzieri (si pensi al successo della trillogia dello svedese Larsson, con Uomini che odiano le donne). Non sfugge a nessun osservatore, naturalmente, quanto la violenza sulle donne (argomento che sembrava trito e ritrito, parte di un vocabolario veterofemminista) si manifesti in forme non univoche, variegate e ad ampio sprettro: e’ violenza quella della ragazza uccisa dal fidanzato geloso, della prostituta nigeriana ricattata, del mobbing piu’ o meno occulto messo in atto ai colloqui di lavoro rispetto alle possibili gravidanze, quella della velina seminuda in televisione per vendere un detersivo, quella che ogni giorno forse anche noi, persone evolute e piene di sincere buone intenzioni, facciamo sulle nostre badanti mal pagate, che a loro volta fuggono da altre violenze e altre poverta’.

Da piu’ parti si sente dire cio’ che e’ denunciato in questo pamphlet, ossia che siamo tornati indietro, che e’ in atto una regressione rispetto agli anni ’70 e alla fortissima speranza di cambiamento che il femminismo aveva portato con se’.

Tralascio qui di addentrarmi in questa complessissima e affascinante discussione (a cui sembra di poter dare ragione, almeno su un piano descrittivo), per seguire invece un altro filo del discorso: quello dell’odio verso la donna. Tutto quello che abbiamo denunciato poc’anzi, e anche l’eventuale arretramento delle conquiste femminili (evidentemente, sempre fragili e precarie se vanno avanti e indietro), poggia su questa base, su questo elemento fantasmatico: la paura, l’odio verso la donna da parte dell’uomo. Inconscio, ovviamente, qualche volte persino conscio in taluni soggetti, ma sempre attinente a quel magma umbratile e profondo, a quello "strato roccioso" con cui Freud arrivo’ a definire, alla fine della sua vita, la sostanza sfuggente e arcana del femminile, da cui tutti deriviamo. Se vi e’ un odio, una paura, un’angoscia verso la donna, anche quando sembri apparentemente consapevole al soggetto, cio’ che accede alla consapevolezza possiamo ritenere sia solo un minimo aspetto di un universo fantasmatico che risiede invece in zone profonde della mente dell’uomo.

Se lasciamo da parte la psicoanalisi e la psicologia e ci rivolgiamo alla letteratura, troviamo meravigliose descrizioni di quanto l’odio verso la donna sia sempre esistito, ed i poeti e i grandi narratori del romanzo introspettivo del XX secolo ce ne hanno lasciato pagine, a mio avviso, indimenticabili. Consiglio a tutti la lettura, o la rilettura, di un racconto di Tolstoj del 1891, laSonata a Kreutzer.

In esso il protagonista, un uomo di nome Pozdnysev, racconta in treno ad uno sconosciuto di aver commesso un orribile crinime: l’uccisione della giovane e bella moglie Liza, di cui era diventato follemente geloso. Il legame tra Pozdnysev e la moglie, o meglio i sentimenti che lui nutre verso di lei (specchio in parte autobiografico del tormentato rapporto di Tolstoj con la moglie Sonja), contengono tutte quelle ambivalenze e quelle ostilita’ che abitano i matrimoni, fin dall’inizio. Dopo una vita da scapolo alla rincorsa dei piacere sessuali (vissuti colpevolmente, come nello spirito della fine ‘800), Pozdnysev decide di sposarsi, ma comprende presto che il matrinonio non e’ che una finzione, un’immane falsita’ con la quale si maschera il bisogno di sessualita’, al di sotto del quale il rapporto tra coniugi e’ dominato dall’odio e dai silenzi ("Quando restavamo soli ci era terribilmente difficile parlare, era una vera fatica di Sifiso. Ci sforzavamo di trovare qualcosa da dire, lo dicevamo, e poi di nuovo calava il silenzio…."). Nonostante l’apparente sottomissione e lo sforzo all’obbedienza, egli si rende conto, piano piano dentro di se’, che e’ la donna in realta’ ad avere una posizione dominante, e’ lei che sceglie, e’ lei che determina, e’ lei che "detiene lo strumento di dominio (il potere sessuale), ne abusa e acquista con cio’ stesso un terribile potere sugli uomini" (corsivo mio). Ne’ l’arrivo dei flgli aiuta a migliorare la situazione e lo stato d’animo tormentato di Pozdnysev, anzi, i figli finiscono col diventare un peso per l’uomo "perche’ si frappongono all’amore carnale", e fonte per la donna di perenni preoccupazioni, sia quando stanno bene sia quando stanno male. In questo cupo clima di tormentoso senso di esclusione, il nostro protagonista inizia a diventare silenziosamente geloso di un musicista, un talentuoso violinista che prende a frequentare la loro casa e dare lezioni a Liza ("a questo punto compare quell’uomo"). Non c’e’ bisogno che tra i due accada nulla di concreto; e’ come se alla morbosa e malata fantasia del marito non occorresse piu’ niente di oggettivo, gli ingredienti del tradimento fantasmatico ci sono tutti: una bella moglie stanca e che "sogna un altro amore", i loro continui litigi, l’insicurezza di Poznydsev e la sua rabbia contro la moglie (e contro ogni essere femminile), l’incantevole sonata a Kreutzer dalla quale egli e’ dolorosamente escluso…..Un sera, rientrando a casa, gli basta trovare il cappotto del musicista appeso in ingresso, per essere certo che tra i due si stia consumando un adulterio; come una furia, con un coltello dietro la schiena, ma sempre lucido e cosciente di quanto accade, egli piomba nella stanza dove i due suonano e si getta sul corpo di lei, sicuro di colpirla "sotto la mammella….avevo scelto quel punto fin dal primo momento". Furia omicida su questo corpo sentito come altro, fuori dal suo dominio ("mi attribuivo un pieno e indiscutibile diritto sul corpo di lei, come se si fosse trattato del mio proprio corpo, e allo stesso tempo sentivo che io non ero in grado di dominare quel corpo, che esso non era mio, e che lei invece poteva disporre di esso come le pareva meglio, e nella fattispecie poteva disporne diversamenteda come volevo io"). Non ha importanza la realta’, che il fatto si sia consumato o no; quell corpo che sfugge, che contiene un suo mistero insondabile ("lei era un mistero e lo era sempre stata"), deve essere ucciso, procura troppo dolore….

Ma che cosa e’, che corpo personifica il corpo di Liza e di tutte le Lize assassinate?

Questo non e’ un articolo scientifico, e non ci inoltriamo quindi, in questa sede che vuole solo essere uno spunto alla lettura e alla riflessione, in quello che la psicoanalisi, ma anche l’antrolopologia, possono dirci sulla complessita’ del legame col primo oggetto, col primo corpo che incontriamo nella nostra vita: quello della madre, una donna. Su quel corpo, all’interno di esso e sulla sua pelle, il piccolo umano costruisce delle fantasie, di distruzione cosi’ come di nutrimento e amore, il cui segno, la cui traccia restera’ per sempre nell’inconscio. Se e’ un uomo, dovra’ distaccarsi da quel corpo, pena la follia, e trovarne i surrogati nelle altre donne che incontrera’ nella vita, con le quali dovra’ bilanciare il delicato equilibrio tra amore e odio, tra eros e distruttivita’, per tutta la vita.

Qualche volta, ci testimonia la cronaca e ci narra la grande letteratura, l’equilibrio salta, non regge. Quel corpo contiene un’identita’ troppo autonoma, troppo pericolosa, non si puo’ trattarlo come se fosse proprio, dice Tolstoj, come un oggetto narcisistico, poiche’ appartiene ad un altro, che ne detiene l’uso e la liberta’. Quando questo altro risulta all’uomo, al maschio pericolante del nostro tempo, troppo altro, troppo altro da se’, troppo capace di autodeterminarsi cosi’ da sfuggire inesorabilmente, puo’ scattare la molla dell’omicidio. Far fuori il problema.

Concludiamo con quanto scrive Lea Melandri, in una sintesi che mi pare semplice ed efficace, sulla violenza domestica, che colpisce le donne e i bambini: "l’elemento che piu’ immediatamente li avvicina, e’ che si tratta in tutti e due i casu di una violenza che va a colpire i "deboli", quegli stessi corpi che l’uomo (il maschio) ha pensato di dover proteggere (…) e con i quali si puo’ dire che e’ stato "tutt’uno": cioe’ il suo corpo-bambino e il corpo della madre. Ma, oltre che deboli, questi corpi sono anche carichi di una seduzione sessuale che, conosciuta in una fase precoce della vita, e’ destinata a lasciare segni duraturi nelle fantasie, nei desideri e nelle paure della vita adulta, tanto piu’ quanto piu’ e’ pesante la maschera di "virilita’" di cui l’uomo e’ chiamato a rispondere dalla comunita’ storica dei suoi simili. La fuga dal femminile e’ percio presa di distanza non solo da un sesso diverso, ma anche da quella parte di se’ — il bambino/figlio — che continua in qualche modo a farne parte, come rischio permanente di debolezza, dipendenza, effeminatezza, maniplabilita’"
(da Liberazione, citata da S. Ballestra)

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