GALASSIA FREUD
Materiali sulla psicoanalisi apparsi sui media
di Luca Ribolini

Marzo 2015 II - Storie

Share this
17 marzo, 2015 - 07:34
di Luca Ribolini

VOLTA PER VOLTA, C’È UN LAVORO CHE DÀ SODDISFAZIONE 
di Elia Gazzoli, Luigi Ballerini, avvenire.it, 4 marzo 2015 

Insegno da due anni alle medie. Le mie domande nascono dall’esperienza di quella soglia dove spesso attendo qualche minuto prima di poterla varcare del tutto. In certe classi e momenti il terreno è arato e accogliente, in altri pare più sassoso e quasi inospitale. Per alcuni ragazzi stare seduti e ascoltare sembra una tortura come se non avessero mai potuto provare soddisfazione e riposo da un lavoro di ascolto, almeno nel territorio “ostile” scuola. Mi chiedo se quel che dirò importerà qualcosa a questi ragazzi, se porterà in qualche modo frutto nelle loro vite. Non posso sopportare quel patto scellerato che suona più o meno: «State buoni e io non vi tormento troppo». Alcuni comprendono che loro stessi hanno bellissime storie da raccontare ereditate da chissà dove nella loro fantasia, altri sembrano arroccati su un disinteresse di principio, tanto che se vengono chiamati rispondono automaticamente «ma cos’ho fatto? Io non ho fatto niente!». La domanda è sempre quella: si può far capire volta per volta che c’è un lavoro che non solo non stanca, ma porta soddisfazione, interesse e riposo, un lavoro preferibile al conto alla rovescia per la campanella? Elia Gazzoli
Ecco, un giovane professore con le sue domande. Non tutte le domande sono uguali, ci sono quelle affrettate, di getto e impulsive, che mirano ad abbassare uno stato di tensione ricercando solo facili rassicurazioni oppure quelle capaci di scivolare via sulla risposta perché tanto non era davvero così importante. E poi ci sono quelle ben formulate, frutto di meditazione personale, che sono già un lavoro esse stesse, magari ancora grezzo, ma ottima materia prima per una elaborazione successiva con il contributo di altri.
 
Per continuare:
http://www.avvenire.it/rubriche/Pagine/Giovani%20storie/Volta%20per%20volta%20%20c%20e%20un%20lavoro%20che%20da%20soddisfazione_20150304.aspx?rubrica=Giovani+storie
 

“L’ORA DI STORIA” AL MAXXI: 5 INCONTRI PER APPROFONDIRE I GRANDI EVENTI DEL PASSATO 
di Alessandro Di Liegro, ilmessaggero.it, 5 marzo 2015

Studiare la storia serve a prevedere il futuro, diceva Confucio, così come Polibio intendeva la coscienza del passato come il più sicuro mezzo di farsi migliori. “L’Ora di Storia” vuole far diventare l’auditorium del Museo Maxxi di via Guido Reni una grande aula scolastica in cui indagare in maniera approfondita il percorso fra i due conflitti mondiali e le guerre successive fino ad arrivare al XXI secolo. Cinque gli incontri della rassegna, con altrettanti storici, docenti universitari, giornalisti e psicoanalisti, in occasione della mostra “Architettura in Uniforme” a cura di Jean Louis Cohen, aperta fino al 3 Maggio 2015. Il primo dei cinque appuntamenti, che si avrà venerdì 6 marzo alle ore 17.30, vedrà protagonista il giornalista e storico Paolo Mieli con un seminario su come la Prima Guerra Mondiale abbia cambiato la storia del Novecento. Il presidente di Rcs Libri ed editorialista della trasmissione “Correva l’anno”, racconterà di come l’attentato a Francesco Ferdinando fu sì la scintilla esplosiva del conflitto, ma non la sua principale causa scatenante.
I DIBATTITI
Gli incontri andranno avanti 22 Aprile: dopo il primo appuntamento presentato da Paolo Mieli, venerdì 20 marzo sarà la volta del direttore de Il Venerdì di Repubblica, Attilio Giordano, che insieme agli psicoanalisti Luigi Zoja e Stefano Carta parlerà di come la paranoia collettiva possa far scaturire conflitti, contagiando addirittura le masse. Zoja è, fra l’altro, autore del libro Paranoia. La follia che fa la storia, edito da Bollati Boringhieri. Venerdì 3 Aprile, lo storico Giovanni Sabbatucci farà un’excursus lungo tutta la Seconda Guerra Mondiale e sulle sue ripercussioni sulla contemporaneità. Lucio Caracciolo, direttore di Limes, mercoledì 15 Aprile, parlerà dei conflitti contemporanei, analizzando le aree nel Mondo dove si combatte e le cause che hanno portato agli inizi delle guerre: «Oggi le guerre non scoppiano più né si dilatano ma sono i cicli di tensione che si sviluppano nel tempo in determinate aree del pianeta».
Nell’ultimo incontro, previsto per mercoledì 22 Aprile, il professore Alberto Melloni racconterà le guerre di religioni, un tema complesso che affronta una lettura articolata dei conflitti, seguendo la linea delle religioni e delle tradizioni culturali. “Architettura in Uniforme” è la mostra attualmente in esposizione al MAXXI, di cui “L’Ora di Storia” è attività complementare. Il progetto racconta cosa è successo all’architettura durante il periodo fra il 1939 e il 1945, ed esplora i diversi modi in cui gli architetti sono stati coinvolti e hanno lavorato, in ogni Paese, basandosi su decenni di ricerche d’archivio e sul campo. Il progetto è a cura di MAXXI Architettura, con un costo d’ingresso alle conferenze di 4 euro, gratuito per i possessori di myMAXXI. Il biglietto della lezione garantirà a un ingresso ridotto al Museo.
http://spettacoliecultura.ilmessaggero.it/roma/maxxi-storia-lezioni-mieli/1219394.shtml
 

“TEATRO E PSICOANALISI”, RASSEGNA DI APPROFONDIMENTO PSICOLOGICO SULLO SPETTACOLO 
di Redazione, ilmattino.it, 7 marzo 2015

Si chiude nella Giornata delle donne, domenica 8 marzo, “Teatro e psicoanalisi”, la rassegna ideata e curata dalla psicoanalista Alessia Pagliaro, che si tiene al teatro Sancarluccio dopo lo spettacolo delle 18,00. In scena Rosaria De Cicco in “Almost Famous. Ovvero io e le donne”. La nota attrice partenopea incarna diverse figure femminili tratte dalle opere di alcuni drammaturghi, quali Annibale Ruccello, Maurizio De Giovanni, Pasquale Ferro, Annapatrizia Settembre e Massimiliano Virgilio, accompagnata al pianoforte da Mariano Bellopede. Subito dopo la messinscena, la dottoressa Pagliaro avvierà la discussione con l’interprete e il pubblico sui temi proposti. Un dopo-teatro originale per osservare e riflettere da un vertice psicoanalitico quanto offerto sulla scena. Un confronto aperto che consentirà a tutti di condividere considerazioni ed emozioni, che solitamente si fanno da soli uscendo dalla sala. “Teatro e psicoanalisi” è un’iniziativa originale che nei suoi quattro appuntamenti ha riscosso notevole interesse da parte degli spettatori che, non spaventati dall’idea dell’analisi, anzi incuriositi dalla novità, sono rimasti sulle poltrone, sentendosi partecipi del rito teatrale e della catarsi offerta.
http://www.ilmattino.it/NAPOLI/CRONACA/teatro-psicoanalisi-napoli/notizie/1222083.shtml

EXODUS, L’OMICIDIO DI MOSÈ DIVENTA UN THRILLER 
di Monica Leoncini, lanazione.it, 8 marzo 2015

Aulla, 7 marzo 2015 – IL PROGETTO va avanti da cinque anni e lui ha studiato oltre cento testi sull’antico Egitto e su Mosè. Stiamo parlando di Davide Baroni aullese originario di Monzone che ha appena completato il suo primo romanzo, intitolato ExodusUn thriller storico, come lui lo definisce, che tra poche settimane sarà nelle librerie, grazie alla casa editrice Lalli di Siena. «La prima parte racconta la vita di corte dei faraoni –racconta Davide –, nella seconda il libro diventa un giallo, con l’assassinio di Mosè e tutti i protagonisti della Bibbia diventeranno potenziali assassini».
Protagonista del libro un archeologo tedesco che vive nella Germania nazista degli anni trenta, che indaga sulla vita misteriosa del famoso profeta. «Exodus tratta di nazismo e antico Egitto, descrive Vienna e Tebe, racconta di Hitler e Tutankhamon, rende contemporanei Freud e Mosè – dice l’autore -. Il mio romanzo rivoluziona le origini, le cause e il percorso degli ebrei durante il viaggio della speranza e si dipana all’interno di una cornice assolutamente storica; le descrizioni degli ambienti, delle città, dei templi, i costumi e la cultura del tempo sono accuratamente documentati. Anche la maggior parte dei personaggi sono attinti da documenti e da scritti antichi: dai papiri, dalle tavolette di Amarna e dalla Bibbia”. E Davide, alla sua prima pubblicazione, è davvero soddisfatto del lavoro, un lavoro che lo ha aiutato anche in momenti non facili della sua vita.
«HO INIZIATO a scrivere dopo aver letto un saggio di Freud che parlava di Mosè e da lì è nata l’idea – conclude –. Molte persone mi sono state vicine, durante la stesura del romanzo e non posso che ringraziarle. Un ringraziamento particolare va ad Antonella Pretari. Nonostante io abbia attraversato un anno difficile, ho avuto la forza di andare avanti, di non abbandonare i miei sogni. Ed è quello che auguro e consiglio a tutte le persone in difficoltà».
http://www.lanazione.it/massa-carrara/exodus-l-omicidio-di-mos%C3%A8-diventa-un-thriller-1.711191

PSICOANALISI E VECCHI MERLETTI 
di Paolo Moderato, huffingtonpost.it, 9 marzo 2015

La signora P.B. ha scritto a Sky Italia una lettera molto precisa in cui – oltre a complimentarsi per la qualità delle trasmissioni di fiction (e lamentarsi per la non altrettanto eccelsa programmazione cinematografica) – pone una questione molto importanze di traduzione. Come tutti sanno, noi italiani, insieme a francesi e spagnoli, siamo gli unici paesi europei dove film, telefilm e cartoni animati sono doppiati integralmente (e aggiungiamo in modo perfetto), anziché sottotitolati lasciando i dialoghi originali.
Questa è anche una delle ragioni per cui siamo tra i peggiori conoscitori/parlatori di lingue straniere, inglese in particolare, e contemporaneamente tra i maggiori inquinatori della nostra lingua con termini inglesi inutili (oltretutto pronunciati in modo volgarmente improprio e ridicolo). Atteggiamento molto provinciale, se paragonato alla difesa dell’integrità linguistica che avviene in altri paesi, tra cui anche quelli appena citati. Annamaria Testa, su questi stessi temi, ha appena lanciato una meritoria campagna e approfitto per sostenerla da queste pagine.
Ma torniamo alle puntualizzazioni della nostra signora P.B., che scrive: “nella fiction NCIS stagione 11 ep.13, il medico Mallard dice ‘si è curato da solo invece di rivolgersi ad uno psicanalista’ traducendo l’espressione inglese “professional help”. Lo stesso errore ricorre nella serie NCIS Los Angeles, stagione 5 episodio 12, dove “terapy session” viene tradotta con “psicanalisi”. È un errore di traduzione fuorviante e pericoloso e lo dico con cognizione di causa: questi errori sono causati dall’ignoranza diffusa e dallo stigma per cui invece di dire “psichiatra” diciamo “psicanalista” (neanche psicologo!), pertanto è un doppio errore. La parola “psicoanalista” è vecchia, usata solo in Italia in questo suo significato erroneamente onnicomprensivo.
I tipi di terapie possibili sono tante: potrei fare un elenco di molte voci tra le quali una è la psicanalisi, quindi l’uso che ne state facendo è sbagliato!
Il tema della confusione semantica delle professioni psico è un tema caldo. Quindi, mentre ringrazio la signora P.B. per avermi concesso di pubblicare stralci della sua lettera, mi complimento con la sua sensibilità culturale (è una professionista, ma non in questo campo). Il tema, infatti, è stato messo sul tappeto proprio recentemente da due colleghi Ruggero, e Dimaggio e ripreso sulla stampa nazionale.
Giovanni Ruggero, in un post intitolato Le parole sono importanti: psicoterapeuti e psicanalisti, dice sostanzialmente le stesse cose della signora P. B.. La nostra è una professione in cui troppe parole generano confusione: io ricordo ancora con fastidio commenti e domande che mi rivolgevano amici e conoscenti quando scoprivano che ero uno psicologo: il più divertente era “allora devo stare attento a come parlo perché sennò mi psicanalizzi”, ma la peggiore era “quindi mi spieghi la differenza tra psicologo, psichiatra, psicoterapeuta, psicanalista?”.
Occorre semplificare, certo, ma non iper-semplificare o banalizzare: abbiamo visto che non solo noi addetti ai lavori, ma anche semplici spettatori, per quanto culturalmente sensibilizzati, sentono questo appiattimento sul termine psicoanalista (con o senza “o”) con fastidio. Cioè, come dice Ruggero, stavolta “il rimedio scelto è peggiore del problema”. In realtà, la psicoanalisi è solo una fra le tante varietà di psicoterapia, non è la più efficace, non è la più diffusa o popolare. Lo è stata, popolare, dall’inizio del ‘900 fino agli anni ’80 (negli Stati Uniti). Per molto tempo è stata l’unica forma di psicoterapia e quindi l’unico riferimento per la psicologia clinica, come lo era il dollaro per l’economia mondiale quando il suo valore era agganciato al prezzo dell’oro. Ma ora né dollaro né psicoanalisi sono più il benchmark. In finanza si calcola il differenziale, il famoso spread, con i Bond tedeschi, ma in psicologia non c’è un bond riconosciuto, visto che sono state censite oltre 400 scuole di psicoterapia.
La psicoanalisi – nelle sue varie contaminazioni e frammentazioni, soprattutto americane – è stata a lungo il principale modello terapeutico: si calcola che negli anni ’60 e ’70 il 95% degli psichiatri americani abbia avuto un training psicoanalitico. La psicoanalisi era presente nei film, pensiamo a Hitchcock (Io ti salveròMarnie) o Woody Allen, ma anche il Fellini onirico di 8 e ½ o recentemente Nanni Moretti.
Ma ora? “In realtà, gli psicoanalisti se la passano piuttosto male, molto peggio di quello che pensiamo… almeno negli USA” dice Dimaggio, citando “On the future of psychodynamic therapy research“, un lavoro di Barber e Sharpless, in cui gli autori descrivono quello che accade nel mondo americano.
La situazione appare loro drammatica, sia per la ricerca – quella in psicoterapia in generale è sempre meno finanziata, mentre i grandi fondi vanno alla ricerca sulle terapie farmacologiche – sia per l’insegnamento: “I programmi di specializzazione in psicologica clinica completamente Cognitive Behavior Theapy crescono e quelli in cui l’insegnamento di teorie psicodinamiche è inesistente… crescono pure! Negli Stati Uniti, tra gli istituti di formazione in psicoanalisi più di un terzo è sull’orlo del fallimento.”
Non mi posso dilungare, come vorrei, nel citare ulteriormente l’articolo che però val la pena di essere letto per la sua verve polemica. Secondo uno studio Usa citato dal New York Post – e ripreso recentemente da La Stampa – dal 2003 ad oggi l’età media dei 3.109 analisti membri dell’American Psychoanalytic Association è salita di 4 anni, arrivando a quota 66. Sono più vecchi, perché sempre meno giovani sono interessati a seguire questa strada professionale, perché sempre meno sono i pazienti che si rivolgono alla psicoanalisi: si è passati da una media di 8/10 clienti al giorno (tra il 1950 e il 1960), a una media di 2,75, quindi come per tutte le media vuol dire che molti non hanno neanche un paziente da seguire.
Dicevo poc’anzi che non c’è un vero e proprio bond in psicoterapia, stante l’esistenza di oltre 400 modelli terapeutici diversi. Questo è chiaramente un segno imbarazzante della debolezza teorica e applicativa della psicologia e della psicoterapia, che offre il fianco alle semplificazioni e alle riduzioni neurobiologiche e farmacologiche.
Vi è tuttavia una presenza forte, in termini sia di efficacia degli interventi sia di diffusione e popolarità: si chiama Psicoterapia cognitiva e comportamentale, conosciuta anche con l’acronimo inglese CBT. Per la maggior parte dei disturbi psicologici la CBT è considerata la golden therapy: dalla depressione agli attacchi di panico, dall’ansia sociale all’autismo, dal disturbo ossessivo compulsivo al dolore cronico.
Se scorriamo la graduatoria dei più influenti psicologi in attività troviamo molti studiosi riconducibili all’area comportamentale e cognitiva, nomi noti non solo agli specialisti come Martin Seligman, Paul Ekman, Daniel Kahneman (premio Nobel), Robert Cialdini, Albert Bandura. Di psicoanalisti neanche l’ombra. Del resto anche la graduatoria degli psicologi più influenti del ‘900, stilata dall’APA (American Psychological Association), riserva molte sorprese perché vede al primo posto B.F. Skinner, al secondo J. Piaget e solo al terzo S. Freud, tallonato al quarto posto da A. Bandura e al sesto da Carl Rogers. La graduatoria, pubblicata sulla Review of General Psychology (vol. 6, n.2/2002), è stata fatta sulla base di 3 variabili: citazioni su riviste, citazioni sui manuali di formazione universitaria, sondaggio presso 1725 psicologi dell’American Psychology Association – APA.
Insomma, da qualunque punto la si guardi, sembra che la situazione della clinica psicoanalitica sia molto critica, almeno negli Stati Uniti (ma non solo): per Italia, l’onda è stata lunga ma alla fine è arrivata pure da noi, anche se la nostra formazione universitaria è ancora impregnata di approcci clinici usurati, legati a una stagione che è cambiata, e non al passo con le necessità del nostro tempo. Non è così certamente quella post universitaria, dove la formazione CBT fa da padrona. Stante questa situazione, la superficialità e l’imprecisione con cui sono tradotti molti termini psicologici è un ulteriore fattore confusivo in un campo già di suo molto confuso. Inoltre, non solo è fuorviante usare traduzioni scorrette di termini importanti, ma tale scelta non è più scusabile scientificamente e non si giustifica neanche più in termini di moda, perché la moda è passata, e alcuni termini suonano molto provinciali e demodé.
Quindi faccio integralmente mia la richiesta di maggior attenzione alla traduzione che P.B. rivolge a Sky Italia. E aggiungo: non sarebbe tempo che anche i maggiori quotidiani italiani, compreso questo su cui sto scrivendo, ospitassero contributi di esperti per l’area psicologica da affiancare a quelli tradizionalmente orientati in modo psicoanalitico? Esperti che sappiamo mettere a fuoco le nuove problematiche emergenti, quali i contributi delle scienze del comportamento allo sviluppo di politiche sociali, sanitarie e ambientali efficaci e risparmiose, ma anche sofferenza individuale e abitudini alimentari poco salutari, e così via, utilizzando modelli scientificamente aperti e non dogmatici, e sensibili alle rapide evoluzioni, e devoluzioni, del nostro mondo.
http://www.huffingtonpost.it/paolo-moderato/psicoanalisi-vecchi-merletti_b_6810930.html?utm_hp_ref=italy

COSA MUORE NEL TRADIMENTO 
di Marina Valcarenghi, ilfattoquotidiano.it, 9 marzo 2015

“Mia moglie ha chiesto la separazione; dice di non potersi più fidare di me, perché ho tradito la sua fiducia. Non era l’altra il problema, era il senso di solitudine che aveva provato”. Così ci disse un paziente nel gruppo di analisi che tengo in carcere con uomini condannati per reati sessuali. Nonostante gli approcci con una minore consenziente, che gli sta costando un po’ di anni di carcere, quel mio paziente è ancora innamorato di sua moglie, ma è convinto di non avere più chances con lei.
In seguito a questa comunicazione, abbiamo cominciato a discutere nel gruppo di che cosa davvero alla fine risulta così insopportabile nel tradimento sessuale. Che cosa fa più male? “Che possa desiderare un altro”, “che io non abbia saputo niente, che mi abbia mentito”, “il dubbio che si sia innamorata”, “l’odio per l’altro”, “il sentirmi escluso dalla sua vita affettiva”, “Io e mia moglie abbiamo deciso di dirci sempre tutto e di accettare che ognuno dei due possa avere rapporti occasionali con altre persone, ma questo non vuol dire che non faccia soffrire; ogni volta ho paura di perderla e so che per lei è la stessa cosa. Solo che diamo più importanza alla libertà individuale e poi…” “e poi? “E poi alla fine se lei desidera un altro è come se lo avesse fatto, io sono già fuori gioco, e allora tanto vale che succeda e che poi scelga di tornare da me”.
Giacomo era rimasto a lungo silenzioso poi dichiarò: “In fondo so che non va bene, ma se la mia donna offre anche solo affetto, interesse e attenzione a qualunque altro che non sia io, è come se mi togliesse qualcosa, come se ci fosse un serbatoio con dentro l’amore che può dare: se ne dà a qualcun altro, lo toglie a me”. “In fondo – osservò Pierluigi – ognuno soffre nel tradimento per la sua paura più grande: la competizione, la gelosia, la solitudine, il sentirsi escluso, il rischio dell’abbandono, un desiderio infantile di totalità”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/09/muore-nel-tradimento/1489991/

IL PADRE MATERNO 
di Maria Novella De Luca, la Repubblica, 9 marzo 2015 

Affollano orgogliosamente le sale parto. Tagliano sicuri il cordone ombelicale dei loro attesissimi figli. Le statistiche italiane non li registrano ancora come massa, ma nemmeno più sotto la voce “avanguardia”. In America sono catalogati con la sigla «Hcd» (High Care Daddies), noi li decliniamo, più dolcemente, come “padri materni”, o “padri coinvolti”, ma anche “padri accudenti o egualitari”. Sinonimi di quella che è stata definita forse l’ultima rivoluzione antropologica: la metamorfosi del genitore maschio. Mutazione iniziata più o meno trent’anni fa, se si parte dalla comparsa dei primi studi sui “mammi”, neologismo ormai arcaico e non bellissimo per definire quei papà non più in fuga davanti biberon e pannolini, ma felici e disposti nel farsi coinvolgere- travolgere dall’accudimento primario dei loro neonati. Un cambiamento così radicale che saggi e ricerche, oggi, provano a capire che tipo di famiglia è nata dalla metamorfosi di quei padri. Quali sono stati gli impatti sui figli, quali gli effetti sulla vita di coppia e sulla sessualità. Oscillando spesso tra due estremi. Tra quanto sostiene ad esempio l’American journal of human biology, secondo cui negli uomini “accudenti” si svilupperebbero addirittura gli ormoni femminili della gravidanza. E, all’opposto, le teorie per cui i padri “materni” invece non esisterebbero affatto. Anzi, la generazione dei “mammi” sarebbe caratterizzata da un chiaro istinto di fuga dalle responsabilità.
In realtà, come affermano più ricerche, e anche i saggi di due psicoanalisti, Simona Argentieri e Gustavo Pietropolli Charmet, la rivoluzione è in atto, e di questi nuovi padri italiani esiste anche un dettagliato identikit. Lo ha tracciato, di recente, Tiziana Canal, sociologa dell’Isfol e ricercatrice all’università Carlos III di Madrid, sulla base di oltre seimila interviste a donne tra i 25 e i 45 anni. Ciò che emerge con chiarezza è che gli high care daddies sono uomini tra i 31 e i 35 anni con figli al di sotto dei tre anni, hanno mogli e compagne lavoratrici con titoli di studio alti e vivono nel centro nord. Questi papà “materni” (nell’88% dei casi) vestono e lavano i figli, naturalmente ci giocano, e li accompagnano a dormire la sera. Aggiunge Tiziana Canal: «Con la crisi economica molti padri, lavorando di meno, si sono ritrovati ad avere più tempo libero, e sono stati quasi “costretti” a trascorrere questo tempo con i figli. Per poi invece ammettere di averne scoperto la grande opportunità». Ma quali sono le ombre? Gli elementi essenziali della figura paterna, la forza, l’autorevolezza, riescono a resistere e convivere con la tenerezza e l’accudimento? Domande a cui ha provato a dare una risposta, con un saggio denso ma agile insieme, la psicoanalista Simona Argentieri, nel libro “Il padre materno” (Einaudi), in cui attingendo non soltanto alla sua esperienza clinica, ma anche al mito, alla storia e all’arte, racconta i nuovi papà. Tra conquiste, perdite, incertezze. Scrive Argentieri: “Tanti giovani uomini si stanno rivelando non solo perfettamente in grado di svolgere le funzioni materne primarie, ma anche di trarne un profondo, intimo appagamento. Ciò sembra testimoniare che — al di là del valore positivo delle battaglie femminili, con cui le donne hanno ormai solidamente conquistato il diritto a un’esistenza completa di intelletto e affetti — anche i maschi, sia pure dopo drammatici travagli, hanno beneficiato di questa rivoluzione”.
E pur non sottovalutando l’altra faccia di questi nuovi padri, dall’arte della fuga all’essere infantili, questa rivoluzione della “maschilità” (termine a cui ci dovremo abituare), per Simona Argentieri sembra essere per ora a tutto vantaggio dei più piccoli. Per i quali la tenerezza paterna “è fonte potenziale di ar- e pienezza del rapporto”.
Dunque, laddove ci sono, i “padri materni” sono elementi nuovi e positivi. Il problema è il loro numero. Esiguo, ancora. Almeno a giudicare dai dati Istat sulla condivisione del lavoro domestico nelle famiglie italiane. Tre ore e trentanove minuti il tempo dedicato all’accudimento della famiglia da parte delle mamme, contro un’ora e quattordici minuti dei padri. Eppure sono molti, a cominciare dagli scrittori, a dichiararsi “innamorati” del mestiere di genitore. Sandro Veronesi, ad esempio, che nei suoi libri continua ad esplorare il tema della paternità, ha più volte raccontato di essersi occupato in prima persona dei suoi quattro figli. Dividendo cioè con loro quella quotidianità che è il vero linguaggio tra grandi e piccoli. “Più che un padre — ha detto Veronesi — sono una madre”. Addirittura padri-scrittori che con coraggio hanno descritto il loro accudimento verso figli “diversi”. Da Gianluca Nicoletti e il suo ragazzo autistico, a Dario Fani e il suo bimbo down.
Qual è allora la realtà? «Una via di mezzo tra i dati dell’Istat e l’esaltazione di una figura “nuova” che però è presente soltanto in certi ambienti», dice Carmen Leccardi, docente di Sociologia alla Bicocca di Milano. «C’è una contraddizione tra il desiderio dei padri di esserci, e la condivisione domestica, che resta ancora molto parziale. Di certo i maschi oggi cercano un contatto con le proprie emozioni e ne rivendicano il diritto». In un contesto sociale dove però molti si sentono ancora schiacciati da logiche tradizionali. «A cominciare — ricorda Leccardi — dalla disapprovazione per chi prende il congedo di paternità, un numero comunque infinitesimale, soltanto l’8% dei neo-padri».
Sono i figli invece a raccontare i loro padri “materni” nel saggio “Diventare grandi” dello psicoanalista Gustavo Pietropolli Charmet. “Il riflesso di queste nuove figure maschili lo vedo nelle descrizioni degli adolescenti che ascolto. I ragazzi — quando i padri ci sono perché non è scontato — li descrivono come genitori coinvolti, vicini, che non sentono il bisogno di mostrarsi virili, ma hanno invece un’attesa narcisistica verso i successi dei figli. I quali figli però, nonostante tutto, sembrano trarre indubbi vantaggi da questo tipo di paternità senza conflitti”. Claudio Rossi Marcello, padre gay di ben tre bambini, è autore di un fortunatissimo blog (su “Internazionale. It”), dal titolo “Hallo daddy”. Blog nel quale discute, molto spesso con genitori “etero”, di figli, famiglia, educazione… «Conosco sempre più uomini che quando scoprono la paternità impazziscono, e cercano di viverla fino in fondo. Senza per questo sentirsi meno “virili”. In Italia i maschi cominciano adesso a comprendere che essere genitori non è una questione di genere, ma di disponibilità, e dunque si può essere intercambiabili».
http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=36523

LIBRI – UNA CHIACCHIERATA CON SIGMUND FREUD 
di Arianna Catti De Gasperi, mediapolitika.com, 9 marzo 2015

LIBRI – Chi non ha sempre sognato di poter incontrare Sigmund Freud e farci una bella chiacchierata? Il protagonista di Il tabaccaio di Vienna, di Robert Seethaler, ci riesce e da questo riuscirà a scoprire molto su sé stesso e sugli altri. Il protagonista di questo volume, uscito il 15 Gennaio, è Franz, uno dei tanti giovani costretti a trasferirsi dalla campagna alla città a causa dell’aggravarsi delle condizioni economiche familiari.
Siamo nel 1937, nella Vienna e Austria del Terzo Reich.  Mentre all’esterno la società sta cambiando e i ruoli delle grandi potenze anche, la capitale austriaca però sembra rimanere “immobile” – nessuno si accorge o parla di quello che succede e il solito via vai frenetico di carrozze, cavalli, gente indaffarata e tram sferraglianti prosegue la sua corsa senza fine. Il povero Franz, a malapena diciasettenne, trova la sua guida in Otto Trsnjek, un amico della madre e vecchio reduce della prima guerra mondiale, mutilato d’una gamba in combattimento, che lo assume come apprendista nella sua Trafik, una rivendita di tabacchi e giornali. Come Franz arriva nella città rimane sconvolto dall’accozzaglia di suoni, dalle vetrine sfavillanti, dall’odore di grasso, fumo e catrame. Non proprio quella che definiremmo un’esperienza positiva, quindi, per lui abituato alla purezza della campagna.
Proprio l’incontro con Otto sarà fondamentale, in quanto il vecchio tabaccaio lo inizia alla lettura dei quotidiani per fargli comprendere il mondo in cui Franz vive, un mondo che “va gambe all’aria”. Dopo poco, tra i due si instaurerà un rapporto affettivo profondo: Otto gli insegna come diventare un competente tabaccaio, gli spiega come riconoscere un buon sigaro, apprezzarne il profumo e il gusto e curarne le foglie di tabacco con cui vengono arrotolati. Sempre Otto, presenterà il giovane protagonista ad un ottantenne Sigmund Freud, il grande studioso e padre della psicoanalisi, che è anche uno dei clienti della tabaccheria. E proprio tra Freud e Franz nascerà un’amicizia fatta di uno scambio continuo di domande e di risposte. Domande che si acuiscono quando Franz incontra Anezka, la ragazza boema di cui si invaghisce e che lo inizia all’amore. Nonostante tutti gli studi e l’esperienza data dall’età di Freud, Franz scoprirà ben presto che “l’enigma che si chiama donna” rimarrà per sempre tale e che qualcosa di incomprensibile rimane per tutti gli uomini e riguarda la natura umana femminile.
Il Tabaccaio di Vienna è un romanzo molto delicato, che racconta l’amore visto con gli occhi degli uomini. Decisamente rimane comunque un libro sulla memoria – ricordiamoci che è l’epoca in cui la persecuzione degli ebrei si fa sempre più serrata – ma non si rivela essere troppo banale nonostante ciò. Robert Seethaler, traccia come protagonista di questa storia in realtà la crescita frettolosa e dolorosa di chi viveva all’epoca del fanatismo nazista. E’ un volume che si riallaccia alla grande tradizione tedesca della narrazione storica.
http://www.mediapolitika.com/libri-2/16582-libri-una-chiacchierata-con-sigmund-freud/#

LA RIVOLUZIONE SESSUALE CHE HA PORTATO ALLO SMANTELLAMENTO DEL MATRIMONIO 
di Domenico Bonvegna, imgpress.it, 10 marzo 2015

Fra le cause che hanno condotto allo smantellamento del matrimonio il professore Roberto Marchesini, autore di un pregevole manualetto, “E vissero felici e contenti”, Sugarcoedizioni (2015), indica “la diffusione della psicanalisi freudiana”, siamo al 4° fattore di quel cambiamento sessuale iniziato negli anni Cinquanta. Freud riteneva che la nevrosi nell’uomo consistesse nella repressione sociale delle pulsioni sessuali, pertanto occorreva liberare quella pulsione originaria che è la libido. Anche se per Marchesini, che ha studiato bene Freud, non voleva una liberazione incontrollata della libido. Piuttosto sono stati i suoi discepoli come Wilhelm Reich, a diffondere una versione delle teorie freudiane in netto contrasto con la morale sessuale tradizionale. Per Reich lo scopo per cui l’uomo vive è l’orgasmo. Pertanto tentò di coniugare il marxismo con la psicanalisi accusando le classi dominanti di reprimere una sessualità libera. Reich inizia ad usare l’espressione “rivoluzione sessuale”, e siamo al 5° fattore culturale che studia Marchesini nel suo libro. Negli anni Sessanta attraverso la dialettica marxista si contrappone una sessualità più libera e spontanea al sesso coniugale che nel frattempo diventava un retaggio borghese. Marchesini individua in un libro questo tipo di sessualità sfrenata, “Porci con le ali”, che diventa un caso letterario. Il libro racconta di due studenti liceali impegnati politicamente a sinistra, i quali considerano come “normale”, qualsiasi pratica sessuale, e ben presto diventa un manuale della contestazione sessantottina. Infine l’ultimo fattore dello smantellamento del matrimonio, il 6°, è stato il “Referendum sul divorzio”. Marchesini ripropone una tesi interessante dello statistico Roberto Volpi, che ha dedicato un libro, “La fine della famiglia”, Mondadori (2007), al vertiginoso crollo della natalità italiana dalla metà degli anni settanta del secolo scorso al Duemila. Secondo Volpi, l’inizio di questa drammatica tendenza a non fare figli, non coincide con la legalizzazione dell’aborto, ma piuttosto con la legalizzazione del divorzio (1970). La vittoria del no al referendum che confermò la legge sul divorzio, secondo Volpi, “contribuì in modo decisivo a una complessa trasformazione di atteggiamenti culturali, schemi mentali e perfino posizioni ideologiche sul matrimonio, la famiglia, i figli, le istituzioni e sulle relazioni fra tutti questi schemi fondanti la società”. Certo lo statistico non esclude che intervengono anche i fattori materiali, per allontanare il matrimonio dalle prospettive dei giovani, ma lui crede che “la prospettiva della coppia, checché ne dicano loro stessi, ha perso tra i giovani fascino e capacità di attrazione sul mercato delle possibilità e delle opportunità di vita, innanzitutto perché è sentita come troppo stringente; perché sembra richiedere troppi sforzi, troppa dedizione, troppi sacrifici che, oltretutto, non garantiscono il risultato, non eliminano i rischi del fallimento, di rottura più o meno traumatica, di dissolvimento a volte impietoso di speranze, attese, progetti; perché sembra implicare un restringimento dell’orizzonte esistenziale piuttosto che un suo ampliamento: tutte cose, queste, che più si possono spostare in là con gli anni meglio è”. Allora se questa è la situazione, su che cosa si deve fondareil matrimonio perché abbia successo? Molti dicono sull’amore, ma questo per Marchesini nella nostra società egoistica ed edonistica può essere quantomeno equivoco. Così il matrimonio diventa qualcosa di emotivo, di soddisfazione personale. Invece amare vuol dire “volere il bene dell’altro”. Dunque il “nuovo” matrimonio, per Marchesini, è fondato sull’innamoramento. “Ma l’innamoramento è solo una fase transitoria, esclusivamente emotiva, che deve lasciare il posto all’amore, duraturo e che coinvolge anche la regione e la volontà”. Un matrimonio fondato sull’innamoramento, è come se fosse costruito sulla sabbia, mentre occorre fondarlo sull’amore. La rivoluzione sessuale per Marchesini sembra guidata da due principi: “il diritto all’amore e il diritto alla felicità nell’amore”. Pertanto se l’unione non funziona e si sbaglia nella scelta del compagno, si può, anzi si deve ricominciare con un altro, donde il moltiplicarsi di divorzi, delle unioni libere e anche la necessità di valutare con più attenzione il momento opportuno per la nascita dei figli (…)”. Naturalmente questa rivoluzione ha reso più fragile il legame matrimoniale. A questo punto Marchesini sostiene che il 70% dei divorzi avvengono in famiglie a basso livello conflittuale (low-conflict), quindi “non ci si lascia perché si litiga: ma probabilmente, perché le aspettative di soddisfazione personale riposte nel matrimonio sono rimaste deluse”. In conclusione si può sostenere secondo il professor Marchesini che non ci si sposa per vivere quel “ benessere psicologico dell’innamoramento, con le farfalline nello stomaco, il sorriso ebete stampato sul volto, l’ebbrezza alcolica senza aver bevuto una sola goccia d’alcool”. Ma non ci si sposa per “la soddisfazione dei propri bisogni affettivi e sessuali (…) neanche per “provare le grandi emozioni dei film hollywoodiani”. Se ci si sposa per questo, occorre prepararsi “ad una repentina separazione, ad un imminente divorzio”. Invece per Marchesini, “ci si sposa per dare, per darsi. Se ci si sposa per ricevere, inevitabilmente il matrimonio diventerà una ‘partita doppia’: dare-avere”. Nel momento in cui ci si accorgerà di non ricevere quanto si dà, o di non ricevere quanto ci saremmo aspettati nel giorno del nostro matrimonio, allora tutto sarà finito. Ma allora perché ci si sposa? La risposta alla prossima puntata.
http://www.imgpress.it/notizia.asp?idnotizia=82987&idsezione=4

IO CONFESSO. DILAGA IL RITO DELL’INTIMITÀ PUBBLICA 
di Carlo Bordoni, lettura.corriere.it, 10 marzo 2015

«A partire dal Medioevo, le società occidentali hanno posto la confessione fra i riti più importanti da cui si attende la produzione della verità». Tanto che l’uomo «è diventato una bestia da confessione». L’affermazione di Michel Foucault, del quale ora Feltrinelli pubblica le lezioni del 1971 per il corso al Collège de France, è ancora fatalmente attuale. Il dispositivo della confessione, come forma di autodenuncia, volontà di espiazione, liberazione dal senso di colpa e desiderio di condivisione pubblica, si è però adattato ai tempi, utilizzando i nuovi media come sostituti del sacro. Una tra le forme di spettacolarizzazione dell’intimità che la postmodernità ha introdotto, spingendo l’individuo a mostrarsi, ad autopromuoversi con disperata invadenza nel tentativo di affermarsi. E se per questo non basta Facebook, la Rete offre siti specifici (Erba del vicino, PostSecret, Insegreto, Sfoghiamoci.com) in cui rivelare il proprio intimo attraverso la sottomissione al giudizio collettivo. Si prefigura una società a intimità diffusa, dove la condivisione della vita privata si fa valore espositivo che si misura nella quantità di like: è sempre più trendy confessare le colpe e gli episodi imbarazzanti della propria sfera personale. Il dispositivo della confessione, inizialmente formulato dal cristianesimo come ricerca della verità del sé, fondamentale ai fini della propria salvezza, si è poi fatto strumento terapeutico nella psicoanalisi e procedimento laico riservato alla letteratura.
 
Per continuare:
http://lettura.corriere.it/io-confesso-dilaga-il-rito-dellintimita-pubblica/

I più recenti pezzi apparsi sui quotidiani di Massimo Recalcati e Sarantis Thanopulos sono disponibili su questo sito rispettivamente ai link: 

> Lascia un commento



Totale visualizzazioni: 1031