La popolarità della psicoanalisi nei paesi dell'Est Europeo

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4 febbraio, 2015 - 11:01
Intervista a Sergio Benvenuto di Natalia Ulko
Per il n. 1 dell’edizione in russo dell’European Journal of Psychoanalysis, editata a Kiev, Ucraina
Kiev, dicembre 2012 e realizzata presso Istituto Internazionale di Psicologia del Profondo di Kiev

N. Ulko - Secondo lei, oggi la psicoanalisi ha perso – o invece ha guadagnato - qualcosa rispetto a quella che era ai tempi di Freud? Se ha guadagnato qualcosa, che cosa secondo lei?

S. Benvenuto - Certo dopo Freud abbiamo avuto e abbiamo molte scuole importanti in psicoanalisi, e tutte si vogliono, ovviamente, un progresso rispetto a Freud. Anche chi ha proclamato un Ritorno a Freud pensa che questo “ritorno” sia un andare avanti. Molto spesso, nella storia, è quando “si ritorna” che si innova profondamente. La storia, anche della psicoanalisi, è un fiume che non può mai tornare indietro. Anche Martin Lutero si voleva un Ritorno al Cristianesimo agostiniano primitivo, ma oggi sappiamo che, proprio tornando alle origini, Lutero ha rinnovato profondamente il mondo cristiano
Quanto a me, non appartengo ad alcuna scuola, et pour cause, proprio per poter ripensare liberamente i fondamenti della pratica e della teoria analitiche. Non seguo alcuna Bibbia psicoanalitica, mi etichetto libero pensatore.
Una differenza importante tra i tempi di Freud e i nostri consiste nel fatto che nella prima metà del secolo scorso la psicoanalisi era, di fatto, la sola psicoterapia disponibile, o quasi. Per psicoterapia si intende ‘logoterapia’, ovvero curare qualcuno attraverso la parola senza mai toccare il corpo, e senza inserire nulla di materiale nel corpo.  Oggi, almeno nei paesi occidentali, abbiamo centinaia di logoterapie di vario tipo, che si basano sulle teorie più diverse, e alcune decisamente anti-psicoanalitiche. La psicoanalisi ha perso quindi il suo status di quasi-monopolio, opera ormai in un regime di libera concorrenza in un contesto di globalizzazione psicoterapica.
D’altro canto, nella stessa psicoanalisi si sono sviluppate molte correnti, sia all’interno dell’IPA (International Psychoanalytic Association), la società freudiana originaria, che al suo esterno. Insomma, viviamo in un’epoca di pluralismo, nel senso che il campo delle psicoterapie e della psicoanalisi assomiglia sempre più a un vasto supermarket, a un Mall americano, dove si possono scegliere tanti diversi tipi di carni, deodoranti, vini, etc., delle aziende più diverse. Ci sono psicoterapie per ogni gusto e per ogni tasca. La psicoanalisi deve quindi confrontarsi con una concorrenza sempre più ampia e aggressiva.
Alcuni dicono che la psicoanalisi “uscirà dal mercato”, che insomma non è competitiva, perché, rispetto alle psicoterapie rivali, essa (1) dura troppo a lungo e quindi è troppo costosa, (2) esige regole troppo severe, come il dover venire regolarmente dall’analista almeno due volte a settimana (anche se oggi, in tempi di crisi economica, sempre più si fanno analisi al ritmo di una volta a settimana), (3) non punta decisamente alla guarigione del sintomo, della sofferenza che ogni paziente denuncia, ma impegna in un lavoro “troppo profondo” – suol dirsi - di ricostruzione dei rapporti infantili, delle fantasie inconsce molto lambiccate, ecc. In un’epoca in cui prevale la velocità, anche nelle cure, la psicoanalisi appare démodée, legata a un mondo lento che non esiste più.
E’ vero, la psicoanalisi è una scelta aristocratica. Non nel senso di cosa “dei migliori”, ma nel senso di pratica di una élite. Non credo che questa élite scomparirà tanto presto, anche se il mondo in cui viviamo tende a farne… solo un’élite. Perché la psicoanalisi si basa su una scelta etica ambiziosa che poche sue rivali fanno propria. Un esempio.
Uno venne in consultazione da me perché spesso faceva ritardo, e soprattutto perdeva spesso il treno che, ogni mattina, lo portava al lavoro. Ovvero egli portava un sintomo, qualcosa di ego-distonico. Mentre in medicina il sintomo è traccia di un processo morboso sottostante, in psicoanalisi invece il sintomo è segno o traccia di un desiderio o godimento ‘altro’, inconscio disse Freud.
Le psicoterapie non analitiche rispondono essenzialmente a quella che in francese si chiama demande, e in inglese demand, domanda-per-avere. La domanda iniziale del paziente è di eliminare quel sintomo. (Dico qui “paziente”, e non “analizzante” come molti di noi sono abituati a dire, proprio perché chi viene in consultazione chiedendo la cura di un sintomo non è ancora un “analizzante”, ovvero non è ancora qualcuno che si analizza attraverso un analista, ma è ancora uno che è là perché patisce di qualcosa.) Gli psicoterapeuti cognitivisti, ad esempio, cercheranno dei marchingegni che permettano al paziente di non perdere più il treno, e talvolta ci riescono. Il fine delle terapie cognitive è rafforzare il controllo dell’Io su se stesso (nel senso che Freud dette a questa istanza, l’Io: ovvero, il padroneggiare se stessi).
Un analista opererà diversamente, perché è diversa la sua etica: non darà al paziente delle prescrizioni per soddisfare la sua demand, piuttosto inviterà il demanding subject a parlare liberamente, senza peli sulla lingua – all’associazione libera. E difatti proprio parlando emerse, a un certo punto, che il Nostro, pur in apparenza soddisfatto del suo lavoro, nel fondo lo detestava. Perché era il lavoro che voleva fargli fare il padre, mentre lui sognava qualcosa di molto diverso. Ovvero, dietro la domanda manifesta di controllo – “non voglio più perdere il treno” – emersero desideri difficilmente confessabili anche a se stesso.
L’etica delle psicoterapie non analitiche è quindi molto diversa dall’etica psicoanalitica. Quest’ultima innesca un processo che prima o poi porta il soggetto a problematizzare ciò che vuole e quindi all’incertezza su quel che egli è. Lo psicoanalista scommette sul fatto che ogni soggetto in sofferenza è teatro di volontà divergenti, e la scelta etica dell’analista è di non suturare questa divisione, ma portarla alla luce. Un impegno ‘aristocratico’, lo ammetto. Perché nella nostra epoca domina l’etica-pratica della demand/supply, come si dice in Economia, ovvero domanda e offerta: tu domandi qualcosa, e io ti fornisco quello che tu domandi. Tu chiedi tablets o cocaina, e io te li fornisco. O, inversamente, io ti offro qualche cosa, e così tu me la domanderai.

Lei si è occupato dell’interpretazione in psicoanalisi. In particolare nel saggio pubblicato on-line “The Crisis of Interpretation” (http://www.psychomedia.it/jep/number6/benvenuto.htm).
Parlando di Freud, lei diceva che l’analisi, per lui, è un modo di dare senso alla sofferenza. E che attraverso le interpretazioni possiamo toccare il reale.
In un suo articolo “«Eyes Wide Shut» Psychoanalysis is it in contact with the Real?”[1] lei ricorda che, secondo Jacques-Alain Miller, l’era delle interpretazioni, grazie a cui Freud ha sovvertito il discorso del XX° secolo, è ormai alle nostre spalle. Lei concorda con questo?
 
Si e no. Credo che Miller – nel testo che ho commentato nel saggio che lei ha citato, tradotto anche in russo[2] - si riferisse alle interpretazioni tipiche degli analisti ‘ortodossi’; interpretazioni luoghi comuni (a cui indulgono però, me lo lasci dire, anche molti lacaniani).
Un esempio. Un analizzante di Lacan pubblicò tempo fa un libro sulla sua analisi con Lacan. Racconta che un giorno un altro analizzante di Lacan, che conosceva personalmente, rubò un bastone da passeggio in un negozio di antiquariato molto vicino allo studio di Lacan; la padrona denunciò la cosa al suo analista[3]. Ora, si dà il caso che il bastone in francese si dica la canne, che ha un suono simile a quello di Lacan. Da qui la sua interpretazione – direi “selvaggia” – sul fatto che, secondo lui, questo analizzante di Lacan volesse rubare Lacan stesso, il suo sapere… Alcuni credono che interpretare in senso lacaniano equivalga a fare interpretazioni che si basino su giochi di parole, su rebus, come questo tra “la canne” e “Lacan”. Comunque, anche in queste interpretazioni enigmistiche, si tratta pur sempre di trovare un senso metaforico a un atto, in questo caso criminoso. Se l’innovazione di Lacan fosse solo questa, la montagna avrebbe partorito il topolino.
Credo che la psicoanalisi – e questo mi sembra il senso di quel che diceva Miller - debba evitare invece di fornire questi sensi metaforici agli atti o alle parole del paziente. Ovvero, le interpretazioni di questo tipo – anche se giocano sul significante, tipo “la canne” e “Lacan” – sono tutte “selvagge”. Ma mi chiedo: non c’è qualcosa di selvaggio in ogni interpretazione, anche nella più raffinata e convincente? Mi pare che Miller, come altri lacaniani e non, cerchi di liberare la psicoanalisi dall’interpretazione come “cosa da selvaggi”, che insomma egli tenda a civilizzare la psicoanalisi. A redimerla dalla selvatichezza ermeneutica.
Questo non toglie però che l’analista non possa riferirsi a rapporti di causa-effetto, ma a rapporti di significazione. Invece le generazioni analitiche precedenti puntavano proprio sull’intersezione dei rapporti di significazione con quelli di causa-effetto. Si prenda il caso a cui ho accennato prima dell’uomo che perdeva spesso il treno. L’approccio classico consisteva nel dirgli: “La causa del suo perdere il treno sono i suoi impulsi di odio e ribellione contro suo padre”. Scodellando al paziente questa interpretazione, l’analista era convinto anche di indicare la causa del sintomo. Le interpretazioni erano considerate alla stregua di ipotesi scientifiche.
Credo che l’approccio oggi sia meno drastico, meno arrogante. Noi non sapremo mai quale fosse la vera causa di quel perdere il treno. Se fossimo degli scienziati, faremmo delle ricerche, e potremmo scoprire, ad esempio, che la causa del perdere spesso il treno era invece un ripetuto ritardo dell’autobus che lo portava alla stazione. Ma un analista non fa ricerca scientifica. (Io appartengo a un’istituzione di ricerca scientifica, il CNR, e posso assicurare che la psicoanalisi è bandita dalla ricerca scientifica oggi. E’ vero che alcuni miei amici scienziati fanno anche gli psicoterapeuti; ma di nascosto, non lo vanno certo a dire ai colleghi.)
Piuttosto l’analisi innesca un processo di “sovversione del soggetto”, come diceva un tempo Lacan. Ovvero, a partire da quel sintomo riportato, si è sviluppato un processo che, poco a poco, ha portato il soggetto a cambiare la propria posizione soggettiva. E ciò indipendentemente dalle cause specifiche di quel sintomo. E cioè, il soggetto è giunto a non più sottomettersi alla volontà del Padre (Lacan direbbe: al desiderio dell’Altro), dato che il padre vero era morto, bensì a porsi il problema cruciale: “ma che cosa voglio io?” Questo avviene attraverso un processo di parola, quindi attraverso un atto di significazione.  Si può anche abbandonare l’interpretazione classica, rimanere in silenzio anziché sfornare significati, resta che la psicoanalisi è una pratica di significazione.
Questo significa che l’operare psicoanalitico non ha nulla a che fare con una tecnologia che discenda da teorie scientifiche precise, così come l’uso industriale o bellico dell’energia atomica discende dalle teorie elaborate sull’atomo dalla meccanica quantistica. Psicoanalizzare è piuttosto una pratica – Freud la metteva in relazione con governare ed educare, in quanto tutti e tre per lui erano “mestieri impossibili”. La psicoanalisi appartiene alla stessa dimensione della politica e della pedagogia – e aggiungerei, dell’amministrazione della giustizia. Così come si parla di giurisprudenza, analogamente la psicoanalisi è una psicoprudenza. Non dico affatto che la psicoanalisi sia una forma di governo, di educazione o di giurisprudenza: dico solo che tutte queste attività sono nello stesso registro. Il registro che gli antichi greci chiamavano phronesis, e i latini prudentia. La psicoanalisi non è una teoria applicata, ma è una pratica di prendersi cura [care e cure] che deve cercarsi una teoria. Perché in fondo, a pensarci bene, la psicoanalisi non ha ancora una vera teoria della propria pratica.

Nello stesso articolo che ho citato prima, lei parla di “affetto di verità” e delle interpretazioni che aiuterebbero a coltivare questa verità nel soggetto. Lei dice che proprio questo “affetto di verità” mostra al soggetto la possibilità di spiegare se stesso in modo diverso, di aprirlo all’alterità, cosa che lo atterriva.
Allora, questa verità è un cambiamento della posizione (o locazione) del soggetto rispetto a se stesso o rispetto all’Altro?
 
Quando proposi il termine “affetto di verità” giocavo un po’ con un termine che usano spesso gli analisti francesi, effets de vérité, effetti di verità. Volevo dire con questo un dato d’esperienza banale: che in analisi a un certo punto l’analista dice delle cose – magari anche due sole parole – che ‘colpiscono’ l’analizzante. Quest’ultimo sente come una ventata di verità a cui non può restare indifferente, non può far finta di niente, e magari dice “E’ proprio così”. In altri casi si mette a ridere, perché noi ridiamo quando una verità che non doveva apparire invece appare, liberandoci all’improvviso di una costrizione che non percepivamo. Freud concepiva in effetti la risoluzione del sintomo, la guarigione, come affine alla dinamica del Witz, del motto di spirito.
Ad esempio, un mio paziente aveva capito che ogni volta che era colto in seduta da un attacco di sonnolenza, fino ad addormentarsi certe volte sul sofà, era dopo che io gli avevo fatto notare “una verità”. E io a mia volta capivo che avevo toccato qualcosa di molto sensibile, magari senza volerlo, quando l’analizzante veniva preso da questo attacco di sonno. Questo perché la sonnolenza era in lui, per lui,  l’effetto-affetto di una verità detta. In questo caso, più che di ‘affetto di verità’, si dovrebbe parlare di “addormentarsi per la verità”. Appisolarsi era una forma di difesa, si dirà; ma era anche un modo per evidenziare la verità, così come si evidenziano delle parole al computer tingendole di giallo, ad esempio.
Di fatto l’”affetto di verità” è uno strumento transferale. Lacan ha detto che c’è transfert nella misura in cui l’analista è “soggetto supposto sapere” da parte dell’analizzante. Questa supposizione viene rafforzata dal fatto che l’analista provoca nell’analizzante degli affetti di verità.
Insomma, in vari modi il soggetto sente che una verità che lo riguarda è emersa. Ma allora qualcuno dirà: se si tratta di affetto di verità, ma non di verità (nel senso della scienza), possiamo dire allora che la psicoanalisi crei delle illusioni di verità? In effetti, nulla dimostra che sveli delle ‘vere verità’.
E’ evidente che questa ‘verità’ che fa dire all’analizzante “è proprio così” – oppure lo fa ridere, o lo fa appisolare - non ha nulla a che vedere con la verità scientifica, che è sempre “adeguazione del discorso alla cosa”. Se dico “la neve è bianca” dico una verità perché, se osserviamo la neve in tutto il mondo, la troveremo sempre bianca.  Ma quando gli analisti, e non solo lacaniani, parlano di “verità”, si riferiscono a qualcosa di diverso.
Alcuni dicono “la verità in analisi è l’autenticità, vale a dire il poter finalmente parlare e agire senza una maschera”. E’ quel che Lacan, in un primo momento, chiamò “parola piena”.
Piuttosto io direi qui – usando ancora termini lacaniani – che ciò che persegue veramente l’analista non è dire lui la verità, ma mettere il soggetto di fronte al Reale. Qui però dovrei spiegare che cosa significa Reale in Lacan. Troppo complesso. Alla prossima puntata.

Ha corso un’idea secondo la quale la nostra società per sua natura sarebbe narcisistica. Il motto di questa società sarebbe il seguente: io devo essere al posto di un altro, tutti i suoi desideri dovrebbero essere i miei stessi desideri, e dovrei godere così come l’altro gode. Da noi, l’epoca del cosiddetto “Uccello Blu” (un sogno) è stata sostituita dall’epoca del “Vello d’Oro” (il danaro). [“L’uccello blu” è tratto da un’opera di Maurice Maeterlinck, che divenne il simbolo stesso della Felicità nell’epoca sovietica.] Il soggetto non vuole più desiderare, il soggetto vuole godere.
Lei pensa che nella nostra società ci sia il pericolo di saziarsi col piacere? E’ per caso questa sazietà la ragione dell’aumento di varie psicopatologie oggi, o della depressione cronica? Insomma: il soggetto non può desiderare più, ma il soggetto è divenuto rabbioso con se stesso proprio per aver perso la possibilità di desiderare.

 
In effetti, sin dagli anni ’70 l’americano Christopher Lasch, nel saggio The culture of Narcissism, sostenne – rifacendosi alla psicoanalisi – che la società occidentale di allora era fondamentalmente narcisistica.
Molti filosofi e psicologi sostengono che oggi siamo in una cultura molto permissiva che punta al godimento immediato dei beni, e che abbiamo svuotato Eros, il desiderio. Si cita continuamente la “società liquida” di Zygmunt Bauman. Personalmente considero questo un cliché, le cose sono molto più complesse.
Se andiamo a leggere i Dialoghi di Platone, vedremo che già allora il filosofo rimproverava alla gente comune di godere troppo, mentre il filosofo – e l’élite degli spiriti superiori – anziché godere, desidera sempre. La filosofia era Eros, desiderio, non godimento di qualcosa. Socrate diceva di sé che era sempre innamorato – ma non faceva sesso, non godeva, con i ragazzi adolescenti che desiderava.
Da secoli si pensa che quattro cose ci facciano godere: danaro, sesso e/o amore, potere, sapere. L’uomo superiore, sin dall’Antica Grecia, era chi rinunciava a godere di tutte e quattro queste cose. Rinunciava anche al sapere, dato che il filosofo, appunto, sa solo di non sapere, ovvero corteggia sempre la verità, senza però mai conquistarla e possederla.
Non sono nemmeno convinto che oggi, nelle società occidentali, la gente sia più nevrotica o depressa che nel passato. Alcune recenti ricerche storiche epidemiologiche paiono smentire questa idea molto comune. Certamente nella nostra società c’è un malessere diffuso, talvolta indefinibile, che Freud descrisse nel saggio “Malessere nella civiltà”, Das Unbehagen in der Kultur. Per inciso, pare che questo sia il saggio di Freud più letto nel mondo. Eppure la spiegazione che dava Freud di questo Unbehagen, di questa scontentezza, non può convincerci oggi. Perché, come lei dice, oggi il comando del nostro Super-Io non è più “Se usi il tuo pene te lo taglio! Se dai a un uomo la tua vagina, sei una puttana!”, quanto piuttosto “Godi!” Per Lacan questo è il comandamento essenziale del Super-Io – o dell’Altro, come lo chiama lui – in qualsiasi epoca, non solo nella nostra - “Godi!”
Se la gente oggi si lamenta nelle nostre città ricche (o comunque meno povere di tante altre dove non a caso invece la psicoanalisi non esiste) è piuttosto perché si dice “ma qui non si gode mai!” Proprio in queste città dove più nessuno muore di fame, si diffonde l’anoressia soprattutto femminile, sconosciuta invece nei paesi dove ancora molti fanno la fame: ovvero, tante donne godono solo non mangiando. Si è visto che accumulare potere, sesso e amore, danaro, sapere – e cibo - non porta a un godimento definitivo e non controverso. Vorremmo godere, ma non ci riusciamo. In questo senso non condivido completamente la Sua idea che oggi il desiderio sia in crisi, tacitato dal benessere (per chi ne usufruisce): direi che piuttosto la gente desidera sempre più, desidera godere. Ma è proprio perché desideriamo troppo godere – perché c’è l’ha ordinato il medico, ormai sempre più nel senso letterale dell’espressione - che non godiamo mai. E cerchiamo un analista che ci sveli questo imbarazzante mistero.

Lei ha anche scritto che la psicoanalisi non tollera la dittatura e che può svilupparsi solo in paesi a regime democratico. Secondo lei, quale è la ragione della popolarità della psicoanalisi nei paesi post-sovietici, in particolare in Ucraina? E’ questo la reazione al fatto che il regime sovietico non la promuoveva affatto, anzi la proibiva? E’ per caso il risultato del formarsi di una nuova era di radioso futuro? E’ che la psicoanalisi ci aiuterà? (come dicono: “l’Occidente ci aiuterà”). O piuttosto si tratta di un’opportunità per superare l’ansia, la quale è il risultato della transizione dal collettivismo all’individualismo?  Si tratta di un tentativo di “catturare” il Reale e di riempire il vuoto?
 
Veramente non ho detto che la psicoanalisi non tollera la dittatura, ho detto piuttosto che le dittature non tollerano la psicoanalisi. Quando negli anni ‘70 l’Argentina fu dominata da una dittatura militare, tanti psicoanalisti vennero imprigionati o uccisi proprio perché psicoanalisti. All’inverso, quando negli anni ‘30 in Germania e poi in Austria subentrò il regime nazista, molti analisti fecero di tutto per continuare a fare psicoanalisi, fino al punto da “collaborare” con la tirannia. Ma questo non servì a salvare la psicoanalisi all’epoca in Germania, e poi nemmeno in Austria.
Credo però che la psicoanalisi abbia difficoltà a fiorire nelle dittature anche quando esse la permettono. Anni fa incontrai giovani psicoanalisti cubani che si dissero convinti che la psicoanalisi poteva svilupparsi a Cuba – mi riprometto di tornare a Cuba per verrificare se così è stato. Questo mancato sviluppo in paesi senza pluralismo democratico è un dato di fatto che può essere spiegato in molti modi. Alcuni ad esempio credono che la condizione dell’espansione della psicoanalisi non sia la democrazia pluralista – che implica la libertà di espressione attraverso i media – ma l’essere paesi cristiani o ebraici. Però si potrebbe obiettare che la psicoanalisi va forte anche in Giappone, che pure non è di cultura ebraico-cristiana; mentre in Cina, ad esempio, non decolla. Un’altra condizione per la sussistenza della psicoanalisi sembra essere l’aver raggiunto un PIL pro capite alquanto elevato, grazie al capitalismo. In India, che pure da tempo è un paese democratico, la psicoanalisi non ha goduto di grandissimo sviluppo proprio perché l’India è stata finora un paese povero. Il suo attuale boom economico porterà a una fioritura della psicoanalisi?
Lei mi chiede: perché il crollo del sistema sovietico ha coinciso con il diffondersi della psicoanalisi? Forse perché la gente si sente peggio oggi che nel regime collettivista? E’ la psicoanalisi un side effect, un effetto collaterale come si dice in medicina, dell’individualismo capitalista, dando per scontato che con l’individualismo si è più angosciati? Francamente non lo so. Posso provare solo a fare qualche ipotesi.
Se è vero – nei fatti - che lo sviluppo sia del capitalismo che della democrazia pluralista è la condizione del fiorire della psicoanalisi, allora c’è qualcosa in comune tra capitalismo e democrazia. Il capitalismo si basa sulla competizione tra diverse aziende libere di entrare nel mercato, la democrazia pluralista si basa sulla competizione tra diversi partiti alternativi; il capitalismo muore con i monopoli economici, la democrazia muore con il partito unico. (Certo ci sono paesi capitalisti non democratici, come oggi la Cina e Singapore.) Sia nel capitalismo che nella democrazia pluralista, insomma, la competizione generale è promossa in nome della libertà.  Non a caso tutti i termini che si riferiscono alla democrazia e al capitalismo evocano la libertà: liberismo, liberalismo, libertà civili, free market, ecc. Credo che il passaggio dal regime sovietico a quello capitalista-democratico abbia avuto per gli individui il senso di “finalmente sono libero!” Libero di competere e di godere.
Allora, è proprio quando la libertà viene non solo concessa ma elevata a ideale fondatore del legame sociale, che gli individui si rendono conto che soggettivamente non sono affatto liberi! Lamentano inibizioni, sintomi e angosce (si ricordi il titolo del saggio di Freud) proprio perché si rendono conto che non sono liberi di godere. “Vorrei… fare tanti soldi, arrivare alla vetta della carriera, andare a letto con tanti uomini o donne, sapere tutto quel che c’è da sapere… ma non posso!”
Credo che nel regime sovietico si soffrisse non meno di oggi (so ad esempio che l’alcolismo maschile è stato sempre un grande problema anche nello stato sovietico), ma queste sofferenze non apparivano ‘sintomi’, ovvero non erano vissute come ostruzioni alla propria libertà di competere. Tu piuttosto, che hai avuto esperienza del regime sovietico, dovresti dirmi come veniva trattata un’isterica, ad esempio una che non riusciva a deambulare, all’epoca sovietica. Suppongo che o le si dessero dei farmaci, oppure, se la paralisi isterica non le permetteva di andare al lavoro, la si biasimasse come una parassita, un’infingarda. Suppongo che la “psicopatologia” venisse ridotta o a malattia organica, oppure a pigrizia socialmente sanzionata. Del resto la gente poteva sempre dirsi “sto male perché non c’è libertà di esprimersi! Sto male perché non posso godere dei beni di cui godono gli occidentali!” Ora però questi alibi sono finiti: percepirsi come portatori di “sintomi” significa riconoscere che, nel fondo, non siamo liberi. E’ solo dopo che si esce di prigione che ci si rende conto della prigione immateriale che uno si porta dietro. Perché questo è il sintomo: l’Io (das Ich), che si crede libero, deve ammettere a denti stretti che non è affatto affrancato dal proprio inconscio. Perché l’inconscio non è solo il dispotico Altro che ci impone “Godi!”, è anche Es, ovvero forme di godimento che stornano la sorveglianza dei nostri ideali. In un regime di libera concorrenza la sofferenza detta psichica assume un altro colore: non è più frutto del torto che ci hanno fatto gli altri o il nostro corpo, ma è un godimento inflessibile che ci domina. L’inconscio non è democratico; è alquanto dispotico.
Lacan diceva che la psicoanalisi è un sintomo; sintomo, si suppone, del nostro assetto sociale. Un sintomo da cui si potrebbe guarire. La psicoanalisi allora sarebbe una pratica storicamente limitata, destinata cioè a finire. Ma sintomo di che cosa?
Secondo me, la psicoanalisi è il sintomo della libertà. E’ il costo – anche economico, dato che costa fare analisi – della libertà politica ed economica.
Forse per questa ragione la leggenda vuole che, quando Freud passò in nave sotto la statua della Libertà per sbarcare a New York, egli dicesse a Jung “costoro [gli americani] non sanno che stiamo portando loro la peste!”[4] Ma la peste in America c’era già, e l’origine ne era quella cosa di cui la famosa statua davanti al porto di New York era ed è la rappresentazione.
 

 



[1]Eyes Wide Shut. Does Psychoanalysis have Contact with the Real?”, Journal of European Psychoanalysis, 8-9, Winter Fall 1999, pp. 43-66. [http://www.psychomedia.it/jep/number8-9/benvenuto.htm]. Tr.it. “Eyes wide shut. La psicoanalisi ha contatto con il reale? Scientificità, ermeneutica e rapporto al reale nella pratica analitica”, Rivista Italiana di Gruppoanalisi, vol. XVII, 1/2003, pp. 137-163.
[2] ""Shiroko zakrytye glaza". Psikhoanaliz: v kontakte lion s real'nostju?", Psychoanaliz, #3, 2003, Kiev, pp.5-28.
[3] Pierre Rey, Une saison chez Lacan (Paris: Laffont, 1989), pp. 138-145.
[4] Una leggenda propagandata da Lacan, sulla base di una sua conversazione con C.G. Jung. Ma che è stata data come vera nel film A Dangerous Method di David Cronenberg (2011).
 
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