Mente ad arte
Percorsi artistici di psicopatologia, nel cinema ed oltre
di Matteo Balestrieri

Violenza nelle scuole e stragi adolescenziali. Una cinematografia scomoda

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12 giugno, 2015 - 15:09
di Matteo Balestrieri
  Il tema della violenza scolastica e delle stragi perpetrate da adolescenti è ricorrente. Tra i numerosi film sul tema, propongo due opere che puntano lo sguardo sulle conseguenze degli episodi di bullismo e di coercizione scolastica e tre film che analizzano il contesto che genera le stragi compiute da adolescenti nella scuola.

  Il primo è Mean Creek (2004) film indipendente diretto da Jacob Aaron Estes, vincitore del Premio John Cassavetes agli Independent Spirit Awards 2005. Il regista si ispira a Stand by Me - Ricordo di un’estate (film adolescenziale del 1986 diretto da Rob Reiner), ma ha una maggiore crudezza di linguaggio e con uno sguardo spietato sul vuoto della provincia americana. Dopo un episodio di bullismo sul fratellino Sam da parte del prepotente e grasso George, l'adolescente Rocky e il balordo Marty (ossessionato dal suicidio del padre e angariato dal fratello maggiore) organizzano una spedizione punitiva, e coinvolgono la piccola Millie e il timido Clyde, figlio di padri gay, in una gita sul fiume in cui dovrebbero denudare e abbandonare la vittima. Nel corso della vicenda, i “congiurati” si accorgono in realtà che George fa il gradasso per vincere i propri problemi di introversione e di incapacità ed è lo stesso Sam che si adopera per evitare la punizione. Purtroppo però, quando George si rende conto in che trappola era stato attirato, reagisce malamente, gettando in faccia agli altri la propria aggressività repressa. Per sedare gli animi Rocky fa cadere inavvertitamente George in acqua, che annega. Seguono sensi di colpa, tentativi di nascondimento, fughe, ripensamenti. Il film è interessante perché propone un’interazione all’interno del gruppetto dei ragazzi, molto disomogeneo per età. Il più grande dei complottanti è anche quello più frustrato e incattivito, anche se non coinvolto nell’episodio di bullismo. Non ha superato il trauma della perdita del padre e lo stesso fratello più grande è allo sbando. Il più piccolo del complotto, che è anche quello che ha subito il torto, è quello che è per primo disposto a perdonare, grazie anche alla coetanea Millie. Ed è quello anche che si prende la responsabilità di dire alle autorità come si sono svolte le cose. Ciò che colpisce comunque è la completa assenza di figure genitoriali valide (forse con la significativa eccezione dei due padri gay), persi dietro proprie assenze o disperazioni. I ragazzi crescono in un vuoto che è quello di una provincia americana priva di valori.

  Ricordo poi un altro film molto noto, L’attimo fuggente, diretto da Peter Weir nel 1989 e interpretato da Robin Williams (l’insegnante John Keating). Il tema della violenza questa volta è rappresentato attraverso un atto auto-soppressivo singolo, ma la scuola, il gruppo degli adolescenti e gli insegnanti hanno un ruolo preciso nella trama. Ricordo solamente che l’esito della storia è contrassegnato dal suicidio di Neil, studente di un rigido collegio americano, e proveniente da una famiglia dove il padre castra i suoi desideri di espressione artistica. Il film dipinge il delicato crinale sul quale si muovono gli adolescenti, tra regole che faticano a essere accettate, bisogni di individualità e mancanza di una visione complessiva ed articolata della vita. L’adolescente, anche in questo caso, è pronto a sposare una tesi (l’atteggiamento libertario dell’insegnante) in modo entusiastico ed acritico, senza mezzi termini, mentre le restrizioni scolastiche e familiari sono il nemico. Esiste il tutto o il nulla, non c’è spazio per la dilazione del desiderio, o la mediazione. L’adolescente è impulsivo, concreto, passa all’atto quando trova ostacoli. Solo se riuscirà a passare indenne attraverso questa età critica, potrà maturare la capacità di realizzare i propri desideri gestendo le situazioni difficili attraverso un migliore bilanciamento tra perdite e successi.


 

Parlando di stragi scolastiche, forse il film più noto è Elephant (2003) di Gus van Sant, che narra dell’eccidio perpetrato da due ragazzi nel liceo di Colombine, negli USA. Sullo stesso episodio si era cimentato Michael Moore nel 2002 con il documentario Bowling a Columbine. Elephant ha vinto la Palma d'oro al miglior film e il premio per la miglior regia al 56º Festival di Cannes. La trama si svolge nell'arco di una sola giornata, apparentemente tranquilla, con studenti e professori che interagiscono tra loro. John è uno studente che deve badare al padre, che guida in stato di ubriachezza, e incontra compagni e compagne. Michelle è una studentessa timida ed emarginata. Brittany, Nicole e Jordan sono tre sciocche ragazze bulimiche. Elias è un ragazzo solitario amante della fotografia. Infine, Eric e Alex sono due ragazzi con la passione per le armi. Alex è inoltre appassionato di musica ed Eric di videogiochi spara-tutto. Saranno loro due a fare una strage, senza sensi di colpa (anzi Alex uccide anche Eric) e con il solo proposito di divertirsi.

  Il film racconta la banalità del male, non c’è spiegazione alla strage, si percorrono le ore degli adolescenti Eric e Alex alla ricerca di un perché, che non viene risolto. La passione delle armi non ha una vera origine, e il passaggio dal videogioco alla realtà non ha soluzione di continuità. Il rimando televisivo al passato (c’è la rievocazione delle sfilate naziste) non collega possibile ideologie all’azione criminale. Sembra esistere solo l’assenza della percezione degli altri come esseri vitali. La rabbia adolescenziale è scatenata dalla frustrazione scolastica, ma non è diretta specificamente contro i professori, quanto contro tutti i compagni, con indifferenza per la loro persona e per il solo fatto che “stanno in piedi”, proprio come nei videogiochi. In un’inquadratura in particolare, il compagno di colore si avvicina ad Eric di spalle creando una immagine fortemente evocativa delle silhouette presenti nel videogioco spara-tutto. Ma anche la possibile teoria dell’imbarbarimento o la contaminazione da videogioco è solo accennata. L’unica vera spiegazione anche in questo caso è quella di una assenza di figure genitoriali valide, incapaci di rappresentare dei valori o anche solo la presenza di un calore umano. I genitori sono indifferenti o distanti dai figli adolescenti, e l’esito è l’indifferenza di questi alla vita.


 

Più caratterizzato da una tesi definita è il terzo film, Confessions, pellicola giapponese del 2010 diretta da Tetsuya Nakashima, regista pluripremiato nel 2004 per il film Kamikaze Girls. In questa opera il protagonista è un giovane che programma una strage scolastica con l’unico scopo di realizzare un evento mediatico clamoroso che gli servirà per riconquistare l’attenzione di sua madre, da cui è stato abbandonato. La trama è inquietante, perché c’è una regia occulta dietro gli avvenimenti, ordita da un'insegnante delle scuole medie, Yuko Moriguchi. L’insegnante, mentre annuncia alla classe la sua intenzione di ritirarsi dall'insegnamento, rende noto che sa che due studenti di quella sezione sono stati gli assassini della sua unica figlia Manami. L'insegnante racconta anche di come lei ha contagiato il latte, che questi due alunni hanno appena ingerito, con del sangue infettato dal virus dell’HIV del suo compagno. Questa comunicazione fa scompensare del tutto uno dei due studenti implicati (quello più fragile e timido), che ha una poussé psicotica e finisce per uccidere la madre, e accentua il carattere narcisistico maligno dell’altro, già caratterizzato da comportamenti delinquenziali antisociali, fino a spingerlo a progettare una strage scolastica. L’esito sarà diverso da quello previsto dal suo progetto, ma altrettanto tragico.

  Questo film sposa una tesi precisa, quella che all’origine della follia omicida e all’indifferenza (o il disprezzo) verso gli altri vi sia una carenza affettiva materna importante. La madre è una ricercatrice universitaria che si disinteressa al figlio e lo abbandona perché non corrispondente alle sue aspettative. Il padre è assente e solo interessato a rifarsi una famiglia.  A ciò si aggiunge l’isolamento, per senso di superiorità, dai compagni di classe, che costituiscono comunque un mondo di giovani demotivati allo studio e interessati solo ad una superficiale interazione sociale, e la presenza di una efferata insegnante che non ha più nulla da perdere da quando le è stata uccisa la figlia. La conclusione del film è molto sadica e falsamente morale.


 

Un altro film che tratta di stragi scolastiche è il poco noto E ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay (2011), presentato in anteprima e in concorso al Festival di Cannes nel maggio 2011, e successivamente presentato in numerosi festival internazionali. Il film (recensito da Rossella Valdrè in Cinema e Psicoanalisi nel territorio dell’Alterità, Borla Editore 2015) tratta della difficile crescita di Kevin, bimbo fortemente voluto dalla madre, ma che si ribella ad essa e nel corso dell’adolescenza compie una strage scolastica, uccidendo pure il padre e la sorellina, per risparmiare alla fine solo la madre stessa, la quale sopravviverà sommersa dai sensi di colpa. L’ambiente di Kevin è apparentemente del tutto normale, mentre lui è inspiegabilmente “cattivo”, ma si devono cercare le incrinature (ce lo dice la Valdrè) nella natura eccessivamente condiscendente del padre, che perdona tutto, costringendo Kevin alla ricerca autonoma dei propri limiti, e nella trasmissione inconscia transgenerazionale della violenza, poichè la madre è una profuga armena, in fuga da una famiglia devastata dagli eccidi perpetuati sul suo popolo. Poichè la mente del bimbo si forma sulla mente materna, è senz’altro possibile che il passato di violenza entri a far parte dell’inconscio del bimbo stesso.

  In conclusione, mi sembra che nei film che ho menzionato ciò che non funziona alla fine è la famiglia, sia che questo venga affermato in modo esplicito o che venga solo accennato. Il passaggio all’atto adolescenziale è potenzialmente sempre dietro l’angolo, per la mancata maturazione esperienziale e per l’intensa energia fisica presente. Dai film si trae la conclusione che il giovane maschio sia la persona più fragile, mentre le ragazze sono più capaci di solidarizzare tra loro (anche in modo futile) e di usufruire di risorse di mentalizzazione e comprensione. Il modello della madre sembra essere atavicamente presente, anche quando la madre non c’è. Ovviamente sappiamo che il rifiuto della figura materna nelle ragazze è più frequentemente causa di disturbi alimentari (ce n’è un esempio in Elephant), mentre porta meno ad agiti aggressivi interni ed esterni. Esistono però notevoli eccezioni a questo assioma, ad esempio in Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola e in Ragazze interrotte di James Mangold.

  Nei ragazzi invece il mancato contenimento materno (che genera l’attaccamento e la capacità di mentalizzare) porta più spesso all’agito aggressivo, anche perché è la stessa figura paterna che si indebolisce, non diventa più l’esempio da seguire e finisce per diventare l’oggetto del disprezzo e il catalizzatore della distruzione.

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