PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Edoardo Scarfoglio e Cesare Lombroso: ancora su Salvatore Misdea

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1 giugno, 2017 - 15:04
di Luigi Benevelli

Manola Fausti ha curato per la «Biblioteca di Medicina & Storia» del Centro di documentazione per la storia medicina e della sanità fiorentina, la ristampa de Il romanzo di Misdea di Edoardo Scarfoglio[1], che fu pubblicato nel corso del 1884 in 38 puntate sul quotidiano «La Riforma». Scarfoglio, giornalista napoletano, vi racconta le vicende di Salvatore Misdea e della sua famiglia a Girifalco, l’ambiente di Girifalco, la sua esperienza militare, la strage dei commilitoni, il processo conclusosi con la condanna a morte e l’esecuzione capitale. Scarfoglio, intellettuale progressista,  che non è un medico e nemmeno un alienista, in apertura della sua cronaca-reportage, così scrive del manicomio:
Se non avete mai visitato un manicomio, fatelo: questa visita vi gioverà. [...] Il fantasma convenzionale del luogo di pena e di dolore crolla davanti all’evidente immagine della casa di salute: solamente lo spettacolo di tanti uomini, in tutto o in parte diseredati del patrimonio spirituale accumulato lentamente dalla nostra razza col progressivo sviluppo della vita, vi suscita nell’animo quel senso di tristezza penosa che nasce dalla vista degli asili di mendicità, degli ospizi di fanciulli rachitici, degli ospedali, di tutti, insomma, i ricettacoli della debolezza umana. [...] Noi, d’avanti alle recenti fabbriche de’ nostri ospizi marini, de’ nostri manicomii, dei nostri sifilocomii, anche senza sapere la storia della carità patria, subito ci persuadiamo che sono essi un prodotto novissimo della nostra crescente attività pietosa. [...] Il manicomio dunque non è un luogo di tormento e di terrore, ma,  poiché la scienza, per cura della pazzia, ordina la serenità dell’ambiente, la pace, la sanità e l’abbondanza dell’aria, è quasi sempre edificato in campagna o in qualche solitario e alberato angolo della città; e i matti, segregati dal resto degli uomini, vivono in una quasi comunità monacale, e si adattano a una loro singolar vita, armonizzando le varie manie alle concordi abitudini. Il manicomio d’Aversa sorge fra una meravigliosa fruttificazione di limoni e di aranci; quello di Girifalco in un paese ove la dolcezza del sole fa prosperare magnificamente il bergamotto e l’opunzia; d’altri ospizii di pazzi non so, ma credo che siano quasi tutti edificati ove i clima è più sano e più lieto del paese.
Pure, malgrado la reclusione e la salubrità del luogo, deve seguire da per tutto un fenomeno di contagio ch’io chiamerei propagazione della pazzia. Tutta la pazzia raccolta negli ospizii, a poco a poco, malgrado le diligenti cure di custodia, trapela al di fuori. Accade quasi un ideale fenomeno di capillarità. Le mura del manicomio assorbono per endosmosi la salute, e rigettano, per esosmosi, la malattia e intorno ai luoghi di cura formasi una plaga maniaca..
Un pazzo non ben guarito che, escito dall’ospedale, resti in paese e vi prolifichi; la famiglia d’un pazzo che, per star vicina all’ammalato, venga a fermarsi nel paese ov’è il manicomio, o vi propaghi, con la riproduzione i germi del male ch’essa ha latenti nel sistema nevoso: questi, ed altri ch’io ora non penso, possono essere i focolari della pazzia. [...] Così ad Aversa, così a Girifalco. Girifalco, a chiunque sia una volta stato in Calabria, è notissimo come nido di pazzi.Nel suo manicomio s’accumula tutta la pazzia calabrese; nel suo territorio, alquanta pazzia si propaga dal manicomio. [...] Di notevole non ha nulla, se non il cielo che sopra il catanzarese mitiga in una tenerezza cerulea il turchino violento dell’orizzonte di Reggio. [...] Girifalco è il più pacifico, il più innocuo, il meno brigantesco villaggio del mondo. [...] A Girifalco le irradiazioni della pazzia son causa ogni tanto di qualche rissa, di qualche subbuglio, di qualche anormalità di poco momento che turbano lievemente l’onda di quella placida vita scorrente monotona e uguale tra la caserma dei carabinieri e il manicomio. Qui, meglio che i qualunque altro luogo, appare evidente la connessione della follia col delitto, poiché qui più che altrove la perpetuazione delle malattie cerebrali per legge ereditaria è evidente. Uno studioso di psichiatria troverebbe qui generazioni intiere di beoni, di idioti, di malinconici, di bizzarri, e potrebbe storicamente accertare il principio dello sconcerto organico e cerebrale in ciascuna. Anche, storicamente, potrebbe rintracciare le espansioni criminali della pazzia. Una di queste generazioni, quella appunto che può offerir un più ricco materiale alla scienza, è la famiglia Misdea.

In appendice al testo di Scarfoglio la curatrice ha riportato resoconti del processo Misdea sulla stampa nazionale, fra cui quello dell’intervento di Lombroso al processo, da il «Roma», 27 maggio 1884 (pp. 197-198). Nella prima parte Lombroso descrive fisicamente l’imputato che ha il cranio rasato per le misure prese dai periti:
Chi guarda superficialmente l’accusato lo prenderà per un fanciullone, ma chi lo considera attentamente subito vi scorgerà le note del delinquente abituale, ossia dell’imbecille morale.
Importante per me è la forma speciale della fronte e dei zigomi. Il lobo destro lavora meno del sinistro. C’è qui un appiattimento delle pareti frontali. La quantità del cervello del Misdea è normale, ma la maniera com’è costruita è quella degli idioti microcefali. Ciò, unito all’asimmetria della faccia, diviene ancora più importante. Misdea ha degli zigomi distanti l’uno dall’altro come nei giapponesi, un eurignatismo  pronunziato (mascella molto allargata n.d.r.), denti incisivi sporgenti, che determina appunto quel suo risolino cinico, il quale in fondo non è un riso.

Lombroso passa poi a trattare il tema dell’atavismo proponendo l’albero genealogico della famiglia Misdea:
                                                                   nonno Misdea  (scemo)
                      1° zio--------------------2° zio--------------------3° zio-----------------Misdea padre
                   (imbecille)          (bizzarro, irascibile)              (omicida)       (bizzarro, beone, prodigo) 
 
                                                                    famiglia del 2° zio
                     1° cugino---------------2° cugino----------------3° cugino---------------4° cugino
                       (idiota)                        (pazzo)                         (idiota)                     (imbecille)
 
                                                                    Misdea padre
                                                           (bizzarro, beone, prodigo) 
   1° figlio---------------Salvatore Misdea----------------3° figlio---------------4° figlio---------------5° figlio
(osceno e beone)                                                           (sano)                   (criminale)               (bizzarro)
 
Lombroso accenna ad alcune anomalie della mano: Salvatore avvertiva più colla sinistra che con la destra.
Egli ha completa insensibilità morale; la compiacenza con cui ricorda la strage è notevole.
Come in tutti i delinquenti nati, la sua vanità è immensa: Di me parleranno i giornali! Egli esclamò dopo l’eccidio. Non abbiamo certezza completa della sua epilessia, ma essa è assai probabile. Noto in lui l’istantaneità dell’azione e la ferocia- caratteri dell’epilessia.

 
Lombroso risponde infine ai quesiti della Corte: 1) Non vi ha dubbio che il Misdea sia delinquente nato, ossia imbecille morale; 2) i pazzi morali sono generalmente anche epilettici; 3) le affezioni cardiache ed epatiche esercitano grande influenza nelle azioni; 4) Misdea non era nel pieno godimento delle sue facoltà mentali.
 
Luigi Benevelli ( a cura di)
 
Mantova, 1 giugno 2017
 
 
 
 
 



[1] Edizioni Polistampa,, Firenze, 2003, pp. 29-32.
 

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