Riflessioni (in)attuali
Uno sguardo psicoanalitico sulla vita comune
di Sarantis Thanopulos

Belgio, eutanasia per Laura: datemi la morte...

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13 luglio, 2015 - 15:03
di Sarantis Thanopulos

In Belgio una ragazza di 24 anni, con un’infanzia molto difficile e gravemente depressa, ha chiesto di morire per eutanasia. Tre medici hanno espresso parere favorevole, avendo valutato come insopportabile la sua sofferenza.  
La decisione dei medici belgi porta la questione dell’eutanasia ben al di là dei confini entro i quali è stata finora applicata: per porre fine a malattie incurabili, incompatibili con un livello di vita accettabile, e a stati vegetali di esistenza senza speranza di recupero. Per soddisfare, anche, il desiderio di una “bella morte”, organizzata come un lungo sonno dopo una vita vissuta pienamente.
Una ragazza all’inizio della sua vita adulta e sana fisicamente, dovrebbe essere  accompagnata alla morte per malattia dell’anima. Come se non fosse mai nata veramente. Valutazione irresponsabile dei medici, scelta fuorviata dall’illusione, in cui vive un’inconsapevole arroganza, di poter assumere la responsabilità di una decisione che, in realtà, non competeva loro.
Cosa ha spinto i tre “esperti” a stabilire che una ragazza di 24 anni non ha nessuna possibilità di uscire dall’inerzia depressiva per il resto della sua vita naturale? Questo può essere molto probabile, ma cosa induce a stabilire con certezza matematica che un rimedio, uno spiraglio possibile e imprevedibile, non esista? Per la natura del loro oggetto di conoscenza, la psichiatria e la psicoanalisi dispongono certamente di un sapere prognostico, ma non di una predizione esatta e vincolante del destino esistenziale di un essere umano (per nostra fortuna).
La possibile impasse finale tra un impotente, inevitabilmente violento, accanimento terapeutico e una sofferenza insopportabile, ribelle ad ogni trattamento, può risolversi solo con il suicidio, atto supremamente tragico con cui il soggetto si re-impadronisce del suo destino perduto. Ossimoro catastrofico che gli riassegna, nondimeno, un’assunzione di responsabilità che nessuno gli può sottrarre.
Delle persone intrappolate in una sofferenza che può condurre al suicidio, solo una minima parte lo commette effettivamente. Inoltre, spesso si tolgono la vita persone insospettabili, mentre soggetti ad alto rischio non ci arrivano mai. Concedere l’eutanasia a una giovane perché depressa, è stato un inconfessabile atto di liberazione dei curanti dalla difficoltà di convivere con un dolore intrattabile e incontenibile, perciò contaminante.
Il rischio è che la prevenzione del suicidio si trasformi nel suicidio assistito come prevenzione della contaminazione: passare dalla difesa del diritto del sofferente di vivere (che può diventare accanimento) alla difesa del diritto dei non sofferenti di non farsi contaminare dal dolore. Una lettura monolitica dell’esistenza in cui l’essere umano è predeterminato fin dalla nascita. Per chi è caduto nel campo sbagliato del destino, all’infelicità non ci sarebbe altro rimedio che la morte felice.
A un livello inconscio, la  ragazza che si è appellata all’eutanasia, ha chiesto ai suoi genitori, per interposta autorità, di darle la morte: toglierle la vita che non riesce a vivere perché la percepisce come minaccia per loro. Il sacrificio, che non si deve accogliere, è anche una  denuncia, fatta di amore, dolore e odio, che andrebbe ascoltata. C’è una domanda di vita, dietro la richiesta di morte.
Alla difficoltà di dare a un problema etico una risposta netta, non si può ovviare con una risposta manichea. Stiamo smarrendo la capacità di sostare nella tensione tra due prospettive ugualmente necessarie e di usare il suo effetto catartico, trasformativo.
La scarichiamo nella decisione che più ci deresponsabilizza.

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Commenti

La domanda da porsi è se una società edonista possa lasciare la libertà a tutti di decidere il momento e la dignità della propria morte o se una società ipocrita cercherà motivazioni tra cavilli, sofismi e dogmi abbandonando la persona a scelte individuali, di diverso effetto e valore a seconda delle proprie condizioni economiche.
Non esiste una società perfetta, ma nella prima è lo stato a sostenere il volere anche dei meno abbienti...
Come per l'eterologa, la surrogacy, il matrimonio paritario e un tempo gli anticoncezionali, il divorzio e l'aborto....
Io pragmaticamente ritengo che avere uno stato a sostegno delle mie idee sviluppi in tutti gli altri cittadini effetti a catena positivi.
Il corpo è mio...
Se non puoi oggi cambiare la mia condizione esistenziale io scelgo l'eutanasia!
Sia chiaro, varrebbe anche per imprenditori falliti e operai licenziati...
Arrogare alla medicina il compito di giudicare l'eutanasia a mio avviso non chiarisce il concetto di malattia ma riduce ancora quello di libertà col sostegno dello stato, che è il vero tabù da superare...

Parafrasando E.G. O'Neil.. potrei esordire scrivendo: l’impopolarità si addice a Simonetta Putti…
Consapevole di muovermi in un territorio ad alta suscettibilità, rispondo a Sarantis.
L’articolo tocca, in primis, due temi basilari: la Libertà e la Morte.
Credo che davanti a questi argomenti sia opportuno che ognuno di noi si collochi non soltanto nell’habitus professionale, ma anche in quello di civis. Ovvero, ed ancor meglio, come ‘persona intera’.
In subordine, l’articolo evoca, seppur non direttamente, il ruolo dei massmedia nell’informazione e la lettura cauta e critica che sarebbe opportuno prestare alle notizie ed alla divulgazione di queste (anche, nella fattispecie, del caso belga)..
Compito abbastanza arduo…riuscire a sintetizzare questi filoni in uno spazio accettabile per l’eventuale, volenteroso, lettore; ci provo comunque.
La Morte rappresenta probabilmente la più radicale e problematica paura dell’Uomo; la storia delle religioni, la filosofia, la psicologia, l’etica e la bioetica, e pressoché ogni branca della riflessione si è occupata di darne conto.
Esistono due sbocchi, in grandi sintesi: la via della fede e la via laica.
Appartengo – come persona - ai fruitori di quest’ultima; in quanto analista credo che la psicoanalisi e la psichiatria costituiscano, in senso lato, una preziosa chiave di lettura per comprendere / decodificare i fatti umani ma non costituiscano lo strumento unico ed universale.
Penso che la ‘lettura psi’ debba dialogare con la ‘Giustizia’.
In non poca parte del mondo si riconosce il diritto di decidere quando uscire dalla vita: non ancora in italia, purtroppo, anche se esistono vigorosi movimenti in tal senso.
La vita è un diritto ma non un obbligo. Ribadendo il rispetto per i diversi credi religiosi che demandano ad Altro la vita e la morte, in una visione laica queste dimensioni ricadono nella sfera della libertà individuale.
Non credo sia auspicabile né utile patologizzare ogni caso, leggendolo in chiave di depressione, curabile o incurabile che la si ritenga. Vedasi anche il caso di Lucio Magri e le connesse polemiche.
Sarantis emette giudizio di arroganza sui medici che hanno legittimato la richiesta della ragazza belga… io sento arrogante la posizione di Sarantis che tutto vuole leggere in chiave psicologico / psichiatrica.
Personalmente non leggo nell’accoglimento de quo ‘un inconfessabile atto di liberazione dei curanti’, vedo piuttosto il rispetto per il manifestarsi di una volontà individuale.
Si potrà a lungo discettare e fingere ipotesi su quanto quella volontà sia stata libera… ma credo utile ricordare i limiti ed evitare i rischi di letture che rasentano l’onnipotenza.
Per approfondire, un link:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/03/28/p...

Cara Simonetta
Il diritto di uscire dalla vita è una decisione personale, inalienabile. La scelta pure del modo di morire, che può includere l'eutanasia (un modo anodino o perfino piacevole di morire).
La problematicità etica dell'eutanasia, che la fa diventare questione giuridica, sta nella richiesta che a dare la morte siamo noi e non il soggetto che ha preso, in necessaria solitudine, la decisione di un congedo definitivo. Questo è d'obbligo quando la persona che cerca la morte non è in grado di realizzarla, a causa di una disabilità totale, o perfino di pensarla perché in coma permanente. Credo che rifiutare la scelta di morire a una persona che vive in una perenne condizione di disabilità insopportabile e non può da sola mettere fine alla sua vita, sia una crudeltà gratuita. Penso anche che per i parenti di coloro che vivono in stato vegetale, spettri senza vita vera è senza possibilità di resurrezione, la scelta di "staccare" la spina sia del tutto legittima e aiuta l'elaborazione della perdita.
C'è pure il caso di Lucio Magri, l'esempio più famoso in Italia tra coloro che hanno voluto finire una vita pienamente vissuta ma ormai priva di senso e, entrando in un'infinito stato di sogno, abbandonarla con un ultimo sogno. Su questo ho già scritto sul Manifesto un articolo e ho sostenuto la legittimità dell'azione di chi l'aiutato nel suo ultimo viaggio.
Ognuno di questi casi è indissociabile da un dolore profondo in chi continua a vivere, che va elaborato.
Diverso è il caso di una ragazza che all'inizio della sua vita adulta chiede che le sia data la morte per dolore psichico considerato, da lei stessa, insopportabile e permanente. Questa ragazza è stata abitata dal desiderio di uccidersi da quando aveva sei anni, come lei ha dichiarato in un'intervista, ma ha vissuto anche una storia d'amore importante finita male. Ha avuto delle automutilazioni (non so di che natura). L'idea dell'eutanasia le è stata ispirata da una donna che aveva questo progetto.
Sente la sua vita inesorabilmente ipotecata e vuole morire. Ma non si suicida. Vuole che noi le diamo una morte gradevole. È possibile, anzi molto probabile, che la sua valutazione sull'irreversibilità della sua situazione sia corretta. Resta il fatto che il depresso non ha con il futuro che un rapporto profondamente pessimistico. Se dessimo la morte a chiunque ce la chiedesse, nel momento più catastrofico del suo dolore, faremmo una strage.
Non metto in discussione che la ragazza possa avere ragione e chiunque mette fine alla sua vita ha l'ultima parola. Ma non la posso avere io, non la possiamo avere noi. Come si fa a stabilire che per questa ragazza non c'è nessuna speranza, di amare un'altra volta nella sua vita per esempio, con certezza presunta scientifica? Nè la psichiatria, né la psicoanalisi hanno questa possibilità. Dire questo non è arroganza, ma rinuncia all'arroganza.
Visto che sei psicoanalista, come fai a rifiutare l'idea, che dietro questa richiesta di morte, ci sia in realtà una richiesta, impossibile, di vita? Come fai a escludere che ciò che veramente ci dice sia: "Fatemi morire, visto che non mi avete permesso di vivere, visto che morire vi fa alla fine comodo". Non ti viene il dubbio? E i dubbi tu li tagli come nodo gordiano?
Siamo così sicuri di saper sempre qual'è la cosa giusta? Questa è la morale religiosa non l'etica laica. Bisogna accettare i dilemmi, le tensioni, i diritti civili non si difendono con norme comportamentali (che sono la cosa che più è loro contraria)
Sta avanzando una terribile anoressia di vita, un dolore sordo che non riesce a esprimersi che come richiesta di morte, del desiderio o del corpo, come interruzione del vivere. Ci inquieta al punto che siamo tentati a liberarsene, in modo politicamente corretto, di coloro che ce la mettono sotto il naso. È una sconfitta.
Seguendo la strada dei medici belgi a chiunque chiede l'eutanasia, la morte assistita che implica una nostra corresponsabilità, bisognerebbe concedergliela. Basta che la chiedano persone sane di mente, come nella loro certificazione si sono premuniti a chiarire. Vorrei vedere come noi, "esperti di diagnosi e cura", sapremo indicare a chi concedere il conio e a chi no. Non abbiamo questa possibilità, attribuirsela è un arbitrio.
La Polis può decidere, ma senza il parere determinante di "esperti" che una verità certa sul destino psichico di un essere umano fisicamente sano non la dispongono (e sarebbe già tanto se potessero fare una prognosi). Questo gli esperti sarebbe onesto che lo dicessero.

Sarantis Thanopulos

Sarantis, siamo quindi in sintonia per quanto riguarda il rispetto della libertà soggettiva, anche quando include la scelta di uscire dalla vita. E questo vale sia quando la scelta è presa e assunta in prima persona, sia quando – per contingenze oggettive – la scelta viene delegata ad un fiduciario. Che poi ci sia un non evitabile dolore connesso con tale scelta appare ovvio, ed ho sperimentato anche nella pratica clinica il riverberarsi delle emozioni e sentimenti connessi. Forse non servono troppe parole.
Forse invece è utile un chiarimento per quanto riguarda il caso specifico da cui è partita la nostra discussione. Poiché tu sei spesso presente in queste pagine, forse avrai seguito – in primavera – il caso del pilota / Germanwings e letto il profluvio di ipotesi interpretazioni giudizi cui ha dato adito. Anche allora c’è stato un mio prender posizione contro tale uso (che per me rasenta l’abuso) dei casi di singoli persone. Persone che ci sono note soltanto attraverso l’informazione dei massmedia, e che pertanto non possiamo dire di conoscere. L’arroganza di cui parlo è questa. Non è opportuno, a mio parere, partire da un caso solo frammentariamente noto per emettere giudizi e opinioni (psi e non) sugli attori e sui contesti di quella scena lontana. Per questo non entro nel merito.
Entro invece nel merito dei diritti civili, a partire dalla tua affermazione: "Bisogna accettare i dilemmi, le tensioni, i diritti civili non si difendono con norme comportamentali (che sono la cosa che più è loro contraria.)"
Qui in Italia non si tratta di stabilire norme comportamentali ma rendere legittima la scelta, evitando di aggiungere ai dilemmi ed alle tensioni anche il gravame di rischiare un reato.

Ho scritto un articolo in prima pagina sul Manifesto (di cui sono un collaboratore stabile) in occasione del gesto suicida del pilota tedesco.
Il titolo era: "Volare inerti contro il muto dell'immobilità". Se digiti il titolo e il mio nome, puoi trovare l'articolo in internet e leggerlo.
In generale cerco di cogliere alcuni punti della vita delle persone di cui parlo per delineare un collegamento tra le loro impasse e la loro sofferenza con il disagio di tutti. In altre parole uso i loro casi, quando mi riesce, come metafore del mondo in cui viviamo, del nostro modo di pensare e di vivere.
Per quanto riguarda poi i diritti civili in Italia, ho l'impressione che il più delle volte oscilliamo tra un oscurantismo, spesso mascherato, è un politically correct privo di sostanza che tende a cercare soluzioni puramente giuridico-formali, più o meno come il primo.
Temo che ci si possa andare verso una società di scompartimenti stagni (negli Stati Uniti ciò accade già, almeno in parte) in cui ognuno è libero di proclamare la sua diversità a condizione che la tenga per sé. Differenze riconosciute ma non comunicanti e non desideranti.

Grazie, Sarantis, per l'indicazione dell'articolo che andrò a leggere su Il Manifesto. Per quanto riguarda la situazione italiana, condivido la tua lettura: "tra un oscurantismo, spesso mascherato, è un politically correct privo di sostanza che tende a cercare soluzioni puramente giuridico-formali". Aggiungerei anche due ingredienti che non di rado è dato cogliere: buonismo e ipocrisia... che spesso collaborano nel mantenimento della cosiddetta 'zona grigia'...


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