Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Il secondo cervello (e un cattivo “Amormio”)

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23 marzo, 2015 - 17:56
di Matteo Balestrieri
 L’intestino è stato definito da tempo il nostro “secondo cervello”. La complessità delle sue ramificazioni nervose, lo stretto collegamento con il nostro primo cervello – principalmente attraverso il nervo vago – e l’utilizzo di neurotrasmettitori comuni, come serotonina, dopamina, acetilcolina, istamina e grelina (tra i tanti altri) ne fanno un componente di assoluta importanza all’interno di un’unica rete neurale capitanata dal cervello.
 
 “Secondo cervello” vuol dire che il nostro primo cervello manda segnali continui all’intestino e lo stress psichico ha perciò frequentissime risonanze sulla sintomatologia gastro-intestinale. Vuole però anche dire che i segnali provenienti dallo stomaco e dall’intestino possono produrre sintomi psicopatologici, come ansia, depressione, disturbi del sonno, somatizzazione ed altro ancora. E poiché stomaco ed intestino (e correlati viscerali) sono regolati da una quantità di fattori interni ed esterni, si capisce come il nostro stato d’animo dipende strettamente dal nostro equilibrio biologico con il mondo circostante.
  Uno di questi fattori è il regime alimentare, la cui cattiva organizzazione porta a conseguenze che siamo abituati a considerare solo nei termini di variazioni del peso, ma che in realtà dobbiamo valutare per le conseguenze affettive e cognitive, tanto quanto avviene quando pensiamo alle conseguenze dell’alcolismo.
  Un altro fattore è quello della flora intestinale – indicata anche come “microbiota” – il cui equilibrio è legato tanto all’alimentazione, quanto ad altri elementi, come infezioni, insulti tossici, farmaci. E’ stato sottolineato inoltre che chi nasce passando attraverso il canale vaginale acquisisce una flora intestinale migliore rispetto a chi nasce per parto cesareo.

 

  Un film che illustra una psicopatologia correlata – direi bidirezionale  - tra primo e secondo cervello è l’opera “Il ventre dell’architetto” di Peter Greenaway (1987). La trama è la seguente (fonte: Riccardo Dalle Luche, in “Vero come la finzione”, 2010): l’architetto Kracklite viene a Roma con la moglie per allestire nella scenografia marmorea dell'Altare della Patria una mostra sullo sconosciuto "architetto visionario" del settecento Etienne Louis Boullée. Sul confine ferroviario tra Italia e Francia Kracklite ha l'ultimo rapporto sessuale con la moglie, che resta incinta. L'architetto non avrà altri rapporti, perché interrotto da violenti dolori addominali, che lo perseguiteranno per tutto il film, sostenendo idee ipocondriache e di veneficio.
  La diagnosi fatta da un medico (“dispepsia, sovraffaticamento, egocentrismo”) non convincerà Kracklite del carattere “psicosomatico” del suo male. Attaccato agli alcoolici, irrequieto, disforico, insonne, la sua attenzione si concentrerà esclusivamente sul suo addome, osservato, fotografato, simulato perfino con un tubo di gomma. All'identificazione con Boullée si aggiungeranno quelle con gli imperatori Augusto (avvelenato dalla moglie) e Adriano (che fu architetto e morì di ulcera perforata), dei quali osserva l'addome nelle statue, di cui ruba delle riproduzioni in cartolina, per poi moltiplicarle ossessivamente, ingrandite con la fotocopiatrice.
  Il processo ipocondriaco va di pari passo col disinteresse per la moglie, che se ne andrà con un giovane architetto, Caspasian. A Kracklite non resta che il suicidio, che attuerà nel silenzio di un salto da una finestra posteriore dell'Altare della Patria.
 
  Il film evidenzia come a partire da una condizione di insoddisfazione e rabbia/invidia per la moglie incinta si sviluppa una dispepsia dolorosa al basso ventre, in ipogastrio destro, cui segue lo sviluppo di un’ideazione di veneficio da parte della moglie stessa. Il dolore addominale creato da una condizione di stress genera a sua volta una preoccupazione ipocondriaca cui evidentemente contribuiscono la paranoicità collegata alla frustrazione per il mancato controllo della situazione e la grandiosità presente in quello che oggi si definirebbe un Archistar. E’ interessante la progressione dei sintomi nel corso del film, fino all’inevitabile conclusione.
 
  Se “Il ventre dell’architetto” è un film diretto da un regista famoso, esiste un film pochissimo conosciuto che affronta il tema della psicosomatica in modo audace ed esemplare. Il film è “Bad Milo”, che potrebbe essere tradotto come “Cattivo Amormio” ed è stato diretto nel 2013 da Jacob Vaughan. La trama è la seguente (Fonte: Wikipedia): Duncan, impiegato in un'azienda di consulenza finanziaria, ha una vita stressante. Una sera, in preda a lancinanti dolori intestinali, finisce per perdere i sensi in bagno. Una strana creatura si allontana da lui e poi fa ritorno. Nel frattempo è stato compiuto un omicidio.

  Con l'aiuto di un bizzarro psicanalista, dopo una seduta di ipnosi, si scopre che all'interno dell'intestino di Duncan alberga una sorta di folletto, una specie di suo alter ego che incarna il suo lato oscuro e che si nutre delle persone che causano il suo stress, scagliandosi su di loro e trucidandole crudelmente. Lo psicanalista capisce che l'unico modo di fermare gli omicidi è di far sì che Duncan "controlli" questo folletto, da lui chiamato Milo, instaurando con lui un rapporto, anche in virtù del fatto che non potrebbe essere attaccato in prima persona in quanto parte integrante di lui stesso.
  Duncan riesce, dopo un secondo omicidio, a instaurare questo contatto con l'esserino, riuscendo a dialogarci e tranquillizzandolo fintanto che sua moglie non gli confessa di essere incinta, gravidanza che Duncan non desiderava ma in cui la moglie ardentemente sperava. Il sospetto che lei non sia rimasta incinta per caso, come gli ha raccontato, manda in crisi Duncan, e anche Milo, il quale non appena riesce a fuoriuscire da "casa" si scaglia sulla moglie e sul bambino con l'intento di ucciderli. Duncan nella corsa per salvare moglie e figlio si trova a dover attaccare Milo amputandogli tre arti, ma senza ucciderlo.
 
  Come si ricava dalla trama, il genere è l’horror splatter o slasher e non è quindi per tutti i gusti, ma io lo raccomando fortemente per l’importante significato e il forte impatto.
  La concretizzazione (l’impersonazione) dell’intestino di Duncan in Milo è un’idea geniale, così come la rappresentazione della sua carica aggressiva. Ma Milo ha anche tanto bisogno di amore e Duncan cerca di darglielo. La metafora evidente è quella del prendersi cura amorevolmente delle parti di sé malate, mentre il messaggio di fondo è di prendere coscienza della propria aggressività inconscia. Impagabile è la figura dell’analista bizzarro che però interviene ottimamente sul caso ricordando questa necessità.
  Uno spunto interessante è quello dell’ereditarietà della malattia e dell’isolamento che produce: anche il padre, si scopre con lo scorrere della pellicola, soffre dello stesso problema ed ha un proprio “Milo”. Egli ha dovuto isolarsi in un capanno fuori città a vivere una vita di eremita, similmente a quanto accade a Duncan, il quale a un certo punto va a vivere da solo con Milo, per cercare di prendersene cura. In questo periodo cerca di trovare qualcosa da mangiare che piaccia a Milo, che rifiuta tutto e continua a fare disastri. Lo spunto qui è la ricerca della dieta giusta che sia accettabile per l’intestino di chi soffre di sindrome da colon irritabile.
  Infine, è da ricordare che a un certo punto la maggiore causa di stress per Duncan è la sua paura di diventare padre. Solo rimboccandosi le maniche e con un atto di coraggio finale decide di affrontare le sue paure, Duncan riuscirà ad affrontare Milo in duello, lo farà a pezzi (ancora una metafora, quella di un intervento chirurgico che toglie le parti malate?) ma poi lo accoglierà con sé per prendersene cura.

  Per concludere, devo dire che ho presentato questo film ad un pubblico di medici generali e gastroenterologi temendo che l’eccessivo simbolismo e il lato gore facesse bollare l’intervento come “cosa da psichiatri”. In realtà tutti mi hanno testimoniato che non vi era niente di eccessivo in questa rappresentazione di un malato di sindrome da colon irritabile e che sicuramente il regista (o lo sceneggiatore?) ne deve aver sofferto.

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