CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Il grembo oscuro della censura psicoanalitica. .

Share this
16 maggio, 2017 - 23:28
di Maurizio Montanari

 
 

Possiamo impedire di leggere: ma nel decreto che proibisce la lettura si leggerà pur qualcosa della verità che non vorremmo venisse mai letta…
(Italo Calvino)
 
 
 
L’odore mefitico della censura è uno sgradevole aroma al quale sono allergico da sempre.
Da uomo, prima che da analista. Per questo motivo ritengo un dovere morale segnalare qualsiasi luogo ove questa orrenda pratica viene messa in campo.
La censura è debolezza intellettuale, codardia morale, incapacità strutturale e codarda di sostenere le proprie argomentazioni. La censura è castrazione malcelata,  inconfessata, elevata a maschera grottesca.  La censura nasconde la parte vile e molle  di un dire che non riesce a reggere il confronto dialettico
 
Io la conobbi in luogo di analisi, sul lettino, ed è da quel momento che sono diventato assai sensibile al suo uso ed abuso. L’ho poi ritrovata in tanti luoghi, da quello politico, a quello giornalistico. Ma l’episodio in questione , appare, se possibile, di una gravità ancor peggiore, perché chiama in casa direttamente la figura dell’analista.

Copio incollo dai quotidiani:
 
‘Recatosi a Siracusa per presentare il suo ultimo libro “Alla luce del mito”,  Marcello Veneziani si è trovato nell’impossibilità di prendere la parola. Quando all'interno del Cipa  si è sparsa la voce che   avrebbe presentato il suo libro a margine di un evento organizzato, all'associazione, è scoppiata la rivolta.  Membri del Cipa prendono carta e penna per scrivere.-  “Consideriamo la sua partecipazione una pubblicità controproducente per la nostra disciplina e per la credibilità del progetto culturale che abbiamo in comune". Secondo i firmatari, Veneziani sarebbe "un ideologo dell'estrema destra". I firmatari della missiva sono: Irene Agnello, Nicolò Doveri, Anna Gianni, Italo Gionangeli Sebasti, Ottavio Mariani, Giuseppe Vadalà, Umberto Visentin, seguiti da un lungo elenco di un collettivo. Fanno eccezione Renato Cattaneo che  fa notare come  si tratti: "di un riflesso pavloviano dell'intellettuale di sinistra che appena sente parlare di Julius Evola mette mano alla pistola . Se volete firmare, firmate pure, ma firmate consapevoli.  Umberto Galimberti sostiene che  "Magari adesso capiscono di averla fatta grossa (…)  io però affermo che non solo Veneziani non è affatto un ideologo di estrema destra ma che anzi lo ritengo equilibrato nonché studioso che ha molto da dare anche dal punto di vista dell'analisi e i suoi scritti per me hanno sempre fornito spunti per riflessioni profonde. Magari quelli di destra in Italia fossero tutti come lui".
 
Ho contattato Marcello Veneziani, e ho chiesto a lui la sua versione dei fatti
 
 
Può dirci come sono andate le cose quel giorno?
 
Ero stato invitato a Siracusa per presentare il mio libro Alla luce del mito, uscito di recente da Marsilio; mi era stato poi detto en passant che avrei presentato il testo al termine di un convegno, un seminario di psicanalisi junghiana e la cosa mi era parsa non fuori luogo perché parlare di miti in casa Jung non mi pare affatto un controsenso. Il mio è un testo filosofico e trasversale perché viaggia tra il pensiero e la letteratura, l’antropologia e la semiologia, e tocca anche la psicoanalisi, cita Jung e Hillman. Dunque pertinente.

Dopo la 'messa all'indice', cosa ha pensato?
 
Avuta notizia della censura e ricevuto tutto il carteggio che la documentava ho pensato che si trattasse di una condanna a priori, senza aver minimamente letto o meno sfogliato il mio libro e senza conoscere i miei libri che sono una trentina. Basta la mia tesi di laurea su Evola naturalmente solo da citare, senza leggerne i contenuti. Sconfortante, deprimente, squallido.

Non credo sia la prima volta che in un dibattito pubblico qualcuno cerchi di censurare il suo pensiero.
 
Si, non è la prima volta. La novità in questo caso è che si trattava di un collettivo, come io ho chiamato di psicanalisti, e che la censura veniva così candidamente allo scoperto, era perfino scritta… Ma quante volte negli atenei, nei giornali, nei pubblici dibattiti scale la discriminazione o l’assalto, se si tratta di autonomi, centri sociali e via dicendo. Per questo poi la sensazione dominante che mi è rimasta è di sconforto e pure di stanchezza, è da una vita...
 

Io ho scritto cose dure sul rapporto psicoanalisi-potere, il che mi ha comportato parecchie critiche. Cose che sono state successivamente censurate brutalmente  e pubblicamante da chi sfidavo a commentarle. Cosa pensa del mondo della psicoanalisi? Quale rapporto dovrebbe avare col potere?
 
 
La psicanalisi dovrebbe non solo aprirsi alle voci dissidenti e dar spazio a chi è dissonante con le concezioni dominanti ma dovrebbe addirittura cercarle, spingerle a uscire allo scoperto, confrontarsi. Dovrebbe essere una delle sue missioni. La psicanalisi dovrebbe nutrire curiosità e passione di verità. Altrimenti è al servizio del potere, culturale e non solo, diventa solo un clero che officia messe secondo un rito ortodosso, oggi noto come politically correct.

Ha avuto attestati di  solidarietà?
 
Si, tantissimi dalla gente, nell’ordine di migliaia se sommo le mail, i commenti sulle pagine Facebook, su Twitter. Qualche attesto da alcuni intellettuali, a partire da Umberto Galimberti a Luca Ricolfi, da Pierluigi Battista a Galli della Loggia. Ma sui giornali ne hanno parlato solo in forma di interviste alcuni giornali di destra, come Libero e la Verità, oltre Il Tempo su cui ho denunciato la censura direttamente io. 

Mentre saluto Veneziani, mi domando: ma che lavoro fa il censore?
Lo psicoanalista, non un lavoro qualsiasi.
Una posizione che fa, o dovrebbe fare, della garanzia della libera parola la propria ‘mission’.
Una posizione che per sua stessa natura non contempla, o non dovrebbe contemplare, la censura.
Si, fare l’analista, non è un mestiere come tutti gli altri. E quand’anche ciascuno nella propria intimità possa pensare quel che gli pare, avere qualsiasi idea politica, a monte ci sta, o dovrebbe starci, la garanzia della libera associazione.
Solo in seduta e non pubblicamente? Si, passabile, ma non convincente. Almeno non per me. 
Credo che chi lavora nel mondo psy, dovrebbe vedere la censura come elemento da combattere in ogni luogo, fisico o virtuale.
A Spada tratta
Mi sono occupato da tempo della questione controtransferale. Ora, mi chiedo: come possono i colleghi censori di Marcello Veneziani, fare accomodare sui loro lettini i pazienti di destra, estrema  o moderata che essi siano? Come riescono ad  accogliere un analizzante che inizia le sue sedute parlando di Céline, o di Jules Evola? Mi si dirà che il lavoro dell’analista  consiste nell’essere rigorosamente aperto nel setting, distinguendo il suo operato nel pubblico.  Vulgo: un analista può essere un uomo morigerato, ma , grazie al suo lavoro personale, essere in grado di accogliere le parole di chi utilizza la perversione come stile di vita.  Ma,  mi chiedo, questi ‘censori’ hanno valutato gli effetti transferali della loro azione?  Esponendosi pubblicamente in un opera di boicottaggio di un pensatore , non hanno immaginato che il loro agire possa aver influenzato  negativamente le analisi dei tanti pazienti di destra che si accomodano nei loro studi? E magari, leggono i libri di Marcello Veneziani?
 
Intravedere nel proprio analista un individuo acritico e non giudicante,  perso in quel posto di scarto di cui Lacan parla, è un elemento centrale dello strumento analitico. Mostrare pubblicamente queste pulsioni censorie, addirittura firmando la proscrizione nei confronti di un intellettuale, che non doveva ‘parlare’, non  va forse a gettare un ordigno a frammentazione nei pensieri dei pazienti che , pubblicamente,  hanno visto il loro analista firmare un atto di censura?
Come entreranno in studio , dopo questa azione, mentre avevano in animo di  portare in seduta alcune loro idee diverse, dissonanti, o inconfessabili, ora che sanno che il loro dottore verga fogli censori e chiede di mettere all’indice non libri, che sarebbe già di per sé cosa grave, quanto la libera parola di un uomo in un congresso pubblico?

 

 
 

> Lascia un commento


Commenti

Non ho mai visto una psicoanalisi di sinistra.
La censura fascista nei confronti delle donne e degli omosessuali attraversa il pensiero e l'agito della psicanalisi indipendentemente dalla tessera di partito!
I litigi tra sottogruppi di psicanalisti comunque fascisti è irrisorio...

Sono d'accordo con te Maurizio. Uno psicoterapeuta o psicoanalista, che per formazione ritiene importante l'accettazione della libera parola altrui, non può sdoppiarsi essendo censore nella vita privata ma equilibrato nel setting. Certi valori della psicoanalisi devono entrare a far parte del modo di essere di chi la pratica, altrimenti si finisce per assumere solo una posa, che presto sarà intuita dal paziente rendendo inefficace il lavoro analitico, oppure potrà essere accettata dal paziente come modo per sopravvivere nella relazione analitica col suo terapeuta, creando una dissociazione tra pensiero ed emozione. I valori di fondo di un analista lo devono guidare sia dentro che fuori del setting, si tratta del mestiere in cui la differenza ditra atteggiamento nella vita pubblica e privata è più labile che in altri mestieri. Questo perché, sopratttutto, in terapia si lavora con tutto la propria persona, e non con una tecnica appresa.

"La psicanalisi dovrebbe non solo aprirsi alle voci dissidenti e dar spazio a chi è dissonante con le concezioni dominanti ma dovrebbe addirittura cercarle, spingerle a uscire allo scoperto, confrontarsi. Dovrebbe essere una delle sue missioni. La psicanalisi dovrebbe nutrire curiosità e passione di verità. Altrimenti è al servizio del potere, culturale e non solo, diventa solo un clero che officia messe secondo un rito ortodosso, oggi noto come politically correct." Sottoscrivo in pieno.. nel desiderio che il modo condizionale si possa mutare in un indicativo..

Ho davvero piacere che colleghi e non colleghi siano d'accordo con me.

Tuttavia devo dire che quando si trattò di una censura che io incontrai, ben poche furono le voci di solidarietà.

Un pò dei tempo fa, a seguito della Leopolda, dove il mondo renziano si è dato appuntamento, scrissi il post 'La voce dal padrone', che fece in breve il giro della rete, ripreso e riportato da fior di quotidiani, testate., finaco cartacee.
Lo hanno letto tutti, qua.

C’è un solo luogo ‘virtuale’ nel quale l’articolo non è stato commentato, perché da li è stato rimosso :sul diario Facebook del diretto interessato. Assieme alla mia possibilità di commentare e scrivere. Bannato, si dice.
La cosa mi ha colpito, non poco. Perché si tratta di un personaggio pubblico, che da un luogo pubblico (la tv) accende un tema, innesca una sequela di reazioni, ma cancella una delle critiche ( analiticamente parlando) più’ pungenti ( tanti lo hanno riconsciuto) e commentate in rete . Anche persone che solitamente non sono tenere con me.

Apparentemente, il problema non si pone, giacché la frase con la quale tanti mi hanno risposto è : ‘ciascuno, sul suo profilo Facebook, è libero di fare ciò che più’ gli aggrada’.
Questo assunto, in sé totalmente condivisibile e punto di argine nella democrazia ‘digitale ’ allo straripamento dei ‘troll’’ o dei commentatori maleducati, tuttavia non si dimostra sufficiente a giustificare questo episodio.
Almeno, per me. Oggi abbiamo a che fare con una mutazione del concetto di ‘personaggi pubblico’. Avere oggi un account Facebook e twitter, è tutt’uno con lo scrivere sulla carta stampata, o rilasciare interviste alla tv, o alla radio. Il tweet, vale come un intervista.Se lo emetti, ti assumi la responsabilità di averlo fatto, e accetti il dialogo dibattito che ne consegue come se davvero si fosse in un contraddittorio con altri che non la pensano come te.
Purché rispettoso e non offensivo, ovviamente.

Se gestisci un sito personale, con dicitura ‘personaggio pubblico’, e lì accenni a questioni politiche toccate in quel momento mediatico, indossi completamente l’abito del ‘columnist’ pubblico, che parla da un agorà, che tocca questioni di tipo generale ( politiche, sociali). In un paese normale ne deriverebbe una quasi consecutivo obbligo di dibattito, di interlocuzione con tutti coloro i quali si sentono di accettare l’ingaggio in quella discussione, fatto salvo per chi utilizza farsi offensive scorrette o che calpestano la libera espressione dell’altro.
In un paese normale, appunto.

‘Ciascuno sul suo account Facebook, fa quello che gli pare’, . Torna come un mantra le risposta un pò pelosa è un può sfuggevole di tanti amici, colleghi interpellati nel merito.
E più’ risuona, sempre meno appare convincente. Per in motivi suddetti, che avete ben sottolineato.

Questa frase tranchant, spesso limitata a scambi da tastiera piuttosto breve veloci , è venuta da alcuni colleghi. Non molti, in verità.
Si, colleghi del mondo psy.
I custodi della libera associazione!
Tutti ovviamente contrari a quello che scrivevo , e ci mancherebbe, ma tutti avallanti l’idea che l’estensore del pensiero che tutto ha originato, aveva la libertà assoluta non di criticare, additare o demolire, il mio intervento .

Ma di eliminarlo, eliminando virtualmente me dai commentatori.

Qualcosa non mi torna, e mai mi tornerà, anche mentre ripeto dentro di me i sacri mantra delle libertà individuali ‘ ciascuno sul suo sito fb può cancellare chi gli pare’.

Come si può, facendo per mestiere il garante della parola, stralciare un commento ad una discussione che tu hai , da palchi mediatici importanti, innescato?

Credo che chi lavora nel mondo psy, dovrebbe vedere la censura ccome elemento da combattere in ogni luogo, fisico o virtuale.
A Spada tratta

Tanti congressi, seminari, pubbliche discussioni ho visto, E a quante ho partecipato attivamente. E quante, ma quante volte ho visto colleghi scannarsi in modo violento ed appassionato sull’uso della psicoanalisi, sui suoi dogmi, sui suoi principi o sulle derive cliniche.
Miliardi di volte. E tante volte ho portato critiche, e altrettante ne ho prese in faccia.
Duramante.
Credo che se in uno solo di questi dibattiti, avessi visto un relatore spegnere il microfono al suo interlocutore, togliendoli la possibilità di controbattere, non sarei rimasto fermo a guardare. E non avrei accettato un ‘ nella mia discussione, o esposizione, posso fare quello che voglio’.
Me ne sarei andato , anche un pò incazzato.

Ma si sa, sul proprio account Facebook, ciascuno fa quello che gli pare.


Totale visualizzazioni: 964