"La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore

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3 ottobre, 2012 - 10:34

L'amore è un tesoro così inestimabile che con esso puoi redimere tutto il mondo e riscattare non solo i tuoi peccati ma anche i peccati degli altri. Và e non temere.

"I fratelli Karamazov" Fëdor Dostoevskij

Destino contro libertà, colpa contro redenzione, corruzione contro purezza.

Tornatore punta in alto per il suo grande ritorno sul palcoscenico italiano e dà fondo alle sue capacità registiche per raccontare un dramma umano che dovrebbe parlare del significato delle cose e invece si impiglia nel manierismo dei significanti.

Tuttavia la reinvenzione del melodramma di Matarazziana memoria c'è ed è ben confezionata, ben adattata all'attualità della cronaca e dello stile cinematografico.
La storia è nota: una povera donna dell'est, dopo aver passato le pene dell'inferno, riesce ad uscire dalla schiavitù e va alla ricerca dell'unico frammento di amore che ha conosciuto e che le è stato strappato, una figlia data in adozione ad una ricca famiglia trevigiana.

L'intreccio di flashback che riportano alla memoria della donna il suo passato terribile è di grande impatto emotivo, la crudezza delle immagini non è affatto gratuita, ma esaurisce ben presto la sua funzione di thriller.

L'inconfessabile segreto di Irena infatti è intuibile dopo una ventina di minuti, motivo per cui è impossibile definire il film un giallo, ma forse questo non è del tutto un difetto, ci si può dedicare all'osservazione degli stereotipi caratteriali tipici del melò e di come essi soddisfino un certo tipo di aspettative del grande pubblico.
Da questo punto di vista l'elemento più curioso è la capacità di un racconto pieno di incongruenze di risultare comunque verosimile. E' uno di quei prodotti che il pubblico a uscita sala stigmatizza come 'film vero', ma di vero a ben guardare c'è poco, di certo non lo è la storia piena di eventi tragici e resurrezioni strampalate.

La ricerca della natura di questa verosimiglianza, di questa immedesimazione, è forse l'analisi più interessante che si può condurre su questo genere di opera.

 

Destino contro libertà

Cominciamo quest'analisi da una scena centrale, sia per importanza che per collocazione cronologica, quella in cui Irena insegna il riflesso difensivo alla piccola Tea, la bambina che crede essere sua figlia.

Inizialmente si premura di ricoprire il pavimento di cuscini, per evitare di farle male, poi, dopo aver visto fallire ancora la bambina, rincara la dose, spingendola a terra senza protezioni.

Il contenuto del messaggio è inverosimile per molte ragioni: la bizzarra malattia della bambina, l'efficacia di questa tecnica di rieducazione così aggressiva, la crudeltà con cui Irena ferisce Tea. Quello che invece scatena l'emozione autentica è la corrispondenza tra la serie di cadute e la storia della protagonista.

Irena si identifica in Tea mentre la spinge a terra con una violenza gratuita: al termine della scena arrivano puntuali i flashback chiarificatori che mostrano la stessa Irena legata e picchiata dal suo aguzzino.

Tea si rialza con grande fatica, così come Irena, non una sola volta, ma ancora e ancora. 
Irena era caduta vittima del famelico Muffa (nomen omen...), una specie di lupo cattivo delle favole. Da lui era stata seviziata e sfruttata più volte, come utero in affitto, ma quando Irena incontra l'amore riesce ad accoglierlo, sollevandosi dal fango in cui è costretta a vivere. Poi Muffa le uccide l'amante e lei si rialza in piedi ancora una volta, vendicandosi e andando alla ricerca della figlia perduta. Sbarcata nella gelida cittadina del nord supera ogni ostacolo che la separa dal suo obiettivo, con una determinazione a tratti incredibile, e ogni volta che viene minacciata, picchiata, allontanata, ricattata, lei si rialza con immutata forza, senza vacillare ("Non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza sempre." W. Goethe).

Irena è un'eroina romantica in piena regola.
E' quindi questa lotta estenuante dell'eroina contro il destino feroce che commuove lo spettatore, che molto probabilmente non avrà mai a che fare con esperienze così devastanti da superare, ma che di certo ha provato sulla sua pelle la lotta continua contro l'avversità e quella ancora più profonda contro la tentazione di arrendersi. 
Il riscatto della libertà individuale contro la sorte crudele è simbolicamente rappresentato anche dai numerosi riferimenti alla nascita o alla rinascita. Non tanto quella meccanica e mortificante dei parti clandestini che annichiliscono la povera Irena, ma un'altra nascita, presente per esempio nelle metafore dei fiori e delle resurrezioni.

Irena sistema con grande cura le piante sul balcone e si precipita a vedere come stanno quando le distruggono la casa. Persino i due personaggi agli antipodi della storia, il carnefice sommamente colpevole Muffa e la vittima sommamente innocente Gina, entrambi uccisi dalla nostra eroina nel tentativo di proteggere la sua battaglia, alla fine risorgono dalle ceneri.
Che poi la libertà di Irena per affermarsi debba commettere qualche omicidio pare rientrare nella legge del taglione che la donna propone alla piccola Tea per aiutarla a superare il suo handicap fisico: "Non devi porgere l'altra guancia! Se ti danno uno schiaffo tu dagli un pugno!".

Una presa di posizione che lo spettatore non giudica troppo dura conoscendo il passato della donna; anche perché negli occhi di Irena, splendidamente interpretata da Xena Rappoport con un'intensità che i nostri attori italiani non sanno pareggiare, si legge il dolore della consapevolezza.

La presa di coscienza della crudele inevitabilità della lotta per la sopravvivenza è un vissuto autentico che al di là dell'inverosimiglianza della trama (la bambina che sa fare già discorsi morali...) coinvolge profondamente lo spettatore.

 

Colpa contro redenzione

Il rapporto che la protagonista ha con le proprie colpe è quanto di più consolatorio il cinema di Tornatore abbia mai rappresentato. Lungo il suo cammino di vendetta la novella sposa in nero (ma Truffaut sta ad anni luce...) fa fuori un po’ di persone, ma andando incontro al sacrificio supremo, per salvare la persona amata, ogni macchia si dilegua. Dal nero disperato al bianco accecante, senza sfumature intermedie, con grande sollievo dello spettatore che, immedesimandosi nella titanessa maledetta, attraversa una passione catartica per poi risorgere senza infamia né colpa.

Vediamo le tappe di questo cammino di redenzione partendo dalla colpa iniziale, cioè gli omicidi compiuti da Irena.
Il suo carnefice è il primo della lista, la scena in cui lo sventra con una forbice è molto liberatoria per lo spettatore e, checchè ne dica il regista, si vede che "Kill Bill" non è passato invano (la morte del boss per mano della piccola O-Ren Ishii è quasi identica).

In seguito Irena passa ad un omicidio più cruento, non per la tecnica, ma perché sacrifica una vittima innocente, la povera governante Gina di casa Adacher, dove risiede la presunta figlia Tea. Ci vuole una sua resurrezione a fine film, del tutto ingiustificata sul piano narrativo, per mettere a posto la coscienza dello spettatore.

Poi ci sono le due vittime indirette di Irena, il suo amante ucciso da Muffa per non farla fuggire e la madre adottiva di Tea, anch'essa uccisa dal mostro suddetto per poterla ricattare.

In questo secondo omicidio, dato che grazie al cattivone la nostra eroina viene liberata della rivale per il possesso della piccola Tea, emerge la complicità sottesa al rapporto tra vittima, Irena, e carnefice, Muffa, che forse è la trovata più arguta sul piano psicologico di tutto il film.
Di fronte a tutte queste morti che pesano sulle sue spalle, come si comporta Irena? Parlando con la governante, ridotta in stato comatoso dalla caduta, dice: "La mia colpa più grave è stato credere di avere ancora una possibilità". Quindi Irena non sembra provare rimorso per quello che ha fatto, ma nello stesso tempo esprime una grande autocommiserazione ammettendo praticamente di non avere il diritto di sperare in un futuro. Con la stessa ambiguità, la nostra eroina prima sostiene l'inutilità di porgere l'altra guancia e poi si fa pestare a sangue dagli scagnozzi del suo redivivo carnefice piuttosto che abbandonare la presunta figlia.

Nonostante l'apparente freddezza e spietatezza la nostra eroina è divorata dal senso di colpa di aver perso l'unico amore della sua vita, rappresentato dall'uomo che la voleva salvare dalla schiavitù e, dopo la sua morte, dalla piccola Tea, che Irena crede sia il frutto del loro amore.

Questa abnegazione totale per l'amore ricevuto è un punto di contatto tra la protagonista di Tornatore e quella dei film di Matarazzo che spesso viene tirato in ballo per spiegare l'eredità melodrammatica del film. Come Rosa in "Catene", la nostra Irena sacrifica se stessa senza esitazioni per l'unico amore che ha conosciuto. La sua identità schiacciata dalla miseria e dalla brutalità è quasi evaporata, l'unica cosa che la definisce è la colpa e la conseguente accettazione della morte come unica soluzione considerata possibile e meritata. 
Ma queste donne oppresse dagli uomini, e poi oppresse dalla colpa, lottano, svengono, corrono a perdifiato, si consumano senza riserve per espiare il male che hanno compiuto o piuttosto quello che hanno subito? In "Catene" il male compiuto da Rosa è solo quello di avere avuto un altro uomo prima del marito e di non averlo detto a nessuno, in "La sconosciuta" il male compiuto da Irena è molto più rilevante, ma lo spettatore è indotto a giustificarlo grazie all'intreccio.

Come un novello gesù cristo, l'eroina in entrambi i film sale sul Golgota per cancellare il male subito, più che quello compiuto, cioè per pagare con il proprio sangue la colpa di qualcun altro.

Questa è l'intima natura del loro sacrificio e il punto algico che commuove lo spettatore.

Alla fine di questa espiazione, fatta di colpi di scena più o meno credibili, tutto si sistema, la coscienza di queste donne salvifiche ed anche la nostra. Il male è stato esorcizzato, il male che hanno subito e quello che sono state costrette a compiere per salvare l'oggetto buono: la purezza del loro unico amore.

 

Corruzione contro purezza

La purezza infantile e bucolica che deve fare i conti con la corruzione della società adulta e metropolitana è un tema molto presente nella filmografia di Tornatore. "Nuovo Cinema Paradiso" è il trionfo della beatificazione del passato (e si citano persino i suddetti film di Matarazzo..). In "La leggenda del pianista sull'Oceano" il protagonista rifiuta di crescere e mettere piede sulla terraferma per conservare la sua purezza marina. 
In "La sconosciuta" Tornatore si sbilancia e porta sullo schermo una corruzione molto più aberrante e nitidamente descritta nei minimi dettagli, togliendo quasi il fiato allo spettatore. Le torture che Irena subisce non sono distanti da quelle che hanno raccontato molte donne dell'est, ma, come lo stesso regista ha sottolineato, la denuncia sociale non era il fine di questa crudezza.

Si tratta soprattutto di una scelta stilistica, per rappresentare l'elemento sadico in modo tanto violento e carico di simbolismi da sfumare nel surreale e nel grottesco, ricordando per esempio alcune scene di "Eyes Wide Shut", per restare nel passato recente.
Questa volta però la contrapposizione tra bene e male non è netta e compaiono delle sfumature. La protagonista introietta il male subito e non riesce ad arginarlo completamente. La violenza ricompare nei suoi gesti più semplici e nella complessa strategia omicida, persino con la bambina non riesce a trattenersi completamente come appare chiaro nella scena dell'addestramento sul pavimento.

Anche Tea non è rappresentata come un'anima monocromatica, anzi, si rende antipatica nei suoi crudeli tentativi di sabotare la povera Irena o quando esige la sua attenzione e la sua presenza senza badare alle cicatrici che porta in faccia o ancora quando alla fine riesce a picchiare gli amichetti che la prendevano in giro. 
L'elemento puro si trova invece in un altro personaggio: l'uomo che ha amato Irena, il padre della bambina che le è stata strappata subito dopo il parto.

Quest'operaio bello e semplice si accorge di Irena mentre si prostituisce al cantiere e la avvicina con un gesto piuttosto inverosimile: le offre delle fragole. Fragole che Irena addenta quasi compulsivamente quando si trova da sola, nel buio della nuova casa trevigiana. Dopo questo particolare carico di pathos lo spettatore immagina già come andrà a finire il povero amante di Irena. Il bel principe azzurro che potrebbe regalare una nuova umanità alla nostra eroina viene fatto sparire in breve tempo dal malefico protettore.

Il ricordo dell'unico frammento di bontà che ha incontrato sarà il motore dell' instancabile furia di Irena, soprattutto perché la nostra eroina è consapevole di averlo perso per colpa propria, anche se per mano dell'aguzzino.
La purezza in parte si riversa nella battaglia di Irena che viene percepita dallo spettatore come sacra, in parte si incarna nel rapporto tra la protagonista e la bambina che crede essere sua figlia.

In questo amore tormentato ci sono tutti i luoghi comuni che il cinema può offrire: la madre che rinuncia a riprendersi la figlia pur di assicurarle un futuro migliore, ma poi nella sua misera stanzetta colleziona tutti i feticci della piccola; la bambina che si affeziona così tanto da guarire dalla sua inspiegabile malattia; gli abbracci, i pianti, le botte e le riconciliazioni.
Ma la scena che incorona questo amore materno-filiale e che ne restituisce un'immagine di purezza totale è ovviamente quella finale.

La piccola Tea, ora diventata una ragazza bella e sorridente, va a prendere la nostra disgraziata Irena quando esce di galera. Poco importa se le ha ammazzato la 'vera' madre e la tata, alla fine ogni colpa è perdonata e ogni macchia è lavata via come si conviene ad un melodramma che si rispetti.

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