Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Sorvegliare e punire: Martina Levato, madre acida o folle o colpevole

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20 agosto, 2015 - 20:20
di Sarantis Thanopulos

La decisione dei giudici di separare Martina Levato dal suo bambino appena nato, in attesa di un pronunciamento del Tribunale dei minori sulla sua adottabilità, lascia molto a desiderare, innanzitutto, per la mancanza di chiarezza sui motivi che l’hanno determinata. L’opinione pubblica ha il diritto inalienabile di essere informata in modo esauriente sulle questioni che riguardano valori etici,  se non altro per evitare le partigianerie emotive e/o ideologiche dei dibattiti mediatici che deformano la capacità collettiva di dare un giudizio e disabituano all’assunzione di un atteggiamento responsabile nei confronti di sé e degli altri.
L’unico motivo che avrebbe potuto giustificare, senza renderlo automatico, il procedimento preso dai giudici, sarebbe consistito nella  valutazione, fatta da esperti in materia, di un pericolo serio rappresentato dalla madre per il suo bambino, un pericolo immediato o futuro. Il presupposto avrebbe dovuto risolversi in una diagnosi che individuasse impulsi aggressivi nei confronti del figlio, o uno stato depressivo grave,  oppure – ancora - una sindrome schizofrenica. Ma non risulta che si sia arrivati a una simile diagnosi, dunque, a quanto pare, i giudici hanno deciso in modo autonomo sulla base di un pregiudizio che non dovrebbe trovare alloggio nell’esercizio della giustizia.
Sembra che l’evento, per quanto annunciato, abbia colto la magistratura impreparata. Non si conoscono, infatti, procedure adeguate di valutazione psicologica a cui abbiano fatto ricorso. Ma la valutazione della capacità materna di accudimento non può che slittare nell’arbitrio giudiziario e, nella migliore delle ipotesi, asseconda la morale corrente: non è questo il modo di decidere il destino di una persona, o di una coppia madre-figlio, o di un gruppo familiare. Ancora meno accettabile è che ciò accada invocando la legge.
L’evidenza di quanto sia stata impropria la  gestione del caso ha costretto i giudici a una correzione di rotta, in seguito alla quale è stato consentito a Martina Levato di vedere il figlio una volta al giorno. Il compromesso è stato dettato da una precauzione tardiva, più mirata a salvare il salvabile e a dare ascolto alla ipocrisia sociale, che a addivenire a una giusta soluzione. Perché una madre dovrebbe vedere il suo bambino una volta al giorno se vuole e può tenerlo con sé per l'intera durata del giorno? Senza prima verificare questa possibilità non ha molto senso ipotizzare l’adozione, che  è un tentativo di riparare il trauma causato dalla  rottura della relazione del bambino con i propri genitori, un trauma da prevenire prima di congetturare su ogni altra soluzione.
Piuttosto che investire i servizi comunali di un ruolo sostitutivo delle cure materne, in attesa della valutazione sulla adottabilità (che dovrebbe privilegiare i parenti più stretti dei genitori), lo Stato avrebbe dovuto tentare, innanzi tutto,  il sostegno psicologico della madre nell’accudimento diretto del proprio figlio.
Il crimine di questa madre denuncia una ferita della sua femminilità, proprio perciò le sarebbe prezioso un aiuto nella  chance di affermare l’eros materno. L’abdicazione a priori dello Stato di fronte a una delle sue principali funzioni deriva dal prevalere di un pessimismo del desiderio, oltre che della volontà,  un pessimismo spacciato come ragione. Se una donna ha difficoltà psicologiche tali da sfociare in azioni terribili, non per questo è detto che la sua sia una “natura” malvagia: certo, è ovvio che sia grandemente a rischio di fallimento come madre, e tuttavia  questo non è un esito scontato, soprattutto se alla sua disperazione venisse dato ascolto.
Se Martina Levato viene considerata in possesso delle sue facoltà mentali al punto da subire una condanna al carcere di quattordici anni, al tempo stesso la sua psiche non può essere giudicata strutturalmente così malata da negarle le sue funzioni materne. Il fatto è che i  giudici non dovrebbero considerare la società civile, di cui fanno parte,  come incapace di “intendere e di volere”, proiettando su di essa una comprensibile difficoltà di giudizio di cui intenderebbero sbarazzarsi al più presto.

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