Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

IL DOLCE DIR NULLA...

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8 giugno, 2015 - 09:41
di Sarantis Thanopulos

Capita, ascoltando o leggendo commenti e dichiarazioni sui risultati di una tornata elettorale, di andare oltre lo scoraggiamento.
Si può sentire pervasi da un senso di vuoto a cui solo un po’ di acqua fredda sul viso può dare sollievo. Nell’esercizio dell’arte politica un nuovo strumento di persuasione si è aggiunto all’imbonimento e alla manipolazione dei fatti, due perversioni storicamente consolidate di un mestiere nobile, ma vulnerabile all’inganno.
Fa tendenza una reinterpretazione del parlar d’altro che mescola la falsificazione del dato reale (o la sua sostituzione con un dato neutrale) con il nulla vero e proprio.
Questo nulla, che nelle debite dosi ottiene molto successo, non è un artificio ingegnoso di una nuova arte retorica. È la risposta perversa a una reale mancanza che la sottrae alla percezione e alla fame del desiderio. Il vuoto prende il posto dell’assenza.
Piuttosto che allucinare “positivamente” ciò che manca (la convinzione  di vederlo, toccarlo, ascoltarlo), prospettiva folle che, tuttavia,  mantiene viva la passione, si sceglie una strada catastrofica: lo si allucina “negativamente”, lo si cancella come se non fosse mai esistito.
Quando il soggetto desiderante incontra la mancanza di ciò che insegue, senza che intraveda la possibilità di un rimedio, l’effetto destabilizzante può diventare devastante.
L’allucinazione “negativa” dell’oggetto desiderato - che sottende il parlare per creare un vuoto di pensiero, emozione e desiderio - conferisce un’illusoria solidità alla sua falsificazione/sostituzione con un oggetto improprio, la cui reale funzione è di ingannare il soggetto destabilizzato, distraendolo dall’insoddisfazione che lo abita.
La diffusione e il successo dei discorsi politici che girano a vuoto è un indicatore attendibile dello smarrimento collettivo del desiderio.
Più è grande la perdita e più difficile è la sua riparazione, più la psicologia collettiva funziona secondo gli “assunti di base” teorizzati intorno alla metà del secolo scorso dallo psicoanalista inglese Bion. Sono schemi emotivi e mentali elementari, che annullano le differenze e lo scambio e contrastano le trasformazioni mirando a mantenere un ordine immutabile, chiuso in se stesso.
I discorsi (a)politici che tendono a ottenere più consenso (a guardare ciò che succede attorno a noi) ricalcano in modo preoccupante i tre tipi di assunti descritti da Bion: “attacco e fuga” (la definizione della propria esistenza a partire da un nemico da cui difendersi); “dipendenza” (l’incoronazione di un leader che sa e decide la cosa giusta); “accoppiamento” (l’accoppiarsi privo di eros per creare un figlio messianico, redentore).
Le tendenze del momento sono la fobia e la discriminazione nei confronti del diverso (in tutte le sue sfumature e forme fino al razzismo aperto), il leaderismo (tanto pieno di forma, quanto privo di sostanza) e l’investimento salvifico delle nuove generazioni (pura astrazione dalla realtà che tradisce i giovani privandoli di un futuro da adulti).  Anche  quando non si sovrappongono (e perfino si combattono) in superficie, convergono nella stessa corrente sotterranea che distrugge il tessuto vivo delle relazioni sociali, trasformandole in un contenitore vuoto.
La crisi, che sarà priva di “mente”, ma non per questo è priva di intenzionalità e di direzione, sta privando di senso i rapporti di scambio, sepolti sotto l’enorme cumulo di iniquità che ha determinato.
Invece che affrontare la questione della loro ridefinizione e ricontrattazione, per ritrovare il nostro posto in essi, ci stiamo rassegnando alla più grande delle menzogne: il dolce dir nulla.

 
 

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