ESSERE O NON ESSERE?
Suicidio e prevenzione del suicidio
di Maurizio Pompili

ABBIAMO REALMENTE CAPITO COSA SIGNIFICA ESSERE UN SUICIDA?

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20 febbraio, 2015 - 14:00
di Maurizio Pompili

«Questa è Berk. È dodici giorni a nord di disperazione e pochi gradi a sud di morire di freddo. Si trova esattamente sul "meridiano della miseria".» (Dragon Trainer)

Cosa sapevano realmente gli abitanti di Berk sui draghi, quel male infernale, che avevano ostinatamente imparato a combattere ed uccidere facendone una ragione di vita? E cosa poteva Hippuc, un bambino così lontano dalle caratteristiche richieste agli abitanti del suo villaggio, per sfuggire a questa orrida tradizione? Egli poteva solo una cosa: conoscere nel profondo quel nemico che non intendeva combattere.

E quanto a noi, professionisti della salute mentale, quanto possiamo dire di aver capito davvero cosa vuol dire essere un suicida? Possiamo asserire con certezza di conoscere la problematica, se non  abbiamo esperito, in prima persona, quel dolore?
Riuscire ad entrare nell’angoscioso dolore di una persona disperata rappresenta una sfida personale per ogni professionista, sentire sulla propria pelle e mettersi nei panni di quanti provano la sofferenza.

27 agosto 2014, 15° Simposio Europeo sul Suicidio e i Comportamenti Suicidari, Tallin, Estonia
(http://www.euregenas.eu/15th-european-symposium-suicide-suicidal-behavio...).
È in questa importante occasione che colgo l’opportunità di riflettere con stimabili colleghi sulla possibilità di mettere da parte i preconcetti, proponendo in  tutta la comunità scientifica  lo sforzo di comprendere, avere il coraggio di entrare nel dolore psicologico prendendolo per mano e trasformandolo. Non mero romanticismo, dunque, ma unico modo, forse, per sconfiggere quel male che, ormai, siamo abituati a sentir descrivere in modo impersonale e freddo.
Pensare al suicidio come ad un fenomeno specie-specifico che colpisce il singolo individuo con motivazioni uniche. Ripercorrere i secoli passati per capire le motivazione sottese al suicidio e le ragioni che hanno portato a circoscrivere il fenomeno al solo disagio psichiatrico, imparando a rintracciare le possibili cause in quelle variabili che contraddistinguono l’individuo come essere umano, unico, la cui personalità troppo spesso è portata a mascherare le “vere” ragioni per desiderare di morire. Conciliare tutto ciò con le conoscenze scientifiche, che  forniscono dati statistici ed oggettivi sui diversi fattori predittivi di un tentativo di suicidio. Tutto ciò tenendo sempre presente il non trascurabile aspetto che riguarda il divario tra l’analisi di chi osserva e l’angoscia di chi prova a descrivere il proprio dolore.
La vera innovazione nel campo della suicidologia sarebbe, quindi, un focus sul recupero della speranza e dell’amore, tematiche che, come la maggior parte delle profonde esperienze interne, esulano dalle trattazioni delle conferenze sul suicidio.

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