PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

John Colin Dixon Carothers e la patologia dei guerriglieri Mau Mau

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1 dicembre, 2017 - 11:00
di Luigi Benevelli


 

Nel secondo dopoguerra prendeva decisamente avvio la de-colonizzazione  in Asia (India e Cina prima, Indocina poi), Africa (Nord Africa, Africa Subsahariana), America Latina (Cuba).
Non si trattò di un percorso facile perché fu duramente contrastato da governi europei usciti dalla drammatica esperienza del conflitto mondiale, immemori del razzismo nazista e fascista: Francia, Regno Unito, Belgio in particolare, poi anche Spagna e Portogallo, da ultimo il Sud Africa.
Degli psichiatri che furono protagonisti nella rivolta anti-coloniale noi conosciamo in Italia soprattutto e pressoché solamente Frantz Fanon, che, nel vivo della rivoluzione algerina elaborò e mise a punto interpretazioni di grande forza e profondità sui rapporti fra condizione coloniale e salute mentale.
Ma ci furono anche altri psichiatri europei che fornirono e continuarono a fornire argomenti, suggerimenti, interpretazioni, giudizi “scientifici” sull’arretratezza mentale delle popolazioni africane:  cito la Scuola di Algeri di Antoine Porot (1876-1965) che ha dominato la scena dal 1912 a ben dopo la fine della seconda guerra mondiale[1] e il britannico, di nascita sud-africana,  John Colin Dixon Carothers (1903-1989). Egli divenne nel 1929 Ufficiale medico dell’East Africa Medical  Service e operò per 9 anni in Kenia. Rientrato in patria per acquisire la specializzazione in psichiatria al Maudsley Hospital, ritornò in Kenia per lavorare fino al 1950 al Mathari Hospital di Nairobi, l’unico manicomio del Kenia. Visitò altri paesi africani su invito dei governi coloniali, e nel 1953 l’OMS pubblicò il suo The african mind in health and disease.
In Kenia agli inizi degli anni ’50 era cominciata la rivolta dei Mau Mau, una associazione segreta che praticava la lotta armata e il terrorismo; gran parte dei Mau Mau apparteneva al popolo Kikuyu che abitava le zone montuose del Kenia nelle quali vaste aree erano state alienata a coloni europei.
Il Governo della Colonia commissionò a Carothers lo studio, pubblicato nel 1955 col titolo The psychology of Mau Mau, nel quale egli fornì dati “intelligenti” sul modo dei Kikuyu di vivere e rapportarsi col mondo, dando suggerimenti e indicando provvedimenti utili per la repressione. Anche dopo il ritorno definitivo in Inghilterra egli continuò a lavorare sul tema dell’ african mind e nel 1972 pubblicò a Londra The mind of man in Africa.
I punti salienti della riflessione di Carothers in The psychology of Mau Mau  sono:
1.      Non vi è alcuna differenza per ragioni innate fra Africani ed Europei; le differenze dipendono dai contesti geografici, ambientali e climatici, ma soprattutto culturali. In particolare, le culture pre-letterate si sono sviluppate nei secoli dandosi norme capaci di favorire una vita dei piccoli gruppi umani il più possibile senza conflitti. Le regole di comportamento sono assai precise, vincolanti, e valgono nei singoli contesti specifici, ma tendono a non valere più quando si esce dal gruppo o il gruppo va in crisi. Gli agricoltori Kikuyu, rispetto agli altri popoli africani sono più individualisti, non conformisti, aperti al contatto con europei, missionari; hanno avuto successo più degli altri nell’incontro con la colonizzazione britannica, ma hanno trovato molte porte chiuse rispetto alle loro ambizioni e al loro desiderio di guadagno. Gli uomini, che si sono affermati più delle donne, hanno reagito alle frustrazioni cercando di riportare indietro l’orologio della storia ( ritorno a rituali di iniziazione molto severi) o di realizzare qualcosa di soddisfacente per sé nella nuova cultura (revival religioso cristiano) o cercando nuove vie di uscita (la setta dei Mau Mau).  I Mau Mau avrebbero poi sfruttato a fini di potere politico o economico personali una situazione carica di angosce e conflittualità.
2.      Circa l’organizzazione per associazioni segrete, sette, Carothers richiama le vicende della stregoneria  in Europa fra 16° e 17° secolo, nel passaggio da una stagione storica di fede religiosa indiscussa e di grande conformismo sociale ad una in cui si andava affermando il protagonismo dell’individuo.
3.      In Africa la transizione da un modello di vita ad un altro comporta maggiore pericolo di disturbi mentali che in Europa, perché l’educazione che un giovane africano riceve dalla religione degli antenati, in contesti che sono molto costrittivi,  non consente facili adattamenti alle nuove condizioni.
4.       Nella crescita dei singoli appartenenti alle società umane letterate si attraversa una fase in cui il potere della parola parlata, importantissimo, coll’apprendimento della scrittura e della lettura, si trasferisce alla parola scritta, passando da una cultura dell’ascolto a quella dello sguardo. Ovviamente questo non può accadere nei gruppi che vivono nella foresta africana che non conoscono la scrittura. Per questo gli illetterati africani delle aree rurali continuano a vivere in un mondo primitivo di suoni nel quale la parola detta conserva una fortissima dimensione magica. Carothers attribuisce a tale “ immaturità mentale” i disturbi mentali più diffusi osservabili nei  modelli comportamentali isterici delle donne e in quelli psicopatici più frequenti nei maschi, ipotizzando che il “tabù della tenerezza” giocasse una parte importante nell’aggressività del maschio.
Quanto al che fare da parte delle autorità coloniali Carothers,  consigliava:
a)      La concentrazione dei Kikuyu in villaggi per favorire un rimedio alla loro insicurezza personale e dare loro un’opportunità di sviluppare nuove forme di aggregazione, lealtà e fedeltà. La “villagizzazione” poteva portare con sé inoltre nuove opportunità di occupazione, contrastare la disgregazione delle famiglie, il vero male alla radice di molte delle loro sofferenze.
b)      L’educazione nel senso più ampio del termine, comprendendo la disponibilità di un alloggio stabile con un padre presente, l’istruzione degli adulti  nel campo della salute e del governo della casa, il sostegno alla scolarizzazione delle bambine.
c)      La religione- quando un africano cristianizzato si allontanava dalla missione ed entrava nel mondo più grande, scopriva che i bianchi non si comportavano secondo i principi cristiani. Colpendo più l’esempio della norma, erano spesso cristiani africani quelli che odiavano di più i colonizzatori. Grande era qui la responsabilità dei missionari.
d)      Sciogliere i tradizionali  “consigli degli anziani “ che nella politica britannica dell’indirect rule  amministravano i villaggi. Per governare erano necessari adeguati livelli di educazione e competenze, anche per avere il rispetto dei giovani africani più acculturati. Chi amministrava andava scelto quindi perché aveva un lavoro e sulla base del lavoro che faceva e di quanto era  pagato (successo personale); andava inoltre remunerato per le responsabilità che si assumeva ed era lasciato ad esercitare.
E concludeva che in generale, i principi democratici erano sì nobili, ma difficili da applicare quando le società non sono omogenee. Occorreva quindi molta cautela a introdurre regole democratiche nella vita pubblica in una situazione come quella coloniale, anche per evitare che chi governava avesse troppi sensi di colpa e i sudditi lamentassero troppe ingiustizie.

Tutto questo veniva scritto nel 1954, contemporaneamente ad una fase alta della decolonizzazione e dei movimenti di valorizzazione delle culture africane: cito il Back to Africa di Marcus Garvey (1887-1940), William Edward Dubois (1869-1963) organizzatore in particolare del 5° Congresso panafricano di Manchester del 1945,  il Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire (1950),  la Négritude di Senghor.
Come si vede, anche Carothers pensava, come la gran parte dell’amministrazione coloniale britannica in Kenia, che le manifestazioni violente del nazionalismo Mau Mau fossero “ricadute dello spirito atavico, ritorni di un fanatismo irrazionale” anziché la ripresa di alcune forme delle prime fasi della resistenza africana agli europei[2].  
La repressione fu durissima:
 “I ribelli (noti appunto come MauMau) dimostrarono una forza e una determinazione tali da costringere le autorità coloniali a dichiarare la legge marziale e a far intervenire l’esercito britannico. Le operazioni contro insurrezionali in Kenia coinvolsero 10 mila soldati britannici e più di 20 mila irregolari tra poliziotti e coloni. […] la Royal Air Force bombardò a tappeto le foreste che ospitavano i campi dei Mau Mau; la maggior parte della popolazione Kikuyu fu spostata in villaggi sorvegliati dalle home guards. Diverse centinaia di sospetti militanti furono imprigionati in campi dove le dure condizioni, le percosse e le torture erano all’ordine del giorno. Nel corso del conflitto furono impiccati più di mille ribelli - il doppio degli algerini uccisi dai francesi- e trovarono la morte 20 mila Mau Mau e 100 mila civili Kikuyu” [3].

P.S. auguro a tutte e tutti buone feste ed il miglior possibile 2018.
 
Mantova, 1 dicembre 2017

 

[1] L’histoire de la psychiatrie en Algérie est marquée par le passage des psychiatres coloniaux qui font école autour du professeur Antoine Porot (1876-1965), développant la théorie du primitivisme.
Généralisant à partir d’a priori sur le "fatalisme", le "puérilisme mental", l’absence d’"appétit scientifique", l’"immodération", la "suggestibilité", la soumission aux "instincts" de ce "bloc informe de primitifs profondément ignorant et crédules pour la plupart" (Porot, 1918) qu’étaient censés être les "indigènes nord-africains", une théorie est ainsi élaborée sur le fonctionnement de ce peuple colonisé.  
(cit. dalla mia rubrica del 10 giugno 2013)
  
[2] v.  Terence Ranger,  in Nicola Tranfaglia ( a cura di) Il mondo contemporaneo, vol. IV, Storia dell’Africa e del Vicino Oriente, La Nuova Italia, 1979, pp. 126-142.
[3] Dane Kennedy, Storia della decolonizzazione, Il Mulino, Bologna, 2017, p. 62.  
 
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