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di Luigi Starace

[Teatro] Morte della Modernità: Piccola Antigone e Cara Medea di Tarantini

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5 marzo, 2014 - 10:24
di Luigi Starace

Il lavoro di Antonio Tarantino è stato proposto con mestiere da Teresa Ludovico e la compagnia barese del Teatro Kismet Opera. Lo spettacolo ha intrattenuto il pubblico con un dittico: "Piccola Antigone" è la storia di una prostituta che incontra un cliente che si svelerà essere poi Edipo, suo padre; in "Cara Medea", la protagonista è un'ex deportata ,rinchiusa in un lager dopo aver ucciso i figli, che percorre un'Europa post bellica per raggiungere il suo Giasone a Pola.

La chiave di lettura del testo del drammaturgo barese proposta fa emergere al meglio l'interesse per l'attualità dell'autore. esordiente come scrittore teatrale negli anni 90 alla tenera età di cinquantacinque anni, tuttavia è legata alla cifra stilistica moderna del minimalismo che tanto piace a Marco Martinelli (uno dei primi estimatori di Tarantino) molto lontana dagli stravolgimenti proposti in altre versioni scenografiche dello stesso testo teatrale 


Allo spettatore viene proposto un dislocamento culturale, più che visivo, del mito e prevalentemente nella Piccola Antigone emerge la duttilità della cadenza dialettale. I personaggi femminili, protagonisti assoluti della scena, hanno perso la propria dimensione emotiva e sembrano esistere per un puro scopo meccanico, vittime di un killer più spietato del Caos descritto dai classici: il non senso delle cose che non si possiedono più.

Antigone non ha più un corpo, lo gestisce a zone riservate al sesso e al proprio uomo. Medea ha disposto della vita dei propri figli, durante la guerra. Una forma di potere implosivo, spinto dalla inerzia nel percorso obbligato di uno scopo fittizio (i soldi, il ricongiungimento familiare) fino alla cessazione per urto, Antigone, o alla cessazione per mancanza di un piano di scorrimento, Medea. Sul palcoscenico è stato quindi mostrato uno dei capisaldi impliciti del pensiero moderno contemporaneo: la sopravvivenza dell'uomo a se stesso.

Lavoro molto utile per la didattica: far comprendere alla selfie generation quanto un “mi piace” espresso per una immagine sia simile in fondo ad un simulacro/filtri/inverti di quel Godot che cercasi ancora disperatamente.

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