PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

La sterilizzazione (eugenetica) nel "Dizionario di criminologia" - 1943

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1 maggio, 2017 - 10:24
di Luigi Benevelli

Su Pol-it  Paolo Peloso ha assai eloquentemente recensito la mostra di questa primavera al Vittoriano di Roma  Schedati, perseguitati, sterminati. Malati psichici e disabili durante il nazionalsocialismo”, realizzata dalla Società Tedesca di Psichiatria e dedicata ai programmi di sterilizzazione prima, ed eliminazione poi, delle persone con diagnosi psichiatrica nella Germania hitleriana. Ora va detto che quanto accadde prima in Nord America, poi  in Germania e altri paesi europei e il dibattito che lo accompagnò era ben conosciuto agli scienziati del tempo, anche ai medici italiani: se ne parlava nei congressi internazionali di psichiatria e di criminologia, se ne commentavano i dati e gli esiti.
Lo documenta la voce  Sterilizzazione (Eugenetica) redatta dal prof. Paolo Manunza (1905-1968), neuropsichiatra, professore di medicina legale all’Università di Bologna, per il Dizionario di Criminologia curato da Eugenio Florian, Alfredo Niceforo e Nicola Pende e pubblicato presso  Vallardi nel 1943 in due volumi. La voce Sterilizzazione (Eugenetica) occupa le pagine da 960 a 972 del secondo volume.
La sterilizzazione vi è definita la “perdita della facoltà di generare, ottenuta artificialmente tanto nell’uomo come nella donna, a fine di profilassi sociale e razziale” (corsivo del redattore); dal punto di vista medico è preferibile la sterilizzazione da non confondersi con la castrazione, che comporta la “totale distruzione o ablazione delle gonadi”. Sono descritti  i metodi che possono essere:
·         Chirurgici- giudicati di gran lunga preferibili e consistenti nella legatura del deferente o vasectomia nell’uomo; nella legatura, elettrocoaugulazione o resezione delle tube, ablazione del fondo dell’utero, isterectomia nella donna. Il maggior numero di complicanze postoperatorie si riscontrava negli “interventi coatti su alienati (come si praticano in Germania)”, dove i chirurghi propendevano “verso interventi a preferenza per via vaginale in donne vergini”. Manunza segnala che “le cicatrici che ne risultano possono impedire l’accoppiamento (vaginismo cicatriziale) e talora provocare, per via psicogena, impotenza del coniuge. […] A parte ciò, nella schizofrenia si sono osservati peggioramenti rapidi dello stato psichico in seguito alla sterilizzazione”. Quanto agli effetti sulla “libidine”, sono citati casi di “aumento del bisogno dell’ appagamento sessuale “ negli uomini per “fattori di ordine endocrino (riassorbimento di sostanze testicolari)”, nelle donne, invece, soprattutto per “la circostanza di potersi concedere, senza tema di rimanere incinta”(sic!);
·         Radiologici- il fenomeno più palese che segue all’irradiazione è l’amenorrea; segnalato il pericolo di maturazione, e a distanza di anni dalla sterilizzazione, di cellule germinali che “potrebbero creare serissimi inconvenienti per la discendenza”;
·         Biologici, non  entrati nella pratica corrente, consistenti nella provocazione di un movimento immunitario antispermatico nella donna.
Manunza passa poi in rassegna le legislazioni nei vari paesi, a partire da quelle, le prime,  di alcuni Stati USA nella maggior parte dei quali “il carattere fondamentale della legge rimane quello del tentativo di liberare la discendenza dai degenerati, dagli incorreggibili (nel senso della inadattabilità), oltre che dagli idioti e dai deboli di mente”. In alcuni Stati la sterilizzazione si applica “con una certa larghezza di vedute, rimanendovi inclusi anche  gli epilettici, gli alcoolisti, i tossicomani e i dementi precoci”. La legge della  California  (17 maggio 1917) prescrive la sterilizzazione “sia nei degenti dei manicomi prima di essere dimessi […] sia dei delinquenti sessuali recidivi e dei deficienti tanto minorenni che maggiorenni”. Manunza commenta che “lo scopo della legge […] risulta eminentemente terapeutico: tant’è che fra le prime 8520 operazioni eseguite in California soli in 7 casi si trattava di delinquenti”.
Segue la descrizione delle leggi dello Stato di Alberta in Canada, del Cantone di Vaud in Svizzera, “il primo in Europa ad annettere alla legge degli alienati, e più precisamente al capitolo delle misure preventive, un paragrafo speciale" in cui è detto che «I malati di mente o i deficienti debbono essere sottoposti ad un trattamento medico che impedisca loro la procreazione, se essi sono incurabili e si prevede che con ogni probabilità debbano generare una prole minorata». Dal 1928 al 1932 furono sterilizzate 25 donne, (per lo più deficienti) e fu castrato un solo maschio, delinquente sessuale.
La legge danese del 1 giugno 1929 ,e successive modifiche nel 1934 e 1935, è giudicata da Manunza “la  meglio costituita in confronto ad altre” perché “non si parte […] dalla prognosi ereditaria che è sempre incerta nel singolo caso, ma dalla diagnosi sociale di pericolosità, ciò che è sempre un fattore precisabile in modo più concreto”.
La legislazione tedesca  del 14 luglio 1933 ha invece finalità principalmente eugenetiche:
essa definisce «tarati» coloro che risultano affetti da imbecillità congenita; schizofrenia; pazzia circolare; epilessia ereditaria; corea di Huntington; cecità ereditaria; sordità ereditaria;malformazioni gravi e inoltre alcoolismo grave.
La sterilizzazione, oltre che a domanda dello sterilizzando, è proposta d’ufficio dai medici che esercitano nel territorio del Reich, che, annota criticamente Manunza, sono posti “in una situazione di coscienza veramente critica” perché obbligati a denunciare  anche quando “la disposizione latente si manifesti con un sintomo passeggero”! (corsivo dell’A.)
Manunza commenta: “Insomma si tratta di disposizioni un po’ troppo decise in relazione ai presupposti teorici sulla ereditarietà di alcune determinate malattie”.
La castrazione invece è disposta per i soli maschi da una legge del novembre 1933 che riguarda i “delinquenti abituali pericolosi” che abbiano compiuto il 21° anno di età; il trattamento non si applica nell’omosessualità in quanto “secondo l’esperienza medica, l’intervento nei pederasti non raggiunge effetto curativo”.
Seguono l’esame delle leggi norvegese (1934), svedese e finlandese (1935), estone, lettone e “un sommario esame dei progetti inglese per la sterilizzazione” di deficienti, a richiesta dell’ammalato o da genitori o dal coniuge, o dal tutore. I progetti discussi nel Regno Unito a partire dal 1931 non andarono in porto perché, “eccettuate due sole malattie nervose (corea ereditaria ed epilessia mioclonica) non si poteva parlare con sicurezza di ereditarietà patologica neanche per l’oligofrenia; di modo che si rigettava il principio della sterilizzazione coattiva ed anche quella col consenso degli ammalati doveva essere, se mai, applicata con la massima riserva”.
Quanto all’Olanda, il dibattito, rimasto ristretto ai giuristi, aveva escluso la sterilizzazione coattiva e valutato quella richiesta da una persona adulta per tema di commettere reati “a causa di una libidine eccessiva o anormale”. Era stata valutata poi la possibilità che un detenuto per reati sessuali potesse chiedere la grazia una volta sottopostosi a sterilizzazione. E  qui Manunza dice di non essere d’accordo “perché le domande di sterilizzazione da parte di coloro che scontano una pena detentiva sarebbero assai numerose pur di riottenere  la libertà”.
Francia, Belgio e Italia, invece, non adottarono norme favorevoli alla sterilizzazione.
Manunza  dà la sua preferenza alle finalità sociali della sterilizzazione (sulla base di una diagnosi di pericolosità ), non a quelle eugenetiche, ma giudica comunque  “piuttosto deboli” le basi che sostengono  tali disposizioni legislative perché

non è affatto noto se le principali enunciate infermità, comportanti la sterilizzazione o castrazione, si trasmettono ereditariamente. Ci si vuol riferire in modo particolare alla schizofrenia, alla frenosi maniaco depressiva, all’epilessia ereditaria, alle frenastenie congenite. Chi abbia anche una elementare dimestichezza con la psicopatologia può coscienziosamente affermare già anzitutto le difficoltà, certe volte notevolissime della diagnosi, sia per la infinità di gradazioni e colorito che i quadri mentali presentano, e sia per la gravità o meno con cui si manifestano; ed in secondo luogo può dichiarare con quanta larghezza debba per il momento essere inteso il concetto di «ereditarietà» in psichiatria”. […] (Ad oggi) si può solo affermare che, così come per lo più sono intelligenti i figli di genitori normali e intelligenti, e deboli di mente (frenastenici) quelli provenienti da genitori non sani e poco intelligenti, allo stesso modo si osservano «a preferenza» figli psicopatici nelle famiglie tarate sotto il riguardo neuro-psicopatico, e manifestazioni criminali «a preferenza» nelle famiglie criminali, di alcoolisti, di neuro psicopatici (Buscaino). Non si può dire di più; ciò che davvero non è molto per giustificare disposizioni di legge le quali vanno a colpire, entrando in vigore, una estesissima percentuale di individui.
 

Manunza cita poi il fenomeno biologico della “rigenerazione spontanea” delle forme morbose “che tutte tendono a un certo punto, per leggi naturali, a regredire d’intensità e numero nei vari ceppi famigliari, sia per la diluizione nei discendenti dei geni morbosi e sia per la spontanea ripresa in ogni singolo individuo”. Sulla base di tali elementi, egli afferma che non sono giustificati provvedimenti di “profilassi razziale” per migliorare la qualità della stirpe impedendo di procreare a “una grandissima quantità” di infermi, perché non scientificamente fondati su solidi dati di genetica psichiatrica, che ha dimostrato la sola trasmissione in modo dominante del morbo di Thomsen (miotonia), del tremore essenziale, dell’atrofia muscolare progressiva, della corea di Huntington e quella in modo recessivo dell’eredo-atassia cerebellare e della mioclono-epilessia.  E cita il caso della “idiozia mongoloide” prima ritenuta sicuramente ereditaria  e “oggi considerata solo dipendente da cause di senescenza materna”.
Giusta quindi la cautela in Italia “fino a che non si conosceranno a fondo e non sarà con rigore provata la modalità di trasmissione di quelle malattie mentali che la legge si propone di evitare”.
Ma anche i provvedimenti di castrazione e sterilizzazione per finalità di “difesa sociale” non garantirebbero granché di risultati, salvo gli interventi su individui “affetti da eccessiva anomala libidine sessuale, onde reprimere i delitti che vi si connettono”, in specie in “ragazze instabili ipererotiche e deficienti per eliminare minacce di gravidanze illegittime, il maltrattamento dei figli e l’incuria nei doveri materni”.
Netta è l’opposizione alla sterilizzazione volontaria “per ovviare alle preoccupazioni delle difficoltà della vita, limitando la procreazione di figli che, economicamente parlando, ne accrescono il peso”. Le ragioni stanno nella violazione dell’integrità della persona e perché “lo sterilizzato e il castrato, insomma, vengono sempre considerati dalla società come individui minorati”.
La conclusione è che sono inopportuni “interventi legislativi del genere di fronte alla incertezza sia della pericolosità criminale e sia della trasmissione ai discendenti di caratteri degenerativi da parte di soggetti che la legge deve colpire”. E, in sintonia con l’Enciclica Casti connubii 3 febbraio 1930, Manunza si dichiara favorevole alla sola “sterilizzazione a fine medico e politico-criminale, ma solo per casi ben chiari”; mentre, per quanto riguarda l’eugenetica, vale a dire “quel complesso di accertate conoscenze che tendono a mantenere sana la successione delle generazioni e a migliorare le disposizioni ereditarie di un popolo per mezzo della selezione prenatale”, ribadisce che da tali conoscenze “devono esulare le speculazioni pseudo-scientifiche”.
 
Luigi Benevelli (a cura di)
 
P.S. Come noto, negli anni del Fascismo l’eugenetica italiana fu pro-natalista (l’ONMI ne fu l’istituzione portante) e Manunza ne condivide e argomenta le ragioni. Va tuttavia notato che nessuno, nemmeno in Italia, mise mai in discussione il divieto assoluto ad esercitare la sessualità, e il rischio a procreare, per tutte le persone internate nei manicomi o detenute nelle carceri. In tali luoghi le uniche modalità possibili (e sanzionate) di sessualità, erano l’autoerotismo e l’omosessualità, che finivano col diventare elementi di stigmatizzazione e patologizzazione della sessualità del “folle” e  del “criminale”.  Al riguardo, basta andarsi a leggere i regolamenti degli istituti, le raccomandazioni al personale di custodia a tenere sempre sotto controllo a vista i comportamenti delle persone ad esso affidate.

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