LO PSICHIATRA DIETRO LE SBARRE
Terapie senza diagnosi
di Gian Maria Formenti

Che la mano destra sappia ciò che fa la sinistra

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20 settembre, 2014 - 15:29
di Gian Maria Formenti
Scrivevano nel 1996 due colleghi, Carlo Valitutti ed Antonio Piro, a proposito dell’intervento psichiatrico in carcere che: “ Proprio….. in quest'area di crisi, dove il controllo si confonde con la cura e la repressione con l'assunzione di responsabilità, l’intervento psichiatrico a volte può diventare per il carcere una sorta di risorsa impropria e mistificante, ed il filo sottile della follia, della devianza, della povertà e dell'emarginazione, emergendo da un'attualità sempre presente e mai superata, può ripercorrere inesorabilmente la strada drammatica che dall'incapacità, attraverso la pericolosità e la difesa sociale, porta prevalentemente ad un isolamento di tipo custodialistico e manicomiale.” (1
 
Cercando di filtrare la complessità del linguaggio, gli autori identificavano un aspetto fondamentale nel rischio di ambiguità di tale intervento, dove la clinica viene troppo spesso snaturata delegando alla psichiatria l’intervento in situazioni di conflittualità ambientale che sfociano in atti di auto od etero aggressività: assimilando quasi automaticamente il disagio psichico della reclusione alla patologia psichiatrica. 
 
Questa delega, quasi come ad una mamma buona e curatevole, finisce nel definire con troppa facilità una diagnosi che perde il valore di step irrinunciabile per razionalizzare l’intervento terapeutico: intervento non più finalizzato a curare nel senso che ogni singolo terapeuta può dare a questo concetto, ma a definire quel confine che a volte, e non raramente, trasforma il detenuto comune in “reo folle” dando al Magistrato gli strumenti per ratificare lo stato di incapacità e pericolosità sociale.
 
Non intendo entrare nella problematica del valore di tali figure giuridiche, meritevole di ben più che un capitolo a parte, ma sottolineare la particolarità del lavoro dello psichiatra in carcere,  a cui viene richiesto di coniugare la competenza clinica con quella forense.
 
Necessario sicuramente, nel momento che è un bisogno esplicitamente espresso quello che fa si che gli operatori sanitari in carcere si trovino quotidianamente a confrontarsi con problematiche di natura medico legale.
 
Aspetto che pone lo specialista in una condizione anomala, in quanto, preparato e formato sostanzialmente in ambito clinico, e che si trova in carcere ad agire verso il medesimo paziente dovendo integrare due aspetti contradditori: da un lato quello dell’alleanza terapeutica che si fonda sulla reciprocità, già di per se spesso elemento di criticità nella relazione psichiatrica medico-paziente; dall’altro quello di dover esprimere giudizi di natura medico-legale, sovradeterminanti la volontà del paziente e quindi non compatibili con un rapporto di fiducia.
 
Come espresso in un lungo colloquio insieme tempo fa con Antonino Calogero, allora Direttore dell’OPG di Castiglione delle Stiviere – colloquio che mi verrebbe più propriamente da definire un “Lectio Magistralis” – veniva dall’emerito collega significata la necessità di mantenere un costante confronto tra questi due ambiti, quello clinico e quello legale, per evitare che venisse snaturata, e mi viene da dire avvilita, la competenza clinica che il professionista deve essere in grado di esprimere compiutamente: ” L’intervento degli esperti del DSM (psichiatri e psicologo) e il confronto con i medici, ha denotato come gran parte degli agiti non derivasse da variabili endogene e quindi dovute a psicopatologie, ma, derivavano da altre variabili correlate alla difficoltà d’ordine sociale ed istituzionale. 
Spostando il focus dalle variabili esclusivamente cliniche e personologiche a quelle più sociologiche e di contesto, ci apre a riflettere su come indirizzare l’aiuto Sanitario in quanto abbiamo notato che dando priorità alle persone che esprimono con l’autolesionismo un disagio esistenziale profondo si rischia di rinforzare in modo implicito comportamenti disfunzionali. E’ molto forte, da parte degli operatori, la consapevolezza di dover lavorare secondo una prospettiva olistica e sistematica per comprendere le multiproblematicità che il detenuto si trova a dover affrontare nel corso della detenzione. Solo con un intervento multidisciplinare, in sinergia tra le competenze (Operatori Penitenziari, Area Pedagogica e Sanitaria) può favorire l’analisi di tutti i livelli di funzionamento del detenuto (biologico, psicologico e socio-relazionale). Inoltre, nel favorire il benessere del detenuto, è importante “un’ospitalità” libera da ogni forma di valutazione intesa come giudizio o biasimo; ciò favorisce la loro apertura autentica. Sembrerebbe che la relazione interpersonale che si crea nel percorso di cura, sia una relazione antitetica a quella vissuta in passato dal detenuto, che favorisce nuovi apprendimenti e quindi nuove modalità di stare in relazione con gli altri (operatori, cancellini e agenti) preparandosi al reinserimento in società.”  2)
 
Riflessione difficile, ma necessaria, che richiede da parte di ognuno di non sconfinare dai propri ambiti: senza chiudersi nella torre d’avorio dell’apporto consulenziale che non può e non deve essere la competenza unica e sostanziale dello psichiatra di comunità; ma nello stesso tempo mantenendo ben distinte le due competenze, quella clinica e quella medico legale, incompatibili se gestite dal medesimo professionista nei confronti del singolo paziente e che necessitano di un continuo confronto e collaborazione che non può altro che arricchirle entrambe.
 
2) “la voce del DSM”   ottobre 2012 Anno II numero 6      http://www.hsacomo.org/v2/1/?s=12&p=189
 
 
 
 
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