GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Aprile III - Tutto in un prefisso: ri-nascere, ri-presentarsi, ri-tornare, ri-discutere...

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24 aprile, 2014 - 17:13
di Luca Ribolini

FREUD RINASCE A TEHERAN. Incontro con l’iraniana Gohar Homayounpour tornata in patria per portarvi la “peste” psicoanalitica

di Silvia Ronchey, La Stampa, 14 aprile 2014
 
L’Iran ha una popolazione di 73 milioni di abitanti e 28 milioni di utenti Internet. La sola Teheran conta 13 milioni di persone. Il 38% di questa popolazione è al di sotto dei 18 anni ed è tra le più politicamente attive di tutto l’Islam. Secondo le statistiche dell’Unicef, tra le 57 nazioni islamiche del mondo l’Iran è quella che ha il maggior numero di blogger.
Ci sono solo dieci psicoanalisti in Iran, di cui due sono donne. Una di loro è Gohar Homayounpour, una giovane minuta dai lunghi capelli neri, un’antica miniatura persiana dall’accento universitario bostoniano. Nata a Parigi, vissuta in esilio, passata negli Usa per la dura formazione prescritta dalla disciplina freudiana, due anni fa è tornata in Iran per riportare il contagio di quella «peste» psicoanalitica che un secolo prima il padre fondatore Freud aveva portato dal vecchio al nuovo mondo, e che da allora non ha cessato di propagarsi dall’uno all’altro capo del globo, come addita il progetto scientifico sulle «Geografie della psicoanalisi» che l’ha portata alla Società psicoanalitica italiana di Roma, dove l’abbiamo incontrata.
A richiamarla a Teheran sono stati, confessa, «il desiderio e la sete di psicoanalisi» che ha trovato nella patria dei suoi avi. È rimasta nonostante le difficoltà e le lotte quotidiane, una battaglia che si ostina a definire anzitutto come paradosso: fare psicoanalisi nella repubblica islamica iraniana degli ayatollah, farlo oltretutto essendo una donna, è per lei una provocazione psichica prima ancora che politica. Per riuscirci «bisogna disinnescare le contraddizioni ideologiche», spiega, «trovare un linguaggio che non minacci l’ideologia fondamentale» della teocrazia. Le domandiamo se questo linguaggio esiste nella cultura iraniana. «Non dobbiamo confondere l’attuale sistema politico dell’Iran con la sua cultura», risponde. «Quella iraniana è una cultura più libidica che aggressiva. È anche una cultura del qui e ora, avvolta nella fantasia e nel sogno. La visione del mondo persiana è poetica, filosofica e introspettiva. Anche se abbiamo i nostri momenti paranoico-schizoidi, siamo fondamentalmente dei depressi. Mentre la modalità di espressione del malessere psichico americano è più spesso l’ansia». Se le chiediamo perché, parafrasa Kundera: «Potrei dire che mentre l’Occidente soffre di un’insostenibile leggerezza dell’essere, in Oriente è la pesantezza dell’essere a diventare insostenibile».
Ma l’opposizione Oriente/Occidente è a sua volta una sovrastruttura psicologica, forse patologica: «L’Altro esotico, orientale, affascina l’uomo occidentale, ma lo sguardo rende l’Altro inferiore», spiega, citando Edward Said e i suoi concetti di orientalismo e di esotizzazione. «Possiamo erotizzare il chador o parlare di “‘rossetto jihad” o raccontare che gli uomini iraniani picchiano le donne: gli orientali eccitano il desiderio in ragione dei piaceri ”inferiori” che evocano». La sessualità della Teheran di oggi «somiglia molto più a quella della Vienna di Freud che a quella dell’America contemporanea». Cita un grande freudiano francese: «Dov’è finita la sessualità della psicoanalisi?, domandava André Green. Posso rispondere: a Teheran». Nei casi clinici raccontati dal suo libro, uscito in Italia con una penetrante postfazione di Lorena Preta (Una psicoanalista a Teheran, Cortina, pp. 147, € 13,50), convivono tradizionalismo orientale e sfrenata disinibizione occidentale, e si affollano storie femminili in cui con naturalezza le libertà private travolgono le pubbliche virtù dell’osservanza politica o religiosa.
Chiunque a Teheran abbia un divano disponibile ha lo studio pieno di pazienti, spiega. Ma è un vero divano orientale-occidentale, quello di Gohar. Negli ultimi sei anni non solo ha costituito il «gruppo freudiano di Teheran», ha anche messo al lavoro un’équipe parallela di analisti europei e americani disposti ad alzarsi a ore impossibili e a restare svegli fino a tarda notte per fare analisi e supervisioni via skype. Sentirla parlare di «divani» fa sorridere. Vengono in mente le quartine di Khayyam, i suoi trasognati triclìni, la sua malinconia scettica da teologo ateo, il fiorire su sé stessa della sua lingua «de aves y de rosas», come la definì Borges. Forse è questo l’antico spirito persiano che riemerge nella psicoanalisi del gruppo di Teheran: un ateismo con un’ortodossia, una teologia atea dell’interpretazione.
Forse il fare psicoanalisi a Teheran riprende e riflette una millenaria tradizione di quieta e privata disobbedienza, là dove la fantasia collettiva «è ancorata a un desiderio di assoluta obbedienza»; di oralità del racconto, della conversazione e dell’ascolto; di sensualità e malinconia. Una garbata e stoica indifferenza ai decreti e ai dogmi della teocrazia.
http://www.zeroviolenzadonne.it/index.php?option=com_rassegna&Itemid=206  

DA MICHELANGELO A MANETAS, L’INQUIETUDINE DI POLLOCK IN MOSTRA A FIRENZE

di Fabio Pariante (@fabiopariante), wired.it, 15 aprile 2014
 
Alcolizzato, ribelle, inquieto e anche un po’ pazzo. Sono questi gli ingredienti giusti per una personalità difficile e geniale come quella dell’artista americano più famoso dell’Espressionismo astratto, Paul Jackson Pollock (1912-1956). Promotrice dell’Action painting, Firenze ha scelto di ospitare la sua arte per la prima volta tra Palazzo Vecchio e il Complesso di San Firenze in una mostra imperdibile, La figura della furia, dal 16 aprile al 27 luglio 2014.
Insomma, da New York a Firenze il passo è breve. L’arte di Pollock vede le sue radici in quella di Michelangelo Buonarroti (1475-1564), il maestro del Rinascimento italiano quando non sapeva ancora se dedicarsi alla pittura o alla scultura e non a caso i curatori dell’esposizione, Sergio Risaliti e Francesca Campana, per il 450esimo anniversario della scomparsa di Michelangelo hanno deciso di rendergli omaggio proprio nei palazzi più importanti della realtà fiorentina, accostando l’arte “libera e irregolare” del Novecento a quella “aulica e razionale” del Cinquecento.
Alla continua ricerca di soldi e di psicologi, la vita di Pollock non è stata proprio una passeggiata e i suoi dipinti erano tele immacolate su cui sfogare, senza un disegno progettuale, ogni dolore con la tecnica del dripping (sgocciolamento): dal pennello o direttamente dal barattolo, l’artista faceva scendere gocce di colore su un’enorme superficie da dipingere (tela o cartone disposti in terra) con l’azione casuale del braccio, appunto l’Action painting, la pittura d’azione che vedrà coinvolti anche i pittori Willem de Kooning e Franz Kline.
Una corrente artistica segnata dalla nascita della psicanalisi di Sigmund Freud che mette in discussione non solo la coscienza dell’essere umano, ma con occhi  diversi, anche la lettura del mondo. Così, la pittura d’azione diventa il mezzo per scuotere la sensibilità dello spettatore e l’artista ha il compito di spronarlo dal profondo attraverso il segno lasciato dalla furia del corpo, generando capolavori all-over (a tutto campo) che idealmente “tendono all’infinito”. Un’arte che con evidenti riferimenti surrealisti, abbandona la ricerca oggettiva e riflessiva del periodo artistico razionale.
Sebbene i due geni avessero tecniche espressive diverse, hanno in comune l’originalità con cui si dedicavano all’arte: Pollock abolisce l’uso del cavalletto per sentirsi parte integrante della tela durante la realizzazione dell’opera e Michelangelo? Basti pensare alle difficili posture (d’altronde non poteva altrimenti) per dipingere uno dei più grandi capolavori del Rinascimento: gli affreschi della volta nella Cappella Sistina in Città del Vaticano. Tra l’altro, al Metropolitan Museum di New York sono conservati alcuni disegni, gli Sketchbooks I-II, che Pollock fece all’inizio della sua carriera in riferimento proprio agli ignudi della Cappella Sistina.
L’arte americana del XX secolo e la storia della hulla del Rinascimento (per dirla in dialetto fiorentino) si incontrano in un’unica e originale esposizione di dipinti e spazi multimediali, questi ultimi realizzati per favorire una maggiore interazione del visitatore con la mostra.
Ma c’è di più. Vuoi provare a dipingere proprio come Pollock? Nel 2003 l’artista greco Miltos Manetas ha progettato Readymade Websites, una serie di opere già realizzate (come suggerisce il titolo), ma rivisitate in chiave digitale come Jacksonpollock.org. Dai libero sfogo alla tua creatività! Muovi il mouse per dipingere e clicca sulla tela virtuale per usare i colori random.
Un bellissimo readymade con cui personalizzare i tuoi oggetti e perché no, anche i tuoi social network (es. il mio account Twitter). Inoltre, è disponibile l’app Random Pollock per iPad e iPhone. Buon divertimento!
 
Per vedere le immagini:
http://www.wired.it/play/cultura/2014/04/15/da-michelangelo-manetas-linquietudine-di-pollock-mostra-firenze/ 
 

ARTE, PSICOANALISI E ADOLESCENZA

di Matteo Cappellini, lecconotizie.com, 14 aprile 2014
La creatività è uno di quei doni che dovrebbero essere per tutti. È un dono perché è qualcosa che si riceve, che deve esserci trasmesso.
Nasciamo come oggetti della creatività di qualcuno, perché qualcuno ci ha voluto, ci ha desiderato, ha pensato e preparato un posto per noi.
Siamo in primo luogo l’opera d’arte dell’altro…quando va bene.
Perché se nessuno ci crea con la pasta del proprio desiderio, ma ci getta semplicemente nel mondo, più che un dono, rischia di stabilire una condanna.
Dovrebbe essere per tutti allora, ma non è detto, non è scontato.
I fatti lo dimostrano.
Dove c’è debolezza del discorso genitoriale in cui il soggetto nasce, quando chi detiene la responsabilità di una nuova vita non pone le condizioni perché si apra un posto inedito per chi sta per giungere sulla scena del mondo, gli effetti sono deleteri.
E’ una constatazione che può essere confermata ogni volta che si ascolta la storia di una persona che manifesta gravi difficoltà soggettive a costruirsi una modo sostenibile per affrontare la propria esistenza.
Essere stati oggetto della creatività dell’altro allora è il dono che bisogna augurarsi di ricevere perché è la condizione per poter essere, per poter diventare soggetti, a nostra volta, della creatività.
Ognuno di noi infatti, se vive con passione e con gusto la propria vita, ha una creatività dentro se.
Ognuno di noi, se non è troppo schiacciato dai condizionamenti in cui necessariamente è preso e riesce a salvaguardare un margine in cui giocare la partita della propria esistenza, sviluppa un rapporto creativo con la realtà.
Non c’è bisogno di essere un artista.
La creatività infatti non è affatto una prerogativa dei pochi eletti che vengono nominati con questo appellativo, ma è piuttosto una funzione che si manifesta in ognuno di noi tutte le volte che riusciamo a dare una forma, la nostra forma, a noi stessi e a ciò che ci circonda.
Ognuno di noi cioè è chiamato a costruire la propria particolare realtà, fin da subito.§
Si pensi a un bambino che gioca.
Si pensi alla fantasia.
Si pensi ai sogni.
Ma qual è l’età dove la funzione della creatività diventa cruciale?
L’adolescenza.
Perché?
L’adolescenza è quel tratto della vita dove il soggetto deve inventare dei nuovi modi di vivere.
Lasciare lo scenario che gli altri hanno predisposto per lui e scegliere un proprio stile, istituire il proprio modo personale di intendere le cose.
L’adolescenza è una crisi, un dramma.
C’è da distruggere e da ricostruire, c’è da scegliere.
L’adolescenza è il tempo della ribellione, il tempo del conflitto, il tempo in cui è possibile deviare.
Il tempo in cui bisogna deviare.
Se fino a quando si è bambini ci si può accontentare del baricentro fornitoci dagli altri, si può vivere per soddisfare le domande dei genitori, si può trovare la propria identità aderendo a ciò che gli altri vogliono che siamo, nell’adolescenza tutto quello che è stato acquisito e che ci è stato trasmesso deve essere messo in discussione.
Ciò che era una garanzia per il soggetto deve essere abbandonato, il rischio che comporta la vita deve essere accettato in prima persona.
Non è poco, anzi.
E non è un caso infatti che questo crocevia strutturale dell’esistenza sia anche un punto fecondo per il manifestarsi di una molteplicità di forme del disagio contemporaneo.
Per un verso infatti può succedere che l’adolescente agisca questo complicato processo di separazione in modo drastico, spezzando ogni rapporto da cui prima dipendeva, rifiutando ogni tipo di dialogo, scagliandosi violentemente contro ogni tipo di limite e di legge, con l’esito di non riuscire poi a strutturarne una propria.
Al contrario invece può succedere che l’adolescente decida di abdicare al suo destino rivoluzionario per permanere in una dipendenza infinita, rimanere nel mondo dell’infanzia, cedere rispetto alla possibilità di guadagnarsi una propria libertà, preferendo sostare in una sorta di schiavitù dai propri legami familiari.
Segni di un’adolescenza interminabile che, in fin dei conti, è uno dei tratti che maggiormente caratterizza la nostra epoca.
Che legame c’è allora fra adolescenza e sofferenza soggettiva?
Perché è così difficile per gli adolescenti di oggi trovare la propria strada?
Come deve fare un adolescente? E come si deve fare con gli adolescenti?
Come la creatività, nelle sue varie forme, si articola con questa fase di passaggio e con il percorso di vita di ognuno di noi?
È allo scopo di poter dialogare attorno a tali questioni che Jonas Como, Centro di clinica psicoanalitica, ha deciso di organizzare un’iniziativa dal titolo “Mettersi in forma – Un viaggio nel territorio della creatività attraverso arte, psicoanalisi e adolescenza”.
Tre serate, organizzate in collaborazione con Nerolidio e Camera Box, dedicate appunto al mondo degli adolescenti e a come provare ad entrare in rapporto con loro attraverso la musica, la fotografia, la poesia e la psicoanalisi.
L’iniziativa si aprirà mercoledì 16 aprile alle 20.45 con «Still Waiting – La musica che ancora non è stata scritta»Massi (voce e basso dei The Leeches), Luca Castelli (cofondatore Nerolidio) e Luca Ciusani (psicologo Jonas Como) dialogheranno intorno alla funzione della creatività, nella musica in particolare, in relazione all’adolescenza e al trovare la «propria strada». Ci sarà spazio anche per la musica dal vivo con Massi che suonerà alcuni dei suoi pezzi.
Mercoledì 14 maggio seguirà una serata organizzata in due parti: alle 20.45 «La scelta del soggetto» con Camera Box e Anna Amati (psicoterapeuta Jonas Como), dove a partire dall’esposizione di alcune foto, si cercherà di indagare il processo che porta alla realizzazione dello scatto ricercato e alle 21.45 con «Il poeta precede sempre lo psicoanalista. In che modo?» si avrà modo di ascoltare Mauro Fogliaresi (poeta, giornalista, scrittore – Associazione Oltre il Giardino) conversare con Roberto Pozzetti (psicoanalista Jonas Como).
In fine, l’ultimo appuntamento è fissato per mercoledì 28 maggio alle 20.45 con «L’adolescenza e le fondamenta dell’età adulta» dove, attraverso la presentazione del libro «Il disagio della giovinezza. Psicoanalisi dell’adolescenza», parlerà con l’autore Francesco Giglio (psicoanalista, docente Irpa, membro ALIpsi, socio Jonas) Vincenzo Marzulli (psicoterapeuta e presidente Jonas Como).
I tre appuntamenti si terranno al Nerolidio Music Factory, a Como in via Sant’Abbondio 7.
Per informazioni si può contattare Jonas Como Onlus (031/266400 oppure 346/6224094).
L’ingresso è libero e gratuito…l’invito è rivolto a tutti coloro che, mossi dalla curiosità del bambino, dal fuoco dell’adolescenza o dalla responsabilità dell’adulto, hanno voglia di fare un viaggio nel territorio della creatività e vedere quali incontri si possono fare.
http://www.lecconotizie.com/rubriche/caleidoscopio/arte-psicoanalisi-e-adolescenza-165381/   

RECALCATI, IN DIFESA DELL’AMORE CHE NON VUOL MORIRE. “Non è più come prima” un elogio del perdono nella vita a due per resistere all’usura della passione e alle tentazioni del tradimento

di Egle Santolini, lastampa.it, 15 aprile 2014
Ci vuol coraggio a mettere d’accordo le vertigini verbali di Lacan con l’idea di bestseller, cioè con l’aspirazione a raggiungere un pubblico non soltanto di specialisti. Eppure Massimo Recalcati, psicoanalista e scrittore, uno al quale la parola coraggio piace molto, ci sta riuscendo. Dopo il successo del suo Il complesso di Telemaco, il recente Non è più come prima è entrato nella classifica dei libri più venduti, oltre che nelle scalette dei talkshow televisivi. C’entra un sottotitolo piuttosto irresistibile, «Elogio del perdono nella vita amorosa»: chi non si è ritrovato, prima o poi, nella circostanza di perdonare o di essere perdonato? E conta la capacità di intrecciare le suggestioni linguistiche del Maestro («encore» che sconfina in «un corps», l’irripetibilità della relazione amorosa stabile che vive di continue, gioiose ripetizioni) con una buona dose di riferimenti culturali più accessibili, dall’ultimo Tornatore ai corsi di degustazione in Langa, dagli Sdraiati di Michele Serra ai romanzi di Cormac McCarthy.
Ci sono infine, dopo la più lunga parte saggistica, quelle 25 pagine in corsivo intitolate «Diario di un dolore», prima prova narrativa compiuta dell’autore, che racconta di un signore freudianamente chiamato O., astrofisico di rilievo internazionale, e del suo impatto col non senso del tradimento subito. Recalcati definisce O. come un «impasto letterario di materiali diversi: innanzitutto quelli di alcune storie di pazienti tratte dal mio lavoro di psicoanalista, rese irriconoscibili e amalgamate con elementi più autobiografici. Ne scaturisce un racconto che non vuole esplicare quello che la teoria prova a formulare concettualmente. Secondo l’insegnamento più classico della psicoanalisi, si tratta piuttosto di offrire attraverso la singolarità di un caso («clinico», o più radicalmente «umano»?) non la conferma della dottrina, ma il luogo da cui la dottrina sorge».
I lettori che non masticano troppo psicanalese forse correranno subito lì, a leggere di M., del suo tailleur azzurro, della sua improvvisa freddezza con O. dopo dieci anni d’amore e tre figli, con contorno di lettere anonime e notti insonni, e un certo gusto del feuilleton. Tuttavia, le emozioni più intense del libro noi le abbiamo trovate nella prima parte, dove la passione dello psicoanalista Recalcati assume le difese dell’amore «che lascia il segno» e «che non vuol morire». È una presa di posizione, come spiega lui, anticapitalistica e anticonsumistica, contro il culto neolibertino del Nuovo con la enne maiuscola, perché «al posto del patto simbolico che lega gli amanti – di cui la fede nuziale è un simbolo alto – si afferma un cinismo disincantato che vede ogni legame come «a tempo», destinato a scadere e a essere ricambiato da un nuovo legame». E dunque «si cerca il Nuovo che rompa l’abitudine, la noia del familiare, l’ordinarietà anonima delle nostre vite. Si cerca la spezia dell’innamoramento per condire una vita senza desideri». Si precipita, così, nella più noiosa delle coazioni, perché degli innamoramenti a ripetizione ci si stanca subito, riproducendo alla fine sempre le medesime modalità di relazione.
A questa regola dell’usa e getta, in un mondo che della fedeltà ha quasi imparato a vergognarsi, Recalcati contrappone la possibilità di un amore che si nutra di se stesso, rigenerandosi ogni giorno in quell’«encore» di cui parlavamo poco fa. Ma siccome nessuno può preservare neppure la coppia più coraggiosa dalla possibilità del tradimento, e di «un’altra esperienza affettiva nel segreto e nello spergiuro», ecco l’invito a combattere la battaglia più difficile, cioè quella della ricomposizione del trauma.
Non si tratta di un gesto pietistico, né di un processo provocato dal pentimento del traditore: «Non sarà mai quello che farà l’Altro a rendere possibile il nostro perdono», scrive Recalcati, che indica una strada più impervia ma anche più affascinante. Si perdona al partner di cui si riconosce la libertà di ottemperare alla propria legge del desiderio; lo si fa, quando il tradito riesce a compiere un lungo lavoro di raccoglimento e di analisi su se stesso, che lo porta a «rinnovare la fiducia, a rinnovare il dono della promessa».
Non ha poca importanza, nella riflessione teorica di Recalcati, il riferimento all’episodio evangelico dell’Adultera, che compare sia nella sezione saggistica che nella sezione narrativa. Ma è importante segnalare come anche le esigenze di chi perdonare non sa, o non vuole, siano accolte e comprese. Non è più come prima (e il titolo fa riferimento sia alla frase malefica che segnala la crisi, sia alla possibilità di una rinascita consapevole) non è né un manuale di selfhelp né un protocollo di accusa. Ma un atto di fiducia, realistico, sul futuro della coppia.
http://www.lastampa.it/2014/04/15/cultura/tuttolibri/recalcati-in-difesa-dellamore-che-non-vuol-morire-afaD9xOeEhVKAS4xuXQ90L/pagina.html 

IL SELFIE È UNA DELLE FORME PIÙ PERFEZIONATE E COMPLETE DI NARCISISMO CHE RIAFFERMA E POTENZIA LA MANCANZA DI PUDORE E LA FINE DELLA PRIVACY

di Gianfranco Morra, italiaoggi.it, 16 aprile 2014
Noi, provinciali, dicevamo «autoscatto». Nel 2005 l’anglomania ha vinto con la parola selfie, ora sacralizzata dall’Oxford Dictionnary e dalla Treccani. L’usanza di autofotografarsi risale a cento anni or sono, ma solo i nuovi strumenti tecnologici, come smartphone e tablet, l’hanno resa facile e immediata. E altri strumenti, come Facebook e Instagram, ne consentono una rapida ed efficace pubblicizzazione. Milioni di utenti offrono la propria foto o quella di alcune parti di sé (viso, muscoli, fondoschiena, organi sessuali) oppure insieme ad altri (selfie group), la cui vicinanza garantisce prestigio sociale. Di recente abbiamo visto i selfie con Obama del campione di baseball David Ortiz, con Renzi dei due compagni Dolce e Gabbana, con Francesco dei ragazzi brasiliani (papal selfie). Non ne mancano a luci rosse, autofotografie di coppia, che vengono poi trasmesse nei social network anche per pubblicizzare l’offerta di prestazioni (aftersex selfie).
Sarebbe facile cavarsela dicendo che si tratta di scemenze. Che lo siano, può essere vero, ma la cosa più importante, non è che ci sono, ma «perché» ci sono. L’autoritratto, che il pittore faceva di sé davanti a uno specchio, apparteneva ad una certa epoca, quella moderna, in cui la pittura aveva perso la dimensione sacra ed era divenuta sempre più espressione di valori mondani e personali. L’autoritratto, prima camuffato da personaggio del quadro, fa la sua comparsa autonoma nell’epoca rinascimentale, che fu individualistica e vide nascere il genio pittorico (Dürer si raffigurò come Cristo). E trionfò nel Seicento, secolo dell’ottica e degli specchi.
Anche il selfie è una delle espressioni che mostrano con evidenza lo spirito dei tempi, ossia i valori della nostra epoca postmoderna. La cui tendenza prevalente, come aveva capito nel 1979 Christopher Lasch, è di essere La cultura del narcisismo (Bompiani). Che non è l’amor di sé, l’egoismo borghese esaltato dagli scrittori neri del Sette e Ottocento. Il mal du siècle della postmodernità è l’impersonalità, accentuata dalla perdita dei legami associativi vitali. Essa può essere superata solo trovando ascolto dagli altri e cercando protezione nel carisma dei potenti.
Narciso, che il mito greco aveva rivelato e Freud applicato all’analisi della psiche, è ora il modello comune di tutti gli uomini, in un mondo che non è più una terra da sottomettere (mercanti, cambiavalute, esploratori, imprenditori), ma uno specchio in cui ammirarsi. Le vecchie fonti della educazione sociale (famiglia, religione, scuola, corporazione) sono state pensionate e sostituite da un Welfare State, che non offre alcuna resistenza al narcisismo, anzi lo favorisce «dall’utero al sepolcro». Come per Narciso (che Marcuse ha sostituito al Prometeo marxiano) la vita è soprattutto gioco autopoietico.
Narciso è dunque il denominatore comune, che consente di leggere costumi presentati come progressivi, dal femminismo alla gayetà, dalla droga libera all’aborto facile. Sesso come gioco, dunque, rigidamente gestito dalla produttività industriale, dall’industria culturale e dallo Stato materno. Un sesso liberato da ogni coinvolgimento emotivo. Vissuto, come peraltro ogni altra esperienza, nella apatia della quotidianità e dell’insicurezza.
Con l’uso no stop dei cosiddetti social network si cerca di superare la solitudine e cercare, se non trovare, sicurezza. Essi hanno sostituito la memoria del passato, in un presente senza tempo tinto, che dura quanto l’effimericità dei media, che informano solo per far subito dimenticare. La fotografia non è più l’impresa impegnativa del passato: prenotare la data, indossare il vestito migliore, mettersi in posa, sorridere, ritirare il giorno dopo il cartoncino, da conservare negli album adorni di pirografie, rivedere a distanza di decenni e lasciare agli eredi. L’istante di Kierkegaard, irruzione dell’eternità nel tempo, si è secolarizzata nello scatto: scatto ergo sum.
Il selfie è una delle forme più perfezionate e complete di narcisismo postmaterialistico. Che riafferma e potenzia la mancanza di pudore e la fine della privacy, invocata solo per giustificare nel privato ogni e qualunque comportamento. Esso dà l’illusione al postmoderno di avere una personalità e di aprirla agli altri. Le sue radici sono nel binomio insuperabile del tecnopolitano tra vittimismo risentito e impotente volontà di potenza. Diciamo meglio, con la psicanalisi, di masochismo e sadismo. Nel selfie il soggetto crea se stesso e si proietta fuori di sé. Non è l’Io di Kant, ma il minimal Self di Lasch: «In stato d’assedio l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo contro le avversità» (L’io minimo, Feltrinelli). Un io che si cerca nello specchio, come aveva capito Warhol: «Sono uno specchio che guarda in uno specchio. Ma non ci vedo nulla» (Sarò il tuo specchio. Interviste, Hopefulmonster).
http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1881621&codiciTestate=1 
 

AMARE È DARE ALL’ALTRO QUELLO CHE NON SI HA

di Umberta Telfner, blog.iodonna.it, 16 aprile 2014
Comincio con una frase di Lacan, psicoanalista francese post-freudiano che mette in discussione il pensiero comune e obbliga a pensare, ad uscire dagli schemi – e sapete quanto mi piace!! Ci dice che siamo inevitabilmente mossi dal desiderio di essere desiderati dagli altri, di essere riconosciuti e apprezzati. La domanda d’amore è quindi una domanda di senso in cui chiediamo all’altro di trasportarci in un altro luogo e di dare a noi un valore aggiunto, un significato che altrimenti non sentiamo di avere.
Cosa significa “dare all’altro quello che non abbiamo?” Se ci limitiamo a dare quello che abbiamo risponderemo all’altro in termini di contenuti, sul piano dell’avere anziché dell’essere, di chi siamo e come reagiamo al nuovo incontro. Risponderemo dando ciò che siamo e la continuità nostra nel tempo senza che la presenza “nuova” dell’Altro ci abbia perturbato. Sforzarsi di dare anche quello che non abbiamo significa donare all’altro ciò che la sua presenza nella nostra vita ha aperto come possibilità, come valore aggiunto in noi.  Significa mostrare la disponibilità a cambiare per l’altro, a esplorare percorsi diversi grazie al suo amore “nuovo”. Significa accettare le perturbazioni che possono seguite all’incontro, quello che l’altro con la sua alterità ci ha donato/aperto/chiesto/preteso/fatto emergere, dando accesso a nuove possibilità proprio attraverso la relazione con lui/lei. Significa mettere a disposizione ciò che ci ha dato l’incontro ma anche la mancanza che la sua vita ha aperto in noi.
Significa pensare che ogni relazione è perturbativa – nel bene e nel male – che dopo un incontro importante non saremo mai più uguali a prima e non torneremo uguali. Un incontro amoroso turba la nostra identità, crea perturbazioni che rimangono inscritte nel DNA, ci rende inesorabilmente differente. Per questo nessun amore è amore invano; per questo anche un amore che finisce è stato importante e ha costituito un valore aggiunto per cui ci troveremo cambiati.
http://blog.iodonna.it/umberta-telfener/2014/04/16/amare-e-dare-allaltro-quello-che-non-si-ha/   

UN LIBRO CONTRO FREUD E CONTRO GENITORI DISTACCATI E MAI TROPPO AMOREVOLI

di Redazione, mammamia.corriere.it, 18 aprile 2014
 
“Troppo spesso si parla di bambini in modo errato, senza alcun riferimento scientifico e soprattutto deleterio per i bambini stessi e per i loro genitori,” dice Alessandro Costantini, psicoterapeuta, sessuologo e psicologo giuridico che lavora come consulente tecnico di parte nei procedimenti per l’affidamento dei figli e nei casi di presunto abuso sessuale o maltrattamento nei confronti dei minori. Spesso, si mira ad una relazione con il bambino che sia distaccata e mai troppo amorevole.
Costantini ha deciso quindi di scrivere un libro contro un approccio educativo molto diffuso nella nostra società — basato sull’utilizzo di castighi, punizioni corporali, regole rigide, manipolazione, induzione di paure, sottrazione d’amore, isolamento, disprezzo e mortificazione del bambino.
“’Meravigliosa Infanzia. Dalle menzogne di Freud alle verità sul bambino‘ è sostanzialmente un libro contro la ‘pedagogia nera’, che parte dalle teorie di Sigmund Freud sul bambino, per poi arrivare ad altri “pedagogisti neri” come Eduard Estivill (autore di ‘Fate la Nanna’) e “tate” varie che riempiono quotidianamente la nostra televisione e le nostre librerie,” spiega Costantini.
“Sono approcci all’infanzia che non hanno alcuna validità scientifica, che vengono spacciati “per il bene del bambino”, ma che in realtà lo danneggiano pesantemente nel suo sviluppo; l’unico “bene possibile” è evidentemente quello dell’adulto che, con queste teorie e questi metodi, va a soddisfare i propri conflitti personali a monte scaricandoli a valle sui bambini e sui loro genitori”.
Anche i non addetti ai lavori conoscono Freud, magari anche solo alcuni concetti quali “complesso di Edipo”, “Es, Io e Super Io”, etc. I riferimenti a Freud li troviamo quotidianamente non solo nella pratica clinica, ma anche nei tribunali, nelle scuole, nei media e nella letteratura.
“Il problema non è il fatto che Freud parli di una attività psichica “inconscia”: questo infatti è assolutamente vero, anche il mio orientamento professionale è ‘psicoanalitico’, per cui l’inconscio esiste ed è importante analizzarlo,” continua Costantini. “Il problema è un altro: cosa ha messo Freud in questo inconscio. Ha messo dentro la testa dei bambini e di ognuno di noi tante brutte cose. Probabilmente non tutti lo sanno, perché Freud lo conosciamo un po’ tutti, ma in pochi lo abbiamo davvero studiato e approfondito, ma quello che ha scritto sul bambino è atroce.
Si parla di un bambino “perverso”, “crudele”, con delle forti “pulsioni sessuali” sin dalla nascita, con un forte desiderio di avere rapporti sessuali con il genitore del sesso opposto (Edipo); lo si definisce addirittura “malizioso”, con una intensa “attività masturbatoria” (anche anale), addirittura lo si paragona ad una “prostituta”. Queste cose non tutti le sanno ma, credetemi, basta leggere attentamente molte delle sue opere per riscontrare queste scelleratezze.”
Secondo Costantini, le teorie di Freud sul bambino sono addirittura “molto vicine ad una forma di ‘apologia della pedofilia’. Si spiega dicendo: “Se leggete cosa dicono i pedofili del bambino, troverete le stesse identiche tesi: bambino desideroso di sesso e già con una sua consapevolezza sessuale; una “normale” attrazione sessuale tra adulto e bambino; una ‘normale spinta incestuosa’ tra genitori e figli; una ragazzina abusata da un adulto che dovrebbe ‘eccitarsi’ invece di spaventarsi e che per questo viene etichettata come ‘isterica’ (il caso di ‘Dora’).”
“Mi preme sottolineare un punto: Freud non ha mai esplicitamente affermato che la pedofilia è normale, ma è evidente che ha gettato le basi per arrivare con facilità a questo. E molti infatti oggi ancora lo citano per avallare le proprie perversioni (“L’ha detto Freud!”); nel libro parlo anche di questo. Freud parla di bambini, senza aver mai, come hanno fatto invece gli studiosi dopo di lui, osservato e lavorato attivamente e sistematicamente con bambini.”
I punti principali del libro sono in realtà pochi, chiari e molto semplici. “Gli approcci educativi basati sui pilastri della pedagogia nera non hanno, per fortuna, alcuna validità scientifica e sono estremamente dannosi per i piccoli,” dice Costantini, aggiungendo: “Non vanno assolutamente seguiti.”
Nella seconda parte del libro parlo delle ‘verità sul bambino’, che altro non sono che i risultati di numerosissime e validate ricerche scientifiche che hanno letteralmente smontato le teorie di oscuri personaggi come Freud e di altri come lui. “Faccio un semplice esempio,” dice Costantini. “E’ scientificamente dimostrato come un bambino cullato, amato, soddisfatto in tutti i suoi normali bisogni di bambino, diverrà da adulto una persona forte, equilibrata e indipendente, in grado di amare e di essere amato. Nell’ottica della pedagogia nera si afferma esattamente il contrario: un bambino coccolato sarà un adulto insicuro, fragile, smidollato, un eterno “Mammone”. Questo, parlando seriamente e scientificamente, non è assolutamente vero. E’ esattamente vero il contrario.”
La nostra società, seppur in modo molto meno forte rispetto ad alcuni anni fa, sembra essere ancora troppo influenzata dalle teorie di Freud. Perché?
“Ci sono a mio avviso due grandi spiegazioni. La prima è semplicemente legata al fatto che Freud è stato il primo vero “psicologo”, ha scritto tantissimo, sicuramente è stato molto abile nel saper vendere le proprie teorie e, sostanzialmente, ha potuto fare il bello e il cattivo tempo per un lungo periodo storico e culturale. Dopo Freud, però, il suo “castello di carta” è crollato. Bisogna davvero fare un duro lavoro di rimozione per non vedere questa realtà. E molti, ancora oggi, “rimuovono”. E qui arriviamo alla seconda spiegazione del perché Freud ancora influenza la società di oggi.
“Come sostiene Alice Miller, c’è una ‘cecità emotiva’ che spinge delle persone a non vedere, a non riconoscere e a non esprimere le proprie sofferenze infantili. Questo le spinge a non vederle neanche nell’altro, a cominciare dai bambini. Una cultura “contro il bambino” diventa dunque l’unica strategia per mantenere in vita questa cecità, per non toccare la propria sofferenza e in definitiva per avallare un pensiero ed un metodo che permette di non ‘vedere’ il bambino per quello che realmente è. Nel libro ho documentato le falsificazioni che Freud ha messo in atto rispetto alla perfetta guarigione dei suoi famosi casi clinici e le vere e proprie ‘bufale’ spacciate come verità assolute da lui e dai suoi più agguerriti seguaci. Ho provato anche a collegare le sue sofferenze infantili con la creazione e la diffusione di una cultura adultocentrica e perversa, che annulla il bambino e salvaguarda l’adulto da ogni responsabilità nei suoi confronti.”
Per quanto riguarda consigli per neomamme e neopapà, Costantini dice chiaramente: “I cosiddetti ‘manuali per essere genitori’ sono inutili e deleteri. Tutto quello che c’è da sapere è già scritto dentro di loro ed hanno dunque già tutti gli strumenti naturali per ‘essere’ (e non per ‘fare’) dei bravi genitori. Ricordiamoci, inoltre, che ogni rapporto tra genitore e figlio è unico e irripetibile e che ognuno di noi dovrà creare il proprio rapporto affettivo con il proprio bambino.”
Lo psicologo vuole dare solo un consiglio: “Prendendo spunto dalle parole di Donald Winnicott, ‘il prototipo di tutto il prendersi cura del bambino è nel tenerlo in braccio’, posso solamente dire: guardate il vostro bambino, accarezzatelo, abbracciatelo, parlategli in tono amorevole, baciatelo, giocateci, dedicategli il vostro tempo, tenetevelo il più vicino possibile, ‘veneratelo’. Vedrete che vi ripagherà non col diventare ‘viziato’, ‘capriccioso’ o da adulto, uno ‘smidollato mammine’, ma al contrario con una personalità sana, forte ed equilibrata. Vostro figlio non potrà far altro che ricordare tutto il vostro amore e per questo ringraziarvi ogni giorno della sua vita.”
Alessandro Costantini è il responsabile per il Lazio del Movimento per l’Infanzia — un’associazione che da anni si batte per i diritti dei bambini.
http://mammamia.corriere.it/2014/04/18/un-libro-contro-freud-e-contro-genitori-distaccati-e-mai-troppo-amorevoli/ 

GIOCHI: RIVOLTELLA (CREMIT), LA VIOLENZA FICTIONAL PREDISPONE A QUELLA “VERA”

di Redazione, liberoquotidiano.it, 19 aprile 2014
“Consumare violenza fictional può produrre, per modellamento, una maggiore predisposizione all’uso di quella stessa violenza”. È quanto sostiene Pier Cesare Rivoltella, docente all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Cremit, Centro di ricerca per l’educazione ai media, alle informazioni e alla tecnologia.
Una vecchia teoria freudiana sostiene, spiega Rivoltella all’Adnkronos che “consumare violenza fictional serve a scaricare il livello di violenza effettiva. Quindi c’è la posizione di chi dice ‘lasciateli giocare perchè così scaricano l’aggressività attraverso la violenza del videogioco e non la scaricheranno più con i loro compagni di gioco’. Di fronte alla teoria molto più antica che risale alla catarsi tragica aristotelica, ripresa poi da Freud e dalla psicanalisi del ’900 – osserva – ci sono poi prospettive più recenti, come quella di Albert Bandura basata sull’ipotesi del modellamento”.
Un’ipotesi, prosegue Rivoltella “che richiama l’attenzione dei genitori e degli educatori sul fatto che consumare violenza fictional produrrebbe, per modellamento, una maggiore predisposizione nel bambino che gioca con videogiochi molto violenti fin da piccolo all’uso di quella stessa violenza. In particolare se a questo modellamento si aggiunge la frustrazione”.
http://www.liberoquotidiano.it/news/cronaca/11597962/Giochi–Rivoltella–Cremit-.html 

UN PO’ FOSCOLO UN PO’ FONZARELLI, COSÌ RECALCATI VA A MENAR LACAN PER L’AIA

di Guido Vitiello, Il Foglio, 19 aprile 2014*
 
Chi consolerebbe, oggi, Luigia Pallavicini caduta da cavallo? Che domande! Massimo Recalcati disceso dalla moto. T’imbatti, in libreria, nella locandina gigante del suo ultimo saggio e non riesci a staccare lo sguardo da quel giubbotto di pelle nera su maglia nera, da quel bavero rialzato, da quella barba di tre giorni, da quegli occhi di picaro romantico, da quel ciuffo tenuto su col gel. E allora immagini la Harley-Davidson parcheggiata dietro la sagoma di cartone, e capisci di avere davanti l’ultimo rampollo, appena un po’ attempato, di una grande famiglia di bad boys dal cuore d’oro che dal Marlon Brando del Selvaggio discende ad Arthur Fonzarelli. Ma vedi pure che quella fonzietudine è mitigata da un non so che di foscoliano (non sarebbe il titolo perfetto di una tragedia del Foscolo, il “Recalcati”?), da una tempestosa dolcezza, da un pensoso e quasi commiserante narcisismo; e allora dimentichi il giubbotto, ripensi piuttosto a quelle sue camicie bianche sbottonate sull’irsuto petto, e al crin fulvo, e agli occhi incavati intenti, e già lo vedi che appresta i balsami beati per la marchesa Luigia. O per il principe Eugenio, di cui si china a commentare, nell’occasione del novantesimo genetliaco, le ultime lettere del Racconto autobiografico. I toni qui s’infiammano, e ti pare di rileggere l’ode a Bonaparte liberatore. Perché stupirsene? Eugenio non avrà creato un Impero ma ha pur sempre fondato una Repubblica, e lo psicoanalista firma di Rep., scrivendone su Rep., non può che cantarne la grandezza, al rintronar di trombe e di timballi, in perfetti endecasillabi lacaniani: di Scalfari loda il coraggio e il desiderio di avventura, il senso dei Lari familiari, il Wunsch dello scrittore, e quel fuoco illuminista che “è l’ispirazione fondamentale da cui è nata l’impresa straordinaria di Repubblica”.
Ma già che in una Repubblica, sia pure cartacea, lo psicoanalista di corte è una contraddizione in termini, un retaggio dell’antico regime, bisogna saper andare verso il popolo. Si va allora a menar Lacan per l’aia, da un festival a un talk-show, da una rubrica culturale a un fabiofazio. L’impresa non è facile, come sa chi abbia aperto (e subito richiuso) i tomi del Seminario; ma neppure impossibile, se sul suo stesso giornale scrive una che è riuscita a trasformare Lacan nella posta del cuore. Recalcati, a onor del vero, lo fa con ben altro stile. Dategli in pasto qualunque tema d’attualità, Renzi, il Pd, Grillo, la crisi, Papa Francesco, e lui lo passerà nella sua affettatrice a tre lame – il Padre, il Desiderio, la Legge – triturandolo fino a farne un omogeneizzato.
A volte dà consigli da buon curato di campagna, raccomanda di puntare sull’amore duraturo anziché inseguire le sirene del nuovo; ma aggiunge subito che sono consigli “pasoliniani” (il lasciapassare con cui, a sinistra, si riescono a far viaggiare idee di destra). Altre volte l’affettatrice opera più a fondo, e ti trovi non sai come davanti a frasi psichedeliche come questa: “Berlinguer ha storicamente vinto su Deleuze”; e hai voglia a tentare di stargli dietro mentre ti spiega il perché e il per come, mentre ti dice che le macchine desideranti sono state fagocitate dal discorso del capitalista e dalla mutazione antropologica pasoliniana a cui bisogna contrapporre l’alternativa etica della questione morale… Lui mena Lacan per l’aia ma ormai il danno è fatto, e quell’immagine da fantascienza giapponese, Berlinguer contro Deleuze, King Kong contro Godzilla, non ti uscirà più dalla mente, ti rincorrerà perfino nei tuoi incubi. Chi ti consolerà, allora? Che domande! Massimo Recalcati disceso dalla moto.
*La fonte del pezzo è il blog dell’autore: 
http://unpopperuno.com/2014/04/20/menar-lacan-per-laia-su-massimo-recalcati/  
 

DSM – 5. LE TAVOLE DELLA DISCORDIA

di Vittorio Lingiardi, Il Sole 24 Ore, 20 aprile 2014
Dal 1952, in media ogni 15 anni, l’astronave Dsm, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dell’American Psichiatrie Association (Apa), atterra sul pianeta degli psichiatri e dei loro pazienti, cioè tra noi. Ora è la volta della quinta edizione, di cui su queste pagine si è più volte parlato. Da oggi, chi vorrà consultarlo in italiano potrà farlo, nell’edizione introdotta da Mario Maj, curata da Massimo Biondi, fortemente voluta dall’editore Raffaello Cortina e realizzata a tempo di record grazie al coordinamento editoriale di Raffaella Voi.
Come sempre, ma questa volta di più, l’uscita del Manuale è stata accompagnata da discussioni, petizioni, attese messianiche e boicottaggi annunciati. E da notevoli conflitti interni all’Apa (il caso più noto è quello dei disturbi di personalità, che dovevano essere rivoluzionati e invece sono rimasti gli stessi, salvo l’aggiunta di un complicato modello alternativo ancora tutto da mettere alla prova).
Non è difficile immaginare la varietà di inclusioni ed esclusioni diagnostiche che i vari Dsm hanno visto nel corso del tempo. Edizioni che hanno rispecchiato le tendenze scientifiche del momento e le loro inevitabili implicazioni politiche. L’approccio è sempre di tipo medico, ma il passaggio dalla psichiatria dinamica delle prime edizioni a quella biologica delle ultime è stato inesorabile. Come pure l’aumento del numero delle diagnosi e delle pagine. Pagine che per alcuni portano ordine e razionalità nel mondo delle diagnosi (e delle terapie, altrimenti impensabili), per altri portano superficialità, «oggettivismo autoritario», medicalizzazioni inutili, grandi guadagni per le case farmaceutiche.
Uno stimato psichiatra inglese, Peter Tyrer, ha causticamente sciolto l’acronimo Dsm in Diagnosis as a Source of Money o nella variante Diagnosis for Simple Minds.
Alien Frances, deus ex-machina del Dsm-IV, al Dsm-g ha dedicato due libri dai titoli eloquenti: Non curare chi è normale (Boringhieri, 2013) e La diagnosi in psichiatria. Ripensare il Dsm-5 (Cortina, 2014, in libreria a maggio.). Attenzione però a non usare il suo lavoro in funzione antidiagnostica. Frances critica, anche severamente, alcuni aspetti del Dsm-5 (in particolare l’iper-diagnosticisimo), ma rimane un grande sostenitore dell’importanza della diagnosi.
Veniamo al manuale (un’accurata recensione ragionata scritta da Paolo Migone la trovate sulla rivista «Psicoterapia e Scienze Umane», n. 4/2013). Prima di tutto la sua struttura. Tre sezioni: principi fondamentali, criteri diagnostici e codici, nuovi modelli e strumenti. Una delle novità principali è l’abbandono del sistema multiassiale (nella precedente edizione il paziente era valutato su cinque assi indipendenti: disturbi clinici, disturbi di personalità, condizioni mediche, problemi psicosociali, valutazione globale). Questo anche per rendere il Dsm-5 più coerente con il sistema diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Icd. Altra novità è l’abbandono di un approccio rigidamente categoriale (presenza/assenza di un disturbo) e l’introduzione di aspetti dimensionali (tratti e sintomi considerati lungo un continuum di intensità). Innovativa è anche la presentazione dei disturbi in base all’età d’esordio. Nuove sono la formulazione culturale del caso e la Scheda di Valutazione delle Disabilità dell’Oms (altre scale di valutazione sono disponibili Online). Impossibile riassumere in poco spazio i cambiamenti dei vari quadri clinici (in particolare dei disturbi dell’umore, d’ansia, dell’adattamento, dell’identità di genere – quest’ultimo passa, con implicazioni sociali notevoli, da disturbo a disforia). Da segnalare l’esistenza di un piccolo Dsm-5 companion, presto disponibile in italiano, dedicato all’esame diagnostico, con una sezione, udite udite, dedicata alla costruzione dell’alleanza con il paziente.
D’altro canto, molte sono le critiche. Mi limito a dei cenni. Alcune diagnosi sono problematiche, soprattutto se applicate in modo meccanico e pedante; per esempio quelle che implicano la connotazione di «dirompente» (applicata a comportamenti, impulsi, condotte, umore – soprattutto nell’infanzia); il disturbo neurocognitivo lieve nell’anziano (da molti giustamente considerato fisiologico e quindi da non caricare di allarme diagnostico); l’accorpamento delle diagnosi di abuso e dipendenza da sostanze. Al Dsm-5 Frances rimprovera di alimentare la confusione tra un lutto e un episodio depressivo, anche se una nota dettagliata mi sembra fornisca indicazioni precise (pag. 146, edizione italiana). Infine, viene “rimossa”, e questo sì è un passo indietro, la Scala per valutare i meccanismi di difesa.
La complessità delle operazioni diagnostiche e la loro manualizzazione non può essere banalizzata in posizioni unilaterali pro o contro il Dsm. Anche perché c’è il rischio che questa polarizzazione nasconda atteggiamenti perniciosi (antidiagnosticismo radicale, opposizione mente-cervello, antipsichiatria naif, ecc.). Un contributo semplice, ma ragionevole, è ricordare che il problema non è se il Dsm è buono o cattivo, ma se viene usato bene o male. Distinguere tra carta geografica e esperienza del viaggio; tra diagnosi, assessment e formulazione del caso. Come sempre, insomma, è il clinico che fa la diagnosi. Sappiamo bene, con Virginia Woolf, che «you can’t sum up people» (non si può sintetizzare la gente). Se il clinico è ottuso, burocratico o disumano, lo sarà indipendentemente dagli strumenti che adotta.
Non sono però d’accordo con Eugenio Borgna, intervistato su «L’Espresso», quando banalizza il Dsm e lo liquida come una scorciatoia arrogante usata per sostituire il colloquio. Non vorrei che dietro la critica radicale al Dsm si annidasse un’avversione “umanistica” a ogni tentativo di costruire un manuale diagnostico fondato su ricerche empiriche. La frase «loro saranno anche scientifici, ma noi curiamo le persone» è pericolosa e può confondere le idee. Chi di noi non ama Rilke? Ma non si può diagnosticare la depressione con Rilke, né un disturbo di personalità con Dostoevskij.
Usate il Dsm insieme ad altri sistemi diagnostici (per esempio il Manuale Diagnostico Psicodinamico, Pdm, o l’assessment Swap per la personalità) e non consideratelo un Vangelo. Il Dsm permette di scattare una prima foto del paziente, di confrontarsi con dati epidemiologici, di organizzare campioni clinici per la ricerca, di condividere un linguaggio (nel tentativo di proteggere i pazienti dai danni della diagnostica “creativa”). Poi, se non sapremo guardare e ascoltare, comprendere e comunicare, non solo con il paziente, ma anche con noi stessi e con i nostri colleghi, la colpa sarà nostra, non del Dsm.
https://www.facebook.com/pages/Nilalienum-Edizioni/123058807814602
 
IL TESTO INTEGRALE DELL'ARTICOLO DI COMMENTO A SOGNO DI GIOVANNI PASCOLI 
di Walter Siti, temi.repubblica.it, 20 aprile 2014
Nessuno in Italia prima di Pascoli era riuscito a intonare poesia mantenendo così basso il registro linguistico; lo stile si solleva dalla prosa di tutti i giorni grazie a pochissimi artifici ben collaudati. In primo luogo le ripetizioni, ben sei in otto versi (nel… nella; stanco… stanco; al… ai; tornavo… tornato; gran… gran; mamma… mamma); poi ingorghi fonetici e false parentele (nella-nulla; mutato- muta), bipartizioni bilanciate come ai vv. 5 e 6, e una classica dieresi al v. 3. Gli endecasillabi si distendono senza sforzo in uno schema metrico di assoluta semplicità, due quartine a rima alternata. Pascoli sogna di tornare per un attimo nella vecchia
casa di San Mauro, dove ha lasciato i suoi morti: il padre, la madre, tre sorelle e due fratelli. È stanco per il viaggio della vita, sa di tornare in una casa di fantasmi; ma l’ultima consolazione, rivedere la madre almeno in sogno (stando in collegio a Urbino non aveva potuto salutarla nella bara), gli è negata dall’amore e dalla sollecitudine materna - è “di là”, intenta ai doveri di accudimento. Un’ellissi che strappa le lacrime per la nudità della constatazione («e lei, non l’ho veduta»); il macchinario onirico è bloccato da un’inesplicabile quanto indiscutibile censura inconscia: non sei ancora pronto, vedere mamma ti è vietato.
Nello stesso 1892 Pascoli scrive Gladiatores , un lungo poema in latino di quelli che mandava ai concorsi di Amsterdam: vi si parla di tre gladiatori, seguaci di Spartaco, alla vigilia della battaglia decisiva - uno di loro, il più vecchio, durante la notte sogna la madre (“miseram matrem”, povera mamma); un altro sogna anch’egli di tornare al proprio villaggio ma le forze gli mancano davanti al cortile di casa sua; grida e nessuno lo sente; la madre, finiti i lavori domestici, sta per uscire in cortile, già la porta gira sui cardini… ma suona la tromba dell’adunata e il gladiatore si sveglia. «Povera mamma!» sta anche in un abbozzo di prefazione alla terza edizione di Myricae, pure del 1892; lì Pascoli ricostruisce la vicenda del padre, freddato da una fucilata mentre tornava a casa col calesse - l’esclamazione si colloca subito prima dello sparo. Che relazione può esserci tra l’identificazione pascoliana con un antico gladiatore e la sua tragica vicenda familiare? Cesare Garboli ci ha spiegato che gli anni decisivi per questo nesso sono stati quelli tra il 1889 e il 1893, che lui definisce di “crisi del nido”.
Nel 1887 Pascoli era stato trasferito dal liceo di Massa a quello di Livorno e lì aveva chiamato a vivere le sorelle Ida e Maria; nel 1889 si era infatuato di una ragazza e per un istante aveva pensato di dichiararsi - forse autorizzata dall’esempio, anche Ida aveva mostrato interesse per un giovanotto. Pascoli, sconvolto perché inconsciamente innamorato di Ida, aveva subito rinunciato al pallido progetto di fidanzamento e brigato perché anche Ida lasciasse il giovanotto. Il “nido” si era così ricostituito ma all’insegna della malinconia e della rimozione. È in quegli anni di auto-imposta castità che Pascoli elabora il mito della propria tragedia familiare: è allora che fissa l’immagine eroica di se stesso come capofamiglia espiatorio, gladiatore deciso a sacrificarsi lavorando, rinunciando all’amore per portare sulle spalle il peso di tutti (compreso un fratello in perenne difficoltà economica). Quando Ida, insofferente della tetra atmosfera domestica, si sposerà e andrà a vivere altrove, Pascoli non presenzierà al matrimonio ma continuerà a versarle un assegno mensile.
Consumata la tragedia, il misterioso interdetto di comunicazione svanirà: nell’ Ultimo sogno ritrova la madre ancora silenziosa al capezzale di se stesso malato e sen- te nel brusio dei cipressi il rumore di un fiume «che cerca il mare inesistente». È un sogno di guarigione, ma la guarigione coincide con la morte. Nelle poesie del Ritorno a San Mauro (del 1897) Pascoli finalmente riuscirà a parlare con la madre morta - non solo a vederla ma a dirle quel che prima rimuoveva: «Io non son potuto crescere». Vedere la madre significherà immolarsi senza possibile ritorno, riempiendola di mille pazze promesse; e lei potrà rispondergli in nome di un desolato principio di realtà: niente è più possibile ormai, nella casa ci abita altra gente, io sto al cancello - e delle bimbe sei tu che devi dirmi qualcosa, io non ne so più niente.
A stretto rigor di termini quando qui, nel nostro testo, dice di esser tornato a suo padre, e ai morti, sembra escludere proprio le due sorelle ancora vive; ma tutto è sospeso e impreciso come accade nei sogni (non “da un viaggio” ma “come da un viaggio”). La descrizione è senza sbavature e nello stesso tempo impregnata di un’emozione arcana, dolcezza e angoscia si mischiano senza trovare sbocco. Non è solo il sentimento contrastato di chi rivede come fantasmi le persone che ha amato, è lo smarrimento di chi si è imprigionato da solo («ci siamo accorti tutti e tre», scrive in una lettera del 1892 a Severino Ferrari, «che abbiamo sbagliato nella somma la vita, e non si rinasce»). Non è un sogno ad occhi aperti tipo il Sogno d’estate di Carducci, è proprio l’immersione in una zona buia di cui non si è padroni, già pronta per Freud.
http://temi.repubblica.it/repubblicaspeciale-poesia-del-mondo/2014/04/18...
 
VIDEO

MASSIMO RECALCATI E FRANCESCO BRUNO A PANE QUOTIDIANO

VISIONARI: SIGMUND FREUD 
da rai.tv, 21 aprile 2014

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