Editoriale
il punto di vista di Psychiatry on line Italia
di Francesco Bollorino

Lettera aperta di Antonello Correale ai lettori di Pol.it

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11 febbraio, 2013 - 12:33
di Francesco Bollorino

(Nota Editoriale: Con piacere pubblico questa lettera che l'amico Antonello Correale ci ha inviato e i cui contenuti faccio miei come edotor di POL.it pubblicandola come editoriale della rivista. Mi auguro con l'autore che un dibattito si apra sui temi scottanti che Antonello tocac nel suo intervento)

di Antonello Correale

Caro Bollorino,
sono stato spinto a scrivere questa lettera, a te e ai lettori di Pol.it, da molte riflessioni, suscitate in me dalla partecipazione ad alcuni eventi importanti, che hanno caratterizzato il mondo della psichiatria italiana in questi ultimi tempi. Sto pensando, in particolare, alle Giornate Ascolane del maggio 2007 e alla giornata organizzata dal Ministro della Salute a Roma su “Le relazioni che curano”.
Entrambi i momenti, come d’altronde molti altri in questo periodo, hanno visto confluire molti interventi e molte opinioni, provenienti da varie parti d’Italia e da diverse scuole scientifiche e di pensiero. Tra tutti i temi, però, ho creduto di individuare un filo conduttore, che mi ha fatto condensare nella mente una serie di pensieri che desidero fortemente comunicare.
Un primo punto di questo filo conduttore mi sembra quello della stigma, inteso come quell’atteggiamento mentale, purtroppo ancora molto diffuso, che non si limita soltanto, a tendere ad allontanare dalla scena pubblica le persone affette da disturbi mentali, ma si spinge purtroppo fino a offuscare le capacità di giudizio nei confronti di queste persone, accecando e ostruendo la possibilità di comprensione, di identificazione e di empatia. 
Ho spesso pensato come, spesso, il disturbo mentale stimoli una specie di behaviourismo inconscio, un comportamentismo semplificato e semplificante, anche in persone di buona volontà, intendendo per comportamentismo, non tanto la scuola di pensiero, ma un atteggiamento mentale, che tende a valutare gli esseri umani esclusivamente sulla base delle loro azioni e del loro comportamento. Può essere presente comprensione, altruismo, protezione, ma non capacità di identificazione, quell’appassionato desiderio di vedere, di osservare il mondo con altri occhi, che la parte migliore di una certa fenomenologia e di una certa psicoanalisi, ci hanno insegnato. Trovo che questa visione comportamentistica inconscia – valutare una persona soltanto per quello che fa e non anche per quello che prova, sente o sperimenta – costituisca un effetto dello stigma altrettanto grave e drammatico di un’attiva esclusione sociale e affettiva.
Il secondo punto o nodo del filo conduttore di cui sto parlando, cui sono stato spinto a pensare, è quello del disturbo borderline, inteso non solo come uno specifico disturbo della personalità, ma come il prototipo di un tipo di giovane, uomo o donna, perseguitato, al suo interno, da un senso profondo di inquietudine, precarietà e insoddisfazione e che cerca nell’azione impulsiva e incontrollata un tentativo di alleggerire questo senso interiore di vuoto, assenza di finalità, mancanza di senso, ricorrendo a comportamenti eccitanti, a rituali o schemi sociali stereotipati – il maschilismo, la concorrenzialità sfrenata, l’adesione fideistica a bande, spesso a contenuto quasi anti-sociale – e infine all’abuso di sostanze. Il borderline, insomma, come spia di un disagio giovanile diffuso, tipico del nostro tempo, che punta tutto sulla soddisfazione immediata, sull’abolizione e negazione della funzione costruttiva del tempo, inteso sia come memoria, che come progettualità verso il futuro, sullo svincolamento da un’autorità generazionale, che non riconosce più, ma di cui sente nel fondo una profonda nostalgia. Vorrei ora arrivare all’affermazione che mi sta più a cuore e che deriva dalla saldatura tra loro dei due punti o nodi che ho toccato in un unico filo conduttore: lo stigma e il borderline, inteso come metafora concreta del disagio di una situazione giovanile. Non si può pensare che, nel presente momento storico, lo stigma più grave, più violento, più cieco, sia rivolto proprio verso questi aspetti borderline della situazione giovanile?
Io sono convinto che la lotta perché tutte le persone affette da disturbi di tipo psicotico partecipino a pieno diritto alla vita della società civile sia fondamentale e sono convinto che ogni sforzo in questo senso sia importante e ricco di implicazioni, non solo etiche, ma anche scientifiche e umane. Ma per un’eccessiva, anche se comprensibile e anche eticamente condivisibile, concentrazione su questo punto, non rischiamo di farci, per così dire, troppo catturare dal tema della psicosi e dimenticare così, che, accanto agli psicotici, vivono moltissimi giovani sofferenti, che noi cataloghiamo come disturbi del carattere, e che sono di fatto profondamente emarginati, lontani dai servizi, sfiduciati nella sanità pubblica, spesso preda dell’abuso di sostanze o di una piccola malavita, che può determinare un’emarginazione sociale altrettanto grave della delinquenza vera e propria?
Dall’abuso di sostanze si considera sempre più il problema di ordine pubblico, peraltro importante e ineliminabile, e sempre meno la questione scientifica e sociale che ne è alla base. D’altro canto, il disturbo borderline è ormai sinonimo di persona fastidiosa e violenta, che viene spesso palleggiata dai servizi finchè alla fine qualcuno non possa più rinviarne la delega. 
Peraltro, i servizi psichiatrici tendono a suddividersi in piccoli gruppi di professioni, che procedono in parallelo, processo di per sé portatore anche di elementi positivi. Ma, per disturbi di questo tipo, sono necessari gruppi integrati, collaborazione tra servizi, forte intreccio tra medicina e psichiatria, stretta interazione tra livello psicoterapico, sociale, riabilitativo e medico. 
Io sono convinto, infatti, che la grande forza, l’idea-guida, che i servizi hanno costituito in questi anni, sia data proprio dall’integrazione tra momento individuale della cura e momento collettivo o gruppale. Da un lato, l’incontro a due, nell’intimità preziosa e irripetibile del rapporto preferenziale e privilegiato col proprio operatore di riferimento. Dall’altro, l’apprendimento di forme varie e articolate di rapporto sociale, nelle residenze, nei centri diurni, nei gruppi di auto-aiuto, nelle innumerevoli forme della riabilitazione. Ognuno dei due momenti senza l’altro resta parziale e il lavoro d’équipe ne costituisce la sintesi, unica e insostituibile.
Inoltre, credo che un merito storico indistruttibile di Basaglia sia costituito dal fatto, che combattendo lo stigma sulla psicosi, egli ci ha costretto a reintegrare dentro di noi il “negativo” che la psicosi rappresenta: intendendo per negativo il problema ontologico, come direbbe Ballerini, che la psicosi pone a tutti noi: la presenza della realtà, il nostro contatto con essa, la possibilità di credere, addirittura, che una realtà esista. L’idea di Basaglia era che chi si pone in fondo all’animo questi problemi, sia una persona più ricca, più piena e più completa, perché porsi col nostro psicotico il problema della realtà e del significato dell’esistenza propria e degli altri, significa aprirsi al mondo e contestare autorità false, luoghi comuni e posizioni stereotipate e mistificanti. E di questo, dovremmo, per così dire, “ringraziare” gli psicotici.
Ma adesso, le cose sono ulteriormente cambiate. Ora i problemi si sono allargati e concernono non soltanto un senso di fallimento dell’identità, lo statuto della “presenza” nel mondo, la messa in discussione di una realtà rigida, che lo psicotico ci costringe a interrogare, un’autorità che ci spinge a decifrare.
Ora l’identità è diffusa e proteiforme e la realtà sembra essere messa in discussione, non nella sua presenza, ma per il suo darsi solo come consumo, oggetto d’uso, rapidissimo usa e getta per un piacere immediato e transitorio. La nostra società non è più francamente autoritaria, ma subdola nel proporre un piacere universale, inteso come obiettivo indiscutibile, e la valorizzazione di un’identità gruppale e transitoria, per coprire un vuoto di idee, di progettazione e in fondo anche emozionale. Io credo che i borderline costituiscano allo stesso tempo la denuncia e la caricatura di questa situazione giovanile, il massimo della adesione e paradossalmente il massimo della ribellione a questo mondo, che ai giovani viene proposto: come se il comando “sii giovane!”, “sii forte!”, “sii bello”, “goditi la vita” e non pensare a nulla, al tempo stesso li affascinasse e li terrorizzasse.
Di fronte a una situazione di questo tipo, dobbiamo ancora pensare che la psicosi sia tuttora il nostro unico problema? O non dobbiamo pensare che, accanto alla situazione drammatica degli psicotici cronici e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, si profili la situazione, altrettanto drammatica, di migliaia di giovani, pressoché abbandonati a se stessi, che si trovano di fronte Sert impoveriti di risorse e servizi psichiatrici spaventati dalle loro intemperanze o asfissiati dal fatto che le già scarse risorse sono inevitabilmente già tutte assorbite dal trattamento degli psicotici cronici?
Vorrei concludere questa mia lettera, colla proposta che il disturbo borderline sia considerato come una delle priorità dei progetti di salute mentale, certo come oggetto di studio, scientifico ed epidemiologico e non come apertura di centri specializzati, almeno finché dell’argomento non si sia raggiunta una conoscenza molto più approfondita, e che si instaurino, in modo più ampio possibile, osservatori e centri di studi, dislocati nel territorio, che permettano agli operatori, impegnati con questa patologia, di sentire che le istituzioni sorreggono, appoggiano e addirittura incoraggiano i loro sforzi per orientare questi giovani a rischio di dimenticanza o addirittura di criminalizzazione. 
Sono consapevole del fatto che il problema principale è quello delle scarse risorse dei servizi, ma ritengo che proposte come questa – centrata maggiormente su un momento di studio e di approfondimento che di incremento di attività – siano compatibili colle attuali potenzialità e comunque possano contribuire a mettere in moto, laddove sia possibile, progetti innovativi orientati in questa direzione.
Sono molto desideroso di conoscere il tuo parere e quello di altri colleghi, lettori e no, di Pol.it, su questi temi.
Un cordiale saluto e un grazie di cuore.

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