I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Migrazione, acculturazione, deculturazione. Qualche nota critica

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25 agosto, 2018 - 14:58
di Leonardo (Dino) Angelini
Io non so quanti dei 176.000 immigrati clandestini che sono giunti a noi attraversando il deserto, i lager libici e il Canale di Sicilia se ne vanno ‘bighellonando’ in giro per le città italiane. E non m’interessa in questa sede sapere quanti fra essi siano ‘effettivamente’ gli esuli.
So che per compiere questo viaggio hanno sborsato un sacco di soldi che sono andati a ingrassare banditi ed approfittatori che poi, dopo averli smunti, li hanno angariati, torturati, violentati, esposti a molteplici pericoli, l’ultimo dei quali, dopo quello della traversata, è rappresentato dal nostro tipo di accoglienza. E per ‘nostro’ intendo: italico, europeo.
 
Il primo elemento che salta agli occhi – come da ultimo afferma Salvatore Settis su “Volere la luna” – è la trasformazione di un processo che dura da centomila anni e che da sempre ha costituito uno dei principali tratti distintivi della storia umana in una serie di boutade, la più celebre delle quali ( la bipartisan: “Aiutiamoli a casa loro”) è stata surclassata nei giorni scorsi da quella salviniana sui ‘palestrati’ bighellonanti.
Chi emigra con enormi rischi e sacrifici” – afferma Settis – “non lo fa perché non aveva capito che era meglio starsene a casa né perché è un criminale (meno che mai perché migrare è “una pacchia”). Le cause immediate della migrazione che preme alle porte dell’Europa sono conflitti militari, carestie, guerre civili, talvolta pulizia etnica: tutte eliminabili in linea di principio, anche se per eliminarle l’Ue fa ben poco, e molto ha fatto per rinfocolarle (come in Libia). Ma c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo: l’enorme squilibrio economico fra le varie parti del mondo. A un tale squilibrio c’è un rimedio vecchio di migliaia di anni: l’emigrazione. Nulla può arrestare le folle latino-americane che premono ai confini sud degli Stati Uniti, nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati.”
 
A queste stringate ma chiarissime considerazioni da parte mia vorrei aggiungere alcune note che si avvalgono di ricerche e riflessioni che su questo complesso fenomeno sono state fatte in ambito etnoanalitico, etnopsichiatrico e sociologico, per giungere ad una considerazione finale che non vuole essere conclusiva, ma che ha la pretesa di tenere aperto in ambito psicologico e sociale il terreno per una riflessione che è in piedi da tempo, e che, opportunamente ripresa, può essere foriera di una serie di provvedimenti che a livello politico e istituzionale permettano un approccio al problema maturo e rispettoso della dignità umana di tutti gli attori coinvolti.
 
Partirei dal dato economico: di recente il portavoce per l'area Mediterraneo dell'Oim, l'Organizzazione internazionale dell'Onu per le migrazioni, Flavio Di Giacomo ha affermato che “in Italia ci sono 5 milioni di stranieri regolari che contribuiscono al 9% del Pil nazionale: ‘Se si cacciassero via tutti, il Pil italiano subirebbe un regresso pari a quello conosciuto al termine dell'ultima guerra mondiale’, ha chiosato Di Giacomo”.
Ciò significa che, nonostante tutti gli impedimenti, una volta regolarizzati i migranti contribuiscono in maniera più che proporzionale alla ricchezza della nazione. Ma soprattutto – aggiunge Di Giacomo – “si tratta di cinque milioni di persone che pagano i contributi previdenziali e non hanno ancora raggiunto l'età della pensione e che pagano molte più tasse - quantificabili nel bilancio dello stato in circa un miliardo di euro - rispetto ai servizi che ricevono. Si tratta - ha concluso l'esponente dell'Oim - di una risorsa per un Paese che invecchia e che, si stima, fra 30 anni avrà un 23% di popolazione in età lavorativa in meno”.
Ciò di cui non ci rendiamo conto è che tutti questi sei milioni di immigrati ‘regolari’- anche coloro (e sono la maggioranza!) che non sono giunti fra noi via mare – stanno affrontando una serie di problemi che nascono sia dal confronto fra ‘qui’ e ‘lì’, sia da quello che passa fra loro e noi.
Nel confronto fra lì e qui – come dice Abdelmalek Sayad – l’aspetto più dolente è quello del passaggio ‘dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato’.. Disillusioni che nascono nell’impatto con tutta una serie di rinunce e di rapidi adattamenti che la cultura egemone impone loro. Basti pensare allo sforzo per l’acquisizione della nuova lingua, che oggettivamente li costringe a mettere da parte, o almeno a circoscrivere[1] un elemento fondante della loro identità: la lingua originaria.
L’insieme di questi sforzi, che vanno ben al di là dell’acquisizione della nuova lingua, che comprendono la profonda disillusione derivante dal fatto che sono costretti a vivere al di sotto delle loro aspirazioni, e spesso anche al di sotto del loro status originario, incidono sul mondo interno dell’immigrato sconvolgendolo.
Tutto ciò si embrica, spesso in maniera inestricabile, con ciò che passa fra loro e noi, rappresentanti della cultura egemone che li ospita e li accoglie, e fa si che il processo acculturativo implichi anche un reciproco lungo lavoro di adattamento che per coloro che appartengono alle culture ‘vinte’ è più molto doloroso, ma che, soprattutto in periodi di crisi economica, comprende anche noi e richiede uno sforzo che non può essere lasciato al caso e tantomeno sussunto – come platealmente e stoltamente si sta facendo oggi in Italia e in Europa – alla polemica politica.
Le ricadute, spesso pesantissime, che queste problematiche sedimentano nella psiche dei migranti di prima e seconda generazione sono state messe a fuoco in ambito etnopsichiatrico ed etnoanalitico. Ma i nuovi interessantissimi ed utilissimi sistemi di cura sperimentati[2] non bastano se in contemporanea non si affrontano i problemi anche a livello sociale ed istituzionale.
 
Sul piano istituzionale ad esempio decisiva è – come dice la Moro –  la funzione svolta dalla scuola sul piano di quella che lei chiama ‘affiliazione’[3]. Afferma la Moro che per le seconde generazioni di immigrati, mentre la famiglia d’origine rappresenta l’entità più importante sul piano della ‘filiazione’, cioè del rapporto con la cultura d’origine dei propri genitori, la scuola è il luogo topico dell’affiliazione: cioè del loro rapporto con la cultura egemone.
Perciò il futuro delle seconde generazioni è profondamente influenzato dal dal rapporto più o meno dialettico che si determina fra ciò che avviene sul piano della filiazione e ciò che si sperimenta su quello dell’affiliazione: cioè fra famiglia d’origine e scuola.
Per cui se da una parte le famiglie non hanno elaborato, o non sono state messe nelle condizioni di elaborare un modello di acculturazione che salvi i valori e la cultura di provenienza ma li combini con i valori della cultura egemone, esse faranno fatica a definire un processo di filiazione che permetta ai loro figli di rielaborare in maniera personale il processo acculturativo. E se dall’altra la scuola non è consapevole o è stata messa nelle condizioni di non poter cogliere ed elaborare creativamente la nuova funzione di rappresentanza ch’essa obbiettivamente svolge è destinata a diventare un luogo di affiliazione inadeguato.
Penso sia superfluo dire che le stesse dinamiche si determinano in ogni altro ambito sociale ed istituzionale! Ma se questo è vero viene da chiedersi come mai di fronte ad un impatto così sconvolgente per tutti pressoché nulla sia stato fatto per rendere meno aspro l’impatto che questo passaggio che comprende sia loro che noi ha sulla nostra società.
Eppure, a partire da Van Gennep, gli studiosi sanno che ogni passaggio implica la necessità di una cerimonializzazione che sancisca coram populo la natura di ciò che sta avvenendo. Se un soggetto che proviene da una cultura che preveda usi e costumi avversi alla nostra Costituzione è giunto a noi di straforo, non accompagnato cioè da alcuna cerimonia che implichi solennemente che il prezzo di questa sua nuova convivenza è la rinuncia a quegli usi e a quei costumi, poi non ci si può meravigliare se egli ritiene di poter continuare a seguirli.
 
I problemi personali e sociali che emergono dai 176.000 migranti clandestini che ‘vengono dal mare‘, dopo aver attraversato il deserto ed essere stati esposti ad angherie e violenze di ogni tipo, sono molto più difficili e pesanti di quelli dei 5 milioni già ‘inseriti e paganti’ di cui parla Di Giacomo.
Questi ultimi – come abbiamo appena visto - devono ‘solo’ affrontare i problemi legati al processo acculturativo, mentre i 176.000 sono stati sottoposti dapprima, lungo il deserto e nei campi libici, a processi sociali di deculturazione: cioè di perdita, come gruppo sociale, della propria cultura e dei propri valori (Beneduce, Sironi).
Riguardo alle ‘procedure’ in base alle quali avviene la deculturazione Francoise Sironi afferma che angherie, stupri e torture nei lager in cui è detenuto un gruppo sociale non sono delle gratuite manifestazioni di sadismo, ma “hanno lo scopo di separare la vittima da tutto ciò che definiamo umano, costringere al silenzio e alla segregazione. Senza possibilità di ritorno”; e, in base a questi gesti macabramente esemplari, ridurre al silenzio e all’accettazione della segregazione anche tutti i suoi compagni di sventura.
Coloro che sono stati sottoposti personalmente al questo percorso o che hanno ‘semplicemente’ assistito a queste macabre procedure esemplari presentano disturbi post-traumatici da stress più o meno gravi; disturbi che possono e devono essere curati.
Sorgono a questo punto molte domande: sono loro che bighellonano nelle nostre città? Qualcuno ha censito i bighellonatori? C’è una sovrapposizione totale o parziale fra questi nuovi sottoproletari e i 176.000 clandestini? Il Ministro dell’Interno e quelli che lo hanno preceduto, così come le istituzioni europee hanno dato delle direttive in merito al censimento degli uni e degli altri? E, indipendentemente dal loro (presunto) bighellonare, sono stati chiamati a consulto psicoterapeuti, sociologi, etnologi per appurare quanti di loro siano stati coinvolti in procedure di deculturazione? quanti cioè soffrono di disturbi post-traumatici da stress?
 
E al di là di queste domande che riguardano l’immediatezza (e che esigono risposte immediate ben diverse da quelle attualmente usate per ‘accoglierli’!) ci sono altre domande, che riguardano l’assetto attuale delle procedure che portano agli sbarchi, la loro efficacia, le loro effettive funzioni, che per quanto riguarda l’Italia, prima che dall’attuale governo, sono state immaginate, contrattate sia con l’Europa che con la Libia, dai precedenti governi.
A mio modo di vedere, e in base a quanto detto prima è l’assetto attuale che produce sofferenza per i migranti, deculturazione, e successive difficoltà ad uscire da questo stato di abulia. Sono solo lo stato italiano e le istituzioni europee che possono rovesciare questo assetto attraverso un’opera di prevenzione primaria, che non può che essere fatta a livello politico.
Da parte mia noto solo alcune cose: - come dice Settis, “nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati.”; - i 5 milioni di migranti che vivono in Italia partecipano attivamente e alacremente alla ‘ricchezza della nazione’; - i migranti sono una risorsa decisiva per l’Italia poiché il Paese invecchia e, si stima, che fra 30 anni avrà un 23% di popolazione in età lavorativa in meno”; - il problema dei clandestini albanesi che giungevano a noi via mare fu risolto quando furono istituiti regolari percorsi via nave e via aerea.
 
Un anno fa (l’8.8.17), in risposta ad una sollecitazione di Tomaso Montanari inviai al gruppo di “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza” un contributo individuale in tema di migranti che ora qui vi ripropongo, conscio ovviamente che si trattava solo dell’idea di un singolo, ma sicuro anche del fatto che le prossime elezioni europee implicano una ripresa a livello politico del tema, nell’auspicio che coloro che hanno a cuore in tutta Europa i problemi dei migranti si confrontino per definire una piattaforma comune di ampio respiro.  
 
Bibliografia:
 
- Angelini L., L’integrazione dei giovani migranti nella città e nei luoghi dell’incontro, AA.VV. Una generazione in movimento. Gli adolescenti e i giovani immigrati,, Franco Angeli, 2007, pp. 145 \ 153
- Angelini L., Giovani precari sulla linea d’ombra: entrare nel mondo adulto oggi a Reggio Emilia, in Angelini L., Quando saremo a Reggio Emilia, Psiconline. Francavilla a M., 2014
Angelini L., Bertani D., Quindici punti per avviare una riflessione sulla prevenzione fra i giovani reggiani d’oggi, in: in: Quando saremo a Reggio Emilia, Psiconline. Francavilla a M., 2014
  - Angelini L., El Marouakhi A., I giovani migranti, le loro famiglie e Free Student Box, in: Angelini, Bertani (a cura di), Free Student Box. Counselling psicologico per studenti, genitori e docenti, Psiconline, Francavilla a M., 2009.
- Beneduce R., Transiti. Riflessioni etnopsicologiche su infanzia e adolescenza nelle vicende migratorie, in Angelini, Bertani (a cura di), L’adolescenza nell’epoca della globalizzazione, Unicopli, Mi, 2005
- Beneduce R., Taliani S., "Curare i malati immigrati. I progetti formativi rivolti agli operatori socio-sanitari e ai mediatori culturali all'interno del progetto europeo T-SHaRE: la salute mentale", Porta di Massa, numero speciale "Il progetto T-SHaRE", 2012
- Van Gennep A., I riti di passaggio, Boringhieri, Torino, 1981
- Grinberg L. e R., Psicoanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, F. Angeli, Mi, 1990
- Moro M.R., Genitori in esilio. Psicopatologia e migrazioni, R. Cortina, Mi, 2002
- Sayad, A., La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002
-  Sironi F., “Carnefici e vittime”, Feltrinelli, Mi, 2002
 

 



[1] agli immigrati della propria etnia, con esiti più o meno pesanti sul piano del loro inserimento nella nuova società.
[2] Penso soprattutto ai lavori ed alle sperimentazioni di Marie Rose Moro in Francia, e da noi da parte di Roberto Beneduce e Simona Taliani, che ho avuto la fortuna di incontrare all’interno del mio iter formativo.
 
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