LA PENSABILITA' DELL'IMPOSSIBILE: VIVERE MORENDO. RIFLESSIONI SULLA MORTE COME SENSO DELLA VITA.

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25 marzo, 2015 - 23:07
Il fiume della vita, rappresentato da un continuum che rappresenta un ciclo dipanante un inizio e una fine, viene ritenuto avente uno scopo ben preciso, ovvero l'adesione ad un 'credo' ove la parte conclusiva del ciclo stesso viene ritenuta afferente alla negatività: la morte.
Motore stesso dell'esistenza, significante dell'esistenza ritenuta vissuta realizzando le aspirazioni individuali attraverso il raggiungimento di quel che si è – è interessante cogliere la sfumatura che Freidrich Nietzsche coglie nell'oracolo di Delfi, ovvero il 'diventare ciò che si è' – favorendo la possibilità di conferire senso alla quotidianità, ove la dimensione del qui e ora viene ritenuta valida in alcune situazioni, rimossa in altre, la morte, tabù che l'uomo non vuol affrontare, diventa il meccanismo attraverso cui Anima mostra la dimensione inconscia che muove l'individuo al processo di cambiamento, di trasformazione psicologica avente come scopo una più adeguata cognizione della socialità e della quotidianità. Quanto è stato appena scritto è posto in risalto in un piccolo saggio di Carl Gustav Jung 'Anima e morte', in cui l'analista svizzero pone in evidenza quali siano i meccanismi che generano il timore che lascia spazio alla decisione dell'uomo comune di non affrontare un tema che lascia soltanto presagire l'alterità dello stato di morte, per cui si evince, dal rifiuto che viene opposto alla volontà di ritenere questa come parte integrante della vita stessa, il timore di doversi confrontare con l'ignoto. L'angoscia diviene insopportabile a tal punto che, quando si tratta apertamente l'argomento, la sopraffazione dell'angoscia è invalidante fino a provocare una sorta di fuga, non soltanto istintiva ma, si osa affermare, intellettuale.
È interessante analizzare il concetto filosofico d'angoscia - dal punto di vista psicologico - di Martin Heidegger. Unitamente a tale disquisizione esistenzialista, il concetto di morte assume caratteristica di valore aggiunto nella vita di ogni singolo 'esploratore'.
L'esistenza autentica si pone dinanzi all'individuo come antitetica all'effimero rappresentato dai puri fatti designanti l'apparenza, tanto nei rapporti sociali, quanto nella realizzazione dei progetti che rendono attiva l'esistenza di un uomo. Per Heidegger l'Essere – nel – Mondo è progettare. Anzi progettarsi nel quotidiano: agire in funzione del conseguimento di un obiettivo, che sia seguire le proprie aspirazioni o divenire soggetti a ideologie o deviazioni culturali. Sovente si avverte nell'uomo la non definizione dello scopo dell'esistenza tanto da configurarsi l'adesione ad uno stile di vita che si risolve in semplice 'chiacchierare' che definisce l'adesione a convinzioni abbracciate dalla società in cui ci si muove e di cui ci si nutre. Il filosofo afferma con decisione che il comportamento dell'uomo si manifesta attraversa l'equivoco. Cos'è l'equivoco da un punto di vista psicologico? Ricorrere all'etimologia aiuta a delineare il quadro linguistico corrispondente permettente di configurare l'aspetto preminente palesante il sostrato inconscio in cui si sedimentano idee d'adesione totale al 'credo' di una società chiusa al cambiamento. Dall'analisi etimologica si evince come alla base dell'equivoco vi sia un'errata valutazione della comunicazione che intercorre tra il singolo e il collettivo; il principale significato adeguato al discorso che si sta cercando di affrontare è quello di 'chiamare': attraverso una comunicazione falsata da un sottosuolo infernale in cui si teme la fine della vita, la paura diviene il principale meccanismo cui ricorrere per tentare di depotenziare il costante senso d'angoscia, operando una sorta di spostamento producente l'evitamento generante la convinzione di una non necessità di affrontare temi ritenuti non adeguati alla gestione della quotidianità.  La rimozione dell'angoscia, con la trasformazione di questa in paura, sortisce lo svilimento dell'essere che si 'rifugia' nella vita anonima: ciò avviene perché vi è una deiezione, ovvero – come già descritto in precedenza – la completa adesione alla volontà collettiva della rimozione. L'uomo libero, capace di avviare un processo contro natura, come il processo di individuazione, legato – a mio avviso – all'essenziale dell'esistenza comportante il rispetto dell'etica come espressione di rispetto per l'individuo, ricorre grazie alla coscienza alla ri- scoperta dell'autenticità ponendosi domande che non necessariamente devono ottenere delle risposte, per questo il fine ultimo dell'esistenza stessa non sirtisce angoscia e paura bensì soltanto riflessione. In fin dei conti sia dal punto di vista filosofico esistenziale, che dal punto di vista psicologica l'esistenza, la vita e – si aggiunge – la morte sono un 'poter essere' possibile. Ovviamente l'auspicio che i credenti di una religione creano nella loro speranza è il raggiungimento di un'altra dimensione, che sia il paradiso cristiano o islamico. Essendo l'esistenza un 'poter essere', anche l'angoscia diviene ciò che conferisce senso alla vita stessa, qualora non vi sia il suo travisamento nella paura.
Si è detto dell'esistenza come del 'poter essere': poter essere è progettare e, conseguentemente azione. Ogni qualvolta si agisce si ha dinanzi una possibilità: sia che si scelga una o se ne scelga un'altra, ciò che permane è l'essere uomo. Questo concetto abbozzato da Heidegger appare congruo al rimando della libertà etica che contraddistingue l'uomo nella scelta di un fine adeguato: il concetto di eutanasia è molto dibattuto e spesso si cade nell'equivoco che lascia filtrare una deformazione sostanziale. L'individuo che sceglie di porre termine alla vita dopo numerosi tentativi terapeutici non risultati efficaci, non vuol fuggire da una vita per abbracciarne un'altra di tipo di 'eterno' che rimanda ad un vissuto interiore di onnipotenza che si osa definire narcisista; colui che sceglie la vita dell'eutanasia è colui che per scelta consapevole si allontana dal corpo in quanto, essendo l'uomo una unità somato – psichica – culturale e relazionale, comprende nella sua spinta razionale ed emotiva che la vita è un ciclo che non può non prevedere la fine – quindi la morte – come apportante senso. Il discorso qui espresso vuole sortire la visione della morte come motore stesso del cambiamento, che si ottiene attraverso il superamento dello stallo procurato dalla paura a sua volta generata dalla rimozione. Ovviamente nella vita ognuno fissa degli obiettivi cui dare importanza per ottenere la realizzazione della propria natura. D'accordo sul fatto sul fatto che non sempre ci si riesca, elevare a virus letale la sola discussione intorno al tema suddetto, crea l'allontanamento dal fondamento stesso della libertà dell'uomo. L'uomo, come ricorda Heidegger, si decide per agire e disperde le sue potenzialità in azioni aventi fini più o meno validi. Si è detto che la vita è il massimo livello esperenziale della teleologia: dal'ottica di chi scrive – ma ancor prima di grandi psichiatri, analisti e filosofi – esiste una possibilità alternativa che porta il nome di morte, cui nessuno degli  umani può sfuggire. Perché allora rinunciare a conoscere quanto e quale sia il valore della morte?
L'esistenza è una possibilità al pari della morte, poiché entrambe rientrano nella macro categoria dell'esistente. Da un punto di vista meramente speculativo, la morte intesa in tale aspetto progettuale non rappresenta un progetto ma la impossibilità di realizzarlo. Da un punto di vista di crescita interiore il morire, giorno dopo giorno, equivale alla possibilità di rinnovarsi per affrontare adeguatamente quanto accade nel quotidiano. Nella certezza che la morte non debba mai sfiorarlo, l'individuo afferente al collettivo finisce con il perdere l'aderenza alla relatà perché elimina il motore stesso della vita. La coscienza istruita – si direbbe quella coscienza che integra i contenuti provenienti dall'inconscio – richiama l'attenzione su questi aspetti rendendo possibile un salto quantico che permette di acquisire maggior consapevolezza e trovare l'energia necessaria per viaggiare nella vita. La grande possibilità che la morte fornisce durante la vita è la non fissazione su un progetto o una vicissitudine che accompagna le nostre giornate, avendo come incipit principale il vivere autenticamente cogliendo la possibilità di ritenersi essere finito e per questo autentico: la morte si pone come anticipatrice di ogni decisione permettendo di sondare territori che altrimenti non verrebbero sondati dal semplice viandante: il prcesso di individuazione è un morire per rinascere e come tale deve essere colta l'angoscia che accompagna ognitrasformazione che avviene nella realtà dell'individuo, sia essa di vita o di malattia. Si vive autenticamente attraverso il riconoscimento del limite come attrattore di senso. Più avanti si tornerà su questo concetto caro ad analisti junghiani e a psichiatri che chi scrive osa definire 'illuminati'.
La morte è sempre un fenomeno soggettivo, come ci ricorda Heidegger: per questo nessuno può e deve uccidere l'altro individuo che non decide di cogliere la morte. Nel contempo però, ciò riconduce ancora all'eutanasia e alla possibilità etica di scelta libera di ogni cittadino di aderire o meno ad accanimento terapeutico su aspetti somatici irreversibili.
Vivere per la morte equivale in definitiva a vivere il mondo delle emozioni e dell'individualità senza zone d'Ombra sconosciute. Ciò non vuol dire che si è limpidi: si ha consapevolezza dei propri lati Ombra. Vivere la morte è vivera la vita stessa. Ovviamente il Velo di Maya viene sollevato agendo secondo l'autenticità. Si vedono  in trasparenza i limiti, le privazioni e le difficoltà di un'esistenza avebdo dinanzi il presente. È importante ritenere il presente come grande motore di cambiamento perché soltanto in funzione di questo posso edificare un futuro che è già adesso. Altro aspetto molto importante cui far riferimento nell'analisi del concetto del vivere per la morte, è la percezione che ognuno deve avere della propria finitezza e del negativo che accompagna la propria esistenza, la propria vita: con ciò non si vuol affermare che v'è negatività totale nella vita; si afferma soltanto che essendo un Giano Bi- fronte, la vita si colora di negativo, che diventa il motore stesso del buon vivere quando lo si ritiene superabile. Come' attraverso la ri – nascita che ha inzio con il morire, con la morte.
Ogni esistenza vuota, anonima non ha la grande forza che mostra l'angoscia dinanzi alla morte. Questa incute timore; quella (l'angoscia) è ella stessa la chiave di volta per la 'salvezza'.
Se l'individuo trasforma l'angoscia in paura, vive una esistenza banale poiché teme la sua stessa natura. Non si può rimuovere ciò che per natura riguarda l'uomo sia somaticamente che psichicamente.
Si è partiti in questo viaggio ai confini dell'esistenza citando 'Anima e morte' di Carl Gustav Jung. Analizzando il breve saggio contenuto nel volume 8 del Collected Work, l'analista zurighese pone in evidenza l'adesione di Anima alla vita naturale: ciò vuol dire che v'è ccognizione di vita come avente in gioco anche la sua fine, ossia la morte. Anche per lo svizzero coloro che hanno paura della morte – di sovente – si voltano e guardano con nostalgia al passato come elemento che non tornerà più avendo timore del futuro. In questo modo eliminano la possibilità di nutrimento dell'humus vitale da cui risalterebbero nuove possibilità d'esperienza. Psicologicamente questi individui non si elevano, anzi subiscono una regressione infantile. Chi invece mette in conto il morire, diviene colui che meglio vive il presente, poiché affrontando il imite lo fa divenire il nomen stesso dell'esistenza. Quando i è alla soglia della seconda metà della vita – come ben evidenzia Jung – si è a contatto con la 'nascita della morte'. Non ci si ribella alla propria condizione, alla propria età alla propria condizione di malato raro, se no attraverso il riconoscimento dei diritti basilari di socialità. D'acordo con Jung, chi scrive è convinto che divenire e passare facciano capo allo stesso uroboro da cui tutti si proviene. La traiettoria è sempre la stessa. Parafrasando lo 'stregone' di Zurigo, si può pensare alla crescente demonizzazione della morte che si evince dai ritrovati della genetica per garantire la vita eterna: c'è una corsa verso l'impossibile eternità. A mio avviso ciò potrebbe corrispondere all'esaltazione narcisistica figlia di quel narcisismo che Bruno Callieri ha definito 'narcisismo mortifero' che spinge al suicidio. Si rincorre un mito fino a specchiarvici per poi accorgersi che si è in un vicolo cieco da cui si esce demonizzando sé stessi. Non v'è ragione di andare contro natura, non v'è natura di ricercare la vita eterna sulla terra perché non può esistere una ciclicità che non abbia un fine, o un fine. Ogni obiettivo che si fissa nella propria esistenza non è niente altro che il centro motorico che muove verso uno scopo che nella vita coincide con la morte. Il più alto punto della carriera di un calciatore, è inevitabilmente coincidente con la sua parabola discendente che è correlata al vertice alto della medesima. Per quanto attiene allo sviluppo psicologico, la verità che sottende all'esistenza umana è la valenza della morte come limite, laddove si intenda la psiche valida tanto quanto una apparenza fisica. Stante in questa relazione il fisico e lo psichico esprimono parimenti verità. Materia e psiche si compenetrano e creano un unicum in cui gli elementi interagiscono creando 'realtà' in cui si manifestano fenomeni psico-fisici. Lo spazio entro cui ciò avviene si definisce, nell'ottica junghiana, Unus Mundus, ovvero il Sè, quel mondo in cui la realtà fisica si fonda con la 'materia psichica' rendendo accessibile un sapere assoluto in cui, partendo dall'archetipo, si dipana un movimento a spirale che tende al centro creando il simbolo. Il simbolo rappresenta l'acquisizione di senso – si dice anche integrazione – che rende possibile la crescita individuale attraverso il riconoscimento dei talenti individuali. Da un punto di vista meramente legato al sapere assoluto, secondo quando ci dice Jung – che trova d'accordo chi scrive – la morte in questo stato di quiete e cessazione, risulterebbe non avente essenzialità, ovvero non avrebbe significato per l'individuo cosciente. Di converso per l'inconscio la morte ha senso in quanto Anima aderisce alla vita naturale che ha come aspetto teleologico la morte come chiusura di una ciclicità che si ripete seguendo un ritmo scandito dal Tempo. Insomma, v'è la tendebza dell'inconscio a porsi anticipazioni su come si muore, sul morire. Anima quindi, come massima espressione della potenza creatrice dell'individualità, discute sul morire e lo ritiene fondante l'esistenza stessa.
Se si dovesse analizzare il processo dell'esistenza, rimane difficile notare quale sia il punto di partenza dell'esistenza e quando il suo termine.; Jung ci invita a riflettere sul fatto che in fin dei conti se vi è un continuum, deve esserci indivisibilità del processo stesso. Vita e mprte sono un unico fluire che non va scisso creando delle fratture coartanti l'individuo che sfugge alla sua stessa natura.
Un quesito che ci si può porre è il seguente: cessa il fenomeno psichico dopo la morte del corpo? Secondo la psicologia analitica, no. Ciò perché il cervello non coincide con la psiche. La conclusione del breve saggio di Jung è illuminante. Oggi si riflette su quanto la mutabilità dell0esistente possa avvenire senza colpo ferire. Ben, lo zurighese, isolando l'ipostatizzazione regressiva del concetto di morte afferma candidamente come ritenere che la morte sia un cambiamento di stato, quindi in riferimento all'individuo la trasformazione sia un miglioramento o un progresso è pura illusione nevrotica. D'accordo con Jung si afferma, altrettanto candidamente, che si torna al più ad essere quel che si è.
Oggi si sfugge alla morte vivendo irrequietezza quando si viene posti dinanzi a tematiche che riguardano tale argomento spinoso.: diviene una malattia dell'anima, che crea sofferenza.
Si desidera chiudere l'articolo con un rimando ad uno scritto dell'analista junghiana Simonetta Putti, “Il limite come attrattore di senso”  in cui l'analista pone attenzione su quanto la morte sia ella stessa la più grande possibilità data all'uomo per vivere la sua esistenza individuandosi. Il limite diviene ciò che muove intensamente l'azione del quotidiano, mosso da valori etici e da convinzione in ogni suo singolo atto. Soltanto l'uomo può pensare la morte e pensandola ha il dovere – verso sé stesso – di operare creativamente per reinventarsi il quotidiano.
Leggendo quanto scritto dall'analista si evince come l'atteggiamento che affranca dal collettivo vuole che vi sia l'approccio creativo dinanzi alla morte, ovvero dinanzi a situazioni liminali diviene importante porsi in una sorta di modalità di  'abbandono attivo' che sortisce una migliore percezione della vita e delle esperienze che vengono compiute in uno stato di sofferenza.
L'uomo può decidere di rimuovere la morte compiendo il salto nel tourbillon nevrotico; può dare senso creativo – non soltanto inteso artisticamente – alla sua vita riconoscendo il limite dell'esistenza come la spinta verso la positività e l'azione anche in situazione di difficoltà.
L'uomo è libero di pensare la morte. Rimuovendola non vive.
Chi riconosce il proprio limite, vive morendo...
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