GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Giugno 2014 V - Politica, filosofia, letteratura e... sport

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8 luglio, 2014 - 12:04
di Luca Ribolini
TUTTI SUL LETTINO! IL BIBLIOMANE DA FREUD
di Guido Vitiello, internazionale.it, 27 giugno 2014
Ero ancora tutto felice per aver trovato quella parola giapponese, tsundoku, il vizio di accatastare più libri di quanti sia umanamente possibile leggere, ed ecco che già ne scopro un’altra non meno bella: autobibliografia, ossia la storia di una vita raccontata attraverso i libri che l’hanno segnata e accompagnata. Genere pericoloso per un bibliomane, sulla cui testa incombe lo spettro di una rivelazione terrificante: che l’autobibliografia non sia poi così diversa dall’autobiografia, e che gli incontri con parallelepipedi di carta siano stati tutto sommato più importanti di quelli con gli esseri in carne e ossa, ancorché rilegati in pelle.
Ho trovato questa parola sul risvolto di copertina di un libro pubblicato in questi giorni da Adelphi, I libri nella mia vita di Henry Miller, e mi sono immerso nella lettura. Dopo due pagine ho avuto il primo brivido.
Miller esordisce dicendo che dobbiamo passare meno tempo con i libri: “Chi cerca la conoscenza o la saggezza, farebbe meglio ad andare direttamente alla fonte. E la fonte non è il dotto o il filosofo, né il maestro, il santo, o l’insegnante, ma la vita stessa – la diretta esperienza della vita”. Pare semplice, poi però aggiunge: “Quando dico vita, penso naturalmente a qualcosa di diverso da quello che intendiamo oggi. Penso alla vita di cui parla D.H. Lawrence in Luoghi etruschi”. Nota a piè di pagina: “1. Etruscan Places, Martin Secker, London, 1932. Vedi le pagine 88-93″.
Vediamo se ho capito bene: non bisogna leggere troppo, bisogna uscire all’aria aperta e vivere; ma per capire cosa s’intende per vivere bisogna prima di tutto andare nella più vicina biblioteca e cercare un libro del 1932. Non se ne esce. La via di fuga dal labirinto di carta è lastricata di carta. Ora, senz’altro Miller ha molto vissuto, e un maligno dirà che avrebbe fatto bene a vivere persino di più alleggerendo di qualche libbra SexusPlexus e Nexus. Ma per altri questo circolo vizioso – inseguire la vita leggendo libri sulla vita – può essere fatale. Come spezzare il perverso legame tra letteratura e impotenza a vivere? Mollare tutto e andare a trafficare armi in Abissinia, come Arthur Rimbaud? Forse il self-help per Bibliomani Anonimi non basta, meglio tentare con la psicoanalisi. Io per esempio sto creando una nuova pila di libri, che comincia così:
Edmund BerglerThe Writer and Psychoanalysis (Doubleday 1950)
Pochi si ricordano di questo psicoanalista austroamericano che sapeva scegliersi temi magnifici (lo scoprii per un libro sul gioco d’azzardo, The Psychology of Gambling, Hill & Wang 1957). Qui Bergler parla del blocco dello scrittore davanti alla pagina bianca: “Il poveruomo tempera la matita per prendere appunti, poi trova che la punta non è ancora abbastanza acuta; la macchina da scrivere lo fissa con un’espressione di rimprovero; semplicemente non è dell’umore giusto, ma lo sarà domani (salvo che quel domani non arriva mai); prova una leggera nausea e deve prima curare il suo stomaco turbato; vorrebbe bere qualcosa, ma un bicchiere tira l’altro, e più bicchieri lo rendono sonnolento; indulge in fantasie di grandezza, si compiace di traguardi mai raggiunti, e alla fine di tutto questo attorcigliarsi e rigirarsi sente solo una profonda depressione”. Sostituite la macchina da scrivere con il computer, la matita da temperare con la posta da controllare, aggiungete alcune ore di social network, e ne viene un ritratto piuttosto familiare, non vi pare? Peraltro, è una descrizione molto simile a quella che Evagrio Pontico dava del monaco accidioso che legge svogliatamente i testi sacri, negli Otto spiriti della malvagità. Le teorie di Bergler non vi guariranno da nulla; ma partono da una premessa che, vera o falsa, mi pare magnifica: che ogni opera letteraria sia un’arringa che lo scrittore prepara davanti a un oscuro tribunale interiore.
Henri Sztulman, Jacques FénelonLa curiosité en psychanalyse (Privat 1981)
“La curiosità non è un concetto psicoanalitico”, annunciano i curatori di questo volume che nasce da un convegno tenuto a Bordeaux. E in effetti nelle mie pigre ricerche ho trovato solo un altro libro interamente dedicato al tema, che però non mi sento di raccomandare (Roger DoreyLe désir de savoir, Denoël 1988). Volete davvero scoperchiare il vaso di Pandora e sapere cosa vi spinge a leggere e accumulare libri? Preparatevi a fare i conti con Freud e le teorie sessuali infantili, voyeurismo e sadismo, gorgoni decapitate, la camera da letto dei genitori, i sogni d’autopsia, Barbablù, Leonardo da Vinci, il Mistero della camera gialla di Gaston Leroux, la Kabbalah. Non c’è una sola ipotesi che sia del tutto persuasiva, e in più la bibliomania può uscirne solo aggravata. Io per esempio sono stato costretto a ordinare di corsa un romanzo di Louis-René del Forêts che si chiama La chambre des enfants (Gallimard 1960).
Francesco AttenaPsicopatologia della carriera universitaria (Philos 1995)
Dopo lo scrittore e il lettore, il professore. Attena, docente di medicina a Napoli, compose vent’anni fa un trattatello scientifico-umoristico sui disturbi della personalità indotti dalla vita accademica. La psicopatologia universitaria era affrontata rigorosamente in alcune sezioni (Quadri clinici, Etiopatogenesi, Diagnosi, I deliri accademici, Terapia e prevenzione), dove era possibile trovare risposta a domande davvero cruciali. Per esempio: perché alcuni professori a un certo punto della carriera cominciano a indossare i sandali? Il narcisismo professorale e le altre patologie si possono curare con il semplice elettroshock o bisogna chiamare in causa le teorie psicoanalitiche di Alfred Adler sul nesso tra complesso d’inferiorità e volontà di potenza? E come si spiega quella tipologia di delirio accademico che Attena chiama “delirio bellico”, ossia la faida tra scuole rivali? Il caso vuole che proprio in questi giorni l’editore Solfanelli pubblichi un libro di Filippo Di Forti che si chiama Immaginario della coppola storta. Approccio psicoanalitico alla mafia. Non so se riuscirò a leggerlo a ridosso del trattatello di Attena. Non vorrei imbattermi in qualche vaga analogia.
Guido Vitiello insegna alla Sapienza di Roma. Oltre che con Internazionale, collabora con il Corriere della Sera, il Foglio e il Sole24Ore. Ha un sito: UnPopperUno
http://www.internazionale.it/superblog/guido-vitiello/2014/06/27/tutti-sul-lettino-il-bibliomane-da-freud/

CON I DENTI DEL DR. FREUD. Psicopatologia del morso quotidiano. Suárez tra libido infantile, sesso e cannibalismo
di Harry Wallop, ilfoglio.it, 27 giugno 2014
È  stato un momento di follia che non solo ha distratto i fan dalla triste uscita dell’Inghilterra dai Mondiali, ha anche messo il torneo sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, per le ragioni sbagliate: “Lo Squalo 3” o ancora “Il bimbo ha fame” sul New York Daily News, che di solito non  è particolarmente interessata al meraviglioso gioco del calcio. Luis Suárez, che si riteneva dovesse essere una delle stelle del festival del calcio in Brasile, lo stupefacente calciatore che aveva già messo fine ai sogni di gloria inglesi, ha affondato i denti nella spalla del suo avversario italiano, Giorgio Chiellini, imprimendo il suo malefico timbro sui Mondiali.
Non è affatto la prima volta nella quale i Mondiali sono guastati da allarmanti atti di violenza sul campo. Nella semifinale del 1982 fra la Germania ovest e la Francia, il calciatore francese Patrick Battiston, che stava per segnare, fu spintonato da Harald Schumacher, il portiere tedesco, con violenza tale da danneggiargli le vertebre e farlo poi finire in coma. Dopodiché, la finale del 2006, con la testa di Zinédine Zidane contro Marco Materazzi, una sorta di incornata contro il matador. Quello che ha reso l’attacco di Suárez così sconvolgente non è stata tanto la commedia che ha inscenato subito dopo – si è fatto cadere a terra, tenendosi stretta la bocca come fosse lui una vittima (ha negato l’incidente, dicendo che Chiellini “mi è venuto addosso con la sua spalla”)  – quanto il fatto che era la terza volta in una partita di alto livello che l’uruguaiano usava la bocca come un’arma. Si potrebbe pensare che avesse imparato la lezione dalle precedenti lunghe squalifiche, quantomeno qualche tecnica di autocontrollo dal corso di gestione della rabbia che aveva dovuto frequentare dopo l’ultimo morso, quello al giocatore del Chelsea Branislav Ivanovic. Tutto ciò lo potrebbe rendere un soggetto interessante per uno studio di criminologia.
Il professor David Wilson, della Birmingham City University, scherza (anche se non troppo) sul fatto che il comportamento di Suárez sia di sicuro degno della sua attenzione: “Ha morso per la prima volta nel novembre 2010, quando giocava nell’Ajax, e poi di nuovo quando giocava per il Liverpool contro il Chelsea lo scorso anno. Il periodo fra il primo e il secondo incidente è di 28 mesi, mentre fra il secondo e il terzo è di 15 mesi. Se dovessi mettere il mio cappello da criminologo, direi che il prossimo periodo di inattività sarà ancora più breve”. Questo, ovviamente, non sarebbe possibile nel caso la Fifa applicasse il massimo della pena, una squalifica per 24 mesi o 24 partite. L’ente governatore del calcio sta ancora svolgendo le sue indagini sul caso. Suárez potrebbe anche essere non accusato di alcuna infrazione. Ma è chiaro che un adulto che morde un altro adulto in pubblico è molto più inquietante del darsi pugni, anche se entrambi possono essere classificati come aggressioni di tipo criminale. Il dottor Mark Griffiths, psicologo della Nottingham Trent University, ha affermato: “Quante volte nel calcio abbiamo visto risse, gomitate, persino testate? Tutte queste cose sono orribili, certo, ma sono diventate praticamente parte integrante del gioco. Ma mordere è davvero raro, e anche per questo è così scioccante”.
Inoltre, spiega lo psicologo, mordere ci sciocca perché implica l’uso di una parte intima e morbida del corpo, che di solito associamo al piacere. E qui tocchiamo uno dei cardini delle teorie di Freud. Secondo ciò che affermava il padre fondatore della psicanalisi, tutto il piacere sessuale e tutte le ansie sono radicate in diversi periodi dell’infanzia, il primo dei quali è la fase orale, quando i bambini esplorano il mondo attraverso la loro bocca. I bimbi ai loro primi passi spesso continuano a mordere per attirare l’attenzione, e continuano a farlo finché uno dei genitori non gli insegna a fare altrimenti. Il comportamento appreso nella fase orale dello sviluppo è la spiegazione, ritengono i freudiani, di tutto – dalla predilezione a masticare le matite fino al vampirismo più maturo. Non è una coincidenza che Freud abbia scritto il suo lavoro fondamentale sulle teorie psicosessuali a circa un decennio dal “Dracula” di Bram Stoker. Il vampiro, che diffonde paura in una società sessualmente repressa, è una metafora potente. E il genere non è mai uscito di scena per lungo tempo, con i vampiri che trovano nuova linfa (in forma più annacquata) nella saga di “Twilight”.
La linea fra piacere e dolore non è mai così sottile come quella data da un morso. Come tutte le pratiche sessuali, esiste un termine tecnico: ottenere piacere dal mordere o dall’essere morsi è detto odaxelagnia. È un atto fra due adulti consenzienti, o fra teenager che sperimentano “i morsi dell’amore”. Diventa più problematico quando la metà della coppia non ha diritto di parola sulla questione. Il dottor Michael Bloomfield, membro del team di ricerca clinica dell’Imperial College di Londra, ha detto: “Mordere implica mettere una parte del corpo di qualcun altro nella tua bocca, è un atto di cannibalismo. Ciò non vuol dire che tutti quelli che mordono sono cannibali, ma a livello più profondo, psicologico, tutto ciò ci ricorda il cannibalismo, ed è per questo che lo troviamo così scioccante. Se dovessimo dargli una posizione nella classifica dei crimini, il cannibalismo rappresenta il più grande ‘no’ possibile”. Suárez può avere un problema cronico coi morsi, ma non è il primo sportivo a usare questa tattica, per intimidire un avversario o solo per aver perso la calma. L’esempio più famoso è Mike Tyson, che ha staccato con un morso un pezzo dell’orecchio di Evander Holyfield durante un match di boxe nel 1997, con conseguente spargimento di sangue in abbondanza – e con il telecronista che, in modo non intenzionalmente comico, disse “è una cosa disgustosa lì, sembra quasi una lotta”.
Ci sono stati casi di alto profilo anche nel rugby. Il pilone del Sudafrica, Johan le Roux, è stato rimandato a casa da un tour in Nuova Zelanda nel 1994 per aver morso l’orecchio di un avversario. Più recentemente, il giocatore inglese Dylan Hartley è stato sospeso per otto settimane per aver morso il giocatore irlandese Stephen Ferris durante una partita del Sei Nazioni. Nel rugby, mordere sembra un po’ meno terrificante a causa della natura della mischia, con le teste dei giocatori spesso spinte contro il corpo degli avversari, suggerendo meno premeditazione di quella normalmente necessaria per mordere. Ma nel calcio, non c’è ragione per la quale la tua bocca debba essere vicina a un avversario. “Per mordere qualcuno, devi avvicinarti parecchio, devi mettere la tua testa – che è la parte del tuo corpo che più si vuol proteggere in uno scontro – appiccicata al corpo del tuo avversario” dice il professor Wilson.
“Pensate a ciò che questo comporta. Marchia il tuo partner, come se appartenesse a te. In termini di evoluzione, ci sono molti animali che mordono i loro compagni, nel tentativo di controllarli prima di impegnarsi sessualmente con loro”. Per quanto ci si provi, è difficile sfuggire alla natura sessuale dei morsi. E’ persino usato come metodo di aggressione durante i crimini sessuali a volte, dice il professor Wilson. “E’ praticamente una forma di sadismo. Spesso devo osservare bambini morsi da un pedofilo, o donne che sono state morse agli organi genitali. Non voglio renderlo un caso eclatante, ma Suárez ha qualche lieve problema psicologico”.
Questo potrebbe essere vero. Di certo ha qualche problema, il più grande dei quali è probabilmente il fatto che neghi di aver fatto qualcosa di sbagliato, comportandosi di nuovo come un bambinone. La dottoressa Saima Latif, psicologa, afferma: “Cercare di evitare le critiche è un’altra forma di comportamento infantile. La maggior parte dei bambini, quando li si mette di fronte a ciò che hanno fatto, ricorrerà immediatamente a una bugia”. La ragione, spiegano gli esperti, sta nel fatto che le figure di tipo parentale del calcio – siano esse il club o la nazione per la quale si gioca – si sono sempre rifiutate di castigare il suo comportamento scorretto, dandogli licenza di trasgredire di volta in volta. La Fifa ha il potere di mandare Suárez in castigo dietro la lavagna, ma il giocatore probabilmente ha bisogno anche di passare del tempo in terapia prima di poter tornare in campo. Come dice la dottoressa Latif, “per arrivare alla radice del problema e per affrontarlo nel modo corretto, [Suárez] ha bisogno di terapia psicologica”.
© Harry Wallop / The Daily Telegraph UK
Traduzione di Sarah Marion Tuggey
http://www.ilfoglio.it/articoli/v/118594/rubriche/brasile-2014-morso-suarez-psicanalisi-e-patologia.htm

PSICOANALISI E PARTECIPAZIONE
di Carlo Vivaldi Forti, ticinolive.ch, 27 giugno 2014
In molti scritti antichi e recenti ho sostenuto che quella oggi definita crisi economica ciclica è in realtà qualcosa di completamente diverso, e tale incomprensione del fenomeno si presenta come il principale motivo della totale incapacità delle classi politiche a trovare soluzioni adeguate. Con ciò non intendo negare l’evidenza: l’economia traversa una fase di gravissima recessione, ma non in seguito a propria malattia specifica, bensì come effetto secondario di una infezione completa dell’organismo, non curando la quale nessuna speranza di ripresa appare realistica. E’ perfettamente inutile, anzi nocivo, che si alternino al capezzale della grande inferma economisti di grido, fiscalisti, contabili, banchieri e chi più ne ha più ne metta. Per affrontare il problema occorre invece un approccio interdisciplinare che preveda il concorso di tutte le scienze dell’uomo, nessuna esclusa. Fra queste la psicoanalisi, elemento fondante della psicologia sociale e della sociologia.
Da studente ho avuto il grande onore di far parte del gruppo di lavoro di uno dei maggiori psicoanalisti italiani, medico e psichiatra emiliano di chiarissima fama, titolare della cattedra di Psicologia dinamica all’Università di Trento: Franco Fornari. Con lui ho proseguito per qualche tempo la collaborazione, anche dopo la mia laurea e il suo trasferimento alla Statale di Milano. Egli può essere definito a buon diritto uno dei padri nobili della psicologia sociale nel nostro Paese, in quanto la sua intera opera verte sulla comparazione sistematica fra le dinamiche individuali e di gruppo. Un suo celebre saggio, in particolare, sviluppa tale argomento: Psicoanalisi della situazione atomica, Rizzoli, Milano 1970. Qualcuno potrebbe erroneamente supporre che i 44 anni trascorsi lo rendano superato e inattuale. Nulla di più falso! Al contrario, mi sentirei di consigliarne la lettura a tutti, in particolare ai giovani , per aiutarli a far luce su quanto sta accadendo oggi e che l’autore aveva previsto con una lucidità da chiaroveggente.
Lo scopo è analizzare la società al tempo della guerra fredda, indagando le ragioni che ponevano il mondo a rischio di sopravvivenza in caso di conflitto nucleare, preoccupazione allora dominante fra gli scienziati, la stessa che aveva indotto Antonino Zichichi ad organizzare i famosi incontri di Erice. La ricerca , malgrado si riferisca a un momento storico oggi superato, entra così in profondità nei meccanismi nascosti e spesso perversi dell’inconscio collettivo, da contenere elementi decisivi per la comprensione delle dinamiche psicosociali in ogni tempo, compreso il nostro. Fornari, da buon psicoanalista, ritiene che la guerra, di qualsiasi tipo e non importa con quali armi combattuta, nasca da un processo di rimozione della colpa da parte del soggetto, che ripete l’ambivalenza infantile nei confronti della madre. L’uomo, cioè, non riuscendo a rimuovere i propri istinti sadico-aggressivi verso il proprio oggetto d’amore, li allontana da sé proiettandoli fantasmaticamente in un nemico esterno, che viene ad essere considerato il vero responsabile del male che può capitare a chi si ama e che ci fa vivere. L’attacco contro questo nemico diventa perciò la forma più alta di dedizione nei confronti della madre simbolica, identificata col proprio gruppo di appartenenza. Tale meccanismo, definito in linguaggio clinico paranoideo, soddisfa la necessità di liberarsi dalla colpa ponendola fuori di sé, e superandola mediante l’uccisione di colui che simbolicamente ne è il depositario. La violenza, che sarebbe normalmente rifiutata dall’individuo se fosse lui stesso a compierla in prima persona, diventa invece accettabile se a perpetrarla è lo Stato sovrano, al quale egli delega la propria eticità e libertà di decidere.
Queste dinamiche rassicurative, secondo Fornari, vengono meno con l’avvento dell’era atomica, che mette in crisi la guerra, o almeno la guerra totale. Infatti, la mutua distruzione assicurata non permette più di distinguere fra la violenza che salva la propria madre-gruppo di appartenenza, e quella che invece la uccide. L’adagio classico mors tua vita mea cessa improvvisamente di valere, trasformandosi in mors tua mors mea. La sola speranza di salvezza risiede dunque nella realizzazione del suo opposto: vita tua vita mea. Per giungere a tanto, però, è indispensabile un ritorno della responsabilità al soggetto, sotto forma di senso di colpa pienamente elaborato e vissuto. L’ambivalenza affettiva nei confronti del proprio oggetto d’amore (madre-gruppo) non può più essere illusoriamente negata alienandola nello Stato e nelle sue strutture. Il meccanismo paranoideo non consegue più lo scopo di liberarci dalla colpa: un altro ne deve prendere il posto, quello depressivo, in quanto riconoscersi colpevoli dei propri istinti sadico-distruttivi non può evitarci una certa dose di sofferenza e di caduta dell’autostima.
Questo, aggiungo all’analisi di Fornari, fotografa esattamente ciò che è avvenuto dopo la caduta dell’impero sovietico. In un mondo bipartito, l’esistenza di un nemico visibile e strutturato ci permetteva di sentirci buoni, in quanto schierati dalla parte giusta, contro quella iniqua dell’avversario. Tale sentimento, assai gratificante, conduceva a forme maniacali di autovalorizzazione e disprezzo per l’altro , e al tempo stesso ci riempiva d’orgoglio per avere scelto l’ideologia e il campo migliori. L’identificazione con il proprio gruppo, rappresentato dallo Stato, dall’Alleanza atlantica, dall’Unione europea, appariva allora a prova di bomba, è proprio il caso di dire!
Con il dissolvimento dei blocchi, questo meccanismo di rassicurazioni, identificazioni e proiezioni è improvvisamente svanito. Trovarsi privi del nemico storico, a cui era così facile e piacevole attribuire la colpa di tutti i nostri guai, ha rappresentato un trauma psicologico e culturale enorme, sia all’est che all’ovest. Vi è stata, questo sì, la riassunzione del senso di colpa di cui scrive Fornari, vissuta nella modalità depressiva. La conseguenza immediata si è manifestata, in Russia, con il periodo anomico di Eltsin , durante il quale la vita era divenuta impossibile, sia sul piano economico, con una miseria mai vista, sia su quello della sicurezza personale, per una serie infinita di delitti, rapine , attentati e sequestri di persona. In Occidente il repentino cambiamento causò, o accentuò in maniera decisiva, una destrutturazione sociale già annunciata da tempo, la quale produsse, oltre al collasso di tutti i valori tradizionali e dei sistemi politici, quella crisi economica di cui ancora non si vede la fine.
La situazione si era fatta, in entrambi gli emisferi, così intollerabile, che la psicologia individuale e collettiva avvertì la necessità di inventarsi un nuovo nemico, al posto di quello appena scomparso. La Russia lo trovò nella restaurazione di una forma di autoritarismo, con Putin, certo assai meno crudele della precedente, ma pur sempre capace di rappresentare un adeguato contenitore delle ansie e della depressione dei cittadini. Qualcosa di simile è avvenuto all’ovest, con la volontaria eutanasia delle classi politiche e la rinuncia alla sovranità degli Stati, delegata di fatto alla mafia finanziaria internazionale, che riveste oggi il medesimo ruolo simbolico di quella nomenklatura sovietica tanto temuta e osteggiata fino al 1989. Quale migliore esempio della resurrezione del padre, per esorcizzare il senso di colpa dei figli che lo avevano ucciso, come afferma Freud in Totem e Tabù?
Di nuovo (ciò che accade dopo ogni rivoluzione o cambiamento traumatico degli equilibri sociali), si è riprodotto il fenomeno della alienazione, della sovranità del soggetto, in una sovrastruttura di potere, ma stavolta le conseguenze potrebbero essere molto più devastanti delle precedenti. Infatti, non soltanto si tratta di un potere sovranazionale, estraneo al gruppo primario di appartenenza, ma il fatto che esso si identifichi con una oligarchia ristretta di dimensioni planetarie, totalmente irresponsabile e del tutto priva di riferimenti etici all’infuori del puro interesse, lo pone al di là di quella stessa logica contrattualistica da cui nasce lo Stato di Hobbes, di Rousseau e perfino di Freud. A rischio non è più, almeno nell’immediato, la sopravvivenza, bensì la ricaduta dell’umanità nell’orda primitiva, ossia nella barbarie. A questo si aggiungono le drammatiche prospettive della distruzione ambientale, ma poiché si pongono a scadenza differita, l’uomo tende psicoticamente a negarle. L’avvenire si annuncia dunque fosco. Ma come scongiurare questi esiti drammatici?
Fornari sostiene la necessità di una rivoluzione umanistica, che riconduca al soggetto la responsabilità sociale per la salvezza degli altri e del mondo, mediante la trasformazione delle istituzioni della democrazia delegata, nel senso di promuovere una partecipazione diretta del cittadino all’esercizio del potere. Pur senza entrare nel merito delle soluzioni giuridiche, compito estraneo alla psicoanalisi, egli prefigura un modello istituzionale simile alla polis greca, nella quale ciascun uomo presente sull’agorà esercita in prima persona, senza intermediari, la propria quota di sovranità. Afferma: l’unica via per arrivare alla limitazione della sovranità dello Stato sembra dover passare attraverso un’operazione che è insieme OLOCRATICA e OLONOMICA, per cui l’individuo che si risveglia dall’alienazione morale del gruppo e scopre in prima persona la responsabilità della pace e della guerra, evoca a se stesso la sovranità dello Stato per farla evolvere in una eticità individualmente responsabile. Dal momento in cui il soggetto in prima persona riassume su di sé la sovranità e, anziché rimetterla nello Stato, la fa evolvere nelle leggi dell’eticità individuale, lo Stato cessa di essere legibus solutus in quanto sovrano.
L’avvento di una comunità umana autentica, che sostituisca l’attuale società alienata e irresponsabile che ci conduce alla catastrofe, non è qualcosa che somiglia all’anarchia, bensì a quella convivenza armonica che si fonda sulla rappresentanza diretta delle scelte individuali e delle categorie produttive, presupposti di ogni struttura veramente partecipativa. Gli aggettivi che essa assume nel testo di Fornari, olocratica e olonomica, cos’altro rappresentano se non la trasposizione in lingua greca del concetto di Sociocrazia, con cui i miei colleghi olandesi definiscono la Partecipazione totale?
Queste sono alcune delle precondizioni di quella nuova visione del mondo che manca alla maggior parte dei nostri politici, notoriamente privi di spessore intellettuale e di credibilità morale. Mi auguro che queste brevi note contribuiscano a farveli riflettere, nel loro stesso interesse, ma se così non fosse, dovremmo procedere senza di loro e, se necessario, contro di loro.
http://www.ticinolive.ch/2014/06/27/psicoanalisi-e-partecipazione-di-carlo-vivaldi-forti/

BERTINOTTI: «L’ORDINE NUOVO DI RENZI. AUTORITARIO, NON DI SINISTRA». L’intervista. «Il centrosinistra è storia chiusa. E quella di Sel non è neanche una scissione. Il premier è un Giano bifronte: populista dall’alto e insieme bonapartista». «Le mie colpe? Tre occasioni perse». «Ho votato Ingroia e con più vicinanza la lista Tsipras, ma non credo in queste strade». «Vendola e Migliore? Non sono il loro maestro, abbiamo condiviso la stessa comunità»
di Daniela Preziosi, ilmanifesto.info, 27giugno 2014
L’avvertenza, cor­diale ma ferma, è che della poli­tica poli­ti­cante non vuole par­lare. La sente, spiega, «come cosa lon­tana, fac­cio delle rifles­sioni, le scrivo, le rileggo e capi­sco che sono pro­fon­da­mente inat­tuali». Ma Fau­sto Ber­ti­notti è la primo volto che viene in mente al com­bi­nato dispo­sto delle parole ’sini­stra’ e ’scis­sione’, ’cen­tro­si­ni­stra’. Pre­si­dente della camera dal 2006 al 2008, poi lea­der della sini­stra arco­ba­leno azze­rata dalla voca­zione mag­gio­ri­ta­ria. Ma prima segre­ta­rio dal ’94 di Rifon­da­zione comu­ni­sta, quasi per impo­si­zione del fon­da­tore Armando Cos­sutta. Quel par­tito da lì ha infi­lato una serie di scis­sioni a destra e sini­stra (anche Cos­sutta nel ’98 lo lasciò), fra soste­gno e rot­ture con i governi di cen­tro­si­ni­stra. Fino alla scis­sione della scis­sione, quella dei nostri giorni fra due uomini che gli sono stati vici­nis­simi: Nichi Ven­dola, a sua volta scis­sio­ni­sta e fon­da­tore di Sel; e Gen­naro Migliore, ora vicino al Pd ren­zi­sta. Una sto­ria, e le scelte che hanno por­tato tutta la ’sini­stra sini­stra’ fino a qui — non in con­di­zioni sma­glianti — è sto­ria di un’intera comu­nità. Lo incon­triamo al quarto piano di un bel palazzo della Camera, sede di una fon­da­zione che a set­tem­bre chiu­derà i bat­tenti. Tempi duri. E non solo causa spen­ding review.
Pre­si­dente Ber­ti­notti, lei sostiene ormai da anni che la sini­stra non esi­ste più. Allora per­ché la sini­stra con­ti­nua a dividersi?
Que­sta divi­sione già dimo­stra che non c’è più. Quando c’era si chia­mava ’scis­sione’. Si poteva per­sino evo­care, lo fece Gram­sci nel ’21, ’spi­rito di scis­sione’. C’è scis­sione se c’è, lo dico con Togliatti, ’rin­no­va­mento nella con­ti­nuità’, l’idea che da un albero può spez­zarsi un ramo e rimet­tere radici. Ma se non c’è con­ti­nuità non c’è nean­che rin­no­va­mento, e allora la divi­sione è un esodo, una fuo­riu­scita. La sto­ria della sini­stra e del movi­mento ope­raio in Europa si è chiusa in tre cicli: la scon­fitta del 900, rias­sunta nel crollo del Muro di Ber­lino; il Dopo­guerra delle costi­tu­zioni demo­cra­ti­che, dei par­titi e dei sin­da­cati di massa, che ter­mina con la scon­fitta degli anni 80Di qui, siamo al terzo ciclo, quei par­titi si can­di­dano a gover­nare la moder­niz­za­zione. È il cen­tro­si­ni­stra, una con­di­zione ambi­gua e anfi­bia di cui in parte cir­cola ancora l’eredità. Muore sepolto dalla nascita del capi­ta­li­smo finan­zia­rio e dell’Europa reale, una tena­glia ne can­cella le ultime tracce. E i par­titi eredi com­ple­tano la loro muta­zione gene­tica. Erano i par­titi dell’alternativa di società, diven­tano i par­titi dell’alternanza di governo.
Renzi rap­pre­senta il com­pi­mento di un ciclo o una ripartenza?
Renzi è un feno­meno impor­tante. A sini­stra abbiamo un tic, non accet­tare che i nostri avver­sari siano forti. Ricor­diamo un vec­chio caro­sello con Erne­sto Calin­dri e Franco Volpi: si vedeva un aereo che volava, era la moder­nità, Volpi scuo­teva la testa e diceva: ’el dura minga’. Renzi avvia una nuova fase: l’egemonia di una cul­tura post­mo­derna e post­de­mo­cra­tica, una gigan­te­sca costru­zione ideo­lo­gica che copre come una col­tre una realtà sfran­giata e deva­stata. Renzi è il por­ta­tore natu­rale della poli­tica fun­zio­nale di que­sto nuovo ciclo, quello della gover­na­bi­lità come ele­mento tota­liz­zante. La sua Welt­an­schauung è ’vin­cere e gover­nare’, con­tro chi e per fare cosa non importa. Siamo alla morte delle fami­glie poli­ti­che euro­pee. I socia­li­sti per­dono ovun­que. E invece Renzi che socia­li­sta non è — lasciamo stare la scelta gover­na­tiva di ade­rire al Pse — non essendo socia­li­sta vince. Per­ché sce­glie la tra­sver­sa­lità. È coevo a que­sto tempo, quello che ha sosti­tuito lo scon­tro fra destra e sini­stra con quello fra l’alto e il basso che noi imper­fet­ta­mente chia­miamo popu­li­smo. E per­ché Renzi è for­tis­simo? Per­ché la sua tra­sver­sa­lità fonda il popu­li­smo dall’alto. È un Giano bifronte: per un lato popu­li­sta, per l’altro è neo­bo­na­par­ti­sta, cioè usa il popu­li­smo per pla­smare il governo dall’alto. L’esito è neau­to­ri­ta­rio: un governo che si pre­sume così, aset­tico, obbli­gato nelle scelte e privo di alter­na­tive, ’naturale’.
Eppure Renzi si pre­senta come un uomo di sini­stra. E così viene per­ce­pito da molti suoi elettori.
No, non è vero. Per­sino la sua reto­rica è accu­ra­ta­mente tra­sver­sale, tanto che può per­met­tersi alcune cita­zioni di sini­stra. Il caso più cla­mo­roso è l’adesione al Pse: i vec­chi del Pd hanno dispu­tato per anni se ade­rire o no. Era una discus­sione ridi­cola, cari­ca­tu­rale, ma le vec­chie fami­glie ancora con­flig­ge­vano. Spaz­zate via que­ste fami­glie, lui può ade­rire al Pse senza subirne il rica­sco defi­ni­to­rio. Renzi non diventa socia­li­sta, è il par­tito socia­li­sta euro­peo che diventa ren­ziano. La sua è un’uscita dalla sto­ria socia­li­sta per presa d’atto della sua con­clu­sione. Così restaura le feste dell’Unità: nes­suno può accu­sarlo di essere comu­ni­sta. Né demo­cri­stiano. È trasversale.
Que­sta tra­sver­sa­lità assorbe tutto il campo della poli­tica? A suo parere non c’è spa­zio per altro?
Alfredo Rei­chlin gli ha offerto la for­mula ’par­tito della nazione’. Ma, lo dico con rispetto, è una cita­zione del mondo antico. Il suo è il ’ par­tito del governo’. Non al governo, né di governo. La sua è una voca­zione tota­li­ta­ria in sin­to­nia con que­sto capi­ta­li­smo tota­li­ta­rio che ha l’ambizione di con­qui­stare tutti al prin­ci­pio della competitività.
Lei, negli anni 90, è stato il fon­da­tore, poi anche l’affondatore, dell’idea di una sini­stra del cen­tro­si­ni­stra. Non c’è più una sini­stra che possa ambire a una dia­let­tica con que­sta ’trasversalità’?
No, se resta nel recinto. Quel ten­ta­tivo di mesco­larsi è stato scon­fitto. Allora c’erano due sini­stre che si misu­ra­vano con la glo­ba­liz­za­zione, con due idee oppo­ste. Per capirci: gover­na­bi­lità con­tro alter­mon­dia­li­smo. Era l’ultimo sta­dio della sto­ria di quella sini­stra, e la Rifon­da­zione comu­ni­sta era l’ultima ipo­tesi revi­sio­ni­stica. Fal­lita per la scon­fitta e la muta­zione gene­tica, e per il cam­bia­mento radi­cale della scena pro­dotto dal capi­ta­li­smo finan­zia­rio globale.
Posto che i vin­ci­tori hanno sem­pre le loro colpe, quali sono le colpe degli scon­fitti, le vostre?
Le occa­sioni man­cate. In Ita­lia — e sto sulle ultime, non parto dall’XI con­gresso del Pci come farebbe Pie­tro Ingrao — sono almeno tre: lo scio­gli­mento del Pci poteva essere diverso, qual­che recri­mi­na­zione di Occhetto che chie­deva inno­va­zione nella tra­di­zione aveva nuclei di verità; lì una comu­nità si smem­bra. Seconda occa­sione man­cata, il movi­mento alter­mon­dia­li­sta, nel 2000 — 2001. Lì c’è il primo smacco del cen­tro­si­ni­stra: all’avvio della glo­ba­liz­za­zione e alla nascita dell’Europa di Maa­stri­cht nean­che il ten­ta­tivo timido ma inte­res­sante di Jospin viene soste­nuto. Il cen­tro­si­ni­stra ita­liano è tra i respon­sa­bile dell’uccisione di quel ten­ta­tivo. E noi, poco dopo, e cioè all’avvento del movi­mento alter­mon­dia­li­sta, man­chiamo l’ultima occa­sione, quella di devol­vere ciò che era rima­sto della sini­stra di alter­na­tiva in quel movimento.
Lei era già il teo­rico del par­tito a rete. Sta dicendo che avrebbe dovuto fare di più, sciogliersi?
Avremo dovuto capire che il mondo dei par­titi tra­di­zio­nali era finito. E but­tarci nel nuovo emer­gente oriz­zonte anticapitalista.
Rinun­ciando defi­ni­ti­va­mente all’idea repub­bli­cana di una moderna demo­cra­zia dei partiti?
Avremmo dovuto rein­ven­tarci. I par­titi attuali sono orga­niz­za­zioni di ceto poli­tico all’americana, che vive la sta­gione elet­to­rale per la sola rap­pre­sen­tanza nelle isti­tu­zioni. E quelli così fatti, qua­lun­que sia la loro col­lo­ca­zione, sono interni a un sistema neoau­to­ri­ta­rio in cui il governo è tutto. Per­sino Grillo che ha avuto la giu­sta intui­zione che il sistema poli­tico si abbatte e non si riforma, oggi viene cat­tu­rato dalla logica di governo, per essere pre­sen­ta­bile e per far parte del gioco politico .
Il sistema si abbatte da destra, nel caso di Grillo.
No, dal basso. Grillo è un sistema auto­ri­ta­rio che tut­ta­via dà voce al con­flitto dal basso. Così il Front di Le Pen e le for­ma­zioni popu­li­ste che inter­cet­tano il con­flitto fra popolo e élite. La sini­stra non c’è se non nasce da que­sto con­flitto. Quella che pensa di rina­scere nel recinto prenda atto che il recinto soffoca.
Nono­stante i suoi cer­ti­fi­cati di morte, lei resta vicino alla sini­stra che ci prova. Oggi a Tsi­pras, ieri a Ingroia. Lei è garan­ti­sta: per­ché soste­neva un giustizialista?
Non avevo nes­suna fasci­na­zione per Ingroia, e non credo per niente a que­ste strade. Tut­ta­via se i miei parenti ci ripro­vano non mi metto con­tro. Li voto affettuosamente.
Così anche la lista Tsipras?
Qui ho un ele­mento in più. Tsi­pras mi intriga non per la nostra vicenda ita­liana ma per­ché indica una rico­stru­zione su scala euro­pea invece che dalle pri­gioni nazionali.
Tsi­pras non cor­ri­sponde al suo modello: non è ’fuori dal recinto’. È un poli­tico capace di aprire con­fronti con la socialdemocrazia.
Mi prende su una corda sco­perta, le simi­li­tu­dini con una certa Riforn­da­zione sono evi­denti. Ma c’è una dif­fe­renza: da dove viene Syriza? Nes­suno mi dica che viene dalle for­ma­zioni pre­ce­denti alla grande rivolta. Il Syna­spi­mos, da cui viene parte di que­sto gruppo diri­gente, gua­da­gnava a fatica il 2 per cento. Syriza ora veleg­gia verso il 40. Non mi si dica che c’è una parentela.
Il Syna­spi­smos è uno dei padri, uno dei par­titi della coa­li­zione della sini­stra radi­cale greca.
Ana­gra­fi­ca­mente sì, ma Syriza è la dimo­stra­zione che la sini­stra può nascere solo dalla rivolta, non dalle costole dei vec­chi partiti.
Torno ai suoi ’parenti’ e alle loro divi­sioni. Sia Ven­dola che Migliore sono suoi allievi, il primo anche erede di una lea­der­ship, la sua, con tratti di per­so­na­li­smo. Oggi si sepa­rano, ma restano entrambi con­vinti della pos­si­bi­lità di una sini­stra del cen­tro­si­ni­stra. Come spiega la distanza dal maestro?
Non direi mae­stro, direi che abbiamo con­di­viso una stessa comu­nità. Cono­sco due modelli di lea­der­ship poli­tica: una che figlia per discen­denza diretta, quando un allievo assume tutto di un mae­stro, atteg­gia­menti fisici inclusi; e una che figlia oriz­zon­tal­mente, penso a Ingrao, Magri, Ros­sanda, i miei mae­stri. Si parva licet, nel caso di Nichi e Gen­naro rico­no­sco il tratto della mia dire­zione e qual­che scam­polo di me. Ma poli­ti­ca­mente sono molto diversi. Quanto al resto, con un gruppo di amici psi­coa­na­li­sti laca­niani sto lavo­rando a capire per­ché a sini­stra si pro­du­cono con­flitti mor­tali diver­sa­mente dalle altre sto­rie poli­ti­che. I socia­li­sti e i demo­cri­stiani fanno scelte oppo­ste ma restano affra­tel­lati. Noi defla­griamo. Quando avrò una rispo­sta le dirò meglio.
Se il treno della rivolta non passa, da noi non ci sarà più sinistra?
Ne pas­serà un altro. Inten­dia­moci, per me rivolta è rot­tura: Occupy Wall Street, indi­gna­dos, Gre­cia. Anche le pri­ma­vere arabe: forme di lotta dal basso senza par­tito e senza lea­der che costrui­scono nuove isti­tu­zioni, al di là dell’esito. L’altro fon­da­mento è la coa­li­zione sociale, le tes­si­ture extra­mer­can­tili di con­flitti, auto­no­mia, auto­ge­stione, auto­go­verno. Il rife­ri­mento è a fine 800 inizi 900: ate­lier pari­gini, Iww negli Stati uniti. Forme di con­te­sta­zione fuori dalla tra­di­zione orga­niz­zata. Oggi in Ita­lia i No Tav ma anche il Cinema Ame­rica e il Tea­tro Valle di Roma, le 160 aziende auto­ge­stite, i 200 scio­pe­ranti della Mase­rati. Rivolta è ciò che dal basso pro­muove con­flitto con­tro le élite e si mani­fe­sta come irru­zione di ener­gia e di forza.
È una rivolta nonviolenta?
Lo spero, dipen­derà dalla rea­zione delle classi diri­genti. Io credo che ci siano le con­di­zioni cul­tu­rali per­ché possa esserlo. La rivolta non è per forza maieu­tica della sini­stra. Ma è il punto di rot­tura neces­sa­rio. Come nel ’48, e in quella cosa straor­di­na­ria e magica che fu la Comune di Parigi.
Lei per primo guidò la sini­stra radi­cale nelle pri­ma­rie. Niente più pri­ma­rie ormai?
Le pri­ma­rie ave­vano un senso fin­ché era ipo­tiz­za­bile la rifor­ma­bi­lità della sini­stra poli­tica. Oggi sono fun­zio­nali all’ordine nuovo neoau­to­ri­ta­rio del par­tito del governo. La verità è che noi che era­vamo avversi al rifor­mi­smo siamo stati gli ultimi a lavo­rare per sal­varlo. E invece l’hanno ucciso. E si sono suicidati.
http://ilmanifesto.info/lordine-nuovo-di-renzi-autoritario-non-di-sinistra/

AD AMARE SI IMPARA DA PICCOLI
di Giuseppe Iardella, Umberto Galimberti, D-Repubblica, 28 giugno 2014
Milan Kundera scrive: «Max Brod, il fedele amico di Kafka, non ha il minimo dubbio che Kafka nasconda una grave colpa: secondo lui è colpevole di Lieblosigkeit, incapacità di amare». E cosa rappresenta il protagonista del Processo di Kafka se non l’umanità nella sua quasi totalità? Per questa sua pervasiva e debordante incapacità di amare l’uomo è condannato all’autodistruzione, così come Kafka viene giustiziato per un delitto a lui ignoto, ma implicito nell’esistenza della maggior parte degli uomini. È un delitto colposo, cioè involontario, l’incapacità di amare, non per questo, però, meno grave. Ma dov’è la radice profonda di questo analfabetismo affettivo se non in quel “deficit di accudimento”, in quelle “carezze non date” che segnano la vita di miliardi di persone? Troppi uomini e donne si rassegnano così, loro malgrado, a vivere una vita, magari piena di emozioni e passioni, ma sostanzialmente anaffettiva, che non consente di comprendere, e quindi trasmettere in modo credibile e coinvolgente il messaggio fondamentale del Vangelo.
Giuseppe Iardella giuseppeiardella@hotmail.com

Aristotele diceva che l’uomo è un «animale sociale», cioè può raggiungere la felicità solo in una relazione con gli altri. Questa intuizione, peraltro di tutta evidenza, è stata studiata e confermata nel secolo scorso da John Bowlby (1907-1990), psicoterapeuta infantile di fama internazionale che ha lavorato alla Tavistock Clinic di Londra. Scostandosi dalla teoria di Freud, secondo il quale il lattante è sollecitato unicamente dalla soddisfazione delle pulsioni e dalle gratificazioni libidiche connesse all’allattamento, Bowlby ritiene che fin dalle prime due o tre settimane si verificano nel bambino «fasi di vivace interazione sociale, con uno scambio animato che comprende espressioni facciali e vocalizzi, durante la quale il neonato si orienta verso la madre con movimenti agitati delle braccia e delle gambe, a cui seguono fasi di disimpegno che preparano la successiva fase di interazione». Se la madre è attenta e risponde alle sollecitazioni del suo bambino, il neonato impara ad amare. Questa «forza motivazionale relazionale», come la chiama Bowlby, orienta il ciclo vitale, regolando gli stati fisiologici ed emotivi. Il modello di Bowlby, secondo il quale lo sviluppo dell’individuo non è deciso tanto dai processi maturativi interni, quanto dai processi interpersonali, è stato condiviso anche da Michael Balint che parla di «amore primario», da Erik Erikson che ha introdotto il concetto di «fiducia di base», da Joseph Sandler che parla di «sfondo di sicurezza», e da Arnold Modell che giunge a ipotizzare un «istinto relazionale». Se la capacità di amare non si apprende in quella prima fase dell’esistenza, difficilmente la si può in seguito acquisire. Lo stesso si può dire per la formazione delle “mappe cognitive” che decidono il modo di conoscere il mondo e delle “mappe affettive” che sono alla base del modo di sentirlo, ossia della risonanza emotiva che le cose del mondo producono in noi. Secondo Freud queste mappe si costituiscono in maniera definitiva (e difficilmente modificabile) entro i primi 6 anni di vita. Oggi le neuroscienze ci dicono che si strutturano definitivamente entro i primi tre anni. Questo significa che nei primi anni di vita ai bambini - che non crescono come le piante – va prestata grande attenzione. Che quando mostrano i loro primi sgangherati disegni non bisogna rispondere: «Li guarderò dopo» (che vuol dire mai), perché il bambino conclude di non aver fatto nulla di interessante e quindi di non essere interessante per la madre. E allo stesso modo quando chiedono il perché di tutte le cose (facendo domande che, pur nella loro ingenuità, possiamo senz’altro definire filosofiche) non si deve rispondere: «Quando sarai grande capirai», perché in quella fase i bambini stanno cercando il principio di causalità che riduce l’angoscia dell’imprevedibile. Una volta per strada ho sentito dire da un bambino: «Dio non esiste perché non ha una mamma». La risposta della mamma fu una bella risata con la sua amica, con conseguente mortificazione del bambino. La capacità di amare si decide in quell’età, insieme alla formazione della propria identità che nasce dal riconoscimento. Queste cose, senza ricorrere a queste mie noiosissime argomentazioni, le ha ricordate Papa Francesco nel suo discorso in Giordania quando ha detto che se i bambini non crescono nell’amore e di conseguenza non imparano ad amare, quando saranno grandi difficilmente potranno risolvere i conflitti che lacerano quelle terre.
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L’ESPERIENZA È QUANTO BASTA. Filosofia. Tra il 1902 e il 1910 Henri Bergson e William James si scambiarono lettere, ora uscite da Cortina, che guardano a una comune scommessa speculativa: la ridefinizione di una idea di metafisica
di Federico Leone, ilmanifesto.info, 28 giugno 2014
A volte gli epi­sto­lari sono scambi di cor­te­sie, rac­colte di aned­doti con­dan­nati a sbia­dire insieme al ricordo dei loro pro­ta­go­ni­sti. A volte sono vere e pro­prie offi­cine in cui vediamo nascere un’idea, ani­mata da una feroce neces­sità di pren­dere forma. È il caso delle let­tere scam­biate un secolo fa tra Henri Berg­son, nume tute­lare della filo­so­fia euro­pea del primo Nove­cento, pen­sa­tore di radi­cale pro­fon­dità spe­cu­la­tiva, forte di un seguito che a ini­zio secolo con­tava seguaci ovun­que nel mondo e migliaia di udi­tori alle sue lezioni Col­lège de France; e Wil­liam James, uno dei grandi del pen­siero ame­ri­cano, ini­zia­tore col suo mae­stro Char­les S. Peirce della cor­rente del prag­ma­ti­smo, voce spe­ci­fi­ca­mente sta­tu­ni­tense di quella disci­plina per tanti versi così euro­pea che è la filo­so­fia, cor­rente desti­nata a nutrire in tanti modi l’arte, la poe­sia, la nar­ra­tiva d’Oltreoceano.
Quale idea vediamo pren­dere forma nell’officina di que­sto epi­sto­la­rio, da qual­che set­ti­mana dispo­ni­bile in ita­liano nella meri­to­ria edi­zione a cura di Rocco Ron­chi, con il titolo Durata reale e flusso di coscienza (tra­du­zione e docu­men­ta­tis­sima intro­du­zione di Gia­como Foglietta e Paolo Taroni, Raf­faello Cor­tina, pp. 202, euro 23,00)? L’idea di un empi­ri­smo radi­cale. È que­sto il noc­ciolo teo­rico che Ron­chi isola nella sua densa e pre­ziosa pre­fa­zione all’interno del ric­chis­simo epi­sto­la­rio tra i due pen­sa­tori, facen­done il perno di una rilet­tura che strappa que­ste pagine alla loro dimen­sione sto­rio­gra­fica per farne un campo di bat­ta­glia di asso­luta attualità.
L’empirismo è una delle tante tra­di­zioni filo­so­fi­che che popo­lano la sto­ria della filo­so­fia, una tra­di­zione che diventa cen­trale nella Moder­nità ma che sotto sem­bianze dif­fe­renti è pre­sente in tutta quella sto­ria e forse in ogni filo­so­fia. In que­sto senso l’empirismo è un’esigenza eterna, ancor più che un insieme di tesi e di argo­men­ta­zioni cir­co­scri­vi­bili una volta per tutte. È l’esigenza di rimet­tere al cen­tro l’esperienza e nient’altro che l’esperienza. In greco, appunto, l’empei­ria. Ma non appena la filo­so­fia muove un passo in que­sta dire­zione, si ritrova in genere in un gine­praio da cui esce con qual­che trucco ben poco fedele all’esigenza ini­ziale. Ne è testi­mone il nostro senso comune, tutt’altro che ignaro di filo­so­fia, anzi tanto impre­gnato di una meta­fi­sica antica e tenace da lasciar­sene ogni volta acce­care. Il senso comune, quando deve dire che cos’è la nostra espe­rienza, com’è che noi abbiamo a che fare con il mondo, com’è che si pro­duce quel miste­rioso evento che è il senso delle cose, pensa che anzi­tutto di fronte a noi ci siano le cose, poi che noi per­ce­piamo que­ste cose che ci fron­teg­giano, infine che noi diamo signi­fi­cato alle cose per­ce­pite ordi­nan­dole secondo certi schemi, desi­deri, leggi, interpretazioni.
Que­sto reso­conto dall’aria così affi­da­bile è in effetti un flo­ri­le­gio di astra­zioni. Nes­suno di noi guarda mai le cose da fuori, nes­suno di noi si pone mai come un sog­getto che fron­teg­gia degli oggetti, nes­suno di noi con­fe­ri­sce mai signi­fi­cato al mondo in virtù di un qual­che potere pri­vi­le­giato. Quello che Berg­son chia­mava, con un’espressione desti­nata a restare cele­bre, il «dato imme­diato della coscienza», è di ben altra natura. È la con­ti­nuità e la com­pat­tezza della «durata», parola chiave di tutta l’opera berg­so­niana e ritor­nello inces­sante di que­ste let­tere indi­riz­zate a James. E quello che James bat­tez­zava a sua volta come «flusso di coscienza» era a sua volta qual­cosa di molto dif­fe­rente da quel genere di con­trap­po­si­zioni intel­let­tua­li­ste tra noi e il mondo di cui si nutre il senso comune e la meta­fi­sica che l’ha allevato.
Il flusso di cui par­lava James nei Saggi sull’empirismo radi­cale, così come ladurata di cui Berg­son scri­veva nel Sag­gio sui dati imme­diati della coscienza, non è mai fatto di pen­sieri che si annun­ciano come miei o tuoi, e non implica mai oggetti net­ta­mente defi­niti, immo­bi­liz­zati sul piano car­te­siano di un Io che riflette sul mondo. È – sin­te­tizza Ron­chi effi­ca­ce­mente – «espe­rienza di niente e di nessuno».
La posta in gioco del car­teg­gio tra i due pen­sa­tori sta tutta nella defi­ni­zione di que­sta scon­cer­tante sco­perta, quella di un’esperienza senza sog­getto e senza oggetto, più antica e più per­si­stente dell’esperienza che ha un sog­getto e che ha un oggetto. «Più ci rifletto – con­clu­deva Berg­son in una let­tera a James del 20 luglio 1905 – e più mi per­suado che la filo­so­fia dovrà fer­marsi a una solu­zione vicina a quella che voi indi­cate. C’è l’esperienza pura, che non è né sog­get­tiva né ogget­tiva.» Lo stesso pen­sava James delle posi­zioni berg­so­niane, che all’indomani della let­tura dell’Evo­lu­zione crea­trice salu­tava – in una let­tera del 13 giu­gno 1907 – con un’irruenza che il suo più gio­vane e com­pas­sato cor­ri­spon­dente non si sarebbe mai con­cesso: «O mio caro Berg­son, voi siete un mago, e il vostro libro è un pro­di­gio, una vera mera­vi­glia nella sto­ria della filo­so­fia, che se non erro segnerà un’era com­ple­ta­mente nuova riguardo a que­sta materia.»
Il Nove­cento filo­so­fico non ha tenuto in gran conto l’auspicio di Berg­son né l’entusiasmo di James. In quella stessa let­tera del 1907 il filo­sofo ame­ri­cano lasciava cadere un’osservazione che la sto­ria suc­ces­siva avrebbe pur­troppo con­fer­mato. Il dive­nire dell’esperienza pura, notava James, «privo di con­te­nuto, vago come voi dovete giu­sta­mente lasciarlo, diven­terà pro­prio per que­sto un facile ber­sa­glio di cui pren­dersi gioco.» La sto­ria del Nove­cento filo­so­fico è la sto­ria della liqui­da­zione del berg­so­ni­smo e dell’idea di con­ti­nuità e com­pat­tezza che essa pre­sup­pone. Il Nove­cento coin­cide anzi con l’assolutizzazione della dif­fe­renza tra sog­getto e oggetto, riaf­fer­mata senza sosta in modi diver­sis­simi, a volte irri­co­no­sci­bili, ma sem­pre fedeli a quella scelta di campo fon­da­men­tale. Hei­deg­ger, Lacan, Lévi-Strauss, per citare tre figure chiave all’interno di tre ambiti diversi del pen­siero nove­cen­te­sco, sono pen­sa­tori di que­sta distanza irre­vo­ca­bile. L’essere è il ritrarsi dell’essere, il desi­de­rio è fatto di man­canza, la com­me­dia delle paren­tele è il gioco degli slit­ta­menti che si orga­niz­zano intorno a una casella imman­ca­bil­mente vuota. For­mule che nella loro ovvia pecu­lia­rità nomi­nano una stessa cosa, l’esperienza nella sua incom­ple­tezza, nella sua insuf­fi­cienza, nel suo biso­gno di soste­gno, nel suo ane­lito a un com­ple­mento sem­pre rin­viato e sem­pre indisponibile.
Solo oggi, alla fine di que­sto ciclo durato un secolo, la logica della man­canza si rivela infine come una costru­zione par­ziale, essa stessa man­cante di fon­da­mento e biso­gnosa di un indi­spen­sa­bile pre­sup­po­sto. Di qui l’opportunità, anzi la neces­sità di riat­ti­vare una strada alter­na­tiva, mobi­li­tando le risorse di un altro Nove­cento, di un Nove­cento minore che Rocco Ron­chi ha il merito andare esplo­rando da anni den­tro un pro­getto teo­rico sem­pre più ricco e rigo­roso. Una strada che mette al cen­tro non l’esperienza divisa, ripar­tita in regioni in comu­ni­canti, abi­tata da una cesura insor­mon­ta­bile, ma l’esperienza asso­luta, l’esperienza come un tutto «auto­sus­si­stente», scrive James, o come una «realtà che basta a se stessa», con le parole di Berg­son. Ed è forse la distanza di que­sto sguardo retro­spet­tivo a con­sen­tirci di ricol­lo­care lo sforzo minu­zioso dei due filo­sofi in una cor­nice più ampia: se l’empirismo radi­cale vuole farla finita con la pre­sunta insuf­fi­cienza dell’esperienza, è per­ché vuole chiu­dere con la dia­bo­lica mac­china ammi­ni­stra­tiva che da sem­pre si inne­sta sulla logica della man­canza. Una mac­china che rastrella il senso dell’esperienza, lo con­cen­tra in un punto sublime, ne fa il fon­da­mento di un’esperienza altri­menti infon­data. Poi lo bat­tezza coi nomi in fondo equi­va­lenti di Dio, Sog­getto, Lin­guag­gio, Strut­tura, e dopo averlo reso un bene raris­simo si dedica a cen­tel­li­narne il capi­tale, secondo un’economia dell’esperienza che diventa imme­dia­ta­mente un dispo­si­tivo di governo delle anime, un con­fes­sio­nale delle loro man­canze, un dispen­sa­rio di ciò che potrà gra­zio­sa­mente e comun­que prov­vi­so­ria­mente com­ple­tarle. Da que­sto punto di vista, la posta in gioco odierna della medi­ta­zione berg­so­niana e jame­siana sull’empirismo sem­bra essere, ancor più che la costru­zione di una nuova meta­fi­sica, la defi­ni­zione dei linea­menti di una diversa poli­tica dell’esperienza.
http://ilmanifesto.info/lesperienza-e-quanto-basta/

NEI PANNI DEL REPLICANTE
di Valeria Egidi Morpurgo, ilsole24ore.com, 29 giugno 2014
Rick Deckard, l’esaminatore, sottopone la diciannovenne Rachael a un test concepito per provocare una reazione emotiva: «La mia valigetta, disse Rick, Bella, no? … Pelle di bambino… Carezzò il rivestimento nero della valigetta… Cento per cento pura pelle umana… di bambino. Vide i due indicatori dei quadranti agitarsi freneticamente. Ma si erano mossi dopo una pausa» (Philip Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? 1968).
Rick spiega l’esitazione della ragazza con l’assenza di quella “facoltà empatica”, che fa provare a un soggetto gli stessi sentimenti dell’altro, sia che si tratti di gioia, sia di dolore. L’empatia richiede «un istinto di gruppo integro», e perciò i predatori solitari ne sono privi. Se un predatore fosse in contatto con i sentimenti della sua preda, come potrebbe continuare la caccia? Questa definizione di empatia è quella del senso comune: indica la propensione a mettersi nei panni altrui e assume spesso una sfumatura di sentimentalismo. Più complesso è il significato che all’empatia viene dato dalla psicoanalisi di oggi, nel confronto con le scoperte dei mirror neurons e le nuove prospettive sulla nascita dell’intersoggettività, di cui ha dato conto Lingiardi (Domenica del Sole 18 maggio 2014) a proposito del Congresso della Società psicoanalitica italiana: All’origine dell’esperienza psichica. Facciamo un passo indietro: l’idea di empatia è antichissima, significa sentire “con” e si è presentata sotto le vesti del sun-pathein (da cui simpatia) e cum patior (compassione), fin dall’antichità. Andrea Pinotti disegnando la mappa dei concetti collegati all’immedesimazione dal mondo antico ai giorni nostri, ci introduce ai pensatori coevi a Freud; e soprattutto agli studiosi di estetica che diedero vita all’”Estetica dell’empatia” (Einfühlungaestetik) da cui Freud trae il suo interesse per un concetto più enigmatico di quanto non appaia a prima vista. Pinotti indica la duplicità di significato, gravida di conseguenze, della parola Einfühlung: ricordando che significa in origine “empatizzare in” un oggetto; così la intendevano gli studiosi di estetica, riferendosi all’oggetto artistico o alla natura con cui possiamo sentirci intimamente uniti. Ma questo può significare sia «io proietto le mie qualità nell’oggetto» sia al contrario che ne colgo le caratteristiche. Insomma che ne è dell’oggetto? E se questo punto è cruciale in estetica, ancor di più lo è laddove soggetto e oggetto siano esseri umani.
Freud usa il termine di Einfühlung (empatia, tradotto immedesimazione nell’edizione Boringhieri delle Opere) in diversi luoghi. Ne parla come di quella comprensione che è necessaria nel lavoro terapeutico ma anche come base dei legami che vincolano i membri di un gruppo tra loro. In un passo cruciale di Psicologia delle masse (1921) il padre della psicoanalisi delinea la “comunanza affettiva” nel gruppo citando il “contagio psichico”, quel contatto empatico in cui un soggetto “imita” un’altra persona, o ne imita un aspetto. Successivamente accenna al fenomeno della “telepatia”, intendendolo come un «mezzo originario, arcaico, di comunicazione tra gli individui» che si può ritrovare in situazioni particolari, come in una folla «eccitata dalle passioni» (Sogno e occultismo 1932). In questi esempi Freud collega le situazioni di contagio emotivo alla struttura psicologica dei gruppi e a fenomeni che non sono governabili volontariamente. L’empatia sembra avere un carattere pervasivo: che oggi diremmo “virale”. L’idea della paura o della rabbia che dilagano in una folla impazzita getta una luce dubbia sul legame empatico; forse è questo che rende Freud guardingo sull’empatia, come sottolinea Stefano Bolognini, nella sua completa messa a punto del concetto di empatia in psicoanalisi.
Dopo Freud l’empatia è stata riportata in onore negli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70 da Heinz Kohut: l’idea con lui ha avuto molta fortuna, anche al di là della psicoanalisi. Attento a evitare una concezione “sentimentaleggiante”, dell’empatia, Kohut la considera uno strumento conoscitivo, e una forma di disponibilità che consente all’analista di assumere un ruolo quasi genitoriale: cruciale per la coesione psicologica dell’analizzando.
Diventa perciò doveroso per l’analista perseguire un atteggiamento empatico. Bolognini discute l’approccio di Kohut riprendendo un caposaldo del pensiero di Freud: l’io “centrale”, il nostro organo di autogoverno, è largamente inconscio. Perciò un soggetto si può identificare con un altro soggetto senza saperlo e a volte senza volerlo. E può empatizzare o simpatizzare, o anche provare distacco, ma non a comando. Su questo si può e si deve riflettere, evitando il “buonismo” analitico. Così l’empatia in psicoanalisi non può essere “prescritta” ma deve essere altamente apprezzata perché quando la si raggiunge consente una straordinaria apertura dell’interiorità. Chissà cosa ne direbbe Rick Deckard, il protagonista del romanzo, citato in apertura, che ha ispirato Blade Runner di Ridley Scott.
La reazione tardiva di Rachael, ricordiamo, fa capire a Rick che la ragazza finge empatia ma non la prova. Così lui intuisce che lei è una replicante: non prova sentimenti empatici perché è un androide: come quel gruppo di ribelli, diventati predatori, che lui, Rick, ha il compito di uccidere. Nella prima versione di Blade Runner (1982) la soluzione è ottimistica: Rick si innamora di Rachael, che, ricambiandolo, si avvicina all’empatia; ma nell’ultima edizione del film le cose non vanno così e si scopre che anche Rick è un replicante. È la rivincita dell’oggetto che può restare totalmente alieno per il soggetto. Chissà quale versione sarebbe piaciuta di più a Freud?
Stefano Bolognini, L’empatia psicoanalitica, Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 226, € 24,00;
Stefano Bolognini, Passaggi segreti. Teoria e tecnica della relazione interpsichica, Bollati Boringhieri, pagg. 256, € 20,00
Andrea Pinotti, L’empatia. Storia di un’idea da Platone al postumano, Laterza, Roma, pagg. 224, € 20,00
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-06-29/nei-panni-replicante-081451.shtml?uuid=

ECCO COSA HA FATTO LA BOLDRINI IN RITIRO SPIRITUALE CON LERNER. Il presidente della Camera dopo il ritiro in un agriturismo dell’Umbria: “Qualche errore è inevitabile”
di Luisa De Montis, ilgiornale.it, 30 giugno 2014
Si era recata in un agriturismo nel sud dell’Umbria, precisamente al Castello di Titignano tra Todi e Orvieto.
Il tutto per rifarsi l’immagine e migliorare la sua strategia di comunicazione (dicevano i rumors) in compagnia di Gad Lerner, dell’ex onorevole Pci-Pds-Ds Elena Montecchi e dello psicanalista Massimo Recalcati. Ma in realtà la presidente della Camera ha spiegato all’Espresso che si è trattato semplicemente di un retreat: “È normale in ogni organismo istituzionale che si rispetti. Si va in un luogo che agevoli il raccoglimento e si chiamano delle figure esterne”.
Diversa l’opinione di Lerner e Montecchi: Abbiamo fatto il bilancio su un anno di presidenza, e senza tanti complimenti”. Alla domanda su eventuali errori commessi finora la Boldrini risponde: “Qualcuno è inevitabile, credo però che sia anche un errore pensare che potessi accettare questo ruolo e non interpretarlo a modo mio”.
http://www.ilgiornale.it/news/interni/ecco-cosa-ha-fatto-boldrini-ritiro-spirituale-lerner-1033224.html

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CUORE E DENARI: "SI CAMBIA!"
da radio24.ilsole24ore.com, Cuore e denari, 30 giugno 2014
Da questa settimana entra in vigore la norma che prevede l'uso del POS (dispositivo per pagamenti con Bancomat e carte) in tutti i casi in cui avviene una cessione di beni o di servizi, e quindi dall'avvocato al commercialista, dal negoziante all'idraulico. Una piccola rivoluzione che interessa milioni di imprese, artigiani, studi professionali e che ha scatenato le proteste di decine di associazioni di categoria, che lamentano in primo luogo costi e commissioni rilevanti, a fronte di importi non elevati, a tutto vantaggio dei circuiti finanziari. Noi sentiamo in particolare il punto di vista di Marco Cuchel - presidente dell'associazione nazionale commercialisti - e di Marco Accornero - segretario nazionale dell'Unione Artigiani. Con l'aiuto di Nicola Forte - consulente tributario ed esperto per Il Sole 24 Ore - facciamo il punto della situazione con i consigli per i clienti e le ragioni di chi – tra i professionisti – al POS vuole resistere.
D'altronde resistere a un cambiamento può essere naturale, specie se imposto o vissuto come tale. Cambiare, si sa, può destabilizzare, anche se si cambia in meglio. Lo sappiamo tutti per esperienza diretta. Nella seconda a parte della trasmissione parliamo di cambiamento. Si possono cambiare tante cose, piccole o grandi dalla pettinatura alla casa, dal partner al lavoro. Ci son persone che cambierebbero di continuo altre che non lo farebbero mai. Altre ancora che si concedo piccoli e oculati cambiamenti non amano rischiare troppo. C'è chi cambia e si pente e chi si pente di non aver cambiato. Le sfumature sono tante. Ne parliamo con Luigi Ballerini - medico, scrittore e psicoanalista freudiano.

Clicca su Riascolta la puntata al link qui sotto:
http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/cuoridenari/2014-06-30/camb...

Fonte: http://rassegnaflp.wordpress.com

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