TRANSCULTURALI

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20 gennaio, 2013 - 20:13

a cura di Gatti A., Bonansea A., Cassin S.

Comunità Terapeutica "Du Parc". Torre Pellice (To).

 

1) Ogni modalità dell'azione in ambito comunitario, nonché tra comunità ed istituzioni, così come i rapporti tra comunità ed ambiente sociale esterno, ristretto od allargato, possono essere suscettibili di una lettura in chiave culturale. Che si ponga, a sua volta, non solo come una valutazione sincronica di un dato momento e di una particolare situazione (anche se poi, di fatto, a questo ci si riconduce), ma che rappresenti una costante analisi degli aspetti inter e transculturali che si inseriscono nelle dinamiche interne ed esterne di una Comunità Terapeutica.

Intendendo la cultura come un "testo" da interpretare, ma che a sua volta si trova in relazione ad altri testi, altre interpretazioni, si definisce quel reticolo di significati che vanno percorsi, compresi, immergendosi in quella "descrizione densa" che non solo fa parte dei fatti, ma che coincide con i fatti stessi (Geertz, 1973). In Psichiatria ci muoviamo in un universo pre-interpretato e la cultura diventa il complesso precipitato di una sorta di ermeneutica suscettibile di più chiavi di lettura. Questo non significa rinunciare ai fatti, ma all'illusione di un approccio distaccato e disincantato a quella rete metodologica, organizzativa, ma anche sociale e culturale che rappresenta fattivamente la struttura stessa della Comunità. Imparare a percorrere questa rete, anche se spesso ancora lacerata o lacunosa, costituisce il primo passo verso una comprensione integrata ed epifenomenica, ma nel contempo specifica, della singolarità storica ed operativa di ogni esperienza comunitaria che, a prescindere dai suoi presupposti metodologici od organizzativi, si propone nelle sue dinamiche interne ed esterne come sistema aperto e quindi, di fatto, come modello specifico di cultura.

Vi è un'ampia area grigia, quella delle cosiddette "strutture intermedie", che, a detta di molti, necessiterebbero di una più rigorosa definizione o ri-definizione se queste, come crediamo, costituiscono uno specifico campo operativo. Del resto, il complesso panorama offerto oggi dalle "strutture intermedie" nella psichiatria italiana è ben lontano dall'offrire un'immagine omogenea in quanto a metodologie, organizzazione, finalità. Se il polimorfismo, in questo senso, è un aspetto che fa cultura, allora non corriamo certo il rischio di una piatta omologazione. D'altra parte sappiamo bene quanto in psichiatria (o nelle aree disciplinari affini), sia difficile proporre dei modelli teorici od operativi che non vadano soggetti ad una continua revisione: basti pensare al modello DSM, un po' l'attuale sintesi della convergenza più diffusa raggiunta dalla psicopatologia descrittiva. Come cambia in esso l'ambito della sofferenza psichica? Certamente non la sua sostanza, quanto piuttosto le modalità descrittive della sofferenza psichica stessa, non essendo noi certo di fronte ad un universo fattuale stabile: ma anche e, forse soprattutto, cambia la semantica così poco rigorosa del nostro linguaggio che, se da un lato permette una capacità adesiva alla realtà proprio in virtù della sua indeterminatezza, dall'altro ci impone una chiarificazione concettuale costante. Ma in tal senso, cosa cambia se non la cultura delle ideologie, dei metodi, delle organizzazioni, dei modelli, dei "paradigmi", o meglio ancora, la modalità delle loro interazioni? La cultura della comunità non si è sottratta a questo dibattito, ma nel contempo è cresciuta, si è meglio definita, fino a porsi come un fatto concreto nel panorama problematico dell'assistenza psichiatrica. Una cultura che è soprattutto cultura della differenza; e che quindi rivendica dall'area chiaroscurale in cui oggi sembra ancora relegata, il diritto ad una diversità e specificità rispetto ai nodi "forti" di fondamentalismi ideologici che sembrano voler appiattire se non distruggere, questa ricchezza di idee, di iniziative, di aperture prospettiche e critiche.

Si avverte in psichiatria l'influenza sempre maggiore di un pensiero forte, che si fonda su presupposti forti, quali sono quelli offerti dalle neuroscienze, e che si riconduce ad una definizione categoriale del disagio psichico, dove le manchevolezze epistemologiche sono in subordine ad un consenso pervasivo che, in mancanza di meglio, si offre come modello di scientificità. Il prevalere di questo modello culturale, ha dato inevitabilmente, anche per ragioni economiche, un impulso a quei settori della disciplina psichiatrica maggiormente sollecitati a fornire risposte alle nuove esigenze (ed urgenze) venutesi a creare per rapidità di risultati e di efficienza degli stessi, a scapito di correnti di pensiero e di approcci al disagio psichico connotati da un diverso e specifico orientamento culturale che pure hanno avuto un peso ed una funzione decisamente importante fino a poco tempo fa (Pedriali, 1999).

Se analizziamo la situazione epistemologica delle strutture intermedie vediamo che esse si pongono nella loro medietà, non tanto più tra la vetusta cultura asilare e contenitiva del manicomio (chi si pone ormai questo problema?) o una cultura della sociogenesi della malattia mentale (anch'essa poco credibile se non inserita in un contesto esplicativo più ampio). Porsi oggi come struttura culturale ed epistemologica di confine vuol dire porsi a confronto con modelli della malattia mentale che pongono in primo piano delle modalità specifiche di interpretare ed affrontare la stessa, apparentemente più rigorose scientificamente (con tutti i limiti che il concetto di scienza può avere in psichiatria), economicamente più vantaggiose (aspetto a tutt'oggi tutt'altro che da trascurare), e con modelli di intervento che pongono in questione lo stesso concetto di riabilitazione, con i tempi lunghi e le modalità che esso ha a livello comunitario (Ferrara, Germano e Archi, 1990). Insomma il confronto sembra oggi spostarsi su un piano in cui la cultura della gestione della malattia mentale sembra diffusamente imporsi su un piano di management di stile aziendale. La valutazione quindi delle potenzialità della riabilitazione comunitaria viene portata su un piano di realtà, ed è a questo livello che deve dimostrare la sua efficacia, al di là dei suoi presupposti ideologici e culturali, che alcuni anni fa sono stati oggetto di intensi dibattiti, ma che oggi sembrano relegati in secondo piano. Per esempio, l'introduzione sempre più diffusa nel sistema sanitario di parametri come il "Sistema qualità" o l'ISO 9000, di "importazione" dal mondo industriale ed ora sempre più utilizzate anche nelle società ed aziende di servizio, come quelle sanitarie, sono e saranno sempre di più il risultato di una scelta o di un esito di una dimensione culturale a cui dovremo necessariamente adeguarci (Baraghini e Capelli, 1997).

E' possibile parlare e definire una Cultura di Comunità che abbia dei suoi tratti specifici? La complessità dei fattori "in gioco" nello sviluppo ed evoluzione del disagio psichico non può essere, a nostro avviso, ridotta ad una interpretazione monotematica: e la complessità è sempre frutto di una multifattorialità le cui radici rinviano a presupposti culturali (Orford, 1992).

2) La Psichiatria si è sempre definita come una sorta di disciplina "di confine", intendendo con questo come i suoi presupposti metodologici ed epistemologici affondino le proprie radici in aree disciplinari differenti. Anche a tutt'oggi i tentativi di unificare la conoscenza psichiatrica, o riconducendola sotto l'egida di una psicopatologia descrittiva (vedi il "sistema" DSM, imbevuto di pragmatismo statunitense), o di dare maggior rigore (nelle procedure e nei controlli sugli esiti) agli approcci psicodinamici (Di Nuovo, Lo Verso, Di Blasi, Giannone, 1998) hanno dato tutti dei risultati discutibili.

Riteniamo che anche la Comunità Terapeutica possa essere ritenuta una struttura di confine, più che non una struttura intermedia. Questo in quanto la sua epistemologia la pone in un'area pluridisciplinare, e come tale è irriducibile, in quanto questa complessità culturale rappresenta uno dei suoi aspetti più specifici. E volendo recuperare tutta la complessità semantica legata al concetto di confine, che può voler significare al tempo stesso apertura, scambio, interazione, ma anche chiusura e conflitto (Zanini, 1997).

Riteniamo anche che una Comunità Terapeutica sia una struttura epistemologicamente debole. Per debolezza non intendiamo certo non funzionale (non avrebbe senso esser qui a parlarne) o senza una sua connotazione specifica. Debole rispetto a modelli forti. Debole rispetto a una fondazione univoca. Ma in questo aspetto vi è a nostro avviso la sua ricchezza metodologica. Vi è molta cultura della differenza alla base dell'agire in comunità, e questo rappresenta una grande potenziale ricchezza: ma se gli aspetti di mediazione transculturale diventano prioritari, le dinamiche intra ed extracomunitarie non possono essere che flessibili, acentriche, deboli appunto (Vattimo, 1983).

Sottolinea Hinshelwood (1987) che essendo a metà strada fra la realizzazione delle potenti forze in gioco nell'istituzione e il bisogno di agire efficacemente sugli individui, la comunità terapeutica sta proprio all'interfaccia fra il sociale e il personale. Questa peraltro è una posizione che riguarda, a nostro avviso, tutta la struttura comunitaria: a cominciare dalla comunità come luogo (topos), che inserita in un contesto, entra in rapporto con l'ambiente sociale esterno, immediato ed allargato. In tal senso, la comunità è un veicolo di cultura, come lo è peraltro l'ambiente sociale. L'interazione tra la comunità ed il suo ambiente sociale è pertanto di estrema importanza, sia nel dare un senso alla comunità, ove non si chiuda patologicamente su se stessa, sia perché essenziale nel processo riabilitativo degli ospiti. La permeabilità regolata del "confine" diventa quindi un elemento fondamentale per la terapeuticità dell'agire in comunità. Ma a partecipare di questa interfaccia sono soprattutto gli ospiti, il cui processo riabilitativo preveda un graduale inserimento nell'ambiente esterno. Questo, pur attraverso varie vie, è in definitiva l'obiettivo di qualsiasi processo riabilitativo. Possono cambiare i tempi e le procedure. Per esempio, negli Stati Uniti i vari modelli riabilitativi prevedono un più rapido ed accentuato spostamento sul "funzionamento" sociale (Liberman, 1992) rispetto ai modelli inglesi, francesi ed anche italiani (Ferruta, Foresti, Pedriali e Vigorelli, 1998). Questa interazione pone in modo spesso drammatico uno incontro/scontro transculturale tra la sottocultura (in quanto spesso vissuta come tale) della malattia mentale e i diversi atteggiamenti che le sottoculture dei "sani" hanno verso di essa, non esclusi anche i nuclei familiari degli ospiti, certamente, volenti o nolenti i più coinvolti nel processo di riabilitazione. Non da ultimi vengono poi gli operatori di comunità: spesso con un piede "dentro" le dinamiche del disagio psichico ed un altro "fuori", nella quotidianità dello scorrere della vita normale. Può essere questa un'ambivalenza non facile da conciliare. Anche perché nella comunità stessa convivono sottoculture differenti tra i vari operatori e diverso può (e di solito lo è, almeno inizialmente) essere il loro modo di rapportarsi alla sofferenza, al disagio psichico, ma anche rispetto ad aspetti critici, quali l'aggressività, o più sottili, quali dinamiche collusive o transferali di cui non si ha coscienza.

Una cultura comunitaria quindi, al di fuori di considerazioni di massima, non appare mai omogenea. Da qui l'importanza di una continua valutazione a livello di équipe, di una stabile supervisione, della possibilità di estrinsecare il proprio disagio. Un buon funzionamento non si identifica in una omologazione culturale, anche all'interno della comunità. Ben vengano le differenze, quando queste agiscano come momenti di dibattito e di propulsione alla crescita dell'équipe stessa. Anche a costo di usare dei termini inflazionati si può ribadire la necessità di un approccio sistemico, integrato, a rete, che però non definisca solo l'approccio terapeutico agli ospiti della comunità, ma che rappresenti il Leitmotiv, o per usare dei termini utilizzati da certe correnti culturalistiche statunitensi, il pattern, o addirittura il "profumo" che contraddistingue il nocciolo duro di una specifica comunità, cresciuta sulla cultura storica delle sue esperienze.

Tutto ciò implica che i patrimoni non solo professionali ed esperenziali, ma anche culturali degli operatori, si integrino in modo armonico tra di loro. Cosa non sempre facile da ottenere. La confusione dei ruoli - osserva Di Fiorino (1998) - e la scarsa identificazione professionale, che si verificano quando tutti gli operatori finiscono per fare di tutto (in assenza di una giusta distanza tra figure professionali diverse) possono solo aumentare il livello di confusione e di indeterminatezza nei pazienti oltre che disperdere il patrimonio professionale degli operatori.

A questo punto la comunità cessa di essere terapeutica, anche se non necessariamente cessa di esistere. Può interrompersi per esempio quel fondamentale scambio sia all'interno che all'esterno della comunità, con un irrigidimento delle prerogative culturali degli operatori e quindi della comunità stessa. Tra le risposte possibili vi può essere un progressivo distacco dalla realtà esterna. Hinshelwood (1987) parla di "giardino dell'Eden", Van de Langenberg e de Natris (1985) di "sindrome della montagna incantata", rifacendosi al noto romanzo di Thomas Mann, quando la chiusura verso il mondo esterno porta ad una idealizzazione della comunità: dentro il buono, fuori il male.

La comunità diventa così una specie di Disneyland, un "nonluogo" secondo Augé (1997). La struttura esiste, gli operatori ed i pazienti anche, ma lo spazio della comunità si riduce ad un simulacro, ad un luogo deculturalizzato, avendo perso il suo senso, la sua ragione d'essere: una sorta di Communityland, sempre parafrasando Augé, il cui destino è quello di non crescere più, di rimanere sempre uguale a se stessa, buona per visite guidate, non certo per recuperare quella funzione terapeutica a cui il luogo della comunità era deputato.

 

AUGE' M. (1997), Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

BARAGHINI G., CAPELLI M. (1997), Il sistema qualità ISO 9000 in sanità, Angeli, Milano.

DI FIORINO M. (1998), L'illusione comunitaria. La costruzioni delle "comunità artificiali", Moretti & Vitali, Bergamo.

DI NUOVO S., LO VERSO G., DI BLASI M., GIANNONE F. (a cura di) (1998), Valutare le psicoterapie, Angeli, Milano.

FERRARA M., GERMANO G., ARCHI G. (1990), Manuale della riabilitazione psichiatrica, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma.

FERRUTA A., FORESTI G., PEDRIALI E., VIGORELLI M. (a cura di) (1998), La comunità terapeutica. Tra mito e realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano.

GEERTZ C. (1973), Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna, 1987.

HINSHELWOOD R.D. (1987), Cosa accade nei gruppi. L'individuo nelle comunità, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

LIBERMAN R.P. (a cura di) (1992), La riabilitazione psichiatrica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997.

ORFORD J. (1992), Psicologia di comunità. Aspetti teorici e professionali, Angeli, Milano, 1998.

PEDRIALI E. (1999), La Comunità Terapeutica in psichiatria: uno sguardo dal ponte……, POL.it, Psychiatry on line, 1-4.

VAN DER LANGENBERG S., DE NATRIS P. (1985), A narrow escape from the magic mountain?, International Journal of Therapeutic Communities, 6, 91-101.

VATTIMO G. (1983), Dialettica, differenza, pensiero debole, In Il pensiero debole, a cura di G.Vattimo e P.A.Rovatti, Feltrinelli, Milano.

ZANINI P. (1997), Significati del confine. I limiti naturali, storici, mentali, Bruno Mondadori, Milano.

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