GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Ottobre 2013 II - Freud: la storia e le lingue. La psicoanalisi, le scienze, l'umanesimo, la religione.

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18 ottobre, 2013 - 16:49
di Luca Ribolini
QUANDO FREUD CHIAMAVA IL DUCE «EROE DELLA CIVILTÀ». DEDICHE IMBARAZZANTI
di MSac (Matteo Sacchi), ilgiornale.it, 9 ottobre 2013
 
Venticinque aprile 1933. Lo psicanalista italiano Edoardo Weiss si reca nello studio di Freud a Vienna, Berggasse 19. Accompagna il drammaturgo Giovacchino Forzano e sua figlia Concetta. Vuole chiedere un consulto al maestro austriaco, non riesce a curare adeguatamente Concetta. Nell’occasione però Forzano regala al padre della psicoanalisi una delle sue opere scritte in collaborazione con Mussolini, di cui era intimo amico.
Lo studioso ricambia, invia a Mussolini una copia con dedica del suoWarum Krieg? (Perché la guerra?). Il fatto che il testo fosse in tedesco non creava problema, Mussolini lo leggeva bene. La dedica? Piuttosto impegnativa: «A Benito Mussolini coi rispettosi saluti di un vecchio che nel detentore del potere riconosce l’eroe della civiltà». Questa dedica ha fatto discutere gli storici. Ora dopo aver esaminato il testo originale e svariate prove documentali sul tema interviene Roberto Zapperi con il suo Freud e Mussolini. La psicoanalisi in Italia durante il regime fascista (Franco Angeli, pagg. 140, euro 18). Secondo lui la dedica non indicava ammirazione incondizionata. L’Italia poteva apparire a un ebreo austriaco come uno dei pochi baluardi contro l’espansione nazista che culminò nell’Anschluss, e Mussolini almeno in parte poteva passare per custode della classicità amata da Freud. Insomma la captatio benevolentiae era una carta da giocare. Questo non salvò però la psicologia dalla messa al bando in Italia.
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/quando-freud-chiamava-duce-eroe-civilt-dediche-imbarazzanti-956800.html


DA DOVE VENGONO I SOGNI? E FAGIOLI TORNA IN CLASSIFICA Settimo anno, il nuovo volume edito da L’asino d’oro sui corsi universitari, seguiti da migliaia di persone, dello psichiatra dell’analisi collettiva, esce in libreria e scala la classifica di vendite 
di Redazione, rainews24.rai.it, 10 ottobre 2013

Se ne parla spesso come del guru di parte della Sinistra italiana, del mentore psicanalitico di Bellocchio e Bertinotti, dello psichiatra che da anni con le sue teorie fuori dal canone coinvolge migliaia di persone in sedute collettive; un nome tanto invisibile quanto presente sotto traccia nell’immaginario della nostra cultura. Forte del suo seguito, di una rubrica sul settimanale Left, e delle sue teorie il professor Massimo Fagioli con il suo nuovo libro, Settimo anno, edito da L’asino d’oro, dedicato ai suoi corsi universitari, scala la classifica di vendite. Venerdì 11 ottobre 2013 lo presenterà alla Feltrinelli romana di via Appia Nuova alle 17.30, con Martina Patané (medico chirurgo), Daniela Polese e Gianfranco De Simone (psichiatri e psicoterapeuti). 

Intervista (Vedi il video qui sotto)
 
Da dove vengono i sogni? Omero diceva che vengono dagli dei. Il pensiero greco aveva definito l’irrazionale, animalità. Il pensiero senza coscienza è, invece, caratteristica della specie umana. Nascita e primo anno di vita hanno un pensiero che emerge dalla realtà biologica. In Settimo anno Fagioli traccia la storia del pensiero umano, la cui nascita, sostiene, avviene come immagine e non come parola. La nascita - dice lo psichiatra dell’Analisi collettiva - è capacità di immaginare. La genialità del pensiero nuovo che fa le scoperte scientifiche e l’arte, sono dovute all’irrazionale e non alla ragione come sostiene il millenario logos occidentale. In realtà, sono gli animali ad essere molto razionali, ragionano in maniera perfetta. Vitalità e pulsione, che fanno la fantasia di sparizione, sono i cardini del pensiero nuovo indispensabili per fare psicoterapia. Occuparsi del funzionamento della mente umana impone la ricerca di un nuovo metodo e una nuova identità in psichiatria. Se si vuole capire qualcosa - afferma - bisogna leggere Shakespeare e Sofocle. E non è vero che le scoperte scientifiche sono razionali. Lo sosteneva anche Rita Levi Montalcini, spesso sono fantasie e intuizioni che poi trovano modo di essere confermate dalla verifica. Fagioli cita Semmelweis, ma anche Kurosawa e Antonioni, rivendicando la creatività del linguaggio delle immagini, al contrario della psicoanalisi di Freud, per il quale si può soltanto riportare alla coscienza ciò che un tempo fu cosciente e poi fu dimenticato.
http://rainews.it/it/news.php?newsid=182422


YES, WE LA CAN 
di Stefano Bartezzaghi, repubblica.it, 11 ottobre 2013

Ma che, Jacques Lacan ce l’ha con noi ? «È proprio nelle nuvole che Aristofane mi invita a trovare che cos’è il significante». Significante, cioè parola, cioè lessico; e nuvole. Il maestro della psicoanalisi non poteva immaginarci, ne parlava nel 1971.  Ma nella sua prosa (non certo facile) si incontrano intere collezioni di diamanti verbali (per esempio, usava le parole amort, amorte, e amourir, amorire, come oggi fa Alessandro Bergonzoni, nel titolo della sua raccolta poetica:L’amorte, Garzanti) è stato anche pubblicato un dizionario dei neologismi inventati, con giochi di parole, da Lacan.
Il titolo del testo in cui Lacan cita Aristofane (appena tradotto da Einaudi, negli Altri scritti) è «Lituraterra»; gioco di parole su Littérature. Sulla stessa parola aveva giocato anche Raymond Queneau, che coniò Erutaréttil, una letteratura a rovescio che prende a somigliare a un drago sputafuoco.
Il legame fra psicoanalisi e gioco con le parole sarebbe argomento da tesi di dottorato. Qui conviene attenersi a una visione puramente empirica del problema. Il numero del Venerdì uscito il 20 settembre riportava una bella intervista a Michele Santoro che fra le altre cose diceva, orgoglioso: «Questo genere di contenitore televisivo l’abbiamo inventato noi. Noi siamo il prototipo, il marchio autentico». In redazione hanno deciso di trarre il titolo di tutto il servizio da questa frase, e il titolo è stato:  «Il marchio sono io». Attenta lettrice ed enigmista, Sandra Muzzolini ha subito fiutato l’anagramma, perfetto e perfettamente inconsapevole, che ci stava sotto: «Michele Santoro = son il telemarchio».
http://www.repubblica.it/rubriche/lessicoenuvole/2013/10/11/news/yes_we_la_can-68331183/


COME TI RIDUCO IL PROF 
di Giuseppe Debenedetti, left.it, 12 ottobre 2013

Le considerazioni sui requisiti di un insegnante di qualità in genere non trovano spazio nei media. È una delle conseguenze del dominio cognitivista in campo pedagogico. Se gli studenti sono assimilati a contenitori di conoscenze, gli insegnanti – destinati a essere superati dalle macchine – al massimo potranno essere “facilitatori degli apprendimenti”. Quindi, perché occuparsene? Eppure di recente ne hanno trattato lo psicanalista Massimo Recalcati (Il maestro riluttantela Repubblica, 20/9) e il filosofo Pier Aldo Rovatti (Il compito più difficile è condividere l’amore per il saperela Repubblica, 28/9). È probabile che la storia del professore di liceo che, abusando del suo ruolo, ha convinto alcune allieve ad avere rapporti con lui (cfr. left del 14 settembre 2013, Senza giusta distanza), vicenda richiamata nell’articolo di Recalcati, abbia avuto un certo peso nello stimolare questo dibattito. Comunque sia, le due riflessioni hanno rimesso al centro delle discussioni sulla scuola l’importanza decisiva della relazione didattica nella formazione dell’individuo. Ma la conclusione a cui giungono, l’impossibilità della relazione didattica, non si pone in contrasto con il modello contestato.
All’inizio del suo intervento Recalcati critica nettamente il modello tecnologico-cognitivista, secondo cui la scuola efficiente è una fabbrica di addestrati ai quiz che, in quanto tali, dovrebbero essere facilmente assorbiti dal mercato del lavoro. Un altro bersaglio polemico delle sue riflessioni è l’ossessione della pedagogia contemporanea per la valutazione oggettiva, l’araba fenice attraverso la quale sono stati liquidati con stupefacente superficialità secoli di teorie di scienze dell’educazione e prassi didattiche. Posti di fronte alla deriva tecnologica del “sapere senza vita”, gli insegnanti, secondo Recalcati, non devono cedere alla tentazione di portare in classe “la vita senza sapere”, sostituendosi ai genitori degli alunni con uno psicologismo d’accatto.
Ma chi opera nelle scuole non vede il rischio di uno scivolamento nella confusione dei ruoli. Gli insegnanti sanno bene che le prediche sulla volontà, la concentrazione e le capacità non servono a niente e rispondono alla propria funzione consapevoli del fatto che, come scriveva Pennac in Diario di scuola (2007), «il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio di ortografia, la paura di leggere con la lettura (…) qui e ora, durante quest’ora di lezione». Invece sembra che il modello proposto da Recalcati implichi una rinuncia alla propria competenza. Nel Simposio, ricorda lo psicanalista, Socrate si sottrae alla richiesta di Agatone di ‘riempirlo’ della sua sapienza (e qui non è irrilevante rammentare che l’éros paidikós, l’amore per i ragazzi, ammetteva la pederastia con finalità pedagogiche), affinché il suo allievo si metta in movimento, alla ricerca di conoscenza. Però questo gesto, conclude Recalcati, comporta lo “svuotamento” del maestro, una rinuncia al ruolo e al sapere al tempo stesso. Nell’altro intervento il filosofo Rovatti, pur condividendo le premesse dello psicanalista, osserva che la proposta di quest’ultimo rischia di rendere opaca la relazione didattica, che è inscindibile dall’amore per il sapere. Il tratto comune alle due riflessioni sta nell’allusione all’impossibilità della relazione didattica. Secondo Recalcati, perché l’insegnante deve “svuotarsi” del sapere, per Rovatti, invece, perché l’insegnamento non può che essere libero, senza regole, ma proprio per questa imprevedibilità la relazione didattica – e, in ultima analisi, fare scuola – sarebbe impossibile. Non è forse anche questa una resa al trionfo del modello tecnologico-cognitivista?
http://www.left.it/2013/10/16/ti-riduco-il-prof/13012/

TRA CRISTO E LACAN. Il linguaggio del papa mescola teologia e psicoanalisi? Forse. Comunque c'è di mezzo il gesuita De Certau 
di Riccardo Debenedetti, Il Foglio, 12 ottobre 2013 

Vai al link qui sotto: 
http://www.centroculturaledimilano.it/wp-content/uploads/2013/05/R.-De-Benedetti-Il-Foglio-Tra-Cristo-e-Lacan.pdf

 

LA PSICOLOGIA DELLA RELIGIONE NON E' ROBA DA PRETI 
Intervista con il prof. Mario Aletti che lunedì aprire un convegno dedicato al tema

di Fabrizio Mastrofini, vaticaninsider.lastampa.it, 12 ottobre 2013

Si intitola «La psicologia della religione: ambiti di ricerca e prospettive di applicazione» ed è la giornata di studio che si tiene lunedì 14 all’Università Cattolica di Milano. L’appuntamento è organizzato dalla Società Italiana di Psicologia della Religione (Sipr), animata da Mario Aletti, psicoanalista, docente proprio alla Università Cattolica. Il prof. Aletti ha accettato di rispondere ad alcune domande perVaticaninsider.

La psicologia della religione non sembra molto frequentata in Italia. Eppure essendo un paese cattolico ci si aspetterebbe un’ampia diffusione di studi e ricerche
In Italia lo studio psicologico della religione è poco frequentato negli ambienti accademici; un interesse appena maggiore si riscontra tra gli psicologi professionisti, specie psicoterapeuti e psicoanalisti. Diversamente da quanto riscontrabile in ambito nordeuropeo e americano, in Italia non ci sono cattedre, e gli insegnamenti di psicologia della religione sono poco numerosi e proposti come opzionali. Le cause sono molteplici, ma fondamentalmente derivate da un passato di reciproche diffidenze tra istituzione ecclesiale e ambienti della psicologia accademica. Se in certi ambienti ecclesiali (ormai solo i più integralisti e  retrivi, ma ancora influenti), si teme che la psicologia (e la psicoanalisi, soprattutto) tenda a ridurre la religiosità a prodotto di dinamismi psichici o neurologici, dall’altra parte, nella peggiore “vulgata” accademica, si irride alla psicologia della religione come “roba da preti”, o si teme che la religione voglia utilizzare la psicologia in funzione apologetica, quasi ad a coglierne una prova in più dell’esistenze di Dio. Mentre la psicologia della religione, disciplina empirica come ogni altra “psicologia di…” ha una sua chiara fondazione epistemologica che la tiene lontano sia da riduzionismi psicologistici, sia da argomentazioni pseudo-apologetiche.  Interessata non alla religione, ma al vissuto psichico delle a persona religiosa, ha un costante riferimento all’”esclusione metodologica del Trascendente”, sia come oggetto di studio, sia come criterio esplicativo di fenomeni psichici, secondo l’eredità che già nel 1902 gli affidò uno dei suoi padri fondatori, Theodore Flournoy. Personalmente, lo vado ripetendo da almeno quarant’anni e lo vedo facilmente riconosciuto, anche negli ambienti accademici. Se dunque la psicologia della religione non ha dignità e spazio adeguato nelle Università, sia statali che cattoliche, di certo i motivi sono extra-teoretici ed extra-scientifici. La giornata di studio che si terrà alla Cattolica di Milano il 14 ottobre si propone proprio come superamento di questo isolamento della psicologia della religione, evidenziandone l’ambito epistemologico, lo stato attuale della ricerca e le nuove prospettive di studio, le intersezioni con le altre discipline psicologiche e quelle pedagogiche, le opportunità di impiego in ambito professionale
Non sarebbe più esatto parlare di psicologia ‘degli atteggiamenti religiosi’? Qual è la sua opinione?
In effetti, l’espressione sintetica psicologia della religione può essere fraintesa e richiede una precisazione.  La psicologia ha per oggetto proprio la psiche, manifestazione della persona. Propriamente, studia non la religione, ma il credente. O, meglio ancora, l’uomo e il suo atteggiamento verso la religione, quale che esso sia, tanto nel senso dell’adesione di fede, quanto nel senso del rifiuto ateo. Conseguentemente, la psicologia della religione è anche psicologia dell’ateismo, perché anche l’ateismo suppone emozioni e vissuti e percorsi psichici verso una qualche rappresentazione mentale del Dio di cui nega l’esistenza. E, come già sosteneva il Pastore e psicoanalista Oskar Pfister in una lettera a Freud del 9 febbraio 1929,: “L’incredulità è semplicemente una fede negativa”.  La psicologia opera una rilettura critica dei fenomeni, dei processi e delle motivazioni, consce ed inconsce dei fatti religiosi, mirando a mostrarne le potenzialità, le ambivalenze, le criticità per la personalità al livello intrapsichico, cioè del singolo soggetto e, a livello interpsichico, cioè tra gli individui e tra i gruppi. La religione è capace, da una parte,  di dare risposte salvifiche alla ricerca di significato dell’esistenza a malati terminali e, d’altra parte, fornisce pretesti a fondamentalisti disposti a sacrificare la vita propria ed altrui in suicidi-eccidi. Lo psicologo è interpellato da questi fenomeni che studia sia in prospettiva psicodinamica che in  prospettiva psicosociale.
Quali sono a suo avviso gli ambiti di ricerca concreta di questa disciplina?
L’interesse della psicologia per la religione nasce intorno ad una questione fondamentale: Quando l’uomo dice Dio, che cosa veramente dice? Per esempio  quando dice “Dio Padre”, chi e che cosa parla, in quel linguaggio, in quella parola, in quella metafora religiosa? La domanda si articola e si specifica su tutti gli aspetti della vita religiosa. Come e attraverso quali percorsi si costituisce l’identità religiosa e come si rapporta con il pluralismo religioso e/o il fondamentalismo, quale il rapporto e/o le differenze tra religione e spiritualità tra religiosità individuale e religione istituzionale. Quali le motivazioni della rinnovata rilevanza, anche sociale e politica della religiosità. O per esempio, la questione delle sette e del lavaggio del cervello, di cui il Parlamento italiano si sta occupando in maniera assolutamente superficiale, consultando rappresentanti del “movimenti anti-sette” e ignorando invece i risultati della letteratura scientifica internazionale ed anche quella dei, pochi, ricercatori italiani. Nel campo più specifico della religione istituzionale (in Italia prevalentemente, ma non solo quella  cattolica) interessanti ambiti di ricerca sono: gli atteggiamenti verso la preghiera individuale, la dimensione comunitaria dell’espressione della fede, il rito e la liturgia, la questione delle apparizioni, delle visioni e dei miracoli, le esperienze mistiche. Studi interessanti sul linguaggio della comunicazione religiosa  e sui diversi linguaggi utilizzati all’interno della Chiesa; quello delle encicliche, quello della teologia accademica, quello della predicazione, quello della catechesi ai piccoli. Emergente è l’interesse per la comunicazione religiosa attraverso il linguaggio e le modalità comunicative dei mass-media e dei social network.  E sempre maggior attenzione, nelle indagini scientifiche e nella prassi formativa, viene posta alla formazione umana di sacerdoti e religiosi, comprendendo la  questione dell’integrazione affettiva del clero e la prevenzione degli eventuali abusi sessuali.
Alcuni studi (pochi nel complesso) e soprattutto la quotidianità, evidenziano la difficoltà nel vivere insieme per i gruppi (parrocchiali, vita consacrata…). Una maggiore consapevolezza della dimensione psicologica aiuterebbe? E perchè non la si promuove?
E’ vero che, all’interno della stessa religione cattolica, laddove tutti i fedeli dovrebbero riconoscersi nello stesso Vangelo di Cristo, si verificano molte fratture, divisioni, lotte, contrapposizioni e proselitismi. Lo stesso fenomeno si verifica all’interno delle religioni del Libro, che tutte si richiamano allo stesso Padre e allo stesso Testo Sacro. Le lotte tra i fedeli di diversa appartenenza sono più forti di quelle verso l’esterno (Gli “infedeli” non son quelli senza religione, ma quelli che hanno una religione diversa). Si verifica quel fenomeno che Freud indicava come “il narcisismo delle piccole differenze”: il bisogno di rinforzare un’identità debole per contrapposizione, magari cercata nelle cose minime. La consapevolezza psicologica che la “nostra” verità  è il punto di arrivo, sempre parziale e ipotetico, di un nostro lungo percorso (e non è un “dato” ovvio per tutti)  aiuterebbe a riconoscere la “verità”, o almeno la buona fede di chi ha fatto altri percorsi, con altrettanta onesta e impegno. Qui è la fonte del vero pluralismo. Non nella contrapposizione delle posizioni raggiunte, ma nel riconoscimento della molteplicità dei percorsi possibili. Gli studi sul fondamentalismo religioso, concordano nel ritenere che questo atteggiamento sia da riferire più a tratti di personalità, che al contenuto e alla struttura del credo religioso. Non le religioni sono fondamentaliste, ma le persone che vi aderiscono (proprio forse per i loro bisogni di identificazione). Lo stesso processo vale pone per quei gruppi cattolici ritenuti più integralisti, richiusi nell’in-group e contrappositivi rispetto all’out-group. Spesso, a rinforzare queste chiusure contribuisce l’atteggiamento di un leader, di una leadership, o di una struttura organizzativa autoritaria e normante.
http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/psicoloia-religione-28560/


VIVERE CON DIGNITÀ 
di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.it, 12 ottobre 2013

In coincidenza con la morte del regista Carlo Lizzani è uscito un libro di Hans Küng in cui il noto teologo svizzero dice di essere favorevole all’eutanasia. Küng, che preferisce una morte improvvisa, se fosse costretto a morire volontariamente sceglierebbe di farlo nella sua casa circondato da amici e colleghi. Affetto dal morbo di Parkinson, che sta compromettendo la sua capacità di studiare e di scrivere, Küng rivendica il diritto di vivere la propria vita con dignità e si rifiuta di accettare sofferenze intollerabili e di considerarle come qualcosa mandato da Dio. Determinare la propria morte è per lui restituire la vita nelle mani del Creatore che gliel’ha donata. Pensa evidentemente che Dio nel donare la vita non chiede in cambio la rinuncia alla propria dignità che annullerebbe il significato stesso di «dono». Si può vedere nella posizione di Küng non un rifiuto del dono ma l’intento di una sua piena valorizzazione. La vita senza dignità è degrado. Lizzani, diversamente da Küng (e da Seneca), ha optato per un gesto solitario che offre allo sguardo di un pubblico ormai estraneo (in cui si mescolano indifferentemente persone care e passanti ignoti) solo lo spettacolo impersonale della morte. «Stacco la chiave», ha scritto in un biglietto destinato ai suoi familiari: se staccare la spina della propria vita è l’ultimo atto di una personale affermazione è il rimettere la chiave della propria esistenza in tasca nel momento del congedo che rende quest’affermazione irrevocabile, definitiva. La vita è una cosa personale, ciò che il singolo soggetto è, e assume valore quando si è capaci di donarla agli altri e a se stessi. Pur divergendo da Küng, Lizzani si avvicina a lui in un punto importante: l’atto di fede -all’uomo, a un ideale, a Dio- è un atto di libertà che non ammette costrizioni. L’eutanasia, il nobile morire, è un atto di fede alla dignità della vita che non deve essere intaccata dalla morte. Conosciamo la morte in modo indiretto, attraverso quella degli altri. Nonostante la sua aura maligna è un fenomeno naturale che si può studiare (come un albero sradicato dal vento o il letto di un fiume prosciugato dal caldo). Il dolore che proviamo viene dal vuoto che l’assenza del morto apre nel nostro mondo interno. Il lutto forma in gran parte la nostra indiretta esperienza della morte e forgia la paura nei suoi confronti: perdere coloro che amiamo o essere perduti per loro nel momento in cui ci toccherà morire è la sofferenza che dobbiamo elaborare durante tutta la nostra vita. Tuttavia per quanto concepiamo la morte essenzialmente attraverso un processo psichico che elabora le sue conseguenze (nel passato, nel presente e nell’avvenire), la sua esperienza diventa più diretta quando siamo sopraffatti dall’impossibilità di dare senso al nostro desiderio. Si rischia di morire psichicamente mentre si è vivi fisicamente, di vivere come spettri. «Non voglio vivere come l’ombra di me stesso», scrive Küng. Ospitare la morte dentro di sé è mancanza di dignità, di rispetto per sé e per gli altri. Donald Winnicott, grande erede di Freud, disse una volta: «Dio mio fa che sia vivo quando muoio». Tenere le persone artificialmente, miseramente in vita contro la loro libertà è un atto di umana viltà, non di compassione. Il cadavere vivente che si sceglie di accudire è un oggetto consolatorio, metafora di una resurrezione possibile che contraddice, antagonizza il lutto e evita la fatica del lavoro richiesto. Nessuna autorità può costringere un essere umano di diventare la reliquia di qualcuno, sia pure delle persone amate. 
http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20131012/manip2pg/14/manip2pz/347093/manip2r1/thanopulos/


VALENTINO NON PARLA DI SIMONCELLI 
di Roberto Goisis, La Gazzetta dello Sport, 12 ottobre 2013

Correre, correre, correre sempre più forte…
Sinceramente non so quale testa sia necessaria per poter andare a 300 km/h su un circuito, tirare ogni staccata al limite, piegarsi fin quasi a baciare l’asfalto. È fin troppo banale parlare di un po’ di follia. Credo, al contrario, che sia necessario essere lucidi e razionali. Lì non si scherza!
Premetto che non conosco la testa di Valentino. Conosco la sua faccia e sono “invecchiato” seguendo le sue imprese. Ammirato dalla sua forza, divertito dalle sue gags, triste per le sue sconfitte. Devo anche ammettere che sono piuttosto prudente e non uso quasi più la moto.
In questi giorni il motomondiale fa tappa a Sepang. Credo che nessuno possa dimenticare quello che è successo due anni fa, la morte di Simoncelli. Per questo mi ha colpito sentire la conferenza stampa di Rossi, suo grandissimo amico, coinvolto nell’incidente, nella quale ha parlato solo dei bellissimi ricordi che lo legano a questo circuito…
Come spiegarsi questa affermazione? Mi permetto solo di fare delle ipotesi, più utili al guidatore della domenica che al pilota. Per superare un trauma e un lutto ogni essere umano deve compiere un processo di “elaborazione”. Tale percorso necessita di tempo, spesso avviene autonomamente, qualche volta richiede un aiuto esterno competente e affettivo. In questo modo nella nostra mente non restano tracce irrisolte e noi possiamo mantenere un contatto “sufficientemente sereno” con l’evento del quale potremo anche parlare, ricordandolo.
Un’altra modalità di superamento del trauma, in questo caso solo apparente, può essere quella di non parlarne più, attraverso l’utilizzo di meccanismi di negazione (“se non ne parlo, non è mai successo”) o addirittura controfobici (“non è mai successo nulla, anzi questo è il posto più bello del mondo”). Aspetti forse anche comprensibilmente funzionali ad una sorta di auto incitamento. Necessario per riappropriarsi di una immagine di sé stessi caratterizzata da forza e coraggio (“per me non è cambiato nulla”).
Chissà se nei primi giri qualche pensiero si muoverà nella testa del pilota.
Perché talvolta le emozioni più intime rimangono nella nostra sfera privata…
Buona gara Valentino!
http://www.spiweb.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3960&catid=538&Itemid=353


LA PSICANALISI È UNA PSICOTERAPIA COME TANTE ALTRE? FRA SCIENZA E UMANESIMO 
Gli studi di Freud, i romanzi di Schnitzler, i dipinti di Klimt, possono essere capiti come vie diverse di un’unica impresa: svelare i livelli celati della realtà a partire dalla convinzione che la mente abbia ampie zone di inconscio indagabili con l’autoanalisi 
di Danilo Di Diodoro, corriere.it, 13 ottobre 2013

Nella psicoanalisi contemporanea c’è un prevalere delle finalità terapeutiche, che hanno finito per annullarne il senso culturale, riducendola a una psicoterapia come tante? Queste due anime della psicoanalisi, quella terapeutica e quella culturale, hanno sempre convissuto. Anche perché, se Freud la utilizzò fin dall’inizio come tecnica terapeutica, la psicoanalisi in realtà nacque e si sviluppò in un ambiente culturale molto vivace, eterogeneo e privo di barriere. Tra fine Ottocento e primi del Novecento a Vienna si muovevano scienziati, medici, scrittori e artisti, che si scambiavano idee e che partecipavano agli stessi incontri culturali. Un convegno organizzato il 12 e il 13 ottobre a Milano dal movimento psicoanalitico “Nodi freudiani” prova a riflettere su questa doppia natura della psicoanalisi, si interroga sui complessi rapporti esistenti tra psicoanalisi e culture. Nel meeting, intitolato “Il disagio della cultura nella nostra modernità” si incontrano, proprio come nella Vienna del secolo scorso, letterati, poeti, filosofi, economisti, architetti, musicisti, pittori, scienziati, giuristi e, naturalmente, psicoanalisti, ma appartenenti a scuole di pensiero diverse, senza vincoli di società e di organizzazioni (l’incontro è aperto anche al pubblico). Dice Giorgio Landoni, psicoanalista e organizzatore del convegno insieme a Sergio Contardi, anche lui psicoanalista: «La medicalizzazione ha allontanato la psicoanalisi dalla cultura, sottoponendola alla legge della società che regola ogni intervento, quindi regola giustamente anche l’atto medico. Da qui nasce l’idea di questo convegno, che vuole riproporre la psicoanalisi come elemento centrale della cultura moderna». Aggiunge Sergio Contardi: «Gli studi di Freud, i romanzi di Schnitzler e di Joyce, i dipinti di Klimt e poi dei suoi allievi Kokoschka e Schiele, quelli di Braque e di Magritte, le dissonanze armoniche di Schoenberg, la fisica di Einstein e di Heisenberg, la logica di Gödel, tutte queste ricerche e molte altre ancora possono essere capite come vie diverse di un’unica impresa: portare allo scoperto i livelli celati della realtà a partire dal denominatore comune alla multiforme ricerca del modernismo viennese, ossia dalla convinzione che la mente umana abbia ampie zone di inconscio e che questi aspetti possano essere indagati con l’autoanalisi».Di stampo decisamente filosofico, l’intervento di Salvatore Natoli, ordinario di Filosofia teoretica nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Natoli affronta un tema centrale per la società, quello del dolore, che può essere inteso in due modi: il dolore inflitto e il dolore patito. «È inflitto quello che gli uomini si arrecano reciprocamente per competizione spietata, per sete di guadagno, di potere, o addirittura per violenza gratuita ? dice Natoli ?. Questo dolore è evitabile, ma per evitarlo bisogna sradicare gli egoismi, e avere interesse e preoccupazione per il bene sociale. Il dolore patito è, invece, quello che viene dalla natura e dalle sorte ? un incidente, una malattia. In tal caso si cerca di prevenirlo e quindi di curarlo. Di questo la società deve farsi carico perché nessuno di noi è mai a sufficienza garantito e tutti devono concorrere a vantaggio del proprio interesse e nell’interesse collettivo».
http://archiviostorico.corriere.it/2013/ottobre/13/psicanalisi_una_psicoterapia_come_tante_co_0_20131013_f22836a2-33cb-11e3-99ef-468a7ffa99ff.shtml


FRA SCIENZA E UMANESIMO 
La funzione. Un’arena di discussione sulla tensione tra libertà dell’individuo e regole necessarie 
di Danilo Di Diodoro, corriere.it, 13 ottobre 2013

Oggi la psicoanalisi riflette anche sui rapporti esistenti tra libertà dell’individuo e rischi della disumanizzazione che caratterizzano la società contemporanea, anche in seguito alla massiccia diffusione della tecnologia. Un elemento di costrizione in più, oltre ai limiti che la società pone all’individuo con regole e leggi, di cui peraltro nessuno potrebbe più fare a meno. «Sarebbe un errore demonizzare il limite imposto dalla regola, dalla legge, considerandola come negazione della libertà individuale e dello slancio vitale» riconosce Giorgio Landoni. La tensione esistente tra libertà dell’individuo e regole necessarie per la convivenza sociale diventa elemento di discussione del convegno. E la psicoanalisi si propone come arena di tale discussione, consapevole della propria posizione a cavallo tra discipline umanistiche e scientifiche, oltre che fra cultura e terapia.«Pare che negli ambienti psicanalitici ufficiali si debba parlare intorno alla psicoanalisi solo in termini di cura medica delle psiconevrosi, la cosiddetta psicoterapia ? dice il dottor Antonello Sciacchitano, che al convegno di Milano parla nella sezione dedicata a “Norma e legalità, riflessi sulla formazione” ?. Ma lo psicoanalista non è né medico né malato, si situa altrove rispetto alla dicotomia sanitaria». Una definizione antimedicale dello psicoanalista che è anche una enunciazione di libertà, una volontà di prendere le distanze dalle grandi istituzioni psicoanalitiche, alle quale dette inizio lo stesso Freud. Una visione orizzontale della psicoanalisi da praticare singolarmente ma anche in collettività. Dice ancora Sciacchitano: «La “psicanalisi alla Sciacchitano” è una delle forme che la psicanalisi può assumere in epoca moderna. È una psicanalisi tra le tante pensate e praticate in modo libero ? vorrei dire liberale ? fuori da ogni condizionamento magistrale, ma dentro al legame sociale con altri analisti. Le psicanalisi sono tante quante le possibilità di pensare l’infinito». Qualcosa di simile scriveva già Freud nel 1924. «È difficile praticare la psicoanalisi isolati; si tratta di un’attività squisitamente collettiva». Lo scriveva a quello strano psicoanalista della prima ora che era Georg Groddeck, che rimase sempre orgogliosamente estraneo ai circoli psicoanalitici che si venivano formando.

http://archiviostorico.corriere.it/2013/ottobre/13/Fra_scienza_umanesimo_co_0_20131013_f51b1690-33cb-11e3-99ef-468a7ffa99ff.shtml


CHE COSA NASCONDE QUELLA DEDICA DI FREUD A MUSSOLINI 
di Dino Messina, lanostrastoria.corriere.it, 13 ottobre 2013

Alla fine di aprile 1933 Sigmund Freud ricevette nel suo studio viennese di Berggasse 19 una visita dall’Italia. Il suo allievo Edoardo Weiss, accompagnato dal drammaturgo Giovacchino Forzano, noto per aver scritto con Benito Mussolini il dramma “Campo di Maggio”, sui cento giorni di Napoleone, e dalla figlia dello scrittore, Concetta, per la quale era stato chiesto un consulto. Un appuntamento di ordinaria amministrazione, se non fosse che tra Forzano e Freud avvenne uno scambio di libri. L’italiano regalò al grande medico una copia di “Campo di maggio” con la dedica “a Sigmund Freud che renderà migliore il mondo, con ammirazione e riconoscenza Benito Mussolini und G. Forzano”. Non si sa se il Duce sapesse di questa iniziativa del suo coautore, ma è certo che Freud ringraziò e inviò al capo del fascismo l’opuscolo che aveva scritto a quattro mani con Albert Einstein, Perché la guerra?. Suona strana la scelta di un volume pacifista donato a un assertore della “violenza purificatrice” come Mussolini, ma sembra stonata anche la dedica di pugno di Freud: “A Benito Mussolini coi rispettosi saluti di un vecchio che nel detentore del potere riconosce l’eroe della civiltà”.
Attorno a questo episodio Roberto Zapperi ha costruito l’interessante saggio “Freud e Mussolini – La psicoanalisi in Italia durante il regime fascista” (Franco Angeli, pagine 140, € 18) che è la migliore risposta alle accuse contro Freud mosse da Michel Onfray nel suo “Le crépuscule d’un idole”. Freud, a differenza di quel che scrive il biografo francese, non ebbe mai simpatie verso il. Allora perché una dedica così altisonante verso il capo di un regime che lo considerava alla stregua di un sovversivo tanto che dal 1930 pendeva una sorta di mandato di cattura contro di lui?
Freud negli anni precedenti aveva visitato molte volte Roma ed era un appassionato di archeologia. Ma il vero motivo dell’elogio sta nelle speranze che il grande viennese riponeva nella politica di Mussolini verso l’Austria. L’Italia fascista era considerata un baluardo contro l’annessione da parte della Germania, che poi avvenne nel 1938. Quel che temeva più di ogni altra cosa Freud era l’antisemitismo dei nazisti. E negli anni precedenti al terrore e all’esilio prendeva in considerazione con realismo ogni pur debole alternativa.

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Video
Intervista a Massimo Fagioli, 16 gennaio 2013

Altri scritti di Lacan. Servizio e intervista realizzati da Loredana Dursi, uniroma.tv e pubblicato su Youtube, 8 ottobre 2013
Presentato presso la Libreria Feltrinelli di Viale Libia la traduzione italiana degli Altri Scritti di Jacques Lacan. Durante l’incontro, organizzato dalla Biblioteca del Campo freudiano, il professor Felice Cimatti ha analizzato l’opera tradotta da Antonio Di Ciaccia che prende le mosse dalla raccolta di scritti del grande pensatore francese effettuata da Jacques Alain Miller.

Intervista ad Antonio Di CiacciaTradurre Freud: Renata Colorni
Da Pane quotidiano, condotta da Concita De Gregorio, Rai Tre, 11 ottobre 2013
Pane quotidiano incontra una “signora” dell’editoria italiana, Renata Colorni, che ha portato in Italia i testi di Freud e Thomas Mann.

(Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com)

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