De Amore, un saggio leggero

Share this
19 aprile, 2016 - 12:11

NDR Il testo è disponibile anche in formato PDF scaricabile dal link posto a fine pagina

Abstract
 

It is a “light”, short essay, where academic writing is mixed with observations on present and past experiences, at time ironically.
The theme of love is explored through the analysis of philosophical works, from Plato’s Symposium to the letters of Abélard and Héloïse; from The Seducer’s Diary to Lou Salomè’s reflexions on love. The essay is composed of textual crossings that bring us to meditate on what love is, which are the male and female visions of love, making it a genealogy that includes a critique on the concept of gender. The essay then opens to present times, to the state of the art in the theme of feelings, inviting the reader to a choice, that is a choice of life. Troubled love, narcissistic love, is far from Diotima, Héloïse and Lou Salome’s argument. It is up to us to understand what we are talking about and what we what when we pronouce the world “love:”; it is up to us to choose if we want to commit to sadness or joy.
 
 
Si tratta di un saggio "leggero" e breve, in cui la scrittura colta e accademica si mischia ad osservazioni sul presente e sul vissuto, a volte con ironia.
Il tema dell'amore viene affrontato attraverso l'analisi di testi filosofici, dal Simposio platonico alle Lettere di Abelardo ed Eloisa; dal Diario di un Seduttore alle Riflessioni sull'amore di Lou Salomè. Si tratta di attraversamenti testuali che portano a riflettere su cosa sia l'amore, quali siano le visioni maschili e femminili dell'amore, a farne insomma una genealogia che coinvolge anche una critica al concetto di genere. Il testo si apre poi al presente, allo stato attuale delle cose in tema di sentimenti, invitando il lettore ad una scelta, che è una scelta di vita. L'amore infelice, l'amore narcisistico, è molto lontano sia dal discorso di Diotima che da quello di Eloisa e della Salomé. Spetta a noi capire di cosa parliamo e cosa vogliamo quando pronunciamo la parola "amore"; spetta a noi scegliere se vogliamo votarci all'infelicità o alla gioia.

 
 

“Un giorno, ero già avanti negli anni, in una hall mi è venuto incontro un uomo.
Si è presentato e mi ha detto: "La conosco da sempre. Tutti dicono che da giovane lei era bella, io sono venuto a dirle che l“a trovo più bella ora, preferisco il suo volto devastato a quello che aveva da giovane".
Penso spesso a un'immagine che solo io vedo ancora e di cui non ho mai parlato.
È sempre lì, fasciata di silenzio, e mi meraviglia. La prediligo fra tutte, in lei mi riconosco, m'incanto.”
L’amante- Marguerite Duras
 
 
“Con certezza dico che amore non può affermare il suo potere fra
due coniugi, perché gli amanti si scambiano gratis ogni piacere
senza nessun tipo di costrizione, mentre i coniugi sono per la legge
tenuti a obbedire l’ uno alla volontà dell’altro
senza potersi rifiutare”
“L’amore è una passione innata che procede per visione per incessante pensiero
di persona dell’altro sesso, per cui si desidera soprattutto godere dell’amplesso dell’altro, e
nell’amplesso realizzare concordemente tutti i precetti dell’amore”
De amore -Andrea Cappellano

 

Prologo
 
Leggendo qua e là
 
 
Che cos’è l’amore? Ho mai amato veramente? Sono stata mai veramente amata? Quanti di noi, uomini e donne, si sono fatti queste domande non una, ma diverse volte nella vita. Non so se sia possibile una risposta: potremmo dire che esistono diverse modalità di amare, ma certo non equivalenti, dato che alcune conducono persino alla morte. Eppure, quando pensiamo alla parola amore, quando cerchiamo l’amore, è la gioia che sognamo, anche se raramente la troviamo. Il che induce a pensare che forse stiamo sbagliando direzione.
Quello che la letteratura ci ha raccontato in tema d’amore è già stato ampiamente e argutamente analizzato (1) ma val la pena di ripercorrerne velocemente alcuni punti: in primo luogo le storie d’amore felici non sono narrative, si sa. L’amore sereno e corrisposto è noioso da raccontare, manca di suspence, di quella struttura narrativa avvincente così ben descritta dai linguisti russi del secolo scorso (2)
Ed ecco allora che siamo stati formati su racconti d’amore modello salto a ostacoli, amori infelici, amori mortali. Anzi, si è formato nei secoli un discorso vero sull’amore in occidente che lo ha perennemente collegato al thanatos, molto prima di Freud e della psicanalisi. È lo stesso amore che uccide due volte Paolo e Francesca, prima per mano del coltello di Gianciotto, marito di Francesca e fratello di Paolo, poi per gentile condanna di Dante dei due amanti all’inferno. Guarda caso i due sfortunati si rendono conto di amarsi leggendo la storia di Lancillotto e Ginevra. Anche Ginevra è sposata, nientemeno che con re Artù, e Lancillotto è un cavaliere della Tavola Rotonda.
Stesso discorso vale per Tristano follemente innamorato di Isotta, moglie di re Marco, re di Tristano. Tre casi di tradimento del legame coniugale, parentale e politico, tre casi di amore adulterino, come lo era stato in tempi più antichi l‘amore di Paride per Elena, Elena “faccia di cane, colei che rompe le ossa”, capace di scatenare una guerra durata dieci anni.
Ma fermiamoci un attimo a riflettere su alcuni elementi interessanti.
In primo luogo gli autori di queste opere sono tutti uomini, così come ne sono gli uomini i veri protagonisti, a parte il caso di Francesca che, pur tuttavia , pronunciando il suo “amor ch’a nullo amato amar perdona”, si vede assegnato il ruolo di amata. Colui che ama è sempre un uomo, l’amante; la donna è l’amata. Si tratta pure di donne sposate e uomini liberi, donne che vivono una dissociazione fra corpo e mente nel matrimonio, dovendo comunque cedere agli obblighi coniugali, e che ritrovano l’unità di se stesse nella passione adulterina, riscoprendo un corpo nuovo, quello che sa dare e ricevere piacere. Magistrale la descrizione fatta da Chretien de Troyes di Ginevra che accoglie Lancillotto nel segreto della notte, vestita di una candida camicia e sulle spalle cinta da un manto di rosso ermellino, e la delicatezza del nostro autore nel raccontarci l’incontro d’amore:
”Da Amore venne la buona accoglienza che gli fece, e se essa aveva grande amore per lui, lui ne aveva centomila volte di più per lei, perché Amore sbagliò il colpo tirando agli altri cuori, a paragone di quel che fece al suo; e nel suo cuore Amore riprese tutto il suo vigore, e fu così completo, che in tutti gli altri cuori [a confronto] fu meschino.
Ora Lancillotto ha ciò che desidera, poiché la regina ben volentieri desidera la sua compagnia e il suo conforto, e egli la tiene tra le sue braccia, ed essa tiene lui tra le sue. Tanto gli è dolce e piacevole il gioco dei baci e delle carezze, che essi provarono, senza mentire, una gioia meravigliosa, tale che mai non ne fu raccontata né conosciuta una eguale; ma io sempre ne tacerò, perché non deve essere narrata in un racconto. La gioia più eletta e più deliziosa fu quella che il racconto a noi tace e nasconde.”
Bello, vero? Peccato che tutte queste storie, in un modo o nell’altro, si concludano con la morte o le morti degli attori, colpevoli di trasgredire l’ordine e le regole sociali. Amore folle che conduce immancabilmente alla morte.
Sembrerebbe facile dire che si tratta di storie medievali, che il medioevo era teocentrico e il matrimonio combinato normale, che il piacere era mal visto dalla Chiesa del tempo, che l’amore vero doveva portare alla beatitudine divina e non al piacere dei sensi: tutto vero, ma resta il fatto che questa storia non finisce neppure con la tragedia di Giulietta e Romeo e arriva dritta dritta fino a noi.
Cosa c’è di tanto terribile nell’amore? Cosa lo scatena? Di che amore stiamo parlando?
Intanto notiamo che si tratta di un amore con la A maiuscola, ma non nel senso di vero amore, intendiamoci. Nel senso che, siano filtri magici o frecce divine a farlo nascere, come nel caso di Tristano, che per sbaglio beve la pozione destinata al re Marco, o del povero Petrarca che si racconta trafitto dal dardo amoroso proprio in chiesa, un venerdì santo, del tutto indifeso (perché c’è da difendersi, l’avrete capito) (3), l’amore è sempre narrato come una forza irrazionale e cieca che colpisce i maschi inducendoli ad amare una femmina, qualcosa che accade per caso, un gioco della sorte o uno scherzo degli dei. Un potere che viene da altrove e fa sovvertire le regole, tradire i re e il potere, subire e accettare umiliazioni ad uomini valorosi, onesti e potenti portandoli alla perdizione. Qualcosa che fa uscire dal campo sicuro della ragione che pesa e misura e detta le leggi. Amore per una donna, poi: quella figlia di Eva nata dalla terra, dal corpo di Adamo, nato invece dal soffio divino, che a suo tempo ci ha fatto perdere il paradiso terrestre; quella sirena che aspetta i naviganti, che conosce tutte le loro lingue, che li seduce col canto per poi ucciderli: amour fou, pura follia dunque. A nessuno è mai venuto in mente che gli scheletri presenti sull’isola delle Sirene di omerica memoria non fossero morti assassinati, ma di vecchiaia dopo anni di piacere passati in compagnia delle sirene, invece che a combattere o a far di mercato: per carità, l’avviso ai naviganti è chiaro! L’amore è pericoloso e basta. Mica potete sperare tutti di avere un Astolfo e un ippogrifo che corrono sulla luna a recuperare il vostro senno perduto, per cui non ci provate neppure a pensare di innamoravi come il paladino Orlando, a divellere alberi, ad aggirarvi nudi fra gli alberi urlando la perdita della vostra amata. Calma e gesso,come si dice.
Ma Orlando, Tristano e gli altri amavano davvero qualcuno? Quanto tempo hanno passato con le loro amate? Quanto le conoscevano? Ben poco, par di capire, dato che passavano il tempo a rincorrersi l’un l’altro per giungere a incontri fugaci, intensi quanto istantanei. Ora, se amare è un verbo transitivo, e vuole sempre un soggetto che ama qualcosa o qualcuno, oserei dire che questi uomini amavano un’assenza, amavano l’idea dell’amore in sé di cui casualmente il corpo femminile era scintilla.
Ma di che amore stiamo allora parlando? La Grecia classica assegna all’amore diversi nomi: Agapè, ossia l’amore incondizionato, amore religioso, non necessariamente corrisposto, che diventerà amor cristiano per il prossimo; Storge, l’amore familiare; Himeros, la passione istantanea, che chiede soddisfazione immediata; Eros, il dio della passione di cui ci occuperemo a lungo nel prossimo capitolo; Anteros, l’amore corrisposto, e Philia, l’amore di elezione, che unisce Eros e Anteros operando il passaggio dall’amore del piacere al piacere di amare, destinato a durare nel tempo. Peraltro Eros e Anteros nella mitologia greca sono fratelli e si dice che, in assenza di Anteros, Eros torni bambino, trasformandosi in quella specie umana di eterni Peter Pan ancora oggi molto diffusa.
Inizieremo dunque il nostro viaggio dalle origini, rileggendo un testo cruciale per ogni discussione sull’amore: il Simposio platonico. Ma è d’obbligo un’avvertenza per non spiazzare il lettore: non vi meravigliate se nel mezzo di un’analisi testuale di sapore un po’accademico troverete riflessioni semplici riguardo al presente e persino al presente di chi scrive. La bellezza del dialogo con i testi dei classici sta in questo farli nostri, lasciare che ci facciano scorrere pensieri ed emozioni, come è accaduto a me e spero accada anche a voi.
Non sarà un percorso letterario: quello che si vuole evitare è infatti proprio la trappola narrativa, come abbiamo visto disgraziatamente troppo sbilanciata nel racconto di amori infelici; seguiremo invece la voce dei filosofi che, come si sa, non hanno lo scopo nei loro testi né di divertire né di avvincere il lettore. Casomai di aprire un dialogo e uno spazio di riflessione.
 
 
Ripartiamo dall’inizio: Chi è Eros?
Il Simposio platonico
 
I
 
Siamo nel V secolo avanti Cristo. A casa del poeta tragico Agatone si svolge un banchetto per soli uomini durante il quale i convitati discuteranno di Eros, il dio dell’amore.
Il primo a parlare è il famoso retore Fedro. Egli subito sostiene, citando la Teogonia di Esiodo, che Eros, insieme a Caos, Gaia e Tartaro, è uno fra gli dei più antichi, il più bello degli dei, principio generatore che condiziona l’esistenza di uomini e dei. Eros è orfano, non ha né padre né madre, dunque è un fanciullo divino. Dopo averne lodato antichità e bellezza, Fedro descrive Eros come operatore di coraggio, di virtù civili e militari: quale amante, infatti, si comporterebbe male davanti al proprio amato? Un esercito composto di amanti e amati sarebbe sicuramente invincibile, poiché chi ama rifugge la viltà, si vergogna nel compiere cattive azioni e cerca di mostrare all’amato solo il bello. Infine, solo gli amanti accettano di morire l’uno per l’altro: ne sono prova Achille, amato da Patroclo che muore non tanto per vendicare l’amante quanto per raggiungerlo, e Alcesti, moglie di Admeto, che accetta di morire per far diventare immortale il marito. Non a caso Fedro cita questi due esempi: per lui è infatti l’amante ad essere mosso da Eros, avvolto da un dio, non l’amato. Eppure Achille e Alcesti non sono amanti, ma amati: dunque il loro sacrificio non  richiesto è testimonianza della potenza dell’amore.
Due osservazioni: la prima è che in tutto il Simposio si parlerà quasi sempre di amore omosessuale, a testimonianza di una cultura, quella greca, che esclude le donne dalla politica e dalla vita civile rinchiudendole nei ginecei, almeno ad Atene. Di certo tale reclusione trova origini molto prosaiche e concrete nel bisogno maschile di aver certezza della paternità della prole, ma che l’amore omosessuale sia superiore a quello eterosessuale, trova il suo fondamento nell’idea che la donna sia, come dirà Aristotele, il primo mostro. Secondo Aristotele, infatti, la donna non è che un uomo imperfetto, un feto che, cresciuto nella parte sinistra e fredda dell’utero, non giunge a pieno compimento: ne sono prova gli organi genitali femminili, che secondo Aristotele sono identici a quelli maschili, ma trattenuti all’interno del corpo causa insufficiente calore durante la gestazione. Come amare, dunque, un essere imperfetto, un quasi uomo?
Pur tuttavia Alcesti viene lodata nel suo eroismo, e questo ci fa capire fin da subito che, almeno per Fedro, non importa il sesso dell’amato: quello che importa sono i comportamenti dell’amante. E ciò ci porta alla seconda osservazione: Achille e Alcesti ci raccontano storie di amori vissuti, di tempo passato fianco a fianco fra gli amanti, di amori felici. La tragicità viene dopo ed è una conseguenza di un amore in cui l’altro non è un puro oggetto di desiderio sempre sfuggente, ma fondamento di vita nella sua quotidianità. Non c’è male nell’amore, non c’è sofferenza fra gli amanti e l’eroismo mortale, per quanto non auspicabile, è un atto estremo d’amore, un dono all’amato. Nella cultura greca, per maschilista che sia, anche gli eroi maschi piangono e piangono spesso.(5)
 
Ora, secondo Jung e Kereny , (6) i miti sono l’immagine del mondo che regge un’intera cultura e il suo divenire storico: i miti sono le archè, fondamenti cui ogni singola cosa risale; essi operano nell’esperienza e nell’esistenza profonda di ogni singolo individuo, al di là di ogni cultura storicamente determinata. E sarà utile ricordare che secondo Kereny (3), nella sua ricerca dei mitologemi arcaici precedenti le divinità omeriche, il fanciullo divino è un mitologema fondamentale ed Eros è appunto, insieme ad Hermes, un fanciullo divino. Simboleggiato da un enorme fallo di legno, riguarda l’amore al maschile, è alato e bisessuale e nasce da un uovo Il fanciullo divino è l’ eterno indeterminato, non è eppure esiste già, si trova insomma fra essere e non essere, essendo, aristotelicamente parlando, essere in potenza. Eros è insomma il dio della forza creativa e creatrice che fa nascere incessantemente il nuovo.
Cosa ci ha allontanato così tanto dall’ Eros di Fedro? Cosa ci ha separato dalle nostre radici del pensiero? Quando abbiamo cambiato paradigma?
Ma andiamo per gradi e ascoltiamo ad uno ad uno i pareri degli altri convitati.
 
 
II
 
 
Quando Fedro ha terminato il suo discorso, è Pausania a prendere la parola. L’elogio di Eros pronunciato da Pausania contiene sia un elogio dell’amore omosessuale maschile, sia un discorso quasi galileiano, poiché fa dell’ amore un valore che necessita misura. Esistono infatti due Eros, uno pandemio e uno uranio e solo uno di questi merita di essere elogiato. L’ Eros pandemio si muove a casaccio, cerca i corpi e solo quelli, cerca il godimento istantaneo sia attraverso i corpi femminili che maschili.
Si tratta di un eros  molto in voga oggi, se pensiamo ad esempio a quanti incontri avvengono grazie alla miriade di chat specializzate esistenti in rete. Spesso si tratta di incontri casuali, in cui due persone si relazionano in modo del tutto decontestualizzato, senza sapere di fatto nulla l’uno dell’altro: è chiaro che l’attrazione fra i corpi la fa da padrone, anche se non nego la possibilità di incontri umani più completi. Certo è che, quando si scorrono in rete le fotine dei possibili partner, passato il primo impatto in cui pare di essere di fronte ai necrologi che si trovano nei quotidiani locali, con il tempo ci si accorge che le faccine che girano son sempre le stesse e non dopo un mese, ma dopo anni, come ben sanno i frequentatori di questi siti! Facendo due più due, significa che incontrarsi davvero non è semplice, perché per conoscersi occorre tempo e in genere chi sta in chat non ha tempo “da perdere” e vuol arrivare al sodo in fretta. E non parlo solo dei maschietti che per prima cosa domandano alle signorine se portano tacchi a spillo e autoreggenti, quanto si sentono femminili, se sono dolci e passionali; domande che all’inizio lasciano le interrogate in uno stato di sgomento e di dubbio, dato che mica è facile rispondere. Ma poi si capisce in fretta che non serve iniziare un processo di autocoscienza per trovare una risposta adeguata, dato che in sintesi la domanda vera è: cerchi sesso o no?
Parlo anche delle signore e signorine in cerca di emozioni, accoppiate, annoiate o single che siano, magari per nulla disposte a cambiare la routine quotidiana ma piacevolmente interessate a prendersi qualche boccata d’aria di tanto in tanto senza complicazioni.
L’eros uranio, al contrario, è forte e intelligente, maschile, non ha impulsi brutali, cerca invece anima e corpo e soprattutto durata, non incontri casuali e vuoti: per Pausania è solo questo l’eros che deve essere elogiato e privilegiato. La cosa divertente è che Pausania si concentra sull’amato, cioè sul giovanetto scelto dal maturo amante, dando una serie di consigli su tempi e modi del cedere all’amante. Attenzione, avverte Pausania, cedere subito non va bene, lo si può fare solo se si pensa di aver davanti un uomo degno e di valore.
Direi che anche oggi la discussione in merito ai tempi tecnici del “darla”, per dirla volgarmente ma anche direttamente, rimane in voga: certo molti maschietti ci metterebbero la firma a conoscere donne che si concedono loro al primo approccio senza tanti convenevoli, salvo poi pensare immediatamente, delle suddette donne, intendiamoci, non di se stessi, che sono delle sgualdrine (scusate il termine desueto). Per quanto mi riguarda non mi sono mai posta questo tipo di problemi e in pace con la mia coscienza me ne sono sempre fregata del giudizio altrui,soprattutto se era stupido. Pur tuttavia, con gli anni, ho pensato che non era stato troppo intelligente essere giudicata in certo modo senza averci tratto alcun profitto economico,cosa che infatti una signora del mestiere di certo non farebbe mai. In breve,non rinnego nulla di ciò che ho fatto,ma ammetto che in qualche caso sarebbe stato più saggio batter cassa alla fine. La cosa ancor più tragica è che anche molte signorine sono ancora preda dello stesso stereotipo: è normale che i maschi pensino al sesso, le donne invece, se lo fanno, sono appunto donne di malaffare: e se il fidanzato tradisce, mica è colpa sua, la colpa è di certo della sgualdrina che lo ha irretito. Insomma per molti pare che viviamo in un mondo di cretini privi di libero arbitrio e di assatanate, pensiero che mi procura sempre una grande tristezza.
Ma procediamo: secondo Pausania, l’amante può umiliarsi e addirittura farsi schiavo dell’amato, ma mai per denaro o potere, mai solo per godere di un corpo, e mai con giovinetti imberbi. Quanti di noi si sono umiliati e sacrificati per amore? Credo sia capitato un po’a tutti almeno una volta nella vita. Non credo ci sia nulla di sbagliato in questo, tranne la presunzione, che invece esiste troppo spesso, che colui per il quale ci sacrifichiamo in silenzio se ne renda conto e ci ami di più per questo: beh sappiate che non accade quasi mai, e non per ingratitudine, ma semplicemente perché l’altro non è frate Indovino e spesso non sa neppure che ci stiamo sacrificando. Per dire una banalità qualunque, mentre io mi sacrifico ad organizzare cene, molti pensano che io mi diverta e che ami cucinare, il che non è affatto vero. Può sembrare un esempio stupido, ma pensate alle tante circostanze nelle quali pensate di fare qualcosa per l’altro, qualcosa che voi non fareste mai e nessuno se ne accorge o ve ne rende merito: sappiate che è normale, per cui o non lo fate, o non lamentatevi poi. Nessuno è tenuto ad umiliarsi o sacrificarsi per un altro, sappiatelo. Ma sappiate pure che Pausania ha ragione, a volte è bello farlo in sé, ma solo se ne vale la pena. È questa la ragione per cui io continuo a preparare cene: adoro i miei amici e quel sacrificio è ripagato dalla loro semplice presenza e dal piacere di averli vicini.
La conclusione di Pausania è che sia l’amante che l’amato devono tendere ad una relazione costante e completa, non solo sessuale e dunque parziale. In sintesi Pausania sostiene una misura nell’amore, una reciproca conoscenza dell’altro che chiede tempo e attenzione. Non è certo per moralismo o per disprezzo del piacere che sconsiglia una sessualità usa e getta (già ben nota anche allora), quanto per una specie di economia energetica, di libero arbitrio che sa rinunciare a un piacere fugace per un piacere duraturo e intero: è questo libero arbitrio che ci fa umani.
 
Il medico Erissimaco, chiamato a parlare dopo Pausania, ribadisce lo stesso concetto di misura unendolo a quello di armonia. L amore è ciò che mette concordia fra gli opposti, fra caldo e freddo, amaro e dolce. L amore opera come opera un buon medico, che ristabilisce il mutuo amore fra gli elementi del corpo che più si odiano. Esprimendo una tesi di origine eraclitea, “ l’uno in sè discorde si accorda come l’armonia dell’arco e della lira”, Erissimaco sostiene che l’amore sia quella forza in grado di accordare quegli opposti che, grazie all’amore, perdono la loro opposizione. Dunque occorre amare il diverso da se, il dissimile ed arrivare ad un equilibrio che trasforma entrambi gli attori, amante e amato. Ma attenzione: all’eros pandemio occorre cedere con misura, per ottenere piacere fisico ma senza esagerare: mangiare sì, ma senza abbuffarsi!. Anche il succedersi delle stagioni ci insegna: gelo e grandine, se in eccesso, distruggono il raccolto, così pure il calore. L’amore senza misura diventa desiderio di piacere senza limiti ed è in grado di provocare non pochi disastri. Teniamo presente che l’amore lodato dal nostro medico è inteso come una forza cosmica, che domina il movimento del tutto in continua trasformazione. Pur concordando con Erissimaco, credo si dimentichi di sottolineare qualcosa di fondamentale: entrambi gli amanti devono amare la diversità dell’altro,occorre insomma reciprocità o si è destinati ad un fallimento molto simile a quello che accade quando un individuo tollerante inizia una discussione con un intollerante: l’opzione di ricevere un pugno sui denti, ben poco auspicabile, non è purtroppo da escludere a priori.
 
 
III
 
 
E veniamo al discorso di Aristofane: si tratta di uno dei discorsi centrali del Simposio platonico, non tanto in sé ma per la fortuna avuta in seguito e, aggiungerei, purtroppo. Dunque Aristofane, per spiegare la sua teoria sull’amore, inizia narrando un bizzarro mito riguardante la generazione degli uomini. In origine gli uomini non erano come ora, cioè maschi e femmine, ma erano di tre generi: uno formato dall’unione di maschio/maschio, uno da femmina/femmina e uno da maschio/femmina. Avevano quattro gambe, quattro braccia e una sola testa con due facce, e quando correvano potevano rotolare avendo a disposizione otto arti. Avevano i genitali nella parte esterna del corpo e si accoppiavano non fra loro ma con la terra, come le cicale Questi proto-uomini diventarono sempre più arroganti e tracotanti, tanto che Zeus li punì tagliandoli in due e ruotando ciascuna faccia all’interno: il nostro attuale ombelico altro non sarebbe che una cicatrice, il segno di quel taglio originario ancora visibile. Ma gli uomini tagliati a metà soffrivano immensamente la perdita dell’unità originaria e passavano il tempo abbracciando la loro metà perduta senza neppure cibarsi e si lasciavano morire di inedia. Preoccupato dal rischio di estinzione della specie umana, Zeus decise di ruotare i genitali all’interno in modo che gli uomini potessero di nuovo accoppiarsi, generare e provare piacere. Dunque per Aristofane l’amore non è altro che la ricerca incessante dell’uno originario: gli esseri umani formati dal taglio della palla maschio/maschio si dedicheranno all’amore omosessuale, le donne nate dalla palla femmina/femmina all’amore lesbico, e quelli nati dalla palla maschio/femmina all’amore eterosessuale. Queste forme di amore sono tutte equivalenti, perché nascono dallo stesso desiderio di ritornare all’unità dell’antica natura. Non è difficile notare come il discorso di Aristofane sia decisamente più avanguardistico di tante discussioni odierne sull’omosessualità e renda perfettamente ragione di ogni possibile inclinazione sessuale riportandola alla sua naturalità originaria. Non solo: poiché l’amore eterosessuale nasce dalla scissione della palla androgina, dunque bisessuale, il maschile e il femminile provengono da un tutto originario e la loro origine comune fa sì che l’altro non sia il diverso da negare, ma il complementare da amare. Eros, lui pure dio doppio e bisessuale ,come ci ha narrato Agatone, sarà il solo dio che permetterà ad ogni essere umano di realizzare il più alto dei suoi desideri: unirsi alla metà da cui è stato violentemente separato. Ma…c’ è un “ma” non da poco. Negli dei bisessuali come negli uomini-palla c’è sì la perfezione sessuale ma anche la totale cancellazione del desiderio, reso inoperante dalla perfetta unione della parti in un unicum. Forse non è un caso che il termine sesso derivi etimologicamente dal latino secare: dunque il sesso è la sezione a partire dalla quale si apre quel movimento che dà corpo al desiderio, inesistente nel dio bisessuale, che non è un utrumque sexus, ma uno straordinario neutro. L’amore così inteso diventa perciò sinonimo di desiderio del mancante, non ricerca del piacere, non ricerca dell’altro diverso da sè con cui entrare in armonia ma, in ultima analisi, ricerca del puro sé. Ora lo stesso Aristofane è fra le righe ben consapevole di due cose: la prima, che trovare la propria metà perduta è impresa alquanto ardua, tanto che parla esplicitamente, per le coppie eterosessuali legate da vincoli matrimoniali, di “destino adultero”.
La seconda è che, anche nel caso in cui trovassimo proprio la nostra metà, non potremo mai tornare ad essere l’uno originario: Eros dunque diventa quel desiderio che ci fa muovere in una ricerca continua ma destinata allo scacco finale. Paradossalmente Eros diventa l’immagine di quel desiderio tragico votato alla sconfitta e alla sofferenza di cui parlavamo nel prologo, in cui l’altro non esiste, esiste solo un sé da ricomporre e consolare, un io che, invece di godere del molteplice, desidera disperatamente negarlo per tornare all’unità perduta. E’ quello che succede in molte coppie in cui uno vuole cambiare l’altro, anzi fa di questo cambiamento la propria ragione di vita: quanta arroganza ,quanta mancanza di rispetto, quanto potere di uno sull’altro e quanto poco amore in questa modalità!
Guarda caso, fra tutti i discorsi del Simposio, nei secoli è stato proprio questo ad aver avuto maggior fortuna, e anche il discorso finale del Simposio, tenuto dalla sacerdotessa Diotima per bocca di Socrate, sarà interpretato erroneamente in questa luce,condannandoci all’infelicità
 
IV
 
E arriviamo alle battute finali del dialogo. La parola passa ora ad Agatone, colui che ha offerto il banchetto e che, con il suo discorso, precederà la conclusione,spettante all’ospite d’eccezione:Socrate.Il poeta tragico tiene un discorso magnifico quanto enfatico sull’amore, in cui sostiene che Eros è il più giovane e il più bello degli dei, delicato,giusto e coraggioso. Ma oltre la natura dell’amore, ciò che interessa al nostro è analizzare gli effetti che esso produce. Al contrario di Esiodo, che aveva trattato l’amore come una specie di flagello, Agatone ritiene che Eros sia il creatore della poesia, di ogni tipo di lavoro e di ogni tipo di invenzione. L’amore è, in definitiva, una forza positiva e creatrice che presiede alla socialità. E tutto sommato Freud in “Psicologia delle masse e analisi dell’io” dirà che sono appunto le relazioni amorose ad essere alla base dei movimenti collettivi. Per Agatone, amore è calma sul mare, sonno tranquillo, e Lacan, leggendo queste parole, si farà una bella risata. E non a torto: purtroppo non è stata l’ idea agatoniana dell’amore a segnare la nostra –scarsa– educazione sentimentale.
Tocca ora a Socrate concludere la discussione. Con molta semplicità egli dice che chi lo ha preceduto nell’agone oratorio ha cercato di mostrare tutti i benefici di Eros e di darne un’immagine splendida. Si è giocato, insomma, a tessere le lodi di Eros, non a lodarlo per ciò che è. Socrate, invece dichiara subito di voler cambiare piano: egli dirà semplicemente la verità. Interrogando con il metodo maieutico l’amico e amato Agatone, Socrate dimostra che l’amore è sempre amore di qualcosa e soprattutto di qualcosa che non si ha: nuovamente –come aveva detto Aristofane– l’amore è il desiderio del mancante, si fonda su mancanza e desiderio. Vedremo però che il piano non è assolutamente quello dell’uno aristofanico. Dopo aver dimostrato ai commensali che Eros non è né bello né buono, poiché desidera appunto bellezza e bontà, con un colpo di scena Socrate assegna al racconto di una donna, la sacerdotessa Diotima di Mantinea, la verità completa sull’amore. E direi che non si tratta di una scelta irrilevante. Attraverso le parole di Diotima passiamo dal livello razionale del discorso iniziato da Socrate, al livello mitico che sottende strategie completamente diverse.
Diotima ci racconta che Eros non è orfano, ma figlio di una madre umana –Penia, la mancanza, la povertà– e di un padre divino –Poros, figlio di Metis, l’astuzia. Dunque l’origine di Eros è sessuata e la sua nascita è voluta dalla madre che, durante un banchetto in onore di Afrodite, decide di approfittare dell’ubriachezza di Poros per farsi ingravidare.
Dunque Eros non è un dio, ma un daimon, un essere intermedio con il compito di mettere in comunicazione uomini e dei, cielo e terra. Ma è anche colui che ricorda all’uomo che l’unità originaria non esiste più e ad essa non si può tornare: alla memoria arcaica del tempo in cui ogni diversità era compresa nell’unità, Eros sostituisce la consapevolezza che l’uno e l’altro, amante e amato, devono vivere in un’attrazione reciproca accettando perciò il nuovo ordine del cosmo.
Eros partecipa della bellezza, essendo nato durante  un banchetto dedicato ad Afrodite, ma non è né bello né buono, è piuttosto una via di mezzo; non è neppure sapiente ma garantisce il legame fra doxa ed episteme, ignoranza e sapienza. Eros è filosofo: essendo nato da un padre sapiente e da una madre povera e un po’ ottusa, cerca la sapienza di cui manca e di cui sente il bisogno, proprio come i filosofi.
Il fatto è che l'amore ha molte forme, ma noi prendiamo una sola di queste forme e le diamo il nome generico di amore come se fosse l'unica. Questo nome andrebbe dato a tutte, ma per le altre forme usiamo nomi diversi." , dice Diotima e aggiunge poco dopo: “Nell'unione dell'uomo e della donna c'è qualcosa di creativo, qualcosa di divino. Tutte le creature viventi sono mortali, ma in loro c'è una scintilla d'immortalità: è la fecondità dei sessi, la capacità di generare nuovi esseri viventi”. Cos’è dunque l’amore? Amare è procreare e la procreazione è l’unica forma di eternità concessa agli uomini. Non si tratta di procreare solo nel e con il corpo, ma anche nell’anima,  il che significa creare opere belle.
A questo punto Diotima propone una sua genealogia dell’amore: si inizia amando un bel corpo, ma poi ci si accorge che esistono altri, e tanti, corpi belli. Dunque da un singolo corpo si passa ad amare tanti corpi belli. Grazie a questa abbondanza e molteplicità di esperienze, alla fine i corpi ci paiono del tutto simili. Siamo pronti allora per passare all’amore per le anime belle. Questo è un punto cruciale: qui Diotima segnala il passaggio dall’eros alla filia, all’amore di elezione. Partendo, ed è una partenza necessaria, dall’amore del piacere si passa al piacere di amare. Solo questo potrà condurci al passaggio successivo, a quell’estasi data dalla contemplazione del bello in sé. Notiamo come il discorso di Diotima riprenda diversi elementi presenti nei discorsi precedenti: con Fedro sostiene che l’amante è vicino al dio, con Pausania che l’amore deve tendere ad essere duraturo, per costruire, e rivolto alle anime belle; con Erissimaco sottolinea che il piacere del corpo non è male,ma bisogna andare oltre.; con Aristofane e Agatone sostiene l’idea di una forza creatrice che ci porta verso il futuro, ancorandoci all’eternità: ciò di cui sentiamo la mancanza non è però l’unità originaria, bensì la bellezza assoluta e l’eternità. E ad esse si accede non attraverso il ritorno all’unità, ma con la moltiplicazione e la creazione molteplice.
Non è un caso che Socrate, nel suo bisogno di “dire le vrai”, sull’amore, faccia entrare in scena una donna, Diotima, e parli per bocca di lei: parlare d’amore è far entrare l’altro dentro di sé, è diventare due, è diventare doppi come doppio è Eros che, essendo bisessuale, porta in sé il maschile e il femminile, l’uno e l’altro. Non solo: doppio è pure il sapere che occorre mettere in campo. Alla razionalità dialettica che guidava Socrate nel suo porre domande ad Agatone, che era costretto sempre ad assentire data la serrata coerenza degli argomenti posti dal maestro, ora si aggiunge un sapere divinatorio, quello di una sacerdotessa, abituata al colloquio fra uomini e dei, tempo ed eternità.
E Diotima ci insegna che Eros ha un padre e una madre ma è nato per volontà della madre, nel suo corpo. La sua nascita sessuata pone dunque la sessualità come un elemento costitutivo dell’amore. E anche di una sessualità molteplice, poiché amore è ricerca, più che desiderio. L ‘amore non è eterno, è nel tempo, è durata: solo ciò che nasce grazie a lui può diventare immortale e ciò che nasce da lui è la molteplicità dell’esistente. L’amore non è, l’amore fa, produce corpi e opere.
Ora, per i lettori non esperti di filosofia, è bene ricordare che Socrate non scrisse mai nulla; la conoscenza del suo pensiero ci deriva dalla lettura dei dialoghi socratici di Platone, e il Simposio è appunto uno di questi. E’ interessante notare come la scelta socratica dell’oralità sia essa stessa una scelta doppia: si scrive da soli, ma si dialoga in due, e il dialogo è pensiero che si costruisce insieme, che presuppone l’esistenza dell’altro. Tuttavia troppo spesso si è letto il Simposio per capire Platone più che Socrate. Sarà infatti Platone a svuotare la nozione di corpo fino a cancellarla: per Platone il corpo è un fardello di cui liberarsi, una materia che allontana l’anima dalla sua sede naturale, il mondo delle idee. E’ da Platone che nasce l’idea dell’amore come desiderio mai appagato e inappagabile (il ritorno all’uno di Aristofane). Per Socrate-Diotima c’è al contrario ricerca del piacere, felicità, vita, non morte e dolore. È vero che, discutendo con Agatone, Socrate aveva affermato che si desidera solo ciò che non si possiede, ma subito dopo aveva precisato che si desidera pure ciò che si possiede e che ci dà piacere: il desiderio è dunque desiderio di conservazione del piacere nell’incertezza del futuro. Dunque l’amore per Socrate coincide perfettamente con il sussurro di Lacan : encore..
 
Eloisa e Abelardo
 
Siamo in Francia nel XII secolo, esattamente il quel periodo in cui secondo Denis de Rougemont, nacque per bocca del trovatori quel’idea dell’amore romantico, dell’amore-passione che ancora oggi ci perseguita, nella letteratura e nel cinema. Come dicevamo nel prologo, si tratta di un amore strettamente legato al concetto di infelicità e morte, dove al posto dell’amore per l’altro troviamo l’amore per l’amore, che nel medioevo coincide con l’amore per Dio. De Rougemont attribuisce all’eresia catara e alla sua negazione del corpo e della sessualità la radice di questo spostamento, in cui la donna (o l’altro in generale) semplicemente non esiste e da cui si originerà  tutta la letteratura trobadorica e non solo. Certo il Medioevo è un’epoca teocentrica, che assume in pieno l’idea platonica della carne come male, cristianamente trasformata in fonte del peccato. L’immaginario del femminile nel Medioevo oscilla infatti fra la purezza virginea e intoccabile della Madonna e la voluttà peccaminosa di Eva: il corpo va nascosto e coperto, in particolare quello femminile, il piacere è peccato e allontana da Dio. Di certo oggi non viviamo più in un orizzonte teocentrico e il corpo viene esibito ben più che nascosto, ma l’amore-passione è duro a morire: all’amore per Dio si è semplicemente sostituito l’amor di sé, una forma di narcisismo bella e buona in cui l’amore, per essere tale, non deve mai essere soddisfatto, deve rimanere l’eterno incompiuto del desiderio. E l’altro non è che un corpo occasionale in cui cercare conferma di sé, in una ricerca infinita: al Dio-uno si è sostituito l’Io-uno, ma in fondo, quello che cambia è solo la mancanza della D iniziale.
Ed è nel XII secolo che vivono Abelardo ed Eloisa. La loro vicenda è paradigmatica per molti versi: Abelardo ed Eloisa sono filosofi, non poeti; le lettere dei due amanti non sono letteratura, ma vita vissuta, reale. Il loro amore si è nutrito ed è cresciuto nel piacere. E dal diverso destino di questi due amanti è possibile operare una nuova riflessione sull’amore che mette in gioco anche il maschile e il femminile, partendo dalla vita, non dalla letteratura.
Abelardo è un chierico, appartenente dunque al mondo ecclesiastico, che fa voto di castità.
Ma è anche un famoso filosofo e insegna teologia a Parigi, una delle cattedre ai tempi più ambite e prestigiose. Eloisa è una giovane intellettualmente molto dotata, conosce molte lingue, il greco, l’ebraico e il latino alla perfezione. La ragazza è così veloce nell’apprendere e intelligente che lo zio Fulberto la manda a lezione da Abelardo quando non ha ancora compiuto i diciotto anni. Abelardo si innamora ben presto di Eloisa ed è da lei pienamente ricambiato. Ma Eloisa rimane incinta. Per riparare, Abelardo propone di sposare Eloisa, a patto che il matrimonio resti segreto per non vedersi rovinata la carriera dato che, essendo chierico, non può sposarsi. I due si sposano ma la notizia trapela, così Abelardo fa entrare Eloisa nel monastero di Argenteuil. La famiglia di Eloisa, convinta che Abelardo si voglia semplicemente liberare della moglie, si vendica mandando tre sicari ad evirarlo. Da quel momento i due amanti non si incontreranno più: Eloisa prenderà i voti e rimarrà in convento per tutta la vita mentre Abelardo continuerà la sua carriera intellettuale e religiosa. La loro storia è giunta fino a noi grazie ad un carteggio epistolare fra i due conservato nel convento in cui morirà Eloisa: sono lettere scritte durante la separazione forzata in cui i due amanti ripercorrono la storia del loro amore, un amore reale, ricordiamolo. Fin dalla prima lettera ( Historia calamitatum mearum) Abelardo sottolinea la sua passione erotica per Eloisa, che lo attrae non solo fisicamente, ma anche per le incredibili doti intellettuali: “Eloisa aveva tutto ciò che più seduce gli amanti […] Col pretesto delle lezioni ci abbandonammo completamente all'amore, lo studio delle lettere ci offriva quegli angoli segreti che la passione predilige. Aperti i libri, le parole si affannavano di più intorno ad argomenti d'amore che di studio, erano più numerosi i baci che le frasi; la mano correva più spesso al seno che ai libri.. il nostro desiderio non trascurò nessun aspetto dell'amore, ogni volta che la nostra passione poté inventare qualcosa di insolito, subito lo provammo, e quanto più eravamo inesperti in questi piaceri tanto più ardentemente ci dedicavamo a essi senza stancarci». Ma Abelardo fin da subito lamenta il fatto che questa passione gli impedisce di creare, di pensare, di riflettere in termini razionali. Si sente attratto dalla poesia, che meglio esprime le sue emozioni, e se ne rammarica vedendo in ciò una perdita dell’esercizio dell’ingenium che lo ha sempre distinto sia dagli eruditi che dai mistici del suo  tempo. La concezione del sapere di Abelardo prefigura già ciò che sarà la concezione moderna del sapere: un sapere senza corpo, apparentemente asessuato, guidato da una ratio basata sulla logica e capace, grazie ad essa, di distinguere il vero dal falso. Siamo alla prefigurazione del cogito cartesiano, di un pensiero formale e astratto privato di emozioni e di corporeità, in cui la carne e le sue passioni saranno, se non il male demoniaco, di certo il falso da mettere tra parentesi e da non ascoltare. La castrazione reale subita da Abelardo era già stata preceduta da una auto castrazione mentale. Parlando di un processo subito per l’accusa di eresia, Abelardo molto chiaramente sostiene che gli “sembrava perfino che il tradimento di un tempo fosse stato piccolo in confronto all’offesa ricevuta ora, e piangevo l’oltraggio alla mia fama come molto più grave dell’oltraggio al mio corpo”. La castrazione fisica è dunque ritenuta da Abelardo inessenziale di fronte al tentativo di far tacere il suo pensiero accusandolo di essere eretico. E ricordando la sua passione per Eloisa, la rivive con un forte senso di colpa, leggendola come una giusta punizione per il peccato commesso. Allo stesso modo il suo essere eunuco lo turba non tanto perché ha distrutto l’integrità del suo corpo, quanto perché a causa di ciò non potrà più essere chierico, esercitare cioè una professione che necessita quella integrità per poi poterla negare attraverso la pratica ascetica.
Possiamo dunque affermare che Abelardo è in un certo qual modo il primo maschio moderno, intendendo per maschile un atteggiamento particolare nei confronti della vita e del sapere. Il sapere di Abelardo, al contrario di quello socratico, nega radicalmente la sua genesi dal  corpo e dall’amore: Platone, con il suo corpo-prigione e Aristotele con la sua logica, hanno trionfato. Paradossalmente il genere distinto dalla presenza del fallo, deve negarlo per essere uomo.
Ma mentre Abelardo si perde in una passione che diventa sempre più unicamente sessuale, privata dei caratteri della creatività e vissuta come devianza e castrazione del pensiero, Eloisa dal monastero in cui si è rinchiusa rivendica il suo amore e il suo corpo con totale caparbietà. Ormai badessa del Paracleto, la comunità religiosa femminile fondata dallo stesso Abelardo, fin dalla prima lettera rimprovera all’antico amante di essersi disinteressato del convento. Ma nella seconda lettera è chiaro che il disinteresse che ferisce Eloisa è un disinteresse personale: “ ti ho amato.. di un amore senza limiti” e in quei puntini di sospensione c’è tutto il grido d’accusa di Eloisa, un non detto molto chiaro: come hai potuto dimenticare e dimenticarmi? Eloisa senza vergogna definisce Abelardo come l’unico padrone del suo corpo e della sua anima, lei che al momento di sposarlo inizialmente rifiuta, perché “cos'hanno in comune le lezioni dei maestri con le serve, gli scrittoi con le culle, i libri e le tavolette con i mestoli, le penne con i fusi? Come può chi medita testi sacri e filosofici sopportare il pianto dei bambini, le ninne nanne delle nutrici, la folla rumorosa dei servi? I ricchi possono sopportare queste cose perché hanno palazzi e case con ampie stanze appartate, perché la loro ricchezza non risente delle spese e non è afflitta dai problemi quotidiani” Si è spesso detto che Eloisa non avrebbe voluto sposarsi per non danneggiare il suo amato nella sua carriera intellettuale: ma anche lei è una studiosa, anche lei è una filosofa e le sue parole sono molto concrete: non abbiamo i soldi necessari per continuare a studiare, io dovrei fare la casalinga e tu vivere in mezzo a pentole e piatti. No, grazie!
E ora che il suo amante-amato l’ha abbandonata, non esita a dire: ” Ma quelle gioie da amanti che provammo insieme mi sono state tanto dolci che non possono né dispiacermi né sfuggirmi dalla memoria. Dovunque mi volga sono sempre presenti ai miei occhi e mi accendono di desideri. Anche quando dormo la loro suggestione mi tormenta. Perfino in mezzo ai solenni riti, quando più pura deve essere la preghiera, le immagini impudiche di quella voluttà inchiodano tanto nel profondo l’infelicissimo animo mio che mi sento disposta più a quei turpi documenti che alla preghiera. E così, mentre dovrei gemere per quel che ho commesso, piuttosto sospiro per quello che ho perduto”. C’è in Eloisa l’assoluta incapacità di provare il senso del peccato, di rinnegare ciò che il suo corpo ha sentito e continua a sentire: non può pentirsi di ciò di cui non si sente affatto colpevole. Anzi incalza così il suo amato maestro:” Il piacere che ho conosciuto è stato così forte che non posso odiarlo [….]. Perché la sublimazione si dovrebbe raggiungere soltanto annichilendo i sensi e il sentimento d'amore che si prova verso un'altra persona?”. Personalmente credo di aver passato tutta la vita a farmi questa domanda. Eloisa rivendica la totalità della persona, non è vittima del desiderio, al contrario rivendica il piacere del corpo come elemento che non nega il pensiero; rivendica il suo essere intero, corpo e mente, laddove Abelardo ha scelto la castrazione. Ma Abelardo si limita a ricordarle il suo ruolo di badessa e la invita a pregare. È tutto quello che sa dire a colei che l’ha amato di un amore sconfinato, che ha considerato sempre più dolce il nome di amica, amante o prostituta a quello di sposa, il cui cuore “non era con me, ma con te [….]. Non ho voluto soddisfare la mia volontà e il mio piacere, ma te e il tuo piacere, lo sai bene”. Il discorso d’amore di Eloisa si caratterizza come totale amore per l’altro, come piacere del corpo che cerca l’altro, non c’è traccia di amor di sé se non come amore del piacere provato grazie all’altro. E come potrebbe una donna il cui corpo è biologicamente strutturato per accogliere un figlio, che fin da subito è altro da lei e che cresce grazie al suo corpo, negare la sua fisicità? C’è nel femminile un’esperienza fortissima di amore per l’altro che nasce da sé. Chi vuole leggere le parole di Eloisa come le parole di una donna in preda all’ossessione, servile, assoggettata ai desideri maschili è fuori strada. Mentre Abelardo, dopo aver negato una parte di sé, pretenderebbe dall’amata la medesima rinuncia, Eloisa rivendica il diritto di esistere, e di esistere  in relazione con l’altro. Ancora..
 
Diario di un seduttore
 
Alla fine dei meravigliosi anni 70 “stavo”, come si diceva allora, con un mio coetaneo  o meglio, come dicevano gli amici, io stavo appunto con lui ma lui non stava con me. Cosa meno strana di quello che sembra: nei fatti io passavo molte notti a casa sua, uscivamo insieme, ne conoscevo amici e parenti ma guai a nominare la parola amore,o ancor peggio, coppia. Anzi lui era sempre molto chiaro in proposito:noi non stiamo insieme -mi ripeteva- e non parliamo d’amore o di altre sciocchezze simili. Se decidi di stare con me, è una tua scelta. Io, come spesso faccio ancora adesso, davo ben poca importanza alle parole: per me, seppur in assenza di supporto linguistico, stavamo chiaramente insieme. Senza contare un piccolo dettaglio che rimaneva silente: lui non sceglieva forse di passare le notti e i giorni con me? Certo è che poi, grazie a quell’assenza linguistica,non ho mai potuto dargli dello stronzo quando se lo sarebbe meritato alla grande. Ora lo farei tranquillamente, ma ai tempi condividevo anch’io questa perversa logica quasi-aristotelica dell’epoca, che per altro è un modo ben noto per non assumersi mai la responsabilità delle proprie azioni, scaricandola  sugli altri.
Soren Kierkegaard conosceva bene questa tattica già nel1843, quando pubblicò una delle sue opere più famose, Aut-Aut, di cui fa parte  il Diario di un seduttore. Si tratta di un romanzo epistolare piuttosto strano, dato che quasi tutte le lettere che lo compongono sono scritte da Johannes, mentre quelle scritte da Cordelia sono pochissime. Non ci importa qui che il nostro filosofo voglia illustrare attraverso il Diario il primo stadio dell’esperienza esistenziale, quello estetico, per poi rifiutarlo e saltare  allo stadio etico, cioè matrimonio e fede come unica possibilità di esistenza autentica. Concentriamoci invece su Johannes,il protagonista. Se Abelardo si era auto castrato, Johannes pare essere nato già eunuco, perché ciò gli è ormai tanto naturale da non rendersene neppure conto. La cosa pazzesca è che questo libro, per altro quasi illeggibile, di una pesantezza infinita, un florilegio barocco di parole insostenibile, è stato letto fra i sospiri da molte donne e non solo (sicuramente qualche annetto fa: ora credo lo cestinerebbero dopo poche pagine) come un perfetto esempio di seduzione. La storia è banale: Johannes decide di sedurre Cordelia, una giovane verginella che vive con la zia, senza amiche con cui chiacchierare, pura e ingenua anche se non stupida. A missione compiuta, come da copione la abbandona,anzi è lei ad abbandonarlo,dato che l’arte del seduttore consiste proprio in questo non sporcarsi le mani, addossando tutta la responsabilità di ciò che accade all’altro. Giochetto che credo tutti ormai conosciamo discretamente bene: insomma questo testo ha fatto sicuramente scuola negli anni: ”Avvalendosi delle sue doti naturali, egli sapeva circuire una fanciulla fino al punto da legarla a sé, senza curarsi poi di possederla in senso stretto. Immagino che sapesse spingere una fanciulla fino al punto da essere poi sicuro che tutto ella avrebbe sacrificato per lui. Giunto a tanto, troncava ogni cosa, senza che da parte sua fosse occorsa la benché minima pressione, senza che un solo accenno fosse stato fatto all'amore, senza neppure una dichiarazione o una promessa. Eppure a tanto era arrivato; e dalla consapevolezza di ciò una doppia amarezza derivava alla infelice, perché ella non aveva la minima cosa a cui richiamarsi e perché vagava tra disparatissimi stati d'animo, in una terribile ridda infernale. Semmai, perdonando a lui, a se stessa faceva rimproveri, tosto lui dopo rimproverava, e allora, giacché la relazione aveva avuto realtà soltanto in senso improprio, continuamente doveva combattere col dubbio che tutto non fosse stato altro che pura immaginazione. […]  Egli si serviva degli individui soltanto come incitamento per gettarli poi via da sé, cosi, come gli alberi si scrollano delle foglie: lui ringiovaniva, le foglie appassivano”. Non è per provare piacere fisico che il seduttore seduce: lui non è corpo, è spirito, intelletto. È Cordelia ad essere per Johannes corpo, natura, bellezza ma, come tutte le donne, è priva di spirito creativo e con quello va conquistata per essere certi di vincere. Se c’è una cosa che il seduttore non tollera è la sconfitta: il Diario pare un testo di strategia militare più che d’amore: guerra, battaglia, vittoria sono termini che ricorrono frequentemente nelle lettere. Per mettere a punto il suo piano, il seduttore studia la sua vittima, in questo caso Cordelia: la spia di nascosto per giorni e giorni, ne segue i movimenti, ne osserva le frequentazioni per crearsi un suo quadro mentale della situazione. A leggere tutte le mosse del seduttore oggi sorridiamo, come se fossero cose d’altri tempi e in effetti lo sono: nessuno si prenderebbe più la briga di appostarsi per ore e di registrare tutti i dettagli osservati, persino come la signorina Cordelia appoggia il piede scendendo dalla carrozza. E chi avrebbe il tempo di farlo? Ma soprattutto oggi esistono mezzi più veloci ed economici: basta osservare la propria preda su Facebook ed ecco fatto: ne conosciamo gli amici, i luoghi che frequenta, l’orientamento politico, tutto quello che serve per costruirci un viaggio mentale perfettamente confezionato. E, come a Johannes non importa tanto chi sia Cordelia, quanto  l’immagine di lei da lui costruita, che pertenga o no alla realtà poco importa, così molti frequentatori e frequentatrici dei social network si trastullano immaginando di  conoscere qualcuno attraverso foto e post. In realtà quello che li affascina non è l’altro ma la propria immaginazione, e il bello è che spesso non se ne rendono neppure conto! Almeno Johannes ne è pienamente consapevole, anzi lo rivendica a più riprese nel testo; una volta concluso il periodo di osservazione, la sua tecnica vincente  consiste nel conoscere casualmente Cordelia e impostare la sua relazione con lei sul dire e non dire, avvicinarsi e allontanarsi, in sintesi confondere il nemico per annientarlo. Quanti uomini e quante donne ancora oggi usano questa modalità? Oggi ci sono, domani scompaio, mai detto di amarti,che vuoi da me? Da perfetto narcisista tendenzialmente onanista, Johannes è totalmente incapace di stabilire relazioni vere e reali, non gli interessa e non è questo il suo scopo: maschio senza corpo, che considera il corpo territorio femminile, Johannes non cerca neppure il piacere erotico, ma solo il piacere derivante dal potere sull’altro. Questo è l’unico piacere che conosce e, una volta raggiunto, gode della sua abilità, si compiace di sé e riparte per nuove conquiste. Appena raggiunto l’appagamento, quindi, lo sbandierato amore si scioglie in un battibaleno, diventa inutile e noioso, e il seduttore è pronto  alla fuga. O, declinato al contemporaneo, messo l’oggetto del proprio desiderio in orizzontale,ma anche contro un muro o sul tavolo della cucina, l’affare è concluso. Se non altro è consolante il fatto che il consumo faccia almeno uscire gli attori dalla fase onanistica, anche se non è sempre scontato: quanti incontri virtuali, infatti, non si realizzano mai? Fuggire prima è sempre meno faticoso che fuggire dopo
Ma l’aspetto più tragico del seduttore Johannes è il suo amore esclusivo per il potere: è un amore mortale, quello che riempie la cronaca nera quotidiana. “ Né con me, né senza di me”, recita la frase finale del film di Truffaut  La signora della porta accanto: se non puoi essere mia proprietà assoluta, se la mia sete di potere viene sconfitta, se non ti ho potuto annientare in vita, ti annienterò con la morte. Ho usato il termine “mia” al femminile perché, almeno fino ad ora e non so per quanto ancora, il femminile, escluso per secoli dalla pratica della guerra e della violenza, raramente arriva ad annientare fisicamente l’altro, grazie al cielo. L’amore praticato da Johannes è una delle figure più lontane da ciò che Diotima ed Eloisa intendevano quando usavano questa parola: non è gioia, non è creazione, non è crescita, non è incontro, non è piacere. È puro desiderio di potere e affermazione smisurata del sé. Quel desiderio di potere che si nasconde anche in tutte quella banalità di offese che molte coppie si scambiano quotidianamente: non sopporto quello che mangi a colazione, la spugnetta va strizzata a dovere, quel vestito ti sta malissimo, con quei capelli fai pena, il tuo bacio è umido, il tuo modo di camminare è ridicolo…carinerie che mi sono sentita  spesso rivolgere, soprattutto da chi diceva di amarmi e portarmi su un vassoio d’argento. Ho ceduto volentieri il posto sul suddetto vassoio:meglio farmi portare dai miei piedi. Nessuno di noi può essere trasformato nello specchio di un altro.
Nel Diario sono citate due lettere di Cordelia, in cui la giovane urla il suo dolore per l’abbandono e l’inganno subito, insieme al suo amore: “Ovunque tu fuggirai, io rimarrò sempre tua. Ritirati agli estremi confini del mondo, io rimarrò sempre tua. Ama cento altre donne, io rimarrò sempre tua; sì, nell'ora della morte sarò ancor tua. Le parole stesse che adopero contro di te, ti provino che io sono tua. Tu hai ardito ingannare una creatura fino al punto di divenire tutto per essa, fino al punto che non avrei desiderata altra gioia che d'essere tua schiava. Io sono tua, tua, tua: la tua maledizione”. Non riceverà mai nessuna risposta. Fra tutte le tecniche di potere, il silenzio è una delle più subdole e crudeli: il silenzio è la negazione totale dell’ umanità dell’altro, il segno della sua inesistenza. Tenetelo sempre a mente,ogni volta che vi scervellate e vi  sentite in dovere di interpretare il silenzio altrui: voi esistete e nessuno ha il diritto di negarlo.
 
Lou Salomè: due sono uno quando rimangono due
 
Lou Andres-Salomè nacque a San Pietroburgo nel 1861: credo che l’immagine più nota di lei sia quella che la ritrae con un frustino in mano su di un carretto, insieme ai filosofi Nietzsche e Ree, entrambi perdutamente quanto inutilmente innamorati di lei. Molti altri uomini se ne innamorarono  o la stimarono profondamente, da Eric Maria Rilke a Freud, tutti intellettuali famosi, tanto che la sua fama è più legata a queste storie amorose che al suo pensiero e ai suoi scritti. Eppure Lou rimase vergine almeno fino a trent’anni e si sposò senza consumare per anni il matrimonio. Tutto in lei fino a quel momento pareva puro intelletto, tanto da far impazzire coloro che la amavano e a cui volontariamente si rifiutava. E tutto cambiò dopo la scoperta della passione erotica. In Riflessioni sull’amore, datato 1900,  Lou analizza tre tipi di rapporto affettivo fra gli esseri umani. La prima modalità è quella in cui prevale l’egoismo e l’individualismo: in questo caso l ‘uomo/la donna seguono solo se stessi e cercano di assoggettare tutto il resto del mondo, che viene vissuto come una minaccia a meno che non si riesca a dominarlo. La seconda è quella in cui prevale l’altruismo, che ci fa sentire l’altro come se si trattasse di noi stessi: ne percepiamo le gioie e i dolori e sentiamo che, per quanto diverso da noi, è un essere umano e partecipa della nostra stessa vita.
Entrambe queste modalità sono proprie di tutti e ciascuno di noi le sperimenta nel corso della vita, anche se spesso l’una può apparire più evidente dell’altra.
Ma esiste una terza modalità di relazione, molto più fertile ed efficace delle altre, perché ci permette di unire la contraddizione insita nelle due modalità precedenti, aprendoci alla totalità della vita: si tratta della relazione erotica. E l’erotica di cui parla Salomè è sinonimo di amore.
Nell’amore la spinta ad unirci all’altro non avviene, come nell’altruismo, a causa della similarità che esiste fra gli umani, partecipi dello stesso destino di esseri viventi e mortali; al contrario, ciò che ci attrae verso l’altro è proprio la sua diversità, la sua estraneità, la sua innegabile individualità.
E nell’amore l’individualità dell’altro cessa di farci paura, non venendo più sentita come una minaccia da assoggettare, anzi siamo portati ad esaltare l’altro proprio in tutto ciò che lo rende diverso da noi. ”Diversamente dal solito uso puramente egoistico che si fa di persone e cose, con quest’arma non si cerca di derubare l’oggetto della sua peculiarità, di lederlo nella sua pienezza e signoria, lo si conquista, al contrario, solo per accettarlo in tutti i suoi aspetti, sopravvalutarlo, innalzarlo al trono e portarlo in palmo di mano”
Nella passione amorosa ciò che amiamo è proprio l’essere in due e diversi, stando attenti a non abbandonarci o fonderci nell’altro. Solo così l’amore può durare, solo così può portare all’apertura dell’io verso il mondo. Se il nostro io passerà ad un altro, questo altro non sarà certo l’oggetto amato, ma il prodotto della creazione degli amanti, sia esso un figlio o un’opera d’arte, perché l’amore è creazione.
Ma soprattutto è solo attraverso la passione erotica che siamo in grado di sperimentare appieno ciò che siamo, cuore e ragione, intelletto e corpo. L’amore è infatti inscindibile dal corpo:”[ l’amore] ci colma l’anima di illusioni e di idealizzazioni di carattere spirituale e allo stesso tempo ci riporta brutalmente, inevitabilmente, al donatore di tale eccitazione, al corpo”
È l’amore che ci fa capire la perfetta connessione fra anima e corpo, che ci costituisce come persone complete: per questo ogni amore, se è amore, è felice. L’amore non va confuso con la concupiscenza o la lussuria, perché in esse l’eccitazione è solo parziale, coinvolge solo il corpo e non la totalità della persona. L’amore è il medium che ci permette di essere integralmente noi stessi e solo chi resta se stesso può amare ed essere amato: non esiste maggior errore che appiattirsi nell’altro, adattarsi e uniformarsi: così facendo si uccide l’amore. “Due sono uno solo quando rimangono due” dice stupendamente Lou: non possiamo e non dobbiamo scioglierci nell’altro, ma al contrario diventeremo fertili grazie al contatto con l’altro. Solo se rimaniamo noi stessi l’amore durerà e durerà nel tempo e nella vecchiaia, grazie al ricordo di quella eccitazione che l’altro ci ha provocato.
“L’amore è infatti sia la cosa più fisica sia quella  apparentemente più spiritualistica, più superstiziosa che si aggira in noi; attiene in tutto e per tutto al corpo, ma solo quale simbolo, metafora della persona intera e di tutto ciò che si insinua attraverso la porta dei sensi, nel più recondito della nostra anima, per risvegliarla. Un eterno rimanere estranei nell’eterna vicinanza è dunque il segno più pertinente e inalienabile di ogni amore in quanto tale” (pag 47)
Con Lou Salomè il cerchio si chiude. Le parole di Lou ricordano incredibilmente quelle di Diotima: come per lei, anche per Lou  Eros è un medium, colui che sta nel mezzo fra l’uno e l’altro, la forza che muove l’uno verso l’altro e l’altro verso l’uno, ma senza mai fonderli, pena la sua fine. Salomè cerca un amore intero, che fonda anima e corpo, che si nutra di creatività e novità grazie all’incontro con la irriducibile diversità dell’altro. Un amore che vive nella durata, non nell’istante, che si costruisce nel mondo e nel tempo, ma che è in grado di produrre eternità.
 
ORA

Se proviamo a tirare le fila del discorso, vediamo che questo vagabondaggio fra un testo e l’altro ci mette di fronte a due visioni dell’amore, una per bocca di Eloisa e Salomé, l’altra secondo Abelardo e  Johannes . Mentre Eloisa e Lou rimandano all’intero, rifiutando la scissione fra corpo e mente, Abelardo e Johannes vivono in questa scissione, rinnegano il loro stesso corpo, ascrivendo la fisicità solo al femminile. Il corpo diventa per loro una parte a sé, terreno del femminile e territorio di conquista, e di veloce abbandono. Entrambi questi signori vivono l’amore come un attentato alla propria integrità, qualcosa di dannoso per il loro sé squisitamente mentale, che li distoglie da occupazioni più serie; non cercano tanto il confronto con l’altro, quanto la conferma di sé.
Per Lou ed Eloisa, al contrario, è proprio l’amore a rendere consapevoli del sé, perché è solo nella relazione con il diverso da sé che il sé riesce a conoscersi  e a identificarsi. E ancora: entrambe cercano e provano gioia nell’amore, non senso di colpa, non brama di potere. Niente senso del tragico, insomma, ma vita e creazione di vita e di pensiero, qualcosa di molto lontano dall’immagine dell’amore che poesia e romanzo ci hanno tramandato nel tempo.
Con questo non si vuole certo arrivare alla facile conclusione che le donne sappiano amare e gli uomini no. Per quanto mi riguarda, non esiste e forse non è mai esistita una identità femminile e una maschile legate al dato biologico. Non credo neppure che si possa parlare di Donna o di Uomo in generale: l’identità di genere si mischia a una serie infinita di altre identità, da quella storica a quella geografica, da quella culturale a quella socio-economica: le differenze fra le condizioni di vita di una donna islamica e una occidentale sono enormi, tanto per citare un fatto macroscopico, ma anche le differenza fra me stessa e un mucchio di altre donne che conosco non sono certo irrilevanti.  E sinceramente mi sfuggono le differenze ontologiche esistenti fra il comportamento della signora Thatcher o di Angela Merkel e quello dei loro corrispettivi maschili.
Pur tuttavia è innegabile che si possa fare una genealogia del femminile, in genere fra l’altro disegnata dal maschile. E con questa genealogia in qualche modo ognuno di noi fa i conti quotidianamente, con tutti gli stereotipi che si porta dietro. Ma, se guardiamo all’occidente, l’immagine di un femminile dolce, remissivo, accudente, madre e sposa fedele,  tutta curve e calore, e soprattutto felice di essere tale, notiamo che oggi nella realtà questa immagine, se mai è esistita, è piuttosto sbiadita e confusa, tanto quanto quella del maschio forte che non deve chiedere mai. Viviamo in un’epoca di identità di genere molto liquide e, grazie e malgrado  a un malinteso concetto di uguaglianza, molte donne hanno ormai assunto posizioni di potere e si comportano esattamente come gli uomini. Anche nelle relazioni d’amore. Dunque non di dato biologico si tratta, ma di due diverse visioni dell’amore, delle quali diremo che una rimanda al principio femminile, all’amore per l’altro e alla cura e l’altra al principio maschile e all’amore per sè, senza per altro ancorare elusivamente il primo alle donne e il secondo agli uomini. Una visione creativa, felice e aperta, e una monadica, narcisistica e infelice. Sta a noi decidere quale scegliere.
Ora ci sono tre termini che descrivono abbastanza bene la nostra società contemporanea: velocità, narcisismo e consumo. Viviamo nell’epoca delle pseudo relazioni che iniziano con la fine già segnata, in cui l’altro spesso è un trastullo momentaneo, che neppure merita di essere conosciuto: basta usarlo per trarne un piacere in qualche modo onanistico (perché l’altro viene vissuto come un dettaglio eccitante dell’istante) e il gioco è fatto. Appena qualcosa non ci soddisfa, cambiamo partner con la stessa leggerezza e velocità con cui cambiamo cellulare.
L’idea che esista un presente infinito che ci offre infinite possibilità si è talmente radicata che le relazioni sono diventate come le case su ruote americane, in continuo movimento e cambiamento, perché pensiamo sempre che, fermandoci, possiamo  perdere qualcosa di infinitamente migliore che è li fuori a un passo ad aspettarci: perché dunque perdere tempo a costruire? E, se entriamo in relazione, spesso consideriamo l’altro un oggetto di proprietà, che ci deve servire, deve far risplendere la nostra grandezza, curare le nostre ferite e soprattutto non esistere in sé e per sé. Così, passato il periodo dell’innamoramento, quando finalmente ci troviamo di fronte all’altro nella sua presenza e unicità, ne restiamo quasi sbalorditi, a volte infastiditi.
Abbiamo dilatato la data in cui decidere di riprodurci, pensando che non esistano più limiti biologici, e in effetti le medicina e la tecnologia stanno esattamente battendo queste strade, ma al momento siamo ancora mortali e la fine prima o poi arriverà, anche se rifiutiamo di farci i conti.
Ci rifiutiamo di fare i conti anche con la fine di un amore, perché anche vivendo l’amore come durata e costruzione creativa, non siamo autorizzati a pensare che duri in eterno. Amare è accettare il rischio costante della perdita: in una società come la nostra, che disprezza i perdenti e deizza i vincenti, si è disposti anche ad uccidere, o a distruggere l’altro economicamente e psicologicamente per allontanare da sé quella che viene vissuta come una inaccettabile sconfitta egoica.
Forse questo quadro può sembrare eccessivo, ed in affetti forse lo è, ma segnala un tendenza del nostro tempo, che vede il trionfo dell’eros pandemio e dell’eros narcisistico narrato da Aristofane e dall’amor cortese: è il trionfo del principio maschile, che ci condanna alla solitudine se va bene, se va male alla tragedia.
Tutto è perduto? Non ancora: al contrario, proprio la liquidità dei generi può venirci in aiuto, se sappiamo riconoscere e far crescere in noi il principio femminile, maschi e femmine insieme, educando i nostri figli alla relazione con l’altro, alla fatica e alla gioia che esso comporta, alla cura reciproca, alla bellezza di riconoscere i pensieri dell’altro con uno sguardo, all’accettazione della nostra fragilità ontologica. L’amore non è un romanzo, è vita vissuta; l’altro non è cosa nostra, è persona, richiede tempo, attenzione e presenza ma può dare eternità, perché tutto ciò che costruiamo insieme giorno per giorno, durerà molto oltre la fine di ogni amore.
 


Testi analizzati
Abelardo Pietro, Abelardo ed Eloisa. Epistolario. Testo latino a fronte ed. UTET 2008
Kierkegaard Sören, Diario del seduttore, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2005
Lou Andreas Salomé. Riflessioni sull’amore, ed Mimesis 2013
Platone, Il Simposio, ed Adelphi 1979
 
 
 
Bibliografia essenziale
Aristotele, Opere. Vol. 4: Della generazione e della corruzione-Dell'Anima-Piccoli trattati di storia naturale, Laterza 2007
Elisabeth Badinter , L’uno è l’altra, ed Longanesi 1987
Zygmunt Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, ed Laterza 2006
Rosi Braidotti R., Il postumano, ed Derive Approdi 2014
Adriana Cavarero, A più voci. Filosofia dell'espressione vocale, ed Feltrinelli 2003
Giorgio Colli, La nascita della filosofia, ed Adelphi 1975
Manuel Cruz, L’amore filosofo, ed. Einaudi 2012
Umberto Curi, La cognizione dell’amore:eros e filosofia, ed Feltrinelli 1997
Michel Foucualt, La volonta di sapere, ed Feltrinelli 2009
Umberto Galimberti, Le cose dell’amore, ed Feltrinelli 2004
Pieranna GaravasoNicla Vassallo, Filosofia delle donne, ed. Laterza 2007
Carl G Jung.; Károly Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, ed Bollati Boringhieri 2012
Julia Kristeva, Storie d’amore, Donzelli 2012
Jacques Lacan, Il seminario. Libro XX. Ed Einaudi 2011
Andreas Nygren, Eros e Agape. Ed Edb 2000
Matteo Nucci, Le lacrime degli eroi, ed Einaudi 2014
Denis de Rougemont, L’amore e l’Occidente, ed Bur Rizzoli 1998
Jean-Pierre Vernant, Mito e pensiero presso i greci, ed. Einaudi 2000
 
 
AnteprimaAllegatoDimensione
De amore.pdf251.02 KB
> Lascia un commento


Totale visualizzazioni: 1466