RECENSIONE: The Cut and the Building of Psychoanalysis, Vol 1: Sigmund Freud and Emma Eckstein, di Carlo Bonomi

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18 febbraio, 2017 - 10:01
Autore: Carlo Bonomi
Editore: Routledge
Anno: 2015
Pagine: 275
Costo:
“Questo libro è tanti libri. E’ un libro sul corpo ma anche un libro sull’anima. Tratta di storia della medicina ma anche di religione e di morale. Parla di fatti e fantasie di uomini e donne.  Si occupa di organi sessuali e della persona di Freud, riflettendo sul ruolo che una delle sue pazienti ricoprì nella prima teorizzazione e nella creazione della psicoanalisi. E’ allo stesso tempo uno studio scientifico e una narrazione letteraria”.
Questo è l’incipit di “The Cut and The Building of Psychoanalysis”, la nuova opera, divisa in due volumi, di Carlo Bonomi, che “rappresenta - secondo l’Autore- uno sforzo di costruire una narrazione più integrata delle origini della psicoanalisi”. E si vorrebbe aggiungere: più integrata perché meno reticente. Anzi, addirittura “archeologica”, appassionatamente rivolta a indagare i “buchi”, le impronte lasciate nel terreno dalle colonne scomparse, ancor più che i loro frammenti residui.
Perché quello di Carlo Bonomi è per l‘Autore non soltanto un libro che potrebbe essere preceduto o seguito da altri lavori: è “l’opera della vita”, la ricerca condotta attraverso un percorso lungo oltre due decenni, se solo lo si fa partire dalla lettura, risalente al 1992, della Corrispondenza Freud-Ferenczi allora appena pubblicata in Francese.
Tale ricerca originava da una curiosità scaturita fin dalla prima lettura de “L’Interpretazione dei Sogni”, quando la mente dell’ancor giovane studioso veniva attraversata da una speciale insoddisfazione per la narrazione canonica e agiografica delle origini della Psicoanalisi, ma anche per le critiche revisioniste a essa che, per quanto più accurate e storicamente attendibili della versione “ortodossa”, si limitavano a sottolinearne le contraddizioni e gli errori, piuttosto che a indagare la logica sotterranea di alcuni fondamentali occultamenti della verità storica.
Un lavoro solitario quindi, più e più volte “appeso” a piccoli indizi, a curiose somiglianze e associazioni, e soprattutto esposto all’ostilità di un establishment  che non avrebbe risparmiato a tale ricerca veti e rifiuti da parte delle pubblicazioni più autorevoli.
La storia di tale lunga e dolorosa gestazione è tutta contenuta nell’introduzione al primo dei due volumi, che ha per sottotitolo “Freud and Emma Eckstein” (mentre quello ancora in preparazione avrà per tema la lunga, sofferta e infine tragicamente conclusa amicizia tra Freud e Ferenczi).
Essa inizia con la lettura del Carteggio Freud-Ferenczi, durante la quale l’attenzione dell’Autore è attirata dal sogno che Ferenczi narra a Freud nella lettera del 26 Dicembre 1912, nel quale il fratello minore (o Ferenczi stesso) porge a qualcuno un membro tagliato, ma saldamente eretto, posto su di un “piattino”. Al lettore ordinario, che abbia seguito con attenzione la relazione tra Freud e Ferenczi svoltasi durante il corso del biennio precedente, il sogno appare come il punto di svolta di un percorso iniziato con il grande trauma di Palermo, avvenuto due anni prima, quando Freud aveva rifiutato la collaborazione attiva di Ferenczi nella preparazione del caso Schreber. Da allora, la relazione fra i due ha visto incalzare una serie crescente di autorimproveri da parte del più giovane, sommerso dalla vergogna di essersi sentito allo stesso tempo umiliato e travolto dall’ira e da un sentimento di rivolta che non ha saputo governare. Al punto in cui il sogno è narrato, la vicenda sta giungendo a un punto decisivo, quello nel quale Ferenczi sta chiedendo a Freud di esser preso in analisi. Il sogno rappresenterebbe quindi, sotto questo punto di vista, un atto di estrema sottomissione a quella che poi, in punto di morte, Ferenczi definirà una «potenza superiore» (Diario Clinico, 2 Ottobre 1932, p. 319); una autoevirazione come gesto apotropaico, come atto di sottomissione e identificazione con l’aggressore, consumato nel rimpianto di una ragionevolezza venuta apparentemente a mancare (“sarebbe bastato un condom!”). Un sogno che rimanda a un conflitto di Ferenczi, dunque. Ma, sorprendentemente, Bonomi dirige lo sguardo ben oltre quel punto focale, intuendo che in quel sogno vi è la “chiaroveggenza” del poppante saggio, del bambino che scandaglia la mente paterna, giungendo a coglierne inconsciamente il conflitto infantile: il bambino psichiatra che indaga l’adulto. Un compito di analisi reciproca che Ferenczi si è proibito e che Bonomi vuol portare avanti: quel sogno, per lui evidentemente allude a una “castrazione” -per di più “reale”- che riguarda l’aspetto più intimo e oscuro di Freud.
 
Nella progettazione dell’edificio psicoanalitico, la castrazione svolge un ruolo di primo piano: anzi, dal punto di vista di Freud è, per usare un termine caro a Bonomi, una “pietra angolare” (detta in Tedesco, una “Eckstein”). Ben lo sanno Ferenczi e Rank, che nel 1924, con gli “Entwiklungsziele der Psychanalyse" compiono il primo strappo radicale con il Canone, contraddicendo il Maestro e scatenando infiniti malumori fra i Colleghi del Comitato Segreto. La risposta di Freud è diplomatica, ma su un punto non è disposto a transigere:
 
“Il complesso di castrazione non può dal punto di vista descrittivo essere fatto fuori e con tanta facilità giustiziato”. (Freud a Rank, lettera del 9 Agosto 1922, citata in Accerboni Pavanello 2001, p. 120).
 
Ma qual è l’origine di un concetto così fondamentale, e, al pari del complesso di Edipo, per Freud non negoziabile?
Nell’Introduzione, Bonomi ricorda come gli analisti abbiano guardato alla castrazione come a qualcosa di esclusivamente simbolico, e come André Green, in un certo passaggio, abbia avvertito i propri lettori che, almeno in psicoanalisi, la questione della castrazione “reale” non sia mai presa in considerazione. Eppure, nella lettura che Bonomi fa dell’Interpretazione dei Sogni, vi è qualcosa di sconcertante, qualcosa che sembra alludere a un evento catastrofico connesso proprio con la castrazione reale.
Nel tempo, le ricerche conducono l’Autore a occuparsi delle esperienze del giovane Freud, nei suoi viaggi a Parigi e a Berlino.
Durante la permanenza alla Salpetrière dove si è recato per studiare da vicino il lavoro di Charcot, Freud riceve un’offerta di lavoro da Max Kassowitz, direttore di un ospedale pediatrico a Vienna, affinché colà vada a occuparsi di malattie nervose. Freud non ha esperienza di bambini, e per questo decide di trascorrere tre settimane a Berlino, nel Marzo 1885, presso il policlinico diretto dal pediatra Adolf Baginsky. Rientrato a Vienna, Freud assume l’incarico, per dirigere un ambulatorio pedopsichiatrico che frequenterà regolarmente, per tre volte la settimana, per tutto il decennio 1886-1896.
Di tutte queste vicende, Freud darà notizia in una lettera a Marie Bonaparte, scritta in occasione della morte dell’amico Oscar Rie, un pediatra conosciuto quarantacinque anni prima, con il quale Freud aveva uno stretto rapporto di amicizia.
Ma questa attività giovanile di Freud è conosciuta pochissimo: “e perché”, si chiede Bonomi in un lavoro comparso nel 1996[1], “abbiamo ignorato il Freud «pediatra»?”
La risposta è complessa: di essa si hanno esili tracce nella corrispondenza di Freud con la fidanzata (10 Marzo 1886), quando, giunto a Berlino per uno stage in pedopsichiatria, esprime il proprio interesse particolare per i bambini, perfino superiore a quello per le pietre provenienti dagli scavi di Pergamo, che ha occasione di ammirare al Museo Reale della città tedesca. L’interesse di Freud per i bambini, espresso in forma piuttosto reticente, è indirizzato a quelli con il “cervello libero”, e non, quindi, alle oligofrenie; mentre è vivissimo quello per l’isteria infantile.
La reticenza di Freud sembra avere qualcosa di ambiguo: da un lato la comprensibile ritrosia, evidente nella lettera del 20 Gennaio a Martha, nel voler raccontare di aver seguito, alla morgue, le lezioni di anatomia patologica del professor Brouardel, e di non voler parlare di argomenti “non adatti a stomaci delicati”; ma anche -forse- un qualche bisogno di condividere un sentimento di disagio, che si può intuire nelle espressioni di scarso entusiasmo (a Martha, 10 Gennaio 1986) per la persona di Baginsky, rispetto alla quale è evidente il contrasto con la profonda ammirazione per la figura di Charcot.
Esaminando in profondità tali reticenze apparentemente normali, Bonomi osserva come vi sia stato, da parte di Freud, un inspiegabile tentativo di mettere in ombra un’esperienza prolungata e ricca, quale quella proveniente dall’esercizio trisettimanale nell’ambulatorio pediatrico di Kassowitz, durato ben dieci anni. Proprio alla fine di tale esperienza, nel 1996, Freud pubblicherà un famoso articolo, Etiologia dell’Isteria, nel quale a un certo punto affermerà: “non appena incominciai a informarmi su quanto si conoscesse sull’argomento [degli assalti sessuali ai danni di bambini molto piccoli], alcuni colleghi mi segnalarono che già erano comparse varie pubblicazioni di pediatri, nelle quali veniva denunciata la frequenza con la quale le balie e le bambinaie fanno oggetto di pratiche sessuali persino i lattanti” (OSF, II, p. 348).
Ma, d’altra parte, osserva Bonomi, è del tutto evidente che Freud non aveva alcun bisogno di interpellare i colleghi pediatri per venire a conoscenza di fenomeni che cadevano continuamente sotto la sua attenzione, poiché è legittimo supporre che, in dieci anni, avesse esaminato centinaia di bambini, e che soltanto una minima parte di essi fosse affetta da vere malattie neurologiche, mentre la maggioranza soffrisse proprio per quei disturbi “nervosi” destinati a diventare terreno privilegiato della nascente psicoanalisi.
E poi, nella lettera del 10 Marzo 1896 alla fidanzata, Freud aveva fatto cenno ai “segreti delle malattie infantili” (p. 183). Ma a quali segreti pensava? si chiede Bonomi. Queste frasi, apparentemente banali, possono celare invece il malcelato bisogno di condividere con un interlocutore qualcosa di inconfessabilmente opprimente?
L’aver frequentato le lezioni di Baginsky aveva messo Freud a contatto con un pensiero pediatrico meno incline a indagare l’anatomia patologica della malattia, quanto più al suo, potremmo dire, contesto “sociale”, sia pure secondo un’accezione del termine molto limitata rispetto a ciò che intendiamo oggi con tale espressione. Lo studio del semplice cadavere non soddisfaceva le necessità che vengono dal “corpo vivente”, e, nel caso del bambino, dal suo contesto sociale e relazionale, in quanto, secondo Baginsky, le cause delle malattie infantili andavano ricercate nel gruppo di appartenenza piuttosto che nell’organismo “in sé”. Per queste ragioni, Baginsky può a buon diritto essere annoverato tra i fondatori dell’Igiene mentale; ma, nella sua prospettiva, figlia di un pensiero che all’epoca era assolutamente egemone, fra le “cattive abitudini” che un ambiente poco attento consentiva s’installassero nella vita dei bambini, vi era il “flagello” della masturbazione, che da almeno un secolo era stata identificata quale causa principale di moltissimi disturbi non soltanto mentali.
Iniziata con la pubblicazione, nel 1715, di uno striminzito opuscolo scritto da un autore anonimo e quasi sicuramente “profano” (opera cioè, secondo un’opinione ampiamente condivisa, di un non-medico, neppure a qualche titolo esperto in temi etici, ma più probabilmente di un ciarlatano, probabilmente spinto dal desiderio di trarne fama o guadagno), intitolato “Onania, or the heinous sin of self-pollution and its frightful consequences in both sexes considered, with spiritual and physical advice to those who have already injured themselves by this abominable practice”, la crociata antimasturbatoria segnò due secoli e non fu prerogativa esclusiva, né principale, della religione cattolica, ma piuttosto della scienza medica.
Il libello conobbe una popolarità straordinaria, influenzando la medicina e la pedagogia soprattutto per opera del medico svizzero Samuel-Auguste Tissot (1728-1797), che da Onania, trasse ispirazione per il suo “L’Onanisme ou dissertation physique sur le maladies produites par la masturbation” (Losanna, 1760).
In breve, alla masturbazione furono attribuite le più svariate malattie, al punto che risultò una vera “manna dal cielo” per una classe medica che si trovava impreparata ad affrontare un gran numero di affezioni di svariata eziologia e d’impossibile trattamento. Ben presto, a essa si oppose un forte indirizzo culturale tendente a “prevenirne” le conseguenze tramite una pedagogia terroristica a base sessuofobica, e soprattutto tramite la chirurgia che per più di due secoli si accanì, in particolare, contro le donne, con interventi di cucitura delle grandi labbra, di cauterizzazione, di scarificazione, di amputazione chirurgica del clitoride, delle piccole labbra, delle ovaie e dell’utero, in una prospettiva pseudoscientfica che coniugava le nuove preoccupazioni antimasturbatorie con le vecchie teorie ippocratiche sull’”utero migrante”.
All’epoca in cui Freud intraprende la professione, l’isteria è campo d’elezione per ginecologi: a essi si ricorre per “curare” le donne e soprattutto le giovani “nervose”, mentre nei confronti dei maschi il rimedio è meno radicale: a essi si provvede preferenzialmente attraverso l’applicazione di apparecchi che impediscono di toccarsi, e, attraverso interventi di circoncisione che sono in effetti una malcelata forma di punizione spacciata per pratica terapeutica. Non è da escludere che queste siano le ragioni profonde delle obiezioni (famosa quella di Krafft-Ebing), che Freud incontrò quando per la prima volta descrisse casi d’isteria maschile.
Paul Emil Flechsig, famoso neuro-anatomista e “character” di primo piano nel grandioso sistema delirante che il presidente Schreber descrisse minuziosamente nel suo “Memorie di un malato di nervi”, fu un esperto dichiarato del “trattamento ginecologico” (ovvero della castrazione) dell’isteria femminile, che descrisse in un articolo (Flechsig 1884)[2], nel quale illustra tre casi di avvenuta castrazione a scopi terapeutici di sue pazienti, esaminando le indicazioni di tale trattamento nelle nevrosi e nelle psicosi.
La preoccupazione antimasturbatoria e il conseguente ricorso a pratiche chirurgiche sono quindi una realtà di primo piano nel panorama clinico entro il quale Freud opera per dieci lunghi anni. Nel 1887, Friedrich Merkel osserva nel suo libro Beitrag zur Casuitistik der Castration bei Neurosen (Contributo allo studio della castrazione nelle neurosi) che in pochi mesi il numero degli interventi riportato dalla letteratura medica era salito da 180 a 215, ed elenca 35 articoli che trattano il tema della castrazione delle donne isteriche.
Le impressioni tratte dagli inevitabili contatti con tale realtà clinica, su cui Freud farà scendere un velo di penombra, andranno a legarsi profondamente con importanti esperienze angosciose vissute nell’infanzia di bambino ebreo, precocemente sottoposto, assieme ai fratelli maschi, a circoncisione rituale (la Brith Milah), al punto che egli, significativamente, rifiuterà di far circoncidere i propri figli maschi.
 
Quando inizia a occuparsi di questi temi, Bonomi è costretto a procedere con grande prudenza, perché sa che un interesse eccessivo per il ruolo della castrazione come evento reale difficilmente incontrerebbe ascolto da parte di quanti siano disposti a trattarne esclusivamente come pura fantasia o metafora.
Tuttavia, nel 1992, l’incontro di Bonomi con Gerard Fichter, docente di Storia della Medicina a Tübingen ed eminente studioso di Freud, ottiene buona accoglienza e la messa a disposizione di una ricchissima documentazione in materia di castrazione delle donne e di circoncisione dei bambini durante la seconda metà del diciannovesimo secolo.
Successive ricerche di archivio a Berlino resero chiaro a Bonomi il fatto che durante il periodo di Baginsky, Freud non poteva non aver preso piena coscienza della realtà degli interventi chirurgici messi in atto sui bambini per prevenire la masturbazione.
André Haynal, informato delle ricerche dello studioso italiano, lo invitò nel 1993 a partecipare al convegno  “100 Years of Psychoanalysis” che stava organizzando a Ginevra assieme a Ernst Falzeder. Qui, Bonomi espose le sue idee con la relazione “Why have we ignored Freud the «paediatrician»? The relevance of Freud’s paediatric training for the origins of psychoanalysis”. In questo lavoro, Bonomi non era tanto interessato a riempire i vuoti lasciati dalla storiografia ufficiale, quanto a indagare le ragioni più profonde di tale mancanza.
Tale indagine prese diverse direzioni: innanzitutto divenne una ricerca su quella tradizione religiosa rispetto alla quale Freud aveva compiuto una netta cesura, allontanandosi dalla tradizione di famiglia fino a rinunciare alla circoncisione rituale dei tre figli maschi. Quali esperienze si collocavano alla base di una decisione tanto traumatica per il suo ambiente di provenienza e, segnatamente, per suo padre Jacob?
La questione aveva lasciato importanti tracce non solo nella biografia di Freud, ma anche nella sua produzione scientifica, a cominciare dallo “specimen dream” della Traumdeutung, il “sogno dell’iniezione di Irma”, così pieno di elementi oscuri che rimandavano per molti versi a una paziente, Emma Eckstein, al pericoloso intervento di chirurgia rinologica da lei subito a opera di Wilhelm Fliess e dello stesso Freud che lo assisteva, e ai ricordi infantili della paziente in relazione alla castrazione subita in tenera età.
Bonomi fu costretto a mantenere per anni un atteggiamento defilato su materie certamente indigeste all’establishment psicoanalitico, restando in prudente attesa di ottenerne un quadro quanto più possibile chiaro e fondato su evidenze. L’impresa fu difficile, soprattutto in relazione al tema dell’autoanalisi di Freud, e all’individuazione di non poche omissioni, dinieghi e resistenze, soprattutto controtransferali.
E’ in questo fondamentale passaggio che Bonomi mette in relazione i “propilei” che sono menzionati da Freud nel sogno di Irma con il doppio significato del termine: da un lato sinonimo di “piccole labbra”, struttura anatomica che Emma dichiarava avere di lunghezza asimmetrica, forse a causa di un “taglio”[3]; e dall’altro gli omonimi elementi architettonici del tempio greco, dotati di un importante significato rituale. Il ricondurre il taglio inferto alle piccole labbra a una dimensione rituale, apriva d’altra parte la strada a una ricerca sull’esperienza della circoncisione rituale secondo il modello ebraico, da Freud subita e ancor più esperita de visu sul corpo del fratello minore Alexander, morto pochi mesi dopo l’evento. Brith Milah, è il nome del rito ebraico, e l’assonanza con la parola “trimetilammina” si imponeva all’attenzione di Bonomi come di altri studiosi da lui consultati.
 
Nel maggio 2011, Bonomi è a Budapest, per inaugurare la Ferenczi House, presso quello che fu lo studio nel quale l’Ungherese dettò il suo Diario Clinico, appena acquistato assieme a un gruppo di studiosi afferenti alla International Sándor Ferenczi Foundation. In quell’occasione, dà lettura della relazione “The future of the Irma dream and the overwhelming task of withstanding trauma[4], nella quale, ispirandosi all’idea ferencziana di “progressione traumatica”, affronta gli aspetti più profondi e sfuggenti relativi all’interpretazione del sogno di Irma. Secondo lo studioso fiorentino, la “progressione traumatica” di Freud implicò una “esplorazione inconscia della mente di Emma Eckstein, e la brith milah incorporata nella formula chimica della trimetilammina, era inserita come trascrizione della circoncisione traumatica e della castrazione che la paziente aveva subito da bambina”.
Ciò, aggiunge Bonomi, rappresentò una svolta radicale rispetto alle precedenti elaborazioni. Ora l’idea base era che un frammento della mente di Emma Eckstein “fosse stata importata, come un corpo estraneo, direttamente all’interno del sogno che aveva fondato la psicoanalisi”.
 
 
Questo libro è un “mare” la cui lettura dà il senso della vertigine, dello spaesamento, del perdersi in una lunghezza ma anche in una profondità inesorabili; è, come si afferma nelle ultime pagine del libro, il tentativo riuscito di rappresentare su di un solo piano, una costruzione composta di piani innumerevoli, e, per così dire, infiniti. In certi momenti, la meticolosa immersione di Bonomi nelle successive stratificazioni di un singolo sogno (il sogno-campione, quello da cui tutto trae origine), mi ha fatto pensare a Borges, a un “giardino di sentieri che si biforcano” e, allo stesso tempo, all’oscenità degli specchi che, al pari del coito, moltiplicano gli uomini, riflettendo nell’immagine della Paziente l’anima del proprio Analista.
Alla fine del percorso, il sogno di Irma è rappresentato come un palindromo, modellato forse sulla specularità dei nomi “Emma” (Eckstein) e “Amme” (la balia cattolica di Freud bambino): “letto in avanti” [da sinistra a destra? alla maniera latina, lascito dell’esperienza della balia cattolica e della successiva emancipazione dal dettato paterno?], il sogno racconta l’intervento chirurgico subito da Emma al naso, per evidenziarne come esso abbia ripetuto e riattivato il trauma della circoncisione subita da bambina”.
Invece, “letto in senso inverso” [da destra a sinistra? alla maniera semitica, impronta dell’inestirpabile radice familiare?], “il sogno di Irma sembra narrare la storia della brith milah", espressione incastonata nel vocabolo «trimetilammina» che compare nel sogno, e, allo stesso tempo, parola ebraica che indica la circoncisione rituale subita dai fratelli Alexander e Julius, e dal neonato Sigismund Schlomo stesso; un evento “che, come tutte le circoncisioni dei figli maschi degli Ebrei, culmina in un banchetto” (Bonomi, p. 250 passim, libera traduzione mia).
Ma il sogno che apre il lungo viaggio della psicoanalisi è anche la premonizione della fine del suo Autore e Fondatore, che ne preannuncia il destino attraverso la visione di una bocca spalancata e segnata da ferite inguardabili: nelle “placche bianche” del sogno di Irma, come nella “leucoplachia“ (e poi cancro) di Freud, che ne concluderà l’esistenza attraverso le mani del dottor Max Schur e poco dopo l’ennesima rilettura della “Pelle di Zigrino” di Balzac. Una pelle che si accorcia man mano che i desideri del suo possessore sono esauditi e che ricorda da vicino il prepuzio rescisso dei figli degli Ebrei in un rito religioso che Freud rifiutò di imporre ai propri figli maschi, rompendo così il legame con il padre Jacob e con gli antenati, sul filo di una drammatica angoscia di castrazione e, allo stesso tempo, di un maturo desiderio di emancipazione.

 

 

[1] Bonomi C.,  Pourquoi avons-nous ignoré Freud le «pediatre»?, in: Haynal A. (ed.), La Psychanalyse: 100 ans déjà. Contribution à l’histoire intellectuelle du XXème Siècle, pp. 87-153, Georg Editeur, Paris, 1996.
[2] Flechsig, P. (1884). Zur gynäkologischen Behandlung der Hysterie [On the gynecological treatment of hysteria]. Neurologisches Zentralblatt, 19/20: 1-18., Ripubblicato in Inglese in: Masson J. M. (1986), A Dark Science, Women, Sexuality and Psychiatry in the Nineteenth Century, New York: Farrar, Straus & Giroux.
[3] Il taglio delle piccolo labbra, rientrava fra i trattamenti ginecologici allora in uso. Cfr. Braun G., 1865, Der amputation der Clitoris und Nynphen, ein Beitrag zur Behandlung des Vaginismus [The amputation of clitoris and labia minora: a contribution to the treatment of vaginismus], Wiener Medizinische Wochenschrift:, riprodotto in Masson 1986, cit.
[4] con il titolo “Withstanding Trauma”, la relazione è ora diventata la seconda parte del libro, articolata nei capitoli 3 (“A gynaecological scandal"), e 4 (“The significance of Emma Eckstein ’s circumcision to Freud’s Irma dream”).
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