I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Giovani precari. Dall’adolescenza all’età adulta oggi, nell’epoca del precariato e della globalizzazione

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10 marzo, 2018 - 12:14
di Leonardo (Dino) Angelini
(già apparso su la webzine “Invisibili”, N. 3, Gennaio 2004, e, in versioni un po’ differenti, su La Rivista del Manifesto e all’interno del testo: “Fare e pensare nelle relazioni“, a cura di Fabio Vanni, MUP Editore, Parma)
 

Adolescenti verso l’età adulta

Possiamo raffigurarci l’adolescenza come una vera e propria  migrazione interna che dai comodi e domestici territori dell’infanzia e della dipendenza conduce il soggetto verso gli aspri e impegnativi orizzonti dell’autonomia che contraddistingueranno, da un certo momento in avanti, l’età adulta.
Una migrazione che avviene all’interno di un processo di passaggio cerimonializzato che richiede un tempo e uno spazio ad hoc, distinti da quelli dell’infanzia, così come da quelli adulti, poiché in quei luoghi ed in quel tempo si consumeranno una morte e una rinascita che incutono ansie e timori sia nel soggetto che patisce questa perdita simbolica, sia nella comunità degli adulti che non può esimersi prima o poi dall’accoglierlo al proprio interno in quanto neoadulto (Van Gennep).
Nel corso di questa migrazione lentamente e spesso affannosamente varie ipotesi su quello che il soggetto potrebbe diventare alla fine del processo di passaggio si confrontano e vengono valutate in termini dinamici dall’adolescente, così come dagli adulti preposti dalla comunità ad attestare le sue qualità particolari che alla fine lo condurranno alla sua rinascita in quanto adulto.
Diventare adulti perciò è un processo che implica, da parte dell’adolescente, l’acquisizione in itinere di capacità previsionali e di ipotesi progettuali più o meno realistiche, più o meno conflittuali, che si definiscono lungo un terreno di confronto con vecchie e nuove ipotesi su di sè da demolire, da ricostruire, da levigare, da agglutinare, e, alla fine, da de-idealizzare e da adattare alle esigenze reali del mondo del lavoro ed alle possibili coniugazioni nel mondo degli affetti. E, da parte della comunità degli adulti, l’approntamento di un corpo speciale preposto alla valutazione, di un insieme di sacerdoti del passaggio[1], le cui caratteristiche (rigidità vs riparatività; stereotipizzazione vs individuazione; intuitività vs attenzione cosciente e critica; selezione di censo vs selezione di merito; etc) sono altrettanto importanti quanto l’attività acquisitiva del giovane nel determinare le modalità specifiche e storiche secondo le quali avviene la riproduzione sociale in una determinata cultura. In questo modo ciascuna cultura, sia a livello sincronico che diacronico, definisce nel tempo proprie modalità di passaggio, propri riti, propri tempi, propri obiettivi nel processo di aggregazione all’età adulta.
E’ per questo che, al di là della universalità del passaggio e della sua ritualizzazione, al di là della immanenza in ogni cultura di una presenza che noi definiamo col nome di adolescenza, noi scorgiamo non una adolescenza uguale nella sua fenomenologia in tutto il mondo, ma tante adolescenze, alcune delle quali sono così brevi che si esauriscono nell’atto stesso del passaggio, altre – come la nostra – sembrano tendere ad avere gli anni di Nestore e di Priamo e prolungarsi – Charmet direbbe forse: spalmarsi – ben al di là della linea d’ombra oltre la quale finora ci si attendeva che cominciasse l’età adulta.
E, d’altro canto, è sempre per questo che a mio avviso una definizione dell’adolescenza in termini funzionali (Jeammet, Pietropolli Charmet, ecc.) sia nettamente preferibile ad una che tenda a delimitare questa fase della vita all’interno dell’intervallo temporale che c’è tra infanzia ed età adulta (Eassen). Infatti, mentre nel secondo caso ci si espone al rischio di individuare un’area estremamente fluttuante che a volte, specie nelle società semplici, tende addirittura a scomparire, a partire dal primo approccio vengono individuate un insieme di funzioni che sono riscontrabili univocamente in qualsiasi cultura e lungo tutto il percorso storico delle società umane: funzioni inerenti il passaggio e la sua cerimonializzazione; funzioni inerenti il processo maturativo ed i compiti di sviluppo propri di questa età della vita; funzioni inerenti le modalità di aggregazione dell’ex adolescente nella comunità adulta, etc. – In una parola funzioni inerenti nel contempo sia le esigenze universali, sia le modalità sociospecifiche di riproduzione sociale riscontrabili in ogni cultura.
L’approccio funzionale al tema, come avremo modo di vedere fra un po’, diventa particolarmente importante oggi, nell’epoca della globalizzazione, per chi voglia interessarsi ai problemi psicologici odierni che affliggono i giovani che si apprestano ad entrare nel mondo adulto perché ci permette di cogliere un elemento di fondo che accomuna i destini di adolescenti che diventano adulti ed entrano nel mercato del lavoro o molto presto o molto tardi: il loro essere precari. E ciò al di là di ovvi punti di distinzione che, per quanto riguarda l’Emilia, sono così stati riassunti da Gianguido Naldi in un suo lavoro sul tipo di rapporto che si va definendo in Emilia e Romagna fra precarietà e rendita:
“ .. sempre più frequente, anche nei ceti popolari, può capitare di avere un ragazzo con due genitori e quattro nonni: ciascuna coppia molto spesso proprietaria di un appartamento. A questo virtuale ma frequente esempio di ragazzo di 30-35 anni capita sempre più spesso di vivere con un lavoro precario, ma protetto dalla garanzia data dalla rendita di qualche appartamento, oltre che dal reddito dei genitori occupati. Una condizione completamente diversa dall’immigrato del sud che, oltre alla condizione di precarietà, spende metà dello stipendio sol per l’affitto, e ancora più diversa dal giovane extracomunitario che se perde il lavoro addirittura si ritrova al Ctp. (Naldi, pag.47).
Il precariato, in ogni caso, e al di là di questi pur importanti elementi di distinzione, come ormai ci dicono senza pudore i media, e come d’altronde viene sancito da leggi ad hoc volte a ridefinire le modalità di rapporto in base alle quali le giovani leve odierne entrano e spesso sono destinate a rimanere a lungo nel mercato del lavoro, è il dato di fondo che accomuna i giovani che accedono al lavoro subito dopo la fine dell’obbligo scolastico e quelli che vi entrano magari dopo aver raggiunto la laurea e aver frequentato qualche master. E’ su questo fenomeno, o meglio sui problemi di natura psicosociale che la sua rapida espansione va innescando nella metropoli postindustriale che concentreremo la nostra attenzione nelle pagine che seguono.

I giovani d’oggi: precari sulla linea d’ombra

I dati parlano chiaro: saranno presi in considerazione in prevalenza quelli che si riferiscono alla realtà reggiana[2], ma enormi sono le inferenze che, a mio modo di vedere, è possibile fare circa la pervasività e la concreta diffusione in tutta la metropoli postindustriale di un modello di aggregazione all’età adulta che potremmo così riassumere: – ingresso dei giovani nel mercato del lavoro attraverso le varie forme di lavoro atipico; – loro permanenza in una situazione di precariato per un periodo più o meno lungo a seconda del settore di occupazione, delle caratteristiche del ciclo economico, etc.; ; – loro accresciute esigenze rispetto alla generazione precedente sul piano formativo – conseguente loro permanenza nella famiglia d’origine (o in  una situazione di dipendenza economica da essa) per un periodo sempre più lungo rispetto alla generazione precedente.
Con gli ovvi adattamenti alle situazioni locali e – come vedremo – all’andamento tendenziale del ciclo economico, si può dire che questa è la modalità principe che regola l’accesso odierno (2003!!) all’età adulta della generazione che sotto i nostri occhi sta attraversando la famosa linea d’ombra di conradiana memoria che separa e unisce nel contempo l’adolescenza all’età adulta.
Questa la modalità principe attraverso la quale si va strutturando e funziona concretamente oggi la riproduzione sociale, cioè quella delicatissima operazione di “passaggio del testimone” degli usi, dei costumi, delle modalità di vita e di produzione dalla generazione che declina a quella che emerge sulla scena sociale. Questo infine ciò che sul piano psicosociale contribuisce all’emergere di modifiche dei profili caratteriali nelle nuove generazioni (Angelini, 2001), insieme a tutta una serie di elementi educativi già operanti in questo senso durante tutta l’infanzia (Angelini, 1992) e la fanciullezza.
I dati parlano chiaro e dicono che a Reggio Emilia, mentre la leva dei giovani lavoratori dipendenti che nel 1992 è entrata nel mercato del lavoro comprendeva solo un 21,5% di precari, negli anni successivi c’è stata una vera e propria impennata di precari che nel 2002 salivano al 70,6%, ma che in questi 11 anni si sono espansi ogni volta che le nuove leggi volte alla liberalizzazione e alla deregulation del mercato del lavoro hanno permesso l’apertura di nuove possibilità di precarizzazione[3]
Ciò non significa che questi giovani siano destinati a rimanere per tutta la vita in una situazione di precariato. Di fatto, come ha dimostrato Seravalli in un suo recente studio sul mercato del lavoro a Reggio E., dopo uno o due anni finora, di fronte ad un ciclo sostanzialmente positivo, circa la metà di essi, almeno a Reggio Emilia, passa dal lavoro atipico al lavoro standard.
Innanzitutto però rimane il fatto che questa modalità di ingresso si somma al dato del prolungamento del tempo per la formazione (formazione-lavoro, formazione on the job, tirocinio, master, ecc), e spesso si confonde con essa fino a creare situazioni di ambiguità sulla reale natura dei processi in cui il giovane è inserito (Laffi), di procrastinazione sine die dell’assunzione di una prospettiva adulta sia nella vita pubblica che privata.
Tutto ciò, in secondo luogo, finisce col determinare nuovi vissuti e nuovi equilibri nella famiglia d’origine, fino a configurare una nuova forma di convivenza (la famiglia prolungata) in cui “due generazioni adulte” si confrontano costringendo la più giovane e la meno indipendente e realizzata di esse a comprimere le proprie istanze di autonomia e di autoaffermazione[4] (Farina, Scabini, Zanatta).
Inoltre, e di conseguenza, l’attardarsi in una condizione di ambiguità e di dipendenza procrastina, fiacca, smonta, inibisce o addirittura impedisce il formarsi in questa generazione di quella progettualità sul piano produttivo e affettivo che finora era stata una delle caratteristiche di fondo che contraddistingueva l’ingresso nell’età adulta.
Infine, tornando al piano economico, se il ciclo dovesse diventare negativo (e le ormai evidenti tendenze alla stagnazione ed alla recessione purtroppo vanno in questa direzione), nei luoghi meno competitivi del mercato globale e negli impieghi più esposti probabilmente si assisterebbe ad una compartimentazione fra i giovani (Seravalli), che continuerebbe a vedere da una parte l’uscita, sia pure ‘postuma’, da una condizione di atipicità e di precariato dei più qualificati fra di essi; mentre dall’altra per i meno qualificati, ed in special luogo per gli immigrati, il rischio sarebbe quello di una cronicizzazione della loro condizione di atipicità con conseguente progressiva marginalizzazione e svalutazione della loro forza lavoro.
Intanto però l’attardarsi da parte sia dei più qualificati che dei meno qualificati sulla linea d’ombra, la medesima modalità con cui entrano e, dopo mille peripezie, si sistemano nel mercato del lavoro, i medesimi atteggiamenti che nei loro confronti assume la comunità degli adulti sono destinati a influire massicciamente nella determinazione di medesimi importanti elementi della loro personalità, del loro atteggiamento nei confronti del futuro, della loro disposizione ad assumere o meno su di sé il peso della responsabilità e a diventare autonomi.
E, come traspare dal dialogo con loro, come risulta evidente dai loro comportamenti e dai loro riti quotidiani, non è neanche vero che da parte degli adolescenti ci sia una incapacità a intuire il senso di ciò che li attende una volta diventati adulti. Infatti, a ben vedere, da molte espressioni del loro dire e del loro agire quotidiano traspare, nonostante la lontananza di molti di loro dal mondo del lavoro, la consapevolezza di quella assenza di sicurezza, di quel deficit di senso che li attende che solo un atteggiamento interpretativo superficiale degli adulti addetti ai lavori poi tende ad inquadrare in termini sintomatologici ed epifenomenici.

Tra speranza e progetto oggi

Oggi, nell’epoca della globalizzazione, il precariato e  tutti i fenomeni ad esso connessi sul piano economico, sociale e psicologico, ci vengono venduti come delle ovvie soluzioni per salvare la società e il PIL dalla rovina e per garantire il futuro dell’economia.
Nessuno si perita di considerare ciò che nel frattempo accade dentro ai soggetti che alla fine dell’età evolutiva si apprestano ad entrare in questa “giungla globale” che è diventato ormai il mercato del lavoro, ed a permanervi a lungo[5], come abbiamo visto, in una situazione di insicurezza circa il fatto di essere realmente e definitivamente entrati in esso (Laffi), in una situazione di incertezza circa i contorni della propria identità adulta, in una condizione di precariato che difficilmente alimenta in loro la propensione ad identificarsi con la filosofia del luogo di lavoro in cui sono capitati e dal quale in ogni momento possono essere espulsi, in un luogo mentale – quello della post-adolescenza – dal quale risulta estremamente difficile raggiungere un angolo prospettico che permetta loro di poter immaginare il proprio futuro sul piano produttivo e riproduttivo.
Il nuovo idolo della globalizzazione, cioè la speculazione transnazionale che sposta il lavoro laddove esso risulta più conveniente in termini finanziari, impone quotidianamente l’immolarsi in tutto il mondo sui propri altari di legioni di giovani che in questo modo sono sottoposti ad una continua opera di modellamento, che si somma ai dati educativi che già in precedenza avevano esercitato su di essi una forte influenza[6] e che, insieme ad essi, è destinata a modellare sia la loro psiche individuale sia il modello rappresentazionale della prima età adulta che la società tende a cucir loro addosso e che ed essi stessi tendono “spontaneamente” ad assumere, ed a farlo in maniera alquanto diversa rispetto a ciò che avveniva nella generazione precedente.
In questa sede cercheremo di riflettere su quelli che verso la fine dell’adolescenza risultano essere i due più rilevanti aspetti nel determinare le modalità di passaggio all’età adulta: e cioè da una parte su quell’opera di levigamento e di ridimensionamento in base alla quale il giovane passa da vaghe e spesso irrealistiche fantasie sul proprio futuro alla definizione di progetti via via più precisi e realistici; e, dall’altra e in termini complementari, su quell’opera di ripristino di una istanza interna autogiudicante capace di riconoscere i limiti della propria potenza.
Partiremo da una constatazione. Tutti gli adolescentologi che guardano al fenomeno dell’adolescenza in termini funzionali, allorché rivolgono il loro sguardo alla fine dell’adolescenza, concordano su un punto: l’ingresso nel mondo del lavoro (sia che avvenga a 15 anni sia che avvenga a 25 o a 30 anni) implica un passaggio da uno stato di onnipotenza in cui ogni aspirazione può essere megalomanicamente pensata e collocata in un futuro vago e lontano alla reale potenza che nasce dalla decisione di attraversare la famosa linea d’ombra che marca il percorso di migrazione interna delle giovani generazioni all’età adulta; un passaggio dalla convivenza con una pluralità affastellata di immagini di sé che convivono confusamente a livello di ipotesi e di abbozzo all’accettazione di una immagine di sé concreta e circoscrivibile che nasce dall’impegno sul piano della riproduzione sociale; un passaggio di quel limitare di gioventù che dal regno della speranza conduce a quello del progetto e della responsabilità che dovrebbe caratterizzare, in maniera sociospecifica, ogni cultura portatrice di una qualsiasi etica del lavoro.
Ebbene occorre cominciare a prendere atto che la realtà del precariato è destinata sempre più a sconvolgere e mettere in crisi le vecchie modalità secondo le quali fino a ieri avveniva  questa doppia azione di levigamento e di riemersione poiché l’assenza di un background lavorativo ed affettivo in grado di determinare un terreno di condivisione stabile nel tempo della dimensione della responsabilità incide profondamente sul piano della definizione dell’immagine di sé del neoadulto odierno.
Infatti le concrete possibilità di coniugazione e di scambio che è possibile fare sia sul piano lavorativo che affettivo, anche se in se stesse generative e soddisfacenti, rischiano in ogni momento sul piano lavorativo di mettere al mondo frutti che il giovane non potrà mai vedere e sul piano affettivo di essere destinate ad un procrastinamento sine die.
In altre parole Il lavoro di ridimensionamento degli ideali adolescenziali e l’emergere dentro al neo-adulto di un bilanciere certo della responsabilità può avvenire solo se il giovane si trova a vivere all’interno di un quadro di stabilità spaziale e temporale su entrambi i piani o almeno su uno di essi (che spesso peraltro, come ognuno di noi adulti sa per esperienza personale, in quel momento della vita prelude molto da vicino alla stabilizzazione dell’altro).
Infatti è solo all’interno di uno stabile quadro temporale e spaziale che permetta la coniugazione con gli altri lavoratori e con gli elementi tecnologici di base del proprio lavoro che la produttività e la generatività giovanile potranno esprimersi, il giovane potrà realmente sentire come suo il frutto del proprio lavoro, e sentirsi pienamente compartecipe del gruppo operativo in cui lavora.
E’ in questo modo che quel luogo e quel lavoro potranno diventare,  direi “avranno il tempo” di diventare i contenitori della sua neonata identità adulta. E’ solo per questa strada che lo sforzo di adattamento all’organizzazione che il giovane fa potrà essere ripagato dalla soddisfazione che nasce in lui dal vedere i risultati del proprio lavoro e dal sentirsi compartecipe dei progetti e dei prodotti.
Così come è solo in un quadro di base che consenta un minimo di sicurezza circa l’avvenire che è possibile passare dall’affettività adolescenziale a quella adulta: e cioè da un’affettività che, nello stesso momento in cui il giovane celebra in maniera intensissima la nuova dimensione (esogamica) dell’amore, non può che essere collocata in una dimensione temporale che, al di là di ogni proposito e di ogni giuramento, è tutta schiacciata sul presente, ad una nuova dimensione dell’amore, quella adulta che, come quella adolescenziale, parte dalla profondità e dalla reciprocità dell’investimento attuale per però proiettarlo nel futuro:  in un progetto di vita in comune, cui spesso poi segue la scoperta  di una propensione di coppia alla riproduttività anche sul piano anche della genitorialità.
Nell’analizzare infine l’azione di levigamento e di ridimensionamento delle varie ipotesi che il giovane va facendo sul proprio futuro non va dimenticata l’azione che gli adulti, coscienti o meno che essi siano di questa loro funzione, esercitano in questa direzione. La Gottfredson, una delle massime esperte mondiali in tema di orientamento lavorativo,  sostiene che nel determinare la scelta finale che il giovane o la giovane faranno allorché si avvicineranno al mondo del lavoro vi sono tre componenti: – da una parte i genitori e la famiglia che con il loro status definiscono la parte inferiore di un’area dentro la quale i giovani si sentiranno affermati, – dall’altra la scuola e tutte le istanze formative che concorrono, insieme a molte altre istanze che comprendono gli adulti e i pari che compongono l’ecosistema in cui l’adolescente vive, nel definire l’ambito superiore di quest’area: quello delle massime aspirazioni realisticamente raggiungibili; – ed infine l’appartenenza di genere che taglia longitudinalmente quest’area determinando lavori considerati adatti a sé in quanto maschi o femmine.
Tutti e tre questi dati ci permettono di comprendere come la comunità degli adulti influisce, insieme all’esperienza concreta che il giovane ha l’opportunità di fare, nella determinazione di quest’opera di levigamento (Angelini e Bertani, 2003).
Infatti la classe sociale di appartenenza della famiglia, le aspirazioni dei genitori, gli investimenti affettivi (e non) da loro fatti nei figli, l’influenza che le imago genitoriali – come sembra suggerire anche la Gottfredson – esercitano fin dalla nascita sul soggetto in età evolutiva concorrono indubbiamente nel determinare un primo abbozzo del sé adulto. Ma oggi l’eclisse della genitorialità rende più deboli ed evanescenti queste imago e questi introietti (Angelini, 2001).
Così come certa è l’influenza che gli educatori e i formatori possono esercitare nel concorrere, insieme all’esperienza concreta e limitante che il giovane va facendo (o non va facendo) mano a mano che cresce e si confronta con se stesso, in quell’opera di sfoltimento del ricco e contraddittorio ventaglio di opportunità iniziali sognate dal giovane. Ma la sempre più chiara propensione dei governi alla trasformazione della scuola da luogo di prevalente selezione in base al merito a luogo di conferma del censo e della classe sociale di appartenenza del giovane[7] rischia di vanificare questa seconda importante via attraverso la quale gli adulti non solo possono concorrere nell’opera di ridimensionamento dell’ideale megalomanico adolescenziale, ma anche in quella della promozione della mobilità verticale attraverso una selezione che promuova i meritevoli.

Effetti sul giovane adulto del prolungamento sine die dello stato di liminalità spaziale

In questo modo le società più semplici sembrano così molto più capaci della nostra di individuare all’interno della comunità degli adulti quei sacerdoti del passaggio capaci di guidare il preadolescente, prima, e il giovane adulto poi per tutta la durata del passaggio, di dare ad esso senso, di favorire l’ingresso del giovane nella comunità degli adulti senza eccessivi traumi sia per il neofita sia per la comunità, che altrimenti si sentirebbe aggredita e sconvolta dai nuovi arrivati.
Cosicché, di fronte alle attuali deficienze del mondo adulto ad accogliere il giovane in maniera non traumatica, quest’ultimo non può che trovare in se stesso e nel gruppo di pari quegli elementi difensivi che gli permettono di affrontare la peraltro  lunghissima cerimonia di passaggio senza eccessivi traumi.
E poiché per tutto questo tempo il giovane non può esimersi dal vivere in famiglia e presso la comunità degli adulti, egli non ha altra chance che definire un luogo a parte, un luogo liminare, che non è che il prolungamento sine die di quel luogo liminare presente in ogni cerimonia di passaggio, che ha la funzione di mantenere il candidato alla nuova fascia d’età lontano sia dal mondo dell’infanzia, cui non appartiene più in base ad elementi corporei e psicologici, sia dal mondo adulto cui non può ancora appartenere innanzitutto poiché, come abbiamo visto, ancora non ha acquisito pienamente alcuni elementi di fondo che contraddistinguono questo mondo, ed in secondo luogo perché gli adulti stessi, di fronte a questo portatore di pericolosi segnali di discontinuità che minano alle fondamenta l’armonia e la pace fra le generazioni (Van Gennep), non possono esimersi dal prendere, almeno inizialmente, le distanze da essi.
La notte diventa così il luogo principe in cui si aggrega la enorme massa di questi ‘eterni’ candidati adulti, e “quelli della notte” i soggetti che si ritrovano a vivere in questo luogo liminare e in tutti quei luoghi serotini (le discoteche, i pub, gli after hour, i muretti, etc), che hanno loro cerimonie e loro percorsi più o meno esclusivi e che risultano intrudibili solo dalla loro industria culturale che ne scandisce orari, costumi, condotte (Castellani).
Soggetti che, d’altro canto, smessi i panni che si addicono alla permanenza in questo stato di liminarità, di giorno stazionano nella condizione di figli, di studenti e di precari nei più domestici e solari luoghi della famiglia e dell’impegno scolastico, formativo e lavorativo.
Soggetti che, in ogni caso, non possono non sottoporsi a quelle prove solitarie o di gruppo (Le Breton) in base alle quali diventi possibile per loro comprendere la natura degli eventi trasformativi cui non possono sottrarsi e dare senso, o tentare di dare senso al tutto. E’ indubbio che il permanere a lungo in questa condizione presenta una serie di vantaggi e di rischi, che spesso affondano le loro radici nello stesso humus.
I vantaggi sono nel fatto che in questo luogo senza tempo, in cui – come nell’Isola di Peter Pan – tutto sembra rimanere sempre uguale a se stesso, l’assenza del tempo lineare e irreversibile e del richiamo del passato da una parte, e la permanenza all’interno di una dimensione temporale tutta incentrata sul presente, dall’altra, permettono l’emergere di forme di creazione che solo in questa atmosfera lontana sia dalle ambasce dei tempi dell’impegno sia dai vincoli del passato possono trovare la loro espressione.
I vantaggi sono inoltre nell’attribuire a questi luoghi e soprattutto ai gruppi di pari che in essi si formano e si scompongono quella funzione di famiglia sociale (Charmet, 2000) che spesso comprende gli unici reali compagni di viaggio, gli unici imberbi sacerdoti del passaggio dei giovani, gli unici in grado di comprendere, anche nei momenti più estremi e rischiosi, la reale natura delle cose che stanno accadendo.
I vantaggi infine sono in un affinamento delle possibilità di autocura e di autopromozione di quelle “cerimonie intime parallele” (Le Breton) che ormai sembrano sopperire al deficit di possibilità di dare senso al passaggio che contraddistingue la gran parte del mondo adulto.
E, si badi bene, allo stesso modo il rischio è che in questo eterno presente il giovane si ritrovi: – costretto – suo malgrado – in una condizione di eterno adolescente; – sospinto dalla sua condizione di precario[8] ad assumere su di sè alcuni tratti sintomatici della “sindrome di Peter Pan”: il disimpegno, la vita da “vitellone”, la difficoltà ad assumere su di sé il peso della responsabilità che anche questo limbo perenne che si estende fra studio e lavoro imporrebbe; – schiavo di “personaggi eroici”, cioè di immagini ideali di sè che risultano, man mano che egli cresce, sempre più lisi e pericolosamente in grado di minare la sua autostima e di esporlo sempre più al rischio di apparire ridicolo.
Rischio che, in questo modo: – più che a un’opera di levigamento e di puntualizzazione sempre più realistica dell’ambito delle proprie aspirazioni e dei propri progetti, si assista ad un loro svilimento; – più che a un’opera di emersione della capacità di assumere su di sé il peso della responsabilità e la padronanza del progetto si assista alla nascita forzosa nel neo-adulto di istanze morali e di propositi romantici e a volte caricaturali. Rischio che nel caso del precario diventa ancora più marcato poiché per lui la dimensione dell’impegno condiviso e verificato rimane sempre dall’altra parte della palizzata.
Penso risulti abbastanza chiaro che in questo quadro occorrerebbe rivedere profondamente concetti quali il “salario sociale”, il “salario minimo garantito” che a prima vista sembrano delle richieste ragionevoli miranti a garantire il giovane di fronte ad un mercato del lavoro che semina insicurezza e precarietà.
A mio modo di vedere infatti, alla luce di quanto detto sopra, simili proposte, una volta abbandonato l’approccio economicistico di cui sono figlie (Gorz), ed una volta analizzate da un punto di vista psicosociale, rischiano di diventare una vera e propria esegesi di quell’assistenzialismo caritatevole tipico dello stato neoliberista che, nello stesso tempo in cui sbaracca le tutele del welfare che fu, lo fa in nome di un “welfare delle opportunità” che non è che un insieme di interventi-tampone ex post che inchiodano il precario nella sua condizione di colui che ottiene “per preghiera e non per diritto”.
Il che, a mio modo di vedere, in termini psicosociali significa condurre il giovane a considerare il salario sociale come una compensazione assistenzialistica al suo essere nel mondo e, per questa strada: – ad istituire implicitamente di fronte a se stesso la società erogatrice del salario sociale come un’istanza di tutela genitoriale caritatevole; – e, conseguentemente, a vivere se stesso come un perenne bambino bisognoso sempre di tutela e di contenimento.
Il rischio, sempre in termini psicosociali, è la deprivazione della società dell’immenso patrimonio di conoscenze e di creatività rappresentato dai giovani. Infatti la sistematica rinuncia all’istituzione dentro al soggetto neo-adulto di quelle istanze di autonomia e responsabilità che sono le fondamenta dell’età adulta implicano una rinuncia alla progettualità ed, in ultima istanza, un vero e proprio killeraggio del futuro. Laddove invece il lavoro continuativo, attraverso la messa in sicurezza della dignità del giovane adulto, lo garantisce ex ante nella sua autonomia e nella sua capacità di mantenere una propria personale visione del mondo e di assumere su di sé in maniera critica l’etica del lavoro prevalente nella società in cui gli tocca di vivere.
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Bibliografia:

  1. Angelini L., 2001, Dall’etica padana del lavoro all’estetica consumista: l’adolescente reggiano di oggi a confronto con quello di ieri (e di avantieri), in: Angelini, Bertani, Cantini (a cura di), “Gioco, scambio e alterità”, Quad. di Gancio Originale, N.2\3, Provincia di Reggio Emilia, Reggio E., pp. 57\84
  2. Angelini L., 1992,  “Il bambino piccolo nel gruppo di pari”, in Angelini L. e Bertani D.: “Il bambino che è in noi – percorsi di ricerca al nido e nella scuola per l’infanzia”, UNICOPLI, Milano, pp. 195\211
  3. Angelini L, Bertani D., 2003, Il personaggio eroico in adolescenza, in Angelini, Bertani (a cura di) L'adolscenza nell'epoca della globalizzazione, Unicopli, Milaono, pp. 171-187
  4. Angelini L, Bertani D., 2001, Essere genitore oggi: un mestiere che sin dai primi mesi si coniuga con altre istanze di tipo educativo, in: Angelini, Bertani, Cantini (a cura di),  “Gioco, scambio e alterità”, Quad. di Gancio Originale, N.2\3, Provincia di Reggio Emilia, Reggio E., pp.137\162
  5. Castellani A., 2002, Piacevole è la notte: cultura e mercato dell’intrattenimento notturno, Meltemi, Roma
  6. Devoto G., A, 1979, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori, Milano
  7. Easson W., 2000, L’adolescente gravemente disturbato, Borla, Roma
  8. Farina M., 2003, Restare in famiglia: una tappa della prolungata transizione alla vita adulta, Relazione ai Seminari “Nell’Isola che non c’è”, di ps pubblicazione.
  9. Gorz A., 1998, Miseria del presente, ricchezza del possibile, Manifestolibri, Roma
  10. Gottfredson L., 2002, Gottfredson’s Theory on Circumscription Compromise end Self-creation, in: D. Brown, Ed., Career Choice end Developement, San Francisco: Jossey-Bass
  11. Jeammet Ph., 1992, Psicopatologia dell’adolescenza, Roma, Borla
  12. Laffi S., 1999, Il furto: mercificazione dell’età giovanile, L’ancora del mediterraneo Ed., Napoli
  13. Le Breton D., 1995, Passione del rischio, Torino, ed. Gruppo Abele
  14. Osservatorio economico, 2003, N.79, Provincia di Reggio Emilia, Reggio E.
  15. Naldi G., Lotta alla precarietà, lotta alla rendita, in: Critica marxista (numero speciale sull’Emilia e Romagna) , N.3, Genn. – Febb. 2003, pp. 45-48
  16. Pietropolli Charmet G., 2003, “La consultazione con l’adolescente oggi: dialogo su teoria e metodo”, in Ricerca psicoanalitica, N.2 – ’03, Roma
  17. Pietropolli Charmet G., 2000, I nuovi adolescenti, R. Cortina, Milano
  18. Scabini E., 1997, Giovani in famiglia fra autonomia e nuove dipendenze, Vita e Pensiero, Milano
  19. Seravalli G., 2002, Sviluppo economico e mercato del lavoro a Reggio Emilia, CGIL Reggio Emilia – Laboratorio 2001, Reggio Emilia
  20. Van Gennep A., 1988, I riti di passaggio, Torino¸ Bollati Boringhieri
  21. Winnicott D.W., 1998, Adolescenza: il dibattersi nella bonaccia, in: La famiglia e lo sviluppo dell’individuo, Armando, Roma, 1968 (cap.10)
  22. Zanatta A.L., 1997, Le nuove famiglie, Il Mulino, Bologna


[1] Fra questi sacerdoti del passaggio la nostra società annovera genitori, educatori, ed ogni altro componente di quell’ecosistema adulto (Charmet, 2003) in cui l’adolescente vive.
 
[2] in cui chi scrive vive e lavora nel Consultorio Giovani della locale AUSL
 
[3] Cfr. Osservatorio economico N.79, della Provincia di Reggio Emilia
[4] La Scabini sostiene che in una famiglia così fatta si semina una vera e propria  “epidemia di conformismo”
 
[5] tre o quattro anni a quell’età sono un secolo!
 
[6] Cfr. L. Angelini, 1992; L. Angelini e D. Bertani, 2001
 
[7] Penso ad es. che il crescente sostegno alle private ed il corrispettivo disinvestimento sulla scuola pubblica vadano sostanzialmente (anche) in questa direzione.
 
[8] Etimologicamente ‘precario’ significa: ottenuto “per preghiera”, e quindi non “per diritto” (Devoto)
 
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