L'INNOCENZA DEL DIAVOLO
Psicopatologia, crimine e istanze di controllo sociale
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci

LA PSICOANALISI NELLA GRANDE GUERRA

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29 giugno, 2018 - 15:04
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci
Nel centenario della fine del primo conflitto mondiale, può essere opportuno rievocare ancora una volta le intersezioni che si originarono sui campi di battaglia tra la neuropsichiatria e la neonata scienza psicoanalitica. Tra i contributi presentati al convegno L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra (Trieste, 8 maggio 2016) - poi raccolti nell’omonimo, elegante, volume curato da Rosanna Supino e Daniela Rocca (2017) – uno spazio significativo è stato riservato proprio al padre della psicoanalisi italiana, l’ebreo triestino Edoardo Weiss, e alla psicopatologia bellica.
Allo scoppio delle ostilità, Weiss, fresco d’iscrizione alla Società Psicoanalitica Viennese (1913) e di laurea in medicina conseguita a Vienna (1914), venne richiamato nell’esercito austro-ungarico e inviato in qualità di medico militare sul fronte orientale, sorte comune ai cittadini dell’Impero di nazionalità italiana, lacerati da conflitti identitari e d’appartenenza.
Il recente rinvenimento del suo foglio matricolare consente di ricostruire lo stato di servizio prestato nell’esercito dell’Impero (Archivio di Stato di Trieste). Una nota del 7 febbraio 1916 merita di essere evidenziata: Weiss fu decorato con la Croce d’Oro al Merito con Corona, una benemerenza di notevole prestigio, assegnata dall’Imperatore ai militi più valorosi. Si può ipotizzare che egli si fosse distinto nell’assistenza psichiatrica ai feriti, tanto che nel maggio 1917 gli fu riconosciuto il grado superiore di ufficiale medico (Oberarzt).
Alla fine della guerra, Edoardo rientrò insieme alla moglie - la pediatra e psicoanalista croata Vanda Shrenger, sposata nel 1917 - nella nativa Trieste, dove iniziò a esercitare la psicoanalisi e a lavorare come psichiatra nel Civico Frenocomio. Venne assunto nel reparto maschile nell’ottobre del 1919 e vi rimase sino al 1929, anno in cui si dimise, rinunciando al primariato, per non ottemperare alle direttive fasciste che costringevano i dipendenti pubblici a italianizzare il loro cognome.
Un’impegnativa ricerca archivistica ha consentito di individuare le circa trecentocinquanta cartelle cliniche redatte da Edoardo Weiss durante la sua attività psichiatrica, poi riportate ed esaminate nel libro di Rita Corsa Edoardo Weiss a Trieste con Freud (2013). Il ricco materiale censiva le fasi di degenza di pazienti adulti, di diverse etnie, lingue e religioni, di svariate estrazioni sociali e affetti dalle più disparate patologie psichiche e neurologiche. Oltre un terzo dei malati proveniva dagli ospedali militari e, specialmente, da quello Territoriale di “Tappa” (Trieste). Essi erano veterani di guerra, che manifestavano i tratti caratteristici delle psicosi belliche (shell shock), cioè di severe patologie psichiche scatenate dalla traumatica esperienza fatta nelle trincee e sotto il fuoco nemico. I cosiddetti "scemi di guerra", reduci dal sangue della battaglia, che poterono tornare alle loro case solo dopo essere transitati per il frenocomio di Trieste, questa singolare città, aperta al mare e ai confini dell’Europa orientale, crocicchio di molteplici culture e terra babelica dalle mille lingue.                   
Ecco l’emblematica rappresentazione di due quadri psicotici, osservati da Edoardo Weiss: «Nel Maggio del 1918 [il paziente fu] ferito lievemente ad un piede sotto il fuoco nemico.  Da allora gravemente depresso; impressionato da ogni notizia guerresca; colto da tremori generali al rombo delle cannonate e ad ogni comparsa di aeroplani. Dal novembre 1918 molto agitato, insonne, (…) continue autoaccuse (era colpevole della morte dei suoi compagni in battaglia); si diceva dannato (…). estremamente angosciato; si rotola sul pavimento gemendo, convinto che lo si stia avvelenando; (…) turbato da allucinazioni notturne». L’uomo morì di “pleurite” in nosocomio.
Un giovane di origine istriana era ospite dell’ospedale giuliano, dopo aver perso nell’autunno 1917 «(…) i genitali sul Piave per lo scoppio di una granata». Ebbe diversi ricoveri in istituti dell'esercito, prima di venir accolto nell’ospedale di “Tappa” e da lì trasferito nel frenocomio cittadino, dove Weiss provò a curarlo, nonostante l’uomo lamentasse una grave sintomatologia psicotica, che rifletteva una drammatica disgregazione (“lo scoppio”) della psiche: il malato: «(…) sente odore di cadaveri; (…). Non dice altro che tutti l’avrebbero con lui. (…) Il cibo è avvelenato e sente puzza di marcio venire dal suo corpo».
Fu proprio nel lavoro con gli “psicotici di guerra”, che facevano la spola tra gli Ospedali triestini e molti altri istituti del Triveneto (il “San Servolo” di Venezia, il “Manicomio" di San Daniele e quello di Treviso) e dell’Est-Europa (di Lubiana, di Pola, di Zara, di Sebenico e di Budapest), che lo psichiatra triestino si imbatté in quelle forme “miste” di psicosi, che studiò in due celebri articoli psicoanalitici del 1925 e del 1926.
La psicopatologia bellica è stata la tematica impostasi con prepotenza all’attenzione degli psichiatri e degli psicoanalisti nel primo ventennio del secolo scorso. La Grande Guerra fu la prima guerra totale, che sconvolse la mente collettiva non solo per la scala senza precedenti della tragedia, ma anche per il sovvertimento del paradigma bellico, che ebbe il suo simbolo nella trincea. Originò così un nuovo, violento, paesaggio sensoriale e psichico, costituito da cunicoli, dal terrore di essere sepolti vivi, da rumori assordanti, dall’insidia dei gas e dal ribaltamento e frammentazione dei riferimenti della coscienza.
Il termine shock da granata (shell shock) fu coniato nel 1915 dallo psicologo medico Myers, per indicare quei disturbi psichici da battaglia, che nella Guerra Civile Americana erano stati nominati “cuore del soldato” (o “Sindrome di Da Costa”). Dapprima la comunità scientifica considerò lo shell shock l’espressione di una lesione neurologica dovuta all’urto di agenti esterni. Ben presto, però, fu evidente che solo di rado si poteva registrare una relazione diretta con un traumatismo cerebrale e si cominciò ad avanzare l’ipotesi che i sintomi fossero piuttosto di origine psicologica, tanto da giungere a definirli una “nevrosi traumatica”. La psicopatologia bellica divenne, allora, un’area d’intersezione tra la neurologia e la psicoanalisi talmente autorevole da far dichiarare al grande psicoanalista ungherese Sàndor Ferenczi, ufficiale medico, che «le esperienze acquisite con i nevrotici di guerra hanno condotto i neurologi» non solo alla «scoperta della psiche», ma anche della «psicoanalisi».
Il V Congresso Internazionale di Psicoanalisi (settembre 1918), tenutosi a Budapest poche settimane prima della fine delle ostilità, fu ampiamente consacrato ai traumi psichici dovuti alla guerra. Fu il primo meeting analitico cui avessero partecipato rappresentanti governativi degli imperi centrali, in ragione del crescente rilievo di tale psicopatologia. Molti psicoanalisti stavano svolgendo attività di medico al fronte (Abraham, Eitingon, Tausk, Ferenczi, Simmel e lo stesso Weiss), acquisendo una vastissima competenza sull’argomento. Gli inediti approcci psicologico/psicoanalitici a questi disturbi si distinguevano recisamente dai consueti trattamenti psichiatrici, come la semplice custodia e la somministrazione di terapie aggressive, quali la faradizzazione elettrica, l’isolamento e le diete forzate, che risultavano a loro volta fortemente traumatiche. La psicoanalisi offriva un’opportunità di trattamento rivoluzionaria, finalmente più umana e gravida di speranze.
Tuttavia, la nodale questione dell’angoscia di morte elicitata dalla straziante violenza bellica non fu nemmeno sfiorata nel Congresso di Budapest, come se la catastrofica disintegrazione delle frontiere politiche, sociali e individuali causata dalla guerra avesse profondamente danneggiato anche la capacità psicoanalitica di teorizzare e prevalesse una cieca negazione, usata come ultima, estrema, difesa dall’orrore devastante della morte.
Dal secondo dopoguerra, i disturbi post-traumatici sono diventati uno dei capitoli più vagliati dai manuali diagnostici psichiatrici (DSM): il termine “Sindrome post-Vietnam”, introdotto negli anni Sessanta, venne successivamente sostituito dalla fortunata locuzione “Disturbo da stress post-traumatico” (PTSD). In tempi recentissimi, il DSM-5 ha apportato una significativa revisione dei criteri diagnostici del PTSD, abbandonando l’eredità correlata ai soli traumi da guerra e collegando il quadro clinico all’esposizione a un più generico evento ambientale traumatico o, comunque, avverso (cfr. Corsa, Martucci, 2016). Rammentiamo che già al Congresso di Budapest gli stessi psicoanalisti avevano ritenuto riduttivo, sia sul piano nosologico che su quello teorico, limitare al teatro di guerra certe modalità patologiche di reazione psichica al trauma violento che, invero, si possono frequentemente evidenziare anche in tempo di pace per le ragioni più svariate. Ancora una volta, Sigmund Freud e i suoi discepoli si trovarono a precorrere i tempi.
 

Rita CORSA
Medico psichiatra, psicoanalista, membro ordinario con funzioni di training S.P.I. e I.P.A.
 
 
Bibliografia
 

CORSA R. (2013). Edoardo Weiss a Trieste con Freud. Alle origini della psicoanalisi italiana. Roma, Alpes.
CORSA R., MARTUCCI P. (2016). War is over. Psicopatologie belliche e condotte violente nei reduci. Rassegna Italiana di Criminologia, 2016, 3, 219-229.
CORSA R. (2017). Edoardo Weiss psichiatra al fronte: la psicopatologia bellica nelle cartelle cliniche del manicomio di Trieste. In: Supino R. e Roccas D. (a cura di), L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra. Torino, Silvio Zamorani.
SUPINO R., ROCCAS D. (a cura di). L’apporto degli ebrei all’assistenza sanitaria sul fronte della Grande Guerra. Torino, Silvio Zamorani.
 
 
 
 
 
 
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