Leggere Fachinelli: la Verwerfung come paradigma etico-politico

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4 ottobre, 2018 - 08:45
Introduzione
In Che cosa chiede Edipo alla Sfinge?[1], un articolo del 1970 poi raccolto in Il bambino dalle uova d’oro, discutendo i difficili rapporti tra psicoanalisi e movimento giovanile, Fachinelli scrive:
“Ora forse non è un caso che la lettura puntigliosa di Freud effettuata da Lacan negli anni scorsi vi abbia isolato, se non forzato, il concetto di Verwerfung, di forclusion, di reiezione si potrebbe tradurre, cioè il concetto di una esclusione radicale e preliminare, di una specie di assenza dall’inconscio di un <<significante>> fondamentale, il simbolo paterno (…). Al di là dell’applicazione clinica di questo concetto tentata da Lacan, mi chiedo se la sua formulazione non segni l’estremo limite del campo concettuale psicanalitico, oltre il quale comincia lo sforzo di una nuova strutturazione.”[2]
Possiamo trarre da questo denso passaggio, del tutto trascurato dai commentatori, una serie di importanti considerazioni:
  1. Per Fachinelli, alle soglie degli anni Settanta, il quadro concettuale psicoanalitico è ormai divenuto obsoleto e incapace di rendere conto degli accadimenti reali. C’è una discordanza tra il suo spazio simbolico e la realtà storica concreta: la discontinuità introdotta dall’ondata rivoluzionaria del ’68 avrebbe evidenziato il “limite”, il “distacco” che separa quest’ultima dal movimento giovanile. L’evento rivoluzionario del ’68 risulterebbe “impensabile” alla psicoanalisi, la quale non riesce a formulare una simile rottura che in termini del tradizionale “rapporto con l’unità parentale”.[3] Oltre tutto, continua Fachinelli, la progressiva segregazione dell’edificio psicoanalitico nelle “fortezze ufficiali del sapere”[4] non avrebbe fatto altro che lacerare ulteriormente questa già profonda ferita. Su questo punto, Fachinelli si era già espresso chiaramente e a più riprese, basti pensare alle sintetiche ma eloquenti parole che troviamo in un duro articolo apparso sui Quaderni piacentini, titolato non a caso Mercificazione della psicoanalisi: “la psicoanalisi insomma, come immagine sociale di se stessa e come supporto reale di quest’immagine, è passata tutta dalla parte della resistenza al processo psicoanalitico.”[5] Probabilmente, il punto più alto di questo discorso verrà raggiunto ne La mente estatica, dove Fachinelli arriverà a definire la psicoanalisi ortodossa una “apologia della difesa”.[6]
  2. L’incapacità della psicoanalisi di entrare in contatto con la “generazione dissidente”, per quanto anche clinica, viene prima di tutto ricondotta ad una impasse concettuale. È necessario allora ricorrere ad una “riformulazione profonda”[7] di questo sapere che si spinga oltre il limite del tradizionale “rapporto con l’unità parentale”. A questo riguardo, Fachinelli individua nella Verwerfung [8] (poi tradotta da Lacan forclusion e ricondotta ad “una esclusione radicale e preliminare”)[9]  un concetto limite in grado di prefigurare un nuovo orizzonte di pensabilità. Ma tale orizzonte, per anticipare una nuova strutturazione, non potrà che essere concepito in termini di buco: la logica sottesa all’istituzione familiare (l’Edipo in quanto tale) deve essere preclusa.[10] Parafrasando Jacques-Alain Miller, secondo l’autore “l’operazione del Padre è un non volerne sapere niente” del movimento giovanile.[11]
Per il Fachinelli del 1970, il movimento giovanile e la deflagrazione del sistema parentale reso evidente dal ’68 costituiscono, essi stessi, una reiezione fondamentale all’interno del sistema significante prestabilito dall’intreccio francofortese di psicoanalisi e marxismo.
Eppure, sembrerebbe che questa fede nella Verwerfung non sia destinata a durare. Se infatti ci volgiamo ad un testo di nove anni dopo, e più precisamente all’Appendice a La freccia ferma (1979), notiamo come l’esclusione radicale e la novità assoluta fiutate nella Verwerfung sembrino perdere di mordente: in chiusura dello scritto, Fachinelli non solo arriva a sussumere questo ambiguo concetto nell’ampio bacino polisemico della Verleugnung, ma lo depriva persino di tutto il suo potenziale trasformativo, infatti:
“Un esame attento dell’operazione lacaniana consente di vedere, al di là di alcune forzature del testo, come la Verwerfung in realtà si inserisca direttamente nel filone che (…) porterà Freud all’individuazione del processo di Verleugnung. Vale a dire, Lacan ha dato nome di Verwerfung, considerandola un procedimento tipico della psicosi, a qualcosa che Freud chiamerà alcuni anni dopo (1925-1927) Verleugnung.”[12]
Se all’inizio la sua vena dissidente sembrava aderire a una sorta di elaborazione politica dell’ex-nihilo – nella sua magistrale monografia su Lacan, Chiesa identifica questo tipo di approccio nell’equivalenza tra “ciò che è nuovo e ciò che è buono”[13] -, già alcuni anni dopo la sua apparizione in Cosa chiede Edipo alla Sfinge?, Fachinelli ci inviterebbe a guardare con un certo sospetto quei programmi che si dichiarano portatori di una novità slegata e assoluta,[14] lasciando invece presagire la possibilità del “nuovo” solo attraverso la necessaria esperienza di “trascinamento” a partire dal noto, da quella cura per l’attuale che, alla fine de La freccia ferma, lo porterà a riconsiderare negativamente l’attendibilità trasformativa della Verwerfung, bollandola come una sconveniente idealizzazione.[15] In altre parole, la novità radicale e assoluta finirebbe per svelarsi niente meno che un caso particolare di rinnegamento (della realtà).
In via preliminare, sono emersi alcuni punti che si rendono auto-evidenti, e che ci portano a chiederci: come dobbiamo intendere questa virata concettuale? Inoltre, se per Fachinelli la Verwerfung designa un concetto politico, oltre che clinico, quanto si può dire che lo stesso discorso valga anche per la Verleugnung? Infine, in che misura questa rielaborazione risente dell’influenza di Lacan?[16]
Sebbene anche Miller, in Preclusione generalizzata, abbia notato che ricondurre la preclusione esclusivamente al Nome-del-Padre e alla psicosi costituisca solo una “dottrina (…) ristretta”, che oscurerebbe lo spazio “per una dottrina della preclusione generalizzata” [17], non clinica, credo sia solo in Fachinelli che la Verwerfung raggiunga un così chiaro primato politico.
Ora, resterebbe da vedere in che modo concepire il passaggio teoretico che avviene tra il ’70 e il ’79. Rimane insomma da capire se esso debba essere inteso in termini di Khere, ovvero di svolta improvvisa, o se sia ravvisabile nell’opera di Fachinelli un nesso implicito che riformuli questa apparente abiura in maniera progressiva.
Pertanto, il primo obiettivo del presente scritto è rintracciare le premesse etico-politiche che conducono Fachinelli a cogliere nella Verwerfung non solo un seducente concetto-limite in grado di ristrutturare il pensabile della psicoanalisi, ma anche di cogliere la portata rivoluzionaria di un evento altamente trasformativo come il ’68. In secondo luogo, esso si prefigge di rintracciare le conseguenze extra-analitiche dello shift del ’79, in cui lo psicoanalista trentino riduce la Verwerfung a niente più che un caso particolare di Verleugnung.
La mia ipotesi è che con la Verwerfung si profili un’esigenza che, nel corso della sua vita, si ripresenterà a Fachinelli con crescente premura: la ricerca di un vertice esterno, un punto “fuori luogo”[18] a partire da cui cogliere il senso della psicoanalisi dentro e fuori il setting. Questa tendenza si farà particolarmente esplicita in Claustrofilia (1983)[19] e verrà persino sovvertita in La mente estatica (1989), con la formulazione della gioia eccessiva, rovescio cruciale che la stessa psicoanalisi, a detta di Fachinelli, ha sempre temuto.[20]  In ultimo, ricorrendo ad alcuni scritti politici della metà degli anni Settanta, tenterò di dimostrare come lo slittamento da una concezione all’altra della Verwerfung non sia da intendere in termini di salto, ma come una lenta e ragionata progressione, per di più non esente da ambiguità e punti di impasse.
Come nota Sergio Benvenuto, oggi “si ricorda ancora Fachinelli, per lo più, solo per aver cavalcato da psicoanalista-giornalista i movimenti di contestazione degli anni ’60 e ’70, e poi per aver proposto la famosa distinzione tra una <<psicoanalisi delle domande>> (quella buona) e una <<psicoanalisi delle risposte>> (da superare).”[21]
A riguardo, il presente scritto vuole tentare di scongiurare la tendenza a ridurre il pensiero di Fachinelli ad un’ennesima variante di freudo-marxismo, riconoscendo al suo lavoro un’a-sistematicità irriducibile a qualsiasi tendenza precedente o ad essa contemporanea.
 
Dalla Verwerfung alla Verleugnung
Nel loro Vocabulaire, Laplanche e Pontalis adeguano il termine Verwerfung a tre diverse accezioni.[22] In primo luogo, ad un rifiuto che opererebbe attraverso il meccanismo della rimozione. Questa particolare declinazione ricorre ad esempio nei Tre saggi (1905), dove Freud scrive che “negli psiconevrotici, in seguito al rifiuto della sessualità, una buona parte o la totalità dell’attività psicosessuale per il rinvenimento dell’oggetto rimane nell’inconscio.”[23] Questo rifiuto sedimenterebbe una perturbazione profonda nello sviluppo psicosessuale, al punto che per tali persone la sessualità rimane fissata alla scelta incestuosa dell’oggetto, lasciando la libido inconsciamente rivolta esclusivamente verso le figure dell’infanzia. Nella seconda accezione rientra il rigetto sotto forma di giudizio o condanna cosciente (Urteilsverwerfung), attraverso cui un soggetto, pur prendendo coscienza di un desiderio, si rifiuta di appagarlo. Il riferimento più ricorrente di Freud, a tal proposito, si trova nelle ultime pagine de Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (1909), il cui valore – in questo caso positivo - permetterebbe ad Hans di soggiacere “alla funzione strutturante del divieto dell’incesto e all’inizio del periodo di latenza” e, con differente applicazione, nel saggio sulla negazione, la quale agirebbe appunto come “conseguenza dell’espulsione”.[24]
La terza è l’accezione che i due autori ascrivono al senso sottolineato da Lacan, per loro “suffragato maggiormente da altri testi”.[25] Cito da Freud:
“Esiste (…) una forma di difesa, più energica ed efficace, consistente nel fatto che l’Io respinge (verwift) la rappresentazione incompatibile unitamente al suo affetto e si comporta come se, all’Io, la rappresentazione non fosse mai pervenuta.”[26]
Questo meccanismo differisce dalla rimozione propriamente detta, stando al testo di Freud, per due principali motivi: 1) essa non respinge solo la rappresentazione, ma travolge anche l’affetto 2) la differenza tra i due meccanismi è di grado, e non di valore.
Insomma, il primo rudimentale ricorso di Freud alla Verwerfung – declinata nel modo che attirerà anni dopo l’attenzione di Lacan -, designa una rimozione quantitativamente più forte e dirompente che, oltre alla rappresentazione, spazza via anche l’affetto. È interessante notare che in questo saggio precoce l’escissione della rappresentazione non comporti un sequestro, né un buco, ma anzi il suo successo starebbe proprio nel fatto che l’Io non si accorga di nulla. Ma al di là di questo testo seminale, il riferimento cardine di Lacan è senz’altro il Caso clinico dell’Uomo dei Lupi, in cui le parole verwerfen e Verwerfung ricorrono a più riprese e, in particolare, in questo passaggio: 
“Continuava […] a restare virtualmente operante la terza corrente, la più antica e profonda, quella che si era limitata a respingere (verwerfen) l’evirazione, senza porsi neppure il problema di esprimere un giudizio circa la sua realtà. Ho parlato altrove di una allucinazione che questo paziente aveva avuto durante il suo quinto anno di età…”.[27]
Sulla scelta di Lacan, la critica è scissa. Per alcuni, come ad esempio Joёl Dor,[28] la nozione freudiana di psicosi, sebbene in rottura con le limitate ipotesi organo-genetiche dell’epoca, non è mai riuscita a promuovere una pertinente specificazione eziologica. Oltre a ciò, in mancanza di un criterio strutturale differenziale, la concezione della psicosi in Freud rimarrà insoddisfacente. Mantenendosi ancora fedele all’ipotesi della perdita di realtà, essa conserva la relazione causale tra perdita di realtà (causa) e psicosi (effetto). Impasse che comporta la sovrapposizione dei cosiddetti sintomi positivi (deliri e allucinazioni) con lo stesso criterio diagnostico (confusione ancora presente oggi nel DSM). Per cui, continua Dor, isolando quella che più tardi prenderà il nome di preclusione, Lacan può “comprendere per quale motivo alcuni meccanismi tipici della nevrosi non spiegano l’insorgenza della psicosi”[29] e conferire a quest’ultima dignità strutturale.
Eppure, il supplemento lacaniano non sembra esaurire il problema – per lo meno se esso desidera mantenersi fedele a Freud. Il suo primo scoglio è nella non esclusività della Verwerfung rispetto alla psicosi. A partire dal 1924 infatti, Freud sembra privilegiare, in riferimento all’innesco psicotico, un altro termine: Verleugnung, che seguendo le Opere potremmo tradurre con rinnegamento. In questo caso, il testo di riferimento è La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi (1924), che più che chiarire la questione non fa che intricarla. Infatti, questa preferenza operata da Freud si rivelerebbe essere più terminologica, che concettuale. Da un lato, l’aumentato numero di citazioni riguardo i termini verleugnen e Verleugnung, nonché il riferimento diretto di Freud ad essa come caso specifico della psicosi, sentenzierebbero l’indebito risalto della Verwerfung da parte di Lacan (di contro, il suo uso è meno frequente e più difficile da seguire nel testo freudiano, oltre al fatto che essa non figura negli indici di Standard Edition, Gesammelte Werke o delle Opere). Dall’altro però, l’inserimento della Verleugnung, anziché ridurre le ambiguità, le moltiplica, in quanto la sua polisemia la estenderebbe dal rinnegamento stricto sensu, al diniego, passando anche per la negazione (Verneunung) e la scissione (Ich-spaltung). Certo, man mano che l’opera freudiana si sviluppa, essa sembra adeguarsi sempre di più al rinnegamento/diniego di un elemento della realtà, cioè al rifiuto di accettare o riconoscere un fatto attestato dalla realtà,[30] piuttosto che ad un elemento interno. Ciò faciliterebbe la distinzione tra la Verleugnung e la Verneinung: quest’ultima si ascriverebbe alla negazione di un elemento rimosso che emerge nella coscienza, e non ad un elemento reale. Ma, d’altro canto, tale distinzione necessiterebbe a sua volta di una specificazione di cosa Freud intenda per “realtà”.[31] Se il rinnegamento dell’evirazione è il prototipo (nonché forse l’origine) di ogni successivo rinnegamento, notano Laplanche e Pontalis, rimane poco chiaro come si possa ricollegare una percezione ad un’assenza, in quanto quest’ultima non viene percepita come tale, ma “diventa realtà solo se messa in relazione con una presenza possibile.”[32]
Gli autori concludono che “questa graduale precisazione del processo di rinnegamento da parte di Freud [sarebbe] un segno, tra gli altri, del suo costante desiderio di descrivere un meccanismo originario di difesa nei confronti della realtà esterna” e che queste apparenti sovrapposizioni trovino soluzione nella distinzione tra un rinnegamento che “non riguardi un elemento fondatore della realtà umana” e un rinnegamento indirizzato verso “un ipotetico dato della percezione”.[33] Questa poco convincente risoluzione, che isola l’ipotesi di un rigetto primordiale, sembra adibita ad hoc per privilegiare la tesi lacaniana della preclusione di un significante fondamentale.[34]
Vedremo ora che Fachinelli non è dello stesso parere.

L’Appendice a La freccia ferma e la sua ombra politica
Anche Fachinelli si accorge che la riflessione di Laplanche e Pontalis sembra sbilanciarsi più verso l’appoggio a Lacan, che alla fedeltà al testo di Freud. A riguardo, l’Appendice a La freccia ferma costituisce una grande revisione ai concetti di Verwerfung e preclusione. Fachinelli ritiene che il rilievo dato da Lacan ad un meccanismo che differenzi strutturalmente nevrosi e psicosi, per quanto utile alla teoria psicoanalitica, non trovi equivalente riscontro in Freud, orientato secondo lui verso il problema “più generale del rigetto della realtà e della sua sostituzione con una nuova realtà in un modo che esorbita chiaramente dallo schema elaborato per la nevrosi.”[35] Insomma, il meccanismo specifico di strutturazione della psicosi assume un’importanza relativa in Freud. Pertanto, diversamente da come la intendono gli autori del Vocabulaire, la crescente presenza della Verleugnung non indicherebbe l’ennesimo tentativo di diradare le ambiguità tra Verwerfung e Verdrӓngung (la cui epitome è il celebre passo: “una rimozione è qualcosa di diverso da una Verwerfung[36]), quanto piuttosto il bisogno di trattare, ex novo, la questione del rinnegamento della realtà. Insomma, Fachinelli crede che la lettura di Lacan ponga due distinte questioni, che Laplanche e Pontalis non riescono a distinguere, una arbitraria, l’altra meno: 1) Nel primo caso, “l’isolamento da parte di Lacan di una Verwerfung distinta dalla Verdrangung è arbitrario”, perché nientemeno che un modo, tra gli altri, di leggere il “non ne volle sapere nulla nel senso della rimozione”[37]. 2) Nella seconda questione, Fachinelli reputa “non (…) arbitrario l’isolamento di un procedimento als ob, un fare come se qualcosa non esistesse.”[38]
Sarebbe esattamente questo secondo e più generale procedimento a prendere il nome di Verleugnung che, lungi dal risolvere esaustivamente la ricerca del criterio strutturale della psicosi, “è in primo luogo un processo normale, o per lo meno ha un prototipo normale.”[39] Fachinelli infatti distingue quattro diverse e non del tutto commensurabili applicazioni del rinnegamento[40] e, con due distinte conclusioni, frappone fra sé e la Verwerfung di Lacan una distanza definitiva: 1) “ciò che qui è oggetto di Verwerfung, ciò che viene respinto, coincide con uno dei temi fondamentali della Verleugnung freudiana”.[41] 2) “la Verleugnung rintracciata da Freud in numerose situazioni non è in realtà un processo tipico di una di esse [in riferimento alle quattro applicazioni del rinnegamento]. In questo senso, l’uso di essa da parte di Freud è antitetico a quello che Lacan fa della Verwerfung.”[42]
Ora, considerati tali chiari passaggi, che battezzano una definitiva secessione dalla clinica lacaniana della Verwerfung, dobbiamo chiederci: esiste, rispetto a tale “abiura” un corrispettivo non clinico, così come esso è già stato isolato da Fachinelli nel ’70? E se la risposta è affermativa, è possibile tracciare – al momento anche solo approssimativamente – una via che non ci imponga di concepire questo passaggio in termini di Kehre?
Una prima risposta potrebbe essere che, a dire il vero, la posizione di Fachinelli in merito alla lettura di Lacan non è una novità. Già in Che cosa chiede Edipo alla Sfinge? la proposta di ricondurre la psicosi ad “una specie di assenza dall’inconscio di un <<significante>> fondamentale”[43] appare allo psicoanalista trentino “forzata”. Eppure, sembrerebbe che sia proprio la novità proposta dal concetto di preclusione a intrigare Fachinelli. Pertanto, suppongo che addebitare il retrofront del ’79 a questioni esegetiche costituisca un motivo di facciata, e che le ragioni sottese a questa virata siano di tipo politico: non sarebbe stata una lettura più scrupolosa a imporre a Fachinelli i limiti della Verwerfung, ma un ripensamento circa la sua effettualità rivoluzionaria. 
 
Sulle tracce del nuovo
Riassumendo, nel corso dei nove anni che separano i due scritti, vediamo come nel pensiero di Fachinelli, alla pura assenza creatrice, all’horlieu[44] della Verwerfung (“una esclusione radicale e preliminare (…), ma una specie di assenza dall’inconscio”[45]) si sostituisca una più moderata (o forse è meglio dire meno immaginifica?) “immagine trascinante”, che non consta solo di rapporti realmente innovativi, ma anche di un “nuovo sapere di questi rapporti”.[46] Non sorprende che queste parole provengano da un testo altamente programmatico quale Il paradosso della ripetizione III (1973).[47] Considerato in tutta la sua estensione,[48] questo studio costituisce un prezioso laboratorio a cielo aperto, in grado di rendere il pensiero di Fachinelli letteralmente visibile nel suo farsi.[49] Infatti, attraverso la promenade della trilogia della ripetizione, l’esclusione radicale del ’70 viene vista sempre più come una pericolosa ed utopistica idealizzazione, da confinare tra i miraggi della cattiva ripetizione. L’approfondita analisi della ripetizione e dei suoi tre meccanismi specifici qui compiuta da Fachinelli rivela due importanti passi avanti nella sua impostazione extra-analitica.
Prima di tutto, che non c’è atto etico-politico, né rottura con il sistema tout court, che non sorga da un processo già in atto: ogni alternativa che si apre nel tessuto grigio della ripetizione trae la propria spinta da una parte in causa silenziosa ma attualmente presente. Ogni cambiamento è frutto di uno sviluppo pregresso, che deve la propria spinta ad altri processi più o meno articolati.
In secondo luogo, la riflessione di Fachinelli inizia qui ad articolarsi esclusivamente sulla base delle tre tipologie di ripetizione, prescindendo dal nuovo come innesco di un’assenza o buco radicale. In poche parole, davanti ad una possibile svolta, la questione non è chiederci se si tratti di una rottura massimale dei precedenti meccanismi in atto, ma se essa sia una “cattiva” o “buona” ripetizione: al primo gruppo appartengono la replica (una riproduzione senza originalità, “un facsimile” che è “determinato piuttosto che determinante”[50]) e la riduzione (una riproposizione impoverita e semplificata del passato, “come si parla della riduzione cinematografica di un romanzo”[51]), al secondo la ripresa, concetto fortemente indebitato dalla Gjentagelsen di Kierkegaard.[52] Quest’ultima indica un ricominciamento che, anziché riproporsi come una copia scialba (riduzione) o fedele (replica) della precedente, implica un’apertura verso l’avanti che è imprescindibile dal ricominciamento (“l’organizzazione individuale è costretta a cercare la propria conferma nella realtà, e proprio per questo si espone alla modificazione”[53]). Insomma, affinché vi possa essere una modificazione dell’avvenire, è necessario che tra la realtà in cui si sono costituite le regole e quella che propriamente viene da esse ritagliata[54] si imponga una differenza che faccia slittare la ripetizione verso nuove possibilità di riapertura.[55]
Significativo, a tal proposito, è il riferimento di Fachinelli al setting istituzionale dell’analisi, che lungi dall’innescare la ripresa, plasma l’analista stesso sotto forma di elemento al servizio della replica. Un atto radicale allora non sarebbe l’escissione totale dell’analisi, la sua preclusione in quanto istituzione riconosciuta, ma il suo rifiuto sulla base di una sua preliminare assunzione critica: “di fronte al moltiplicarsi di queste situazioni, è da chiedersi se il più importante atto analitico non sia qui, paradossalmente, il rifiutare l’analisi.”[56] Ma se da un lato questa soluzione ci separa dalla creazione ex nihilo della Verfwerfung, imponendo che ciascun atto – in questo caso analitico - passi per l’analisi stessa, dall’altro esso appare ancora una soluzione precaria e passibile di scivolare nell’ambiguità concettuale posta dalla Verleugnung. In poche parole, a questo punto Fachinelli sembrerebbe aver messo in tensione il rapporto critico tra Verwerfung e Verleugnung, senza però essere ancora in grado di superarlo completamente, in maniera tale che l’atto appaia, anziché come una differenza intrinseca, alla stregua di un rinnegamento. In questo modo, la realtà non verrebbe modificata a partire dalle sue premesse, ma scotomizzata.[57] Il riferimento meccano-cinetico al trascinamento ha un fine ben chiaro, perché riformula la valenza di ciascuna azione che non abbia in sé nessuna traccia della vischiosità del passato: quei programmi che si prefiggono rivoluzionari attraverso “un eccesso di grazia, la facilità dei gesti e dei rapporti, l’assenza di drammaticità”[58] sono ipso facto un’idealizzazione che non si limiterebbe a negare il passato, ma ad abolirlo completamente dalla propria agenda. Sergio Benvenuto, a riguardo, è chiarissimo:
“Fachinelli col tempo si rese conto che la semplice apologia dionisiaca di un’irreversibilità che, al contrario della moglie di Loth, non si volge mai indietro, è un ideale utopico che porta al settarismo. Cancellare l’arcaismo originario non radicalizza lo slancio, ma lo risolve di fatto nell’obbedienza della circolarità. Anzi, occorre rendere il passato di nuovo presente, in una specie di allucinazione, perché ci sia ripresa.”[59]
Importanti punti restano da chiarire dopo Il paradosso della ripetizione, come ad esempio le ambiguità tra Verwerfung e Verleugnung, ovvero tra abolizione e rinnegamento della realtà, qui abbozzate attraverso le tre ripetizioni, ma non portate al massimo rigore esplicativo. Inoltre, la posizione di Fachinelli rispetto al ’68 quale epitome dell’atto rivoluzionario rimane problematica. Infatti, con il ricorso all’immagine trascinante (clinicamente associata ad una versione non pessimistica e non patologica delle fasi maniacali kleiniane) Fachinelli sembra aver allentato la sua dedizione verso il ’68 come sovvertimento assoluto, novità senza precedenti. Bollare la concezione di cambiamento come emersione di un’assenza (un impensabile non significabile) e ricollegare questa riformulazione ad un passo indietro nei confronti del ’68 è un’ipotesi ancora avventata, ma la sua plausibilità cresce se consideriamo che, in perfetta vena lacaniana, ciò che viene verworfen torna dal di fuori, si ripresenta in tutta la sua durezza.[60]
Ma in un certo senso, questo ritorno certificherebbe il fatto stesso che vi sia un negativo pregresso da voler eliminare, incidendo una contraddizione nel cuore della stessa Verwerfung. Dunque, a voler essere precisi, anche questo passaggio appare ambivalente. Infatti, qui Fachinelli, parallelamente ad un vacillamento rispetto al ’68, sembra affermare contemporaneamente due cose tra loro escludentisi: 1) che la Verwerfung non esiste di per sé, non è reale/realizzabile, ma il miraggio prodotto da un’idealizzazione 2) che ciò che è verworfen ritorna dal di fuori, ovvero che la Verwerfung è applicabile/reale, e non frutto di una fantasia utopistica.
 
La Verwerfung, la libertà o entrambe?
Al di là delle apparenti contraddizioni che il testo di Fachinelli sembra ingenerare, vi è ugualmente un messaggio non fraintendibile: un programma che si professi slegato dal passato, che si autoproclami evenemenziale e sovversivo senza tener conto della strutturazione reale da cui esso proviene non è altro che una pura illusione dettata dalla necessità di abolire “quel negativo che essa intendeva eliminare.”[61] Fachinelli chiama questa incapacità di assumere il proprio passato “impotere”.[62]
È interessante che in questa “necessità di abolire il negativo” si profili già un riassorbimento/sussunzione (non definitivo) della Verwerfung nella Verleugnung, a costo di un inevitabile ridimensionamento della prima. Ci siamo chiesti se un tale shift porti con sé particolari conseguenze etico-politiche rispetto al ’68 e al fallimento della rivoluzione. Possiamo allora rispondere preliminarmente alla nostra domanda dicendo che dietro la riformulazione della Verwerfung si celi non solo un altrettanto patente ridimensionamento politico, ma anche una sorta di autocritica di Fachinelli, un’ammenda per essersi fatto – lui per primo – abbagliare da quella possibilità inedita (e inaudita al pensabile psicoanalitico) rappresentata dalla Rivoluzione in termini di reiezione. Non escludo che questi tentennamenti possano essere attribuiti ad alcune incertezze del testo lacaniano. Nel Seminario III (lezione dell’8 febbraio), c’è un passaggio in cui Lacan sembra suggerire un nesso tra l’allucinazione psicotica e il nuovo, proprio a partire dalla Verwerfung:
“ciò che connota l’allucinazione è questa particolare sensazione del soggetto, al limite del senso di realtà e del senso di irrealtà, una sensazione di nascita imminente, di novità, ma non di una qualsiasi, di una novità a suo uso che fa irruzione nel mondo esterno.”[63]
Ora, come ha dimostrato Chiesa[64], l’equazione tra psicosi lacaniana e libertà è aporetica e una sua eventuale politicizzazione è inverosimile. Eppure, nella stessa pagina appena citata, Lacan tocca un punto critico, associando l’allucinazione non solo ad una “novità”, ma propriamente parlando ad una “invenzione” della realtà. A questo punto, credo che la Verwerfung lacaniana ci permetta di pensare i punti precedentemente evidenziati da Joёl Dor[65] come le due facce di una stessa medaglia: è solo presupponendo la Verwerfung in termini di vuoto imminente, inscrizione mancata (non-Bejahung) che si possono slegare i fenomeni psicotici (sintomi positivi) da uno sconveniente nesso causale. Non è con una distorsione/perturbazione della realtà che abbiamo a che fare,[66] ma con la sua invenzione. È a questo titolo che Lacan può affermare, ritengo, che “la psicosi non ha preistoria”.[67]
Fachinelli è sempre stato piuttosto scettico nei confronti della libertà. Probabilmente vedeva nei suoi proclami e nei suoi motti qualcosa di canzonatorio, di poco applicabile. È altrettanto probabile che sia proprio per questo che la sua adesione alle tesi di Reich o Marcuse non sia mai stata totale e incondizionata. La libertà quale genitalità completa e priva di macchie (Reich) o quale slegamento pulsionale dalle logiche repressive del principio di realtà, una sorta di ritorno alla Begierde hegeliana (Marcuse) è un prodotto stesso dell’ideologia che si intende sgominare. Un preambolo a questo discorso è presente già a partire dalla sua relazione del Controconcorso indetto nell’inverno del ’67-68 all’Istituto Superiore di Scienze sociali di Trento[68], avente come tema “psicoanalisi e società repressiva”[69]. Fachinelli è interessato a saggiare nel gruppo d’analisi le modalità di repressione e autoritarismo, fino ad allora criticate e considerate solo esteriormente, come fenomeno estraneo ai fautori del programma emancipativo. L’obiettivo dell’analisi intrapresa è trovare un’alternativa alla frattura analitica tra psicoanalisi e movimento, attraverso un’iniziativa che non si qualifichi semplicemente come “terza via” al freudomarxsimo, ma quale vera e propria altra via. Eppure, l’analisi di gruppo, restringendosi attorno ad un ridotto numero di persone e dimostrandosi esclusiva sin dalle sue premesse, si rivela in profonda antitesi con i propri moventi anti-autoritari. Di qui, spiega Fachinelli, il tentativo di adottare il gruppo aperto. Ma ancora una volta, “la spinta a difendere l’ideale di gruppo che sembrava continuamente minacciato da nemici”[70], dirottò nuovamente il gruppo verso la chiusura. Ogni ostacolo conduce il gruppo ad abbandonare l’accomunamento e, attraverso la logica di espulsione e frammentazione, lo fa regredire nuovamente alla sicurezza interna della settarizzazione.[71] Le vestigia di questo mancato accomunamento permangono – sotto forma di “setta” – a testimoniare il fallimento della rivoluzione.[72]
Dopo l’esperienza del controconcorso, la questione circa un’emancipazione totale e il suo fallimento empirico ritornano nel 1971 in Masse a tre anni.[73] L’esperienza nell’asilo autogestito di Porta Ticinese dimostra a Fachinelli che a seguito dell’eliminazione della figura dell’adulto, “astrattamente considerata “autoritaria”, si vede sorgere una gerarchia di ferro, basata sulla forza e sulla prepotenza.”[74] In questo caso anzi, le prospettive emancipatorie sono persino più esiziali. Infatti, conseguenza della dimissione dell’autorità repressiva non sarebbe più – come riteneva Marcuse – una puntuale restaurazione, quanto una micidiale degenerazione in una società simil-fascista, “risultato immediato di un atteggiamento <<anti-autoritario>> inteso come abolizione concreta della figura e della posizione dell’adulto rispetto al bambino.”[75] La retorica di una società emancipata da qualsivoglia corrispettivo autoritario, slegata da ogni nomos legittimo o illegittimo che sia (il cui corrispettivo psicoanalitico è rinvenibile nell’aporetico soggetto della pulsione), non è compatibile con nessun presunto orizzonte di liberazione totale. Difatti, non appena il discorso della libertà tenta di attualizzarsi, esso subito diviene qualcosa d’altro, una copia ripugnante di se stesso, una “festa della merda”.[76]
Sembra chiaro allora che in quegli anni, la Verwerfung appaia a Fachinelli una soluzione assai più plausibile della libertà. O meglio, si potrebbe dire: meglio scommettere sulla Verwerfung, che sulla libertà. Volendo portare alle estreme conseguenze questo punto, potremmo quasi arrivare a dire che la libertà funzioni in Fachinelli da antecedente alla Verwerfung. Una più attenta analisi però, ci svela che tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, la differenza tra le due si assottigli, fino a raggiungere, alla fine degli anni Settanta, una sovrapposizione quasi totale: un sottoprodotto idealizzato e teoreticamente forzato del più ampio concetto di rinnegamento.
 
Due scritti contro l’esclusione radicale
Per giungere alle conclusioni, passeremo per altri due significativi contributi di Fachinelli, appartenenti agli scritti politici dei primi anni Settanta. Le confutazioni empiriche del discorso della libertà (Gruppo chiuso o gruppo aperto? e Masse a tre anni) ci hanno permesso di separare preliminarmente la libertà dalla Verwerfung, concludendo che quest’ultima risulti criticamente più attendibile e praticabile della prima. La discussione che avvieremo ora invece, tenderà a compiere il movimento opposto: avvicinando la Verwerfung alla Verleugnung, vedremo che la tensione tra le due tenderà a rispedire la prima verso il discorso della libertà, in una maniera progressivamente coincidente. Alla fine degli anni Settanta, la Verleugnung sussumerà sotto di sé entrambe, vedendo nel rinnegamento non più un vertice esterno ed extra-analitico, ma niente altro che un ampio e problematico concetto psicoanalitico. Sarà allora che la ricerca di Fachinelli setaccerà questo elemento fuori luogo prima nelle “condizioni improvvise di <<strappo>> dalla coscienza”[77] della claustrofilia, poi nell’estasi acquatica della gioia eccessiva.
Il primo dei due scritti a cui mi riferisco è La gabbia di Freud (1973)[78] che, brevemente, ripropone senza citare esplicitamente la Verwerfung dell’istituzione psicoanalitica a guisa di primo paso verso una possibile “formazione non affiliativa”.[79] Qui Fachinelli affronta un tema che lo ha impegnato a lungo e in circostanze assai diverse, ossia la complessa questione della formazione degli analisti. L’istituzione psicoanalitica appare oggi capovolta rispetto a Freud, “tutta dalla parte del manifesto anziché del rimosso.”[80] La passività e il conformismo prodotti dalla burocratizzazione della psicoanalisi avrebbero portato ad un rafforzamento dei legami di dipendenza tale da riconcepire la questione dell’analisi in termini immaginari, e non reali: “ora, è questa istituzione che decide, a livello immaginario prima ancora che reale, chi è dentro e chi è fuori, chi è un vero psicologo (…) e chi invece non lo è, è falso ecc.”[81]
Qui l’agognata formazione non affiliativa porta avanti le conclusioni del Paradosso della ripetizione III in modo a dir poco nevralgico. La distanza temporale tra i due articoli è minima (marzo-aprile 1973 quest’ultimo, maggio-giugno 1973 il primo), eppure, seguendo la mia ipotesi, le differenze sono cruciali. Abbiamo poc’anzi visto che il rifiuto dell’analisi con cui Il paradosso della ripetizione archiviava l’analisi didattica e “l’area di parcheggio” da essa adibita[82], pur facendo un passo avanti rispetto all’esclusione radicale della Verwerfung in direzione della più “moderata” nozione di rinnegamento, problematizza non poco una chiara distinzione tra le due. In questo quasi simultaneo testo invece, il distacco dalla Verwerfung si fa più pronunciato. La reiezione necessaria affinché la formazione torni ad essere non affiliativa (una sorta di de-istituzionalizzazione), lascia intendere non troppo implicitamente Fachinelli, non è più in grado di sostenersi autonomamente nel vuoto.[83] Piuttosto, è necessario che vi sia già un appoggio reale, un punto di partenza in grado di accompagnare la ripresa, che Fachinelli scorge nella lontana realtà della Rivoluzione Culturale.
In Diabolik e la morta vivente (1974-75)[84] invece, Fachinelli scrive:
“il solo tipo di azione realmente modificativa in corso [è] quello promosso da piccoli gruppi animati soprattutto da ciò che a tutti gli altri sembra straordinaria imprudenza.”[85]
Anche se in maniera meno incisiva rispetto al precedente articolo, qui Fachinelli pone in evidenza due punti strettamente connessi: 1) un’azione realmente modificativa, per quanto ritenuta imprudente dalla maggioranza, deve possedere una minima dose di condivisibilità; insomma, essa non sorgerebbe ex nihilo 2) anche se quest’azione sorge da una minoranza, non bisogna commettere l’errore di intenderla a mo’ di contro-movimento. Cadere preda di questo errore vuole dire rendere l’azione modificativa chiara e comprensibile, mentre invece Fachinelli si impegna a rimarcarne l’assoluta molecolarizzazione.[86] Né tantomeno essa deve ridursi ad un compatto e ideologizzato schieramento anti-PCI. Ma ancora una volta, quest’azione non deve essere incommensurabile rispetto alle esigenze sociopolitiche attuali, ma sorgere da esse per mezzo di un particolare rapporto che, non per forza, sarà da subito visibile: “[tra] l’eretico che improvvisamente compare in piena luce [e] la religione da cui [esso] emerge comincia già a delinearsi un rapporto.”[87]
Insomma, già a distanza di sei anni da Cosa chiede Edipo alla Sfinge?, Fachinelli ci invita a guardare con un certo sospetto quei fenomeni che si propongono come escissioni preliminari delle impasse politiche, lasciando presagire la possibilità del nuovo solo partendo da quel rapporto di trascinamento – per saldare assieme i due termini-chiave di quegli anni -  che, alla fine de La freccia ferma lo porterà a riconsiderare completamente (e più criticamente) l’attendibilità trasformativa della Verwerfung.
 
Concludere: Utopismo utopistico e utopismo non-utopistico
Considerato quanto detto sinora, possiamo trarre alcune conclusioni: 1) le premesse etico-politiche che conducono Fachinelli alla Verwerfung[88] sono rintracciabili, molto probabilmente, nella sua sfiducia circa le retoriche di emancipazione radicale e qualsiasi discorso della libertà che si voglia tale senza fare i conti con le complesse dinamiche della realtà. 2) Con il tempo però, abbiamo visto che questa infatuazione per la Verwerfung si rivela inconsistente e più simile ad uno slegamento utopistico ed irrazionale. Tale presa di coscienza da parte di Fachinelli lo porterebbe man mano a distaccarsi da esso, riconcependo l’atto politico come una progressione trascinante (che nel ’73 si condensa nella ripresa).[89] Fatto sta che nell’Appendice alla freccia ferma le presunte ambiguità circa l’atto politico - se è lecito rinvenirvi, come ipotizzo, questo cono di luce etico-politico - vengono ri-allineate attraverso una riformulazione rigorosa della Verleugnung e la conseguente sussunzione della Verwerfung a suo caso particolare. 3) Contro la diffusa tendenza a vedere nell’opera di Fachinelli una costellazione frammentaria e deflagrata di concetti selvaggi, attraverso una serie di riferimenti estrapolati dagli scritti politici degli anni Settanta e dalle iniziative svolte al Controconcorso e presso l’asilo di Porta Ticinese, possiamo invece affermare che il suo pensiero percorra un sentiero sufficientemente reticolare da poterglisi ascrivere una (paradossale) sistematicità. L’unico modo per preservare il rigore critico dell’opera di Fachinelli è leggere i suoi scritti mediante un perpetuo rimando tra psicoanalisi e politica, una compenetrazione incessante che, anziché celare il suo pensiero, ce lo mostra nel suo farsi.
Concludendo, mi arrischio a definire quello di Fachinelli un utopismo non-utopistico e, qui di seguito, cercherò di spiegarne il perché. 
È risaputo che Fachinelli abbia abbracciato il marxismo dalla prospettiva della scuola francofortese - come nota Sergio Benvenuto, è stata proprio la sua “insofferenza alla teologia marxista”[90] a sancirne l’uscita dai Quaderni Piacentini. La vicinanza a Marcuse, Benjamin e Adorno in particolare però – del resto come ogni adesione di Fachinelli ad un autore – non è mai stata fedele. Egli ha sempre operato un personalissimo rimaneggiamento critico delle tesi altrui (si pensi al modo di leggere Lacan), mantenendo una produttiva distanza dalla teoria, continuamente compensata da un agire in prima linea. Tale presa di distanza è patente se confrontiamo il suo programma politico con quello di Marcuse[91]. Seguendo la terminologia di Adrian Johnston[92], ritengo quello di Marcuse un utopismo utopistico: la principale impasse del suo sistema sta nell’incapacità di pensare (e quindi di proporre e formulare) il cambiamento. L’apparato produttivo totalitario della società industriale avanzata, attraverso una massiccia regressione/ricodificazione del “principio di prestazione” rende qualsiasi mutamento qualitativo semplicemente impensabile. È per questo che il suo programma appare, in definitiva, flebile: la liberazione dell’uomo passerebbe non attraverso (ad esempio) la presa di possesso dei mezzi di produzione (Marx), ma tramite la riconquista del patrimonio istintuale sottratto all’uomo dalla tunica di Nesso del principio di realtà. Rinvenendo nella sessualità pregenitale disorganizzata e parziale il più alto potenziale di rivolta, una sorta di pulsionalismo assoluto e non ancora gerarchizzato nell’apparato della famiglia, il programma di Marcuse rovescia le proprie premesse in un utopismo utopistico, per il quale le possibilità del domani non faranno che confermare/conformarsi allo status quo (il possibile e l’impossibile restano tautologicamente uguali a se stessi). O, detto altrimenti, la certezza che le attuali condizioni sociopolitiche abbiano prodotto uno stato di cose stabile, non modificabile e resistente a qualunque apertura al cambiamento. Il risvolto di questa visione è che l’implacabile marcia del tempo avrebbe (teleologicamente) raggiunto un punto di compimento (o comunque di non ritorno) attraverso l’assolutizzazione dello status quo.
A questa visione, a mio avviso, Fachinelli risponde con un più originale utopismo non-utopistico: una sorta di ottimismo, al di là del criticismo, che lo esime dal vedere nelle limitate possibilità odierne di cambiamento una totale (e per questo scoraggiante) chiusura nello status quo, ma che infonde in lui una costruttiva (non utopistica) dose di fiducia nel cambiamento.[93] I suoi scritti infatti non si propongono come invettive a senso unico che si scagliano contro un’apocalittica lordura morale (quella del genocidio antropologico senza scampo dell’ultimo Pasolini), ma pullulano di proposte, iniziative, spiragli. È per questo che Fachinelli non ha visto nel movimento giovanile del ’68 un’immediata e risolutiva azione rivoluzionaria, ma ha colto in esso un potenziale sotterraneo (difficile da pensare rimanendo negli schemi di quella realtà) che avrebbe effettivamente potuto produrre una destabilizzazione trasformativa del sistema sociale. L’esempio più paradigmatico della sua filosofia pratica è nella sua militanza contro l’analisi del consenso. Come scrive Vegetti Finzi
“se la vulgata psicoanalitica [americana] non si è imposta, se le terapie adattive hanno trovato scarsa attendibilità, è stato proprio per l’atteggiamento critico ed il rigore morale ispirato dai [seguaci] francortesi. (…) Anche ad essi dobbiamo l’indipendenza che la psicoanalisi italiana ha saputo mantenere tanto nei confronti della potente psicologia dell’Io quanto, per altri versi, delle suggestive proposte francesi.”[94]
Il fatto che oggi ci si consoli nell’utopia di un domani diverso, purché questo domani non si profili come un rinnegamento (Verleugnung) dell’oggi, è di per sé non utopistico.[95]


 
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[1] In E. Fachinelli (2010), pp. 187-203. Il testo proviene da una comunicazione tenuta dall’autore al Convegno Internazionale su <<Psicoanalisi, Psichiatria, Antipsichiatria>>, che ha avuto luogo a Milano il 13 e 14 dicembre del 1969.
[2] Ivi, p. 200.
[3] “Questo rapporto, inteso nella sua autonomia tradizionale, e come tale non raggiungibile se non attraverso una riformulazione profonda del campo di esperienza e del quadro concettuale da cui entrarvi” (ivi, p. 199).
Fachinelli afferma che il movimento giovanile costituirebbe una sorta di buco, di reiezione fondamentale all’interno del sistema di significati prestabilito dall’intreccio (a quei tempi prevalentemente francofortese) di psicoanalisi e marxismo. E, di conseguenza, solo una nuova strutturazione potrebbe recepire la portata di questo evento rivoluzionario. In tal senso quindi, il movimento non sarebbe risolvibile: 1) in una presunta forma di nostalgia dell’Edipo: ovvero re-inscrivendo il ’68 nella ripetizione - nella storia della cultura e della civiltà - della dinamica del dominio. Questa limitata lettura istigherebbe il circolo vizioso che, a seguito della ribellione contro i padri, condurrebbe ad un’ennesima sottomissione, ma più micidiale e coatta della prima, in quanto soggiacente ad una ricostruzione privata e razionale. 2) Né in una inverosimile società dei fratelli: ovvero tramite l’utopismo autocombustivo socialista, il cui “rapidissimo consumo” non può che provocare la ricostruzione del “puro luogo [vuoto] dell’autorità e dell’ordine.” (Cfr. E. Fachinelli (2010), p. 200).
[4] Ivi, p. 196.
[5] D. Borso (2016), p. 45.
[6] E. Fachinelli (1989), p. 17.
[7] E. Fachinelli (2010), p. 199.
[8] Frutto della “puntigliosa lettura” che Lacan fa di Freud.
[9] Cfr. ivi, p. 200.
[10] Tale ricorso alla Verwerfung in termini di “assenza”, di vuoto, diviene ancora più chiaro se notiamo come qui Fachinelli, pur avvicinandosi a Lacan, si esimia dall’adottare la sua traduzione, e ricorra invece ad un più personale “reiezione” – anziché impiegare, come farà anni dopo in La freccia ferma (1979), il più convenzionale “preclusione”[10]. Ritengo che questa scelta di traduzione sia significativa: essa ci fornisce un indice di affinità che si sviluppa, via via, tra Fachinelli e Lacan e tra Fachinelli e Freud. Paradossalmente, ma non troppo, è proprio quando Fachinelli rifiuta la traduzione lacaniana che egli appare più adeso al suo concetto, dando l’idea di condividerlo ma di non volersi far assorbire – e quindi condizionare – totalmente dall’influente pensiero dello psicoanalista francese; mentre invece sarà solo nove anni dopo che egli citerà la Verwerfung in termini di preclusione, ma a quel punto per disfarsene. Oltre a questo orientamento epistemico, la differenza di traduzione si ripercuote anche sul più specifico utilizzo concettuale del termine. Infatti, laddove nel ’70 la reiezione designa un rifiuto, rigetto in termini allusivamente spaziali (il buco come il non simbolizzato dal corpus teoretico della psicoanalisi), il solo spiraglio da cui captare l’entità della nuova “strutturazione” senza che questa si riduca maldestramente ad una stereotipia sociologica o ad un lineare contro-movimento rispetto alla Legge del Padre), l’adozione della preclusione, più vicina alla connotazione giuridica di pignoramento, espropriazione forzata, sembra svuotare il concetto di tutto il suo valore trasformativo, divenendo – o meglio rivelandosi – altra cosa.
[11] Cfr. J.A. Miller (2001), p. 190. Sebbene il suddetto testo non si possa considerare in linea con le tesi di Fachinelli, è indubbio che esso allarghi sensibilmente le vedute della preclusione e della Verwerfung. Purtroppo però, una smisurata fedeltà di Miller al testo di Lacan gli impedisce di sviluppare ulteriormente questi ragguardevoli insight.
[12] Ivi, p. 195.
[13] “Qualsiasi possibile elaborazione politica dell’estrema etica dell’ex-nihilo dovrebbe fondarsi sull’equazione tra ciò che è nuovo e ciò che è buono.” L. Chiesa (2007), p. 192. Questa potente conclusione fa eco, a sua volta, ad un celebre passaggio di Badiou in Teoria del soggetto: “La purificazione della forza equivale alla concentrazione della sua novità. Queste <<idee giuste>> delle masse, (…) sono necessariamente idee nuove. Comprendere in modo non banale che ogni cosa adeguata ed ogni cosa giusta sono per principio delle novità e che tutto ciò che si ripete è sempre ingiusto e inesatto è un notevole passo avanti nel campo della dialettica. Tuttavia, è inutile tentare di vivere senza la ripetizione.” (A. Badiou (2017), p. 97)
[14] Appunto come “esclusioni radicali e preliminari”, escissioni divincolanti dalla “febbre della storia”.
[15] “La Verwerfung in realtà [lungi dal condurre a nuove e più adeguate strutture si inserisce] direttamente nel filone che (…) porterà Freud all’individuazione del processo di Verleugnung”.[15] E. Fachinelli (1992), pp. 193-194.
[16] Come scrive Sciacchitano, Fachinelli è riuscito nel compito non facile di leggere sempre Lacan tra le righe, senza farsi oscurare dalla sua avvolgente ombra, né tantomeno lasciandosi trasformare in un suo profeta accademico. Egli sapeva bene che la totale dedizione all’opera di Lacan si sarebbe potuta trasformare in una trappola, perché ogni discorso del sapere che si invischi attorno alla figura del maestro (suo unico depositario), non è solo illiberale, ma altamente deformante. (Cfr. Aut-Aut (ottobre-dicembre 2011), pp. 140-142).
Cfr. anche p. 148: “Fachinelli non ha mai letto Lacan accademicamente, cioè interpretandolo ermeneuticamente. Né scolasticamente, secondo una delle tante ortodossie che pullulano in campo lacaniano. Confermerebbe la congettura il fatto che Fachinelli non si sia mai riempito la bocca dei logocentrismi del tipo: l’inconscio è strutturato come un linguaggio o il significante rappresenta il soggetto per un altro significante, stereotipi buoni a dimostrare che il lettore appartiene a qualche lobby lacaniana.”
[17] J.A. Miller (2001), p. 190.
[18] Cfr. a riguardo Badiou (2017), p. 63: “se, come faremo di continuo, si oppone la forza al luogo, sarà sempre più coerente parlare di “spazio di posizionamento” per indicare l’azione della struttura. Sarà perfino meglio coniare la parola <<esplace>>. Se al contrario si usa la parola “luogo”, il che è più fedele a Mallarmé, bisognerà dire “lieutenance” al posto di “place”, seguendo Lacan. Ma “forza” risulta allora eterogeneo per designare il topologico a-stutturale. Sarà allora meglio dire: l’<<horlieu>>.” In merito all’horlieu, cfr. anche ivi, pp. 39-41.
[19] Cfr. S. Vegetti Finzi (1986), p. 422 e, in particolare, il testo di S. Benvenuto in M. Conci e F. Marchioro (1998) pp. 268, 275-76.
[20] Cfr. l’articolo di S. Benvenuto (Finale al femminile) in Aut-Aut (ottobre-dicembre 2011), pp. 90, 93, 96.
[21] S. Benvenuto (1998), p. 254-55), in M. Conci, F. Marchioro (1998).
[22] Cfr. J. Laplanche, J-B. Pontalis (1997), p. 165.
[23] OSF IV, p. 532 (corsivo mio).
[24] OSF X, p. 201
[25] J. Laplanche, J-B. Pontalis (1997), p. 165.
[26] OSF II, p.132.
[27] OSF VII, p. 558.
[28] Cfr. J. Dor (2002), p. 126.
[29] Ibidem.
[30] Che per antonomasia è quello del feticista posto di fronte all’evidenza della castrazione femminile.
[31] Cfr. J. Laplanche, J-B.Pontalis (1997), p. 556.
[32] Ibidem.
[33] Cfr. pp. 556, 557.
[34] Un'altra soluzione filo-lacaniana a questa impasse viene data da Sol Aparicio in La preclusione, preistoria di un concetto (in La psicoanalisi, n. 1, Astrolabio, Roma 1987, pp. 48 – 63). Anche qui, al di là degli indubbi meriti dell’articolo, il tentativo di salvare a tutti i costi la Verwerfung lacaniana dal suo impasto con la Verleugnung conduce l’autore in un’impasse che è solo apparente: il bisogno di conservare una posizione preminente alla Verwerfung come meccanismo di difesa elettivo della psicosi, la obbliga a prendere la Verleugnung per una “mezza misura” (p. 42) e ad impantanarsi in una distinzione strutturale tra i due termini che produce persino più ambiguità di quante pretenda risolverne: “Questi testi (…) ci sembrano mettere in evidenza la sovrapposizione dei termini Verwerfung e Verleugnung e ‘impossibilità, partendo da qui, di stabilire una distinzione tra psicosi e perversione.” (p. 45)
[35] E. Fachinelli (1992), p. 195.
[36] OSF VII, p. 553.
[37] E. Fachinelli (1992), p. 194n.
[38] Ivi, p. 195n.
[39] Ivi, p. 195
[40] Cfr. ivi, pp. 195-199.
[41] Cfr. ivi, p. 195 (corsivo mio).
[42] Cfr. ivi, p. 199.
[43] E. Fachinelli (2010), p. 200.
[44] Cfr. nota 19.
[45] E. Fachinelli (2010), p. 200.
[46] “Superamento reale dei saperi istituiti e divisi”.
[47] Cfr. Il paradosso della ripetizione III, in E. Fachinelli (2010), pp. 318-20.
[48] Le due parti precedenti erano uscite rispettivamente nel ’71 e nel ’72 con il titolo Il deserto e le fortezze.
[49] Il testo, oltre tutto, è doppiamente fedele a questa tesi anche nella sua vena performativa. Esemplare è, in questo caso, la conclusione de Il paradosso della ripetizione III: “A questo punto non posso fare a meno di comunicare al lettore l’impressione che si è venuta chiarendo nel corso della stesura di quest’articolo: che cioè quest’articolo sulla ripetizione sia esso stesso una ripetizione, e che le tre parti che lo compongono non siano capitoli di uno scritto, disposti in bell’ordine uno dopo l’altro, ma formulazioni reiterate dello stesso tema. Mi auguro si tratti di una ripresa” (Ivi, pp. 321-22).
[50]Ivi, pp. 306-7.
[51] Ivi, p. 307.
[52] Più specificatamente, il riferimento di Fachinelli non ricade solo sul saggio di Kierkegaard, ma anche su una sua specifica traduzione (quella del 1973 di Angela Zucconi), che sostituisce a “ripetizione” il più consono “ripresa” (“un significato che il termine ripetizione tende a soffocare” (Ivi, p. 308)). A riguardo, si veda S. Kierkegaard, Timore e tremore / La ripresa, Edizioni di Comunità, Milano 1973, pp. 147-258.
[53] E. Fachinelli (2010), p. 307.
[54] “La realtà si presenta come un prodotto delle regole, è inserita in una logica di ripetizione che ha il suo fondamento obbligato nell’organizzazione stessa dell’individuo”. E. Fachinelli (2010), p. 306.
[55] “Ma proprio per questo, ad ogni momento, l’organizzazione si accosta sensibilmente a una situazione che, nei tratti fondamentali in cui è colta, ripete quella in cui si è costituita, e quindi riapre il gioco” (Ibidem).
[56] Ivi, p. 315.
[57] In ogni caso, la fine dell’articolo fornisce un chiarimento ulteriore, seppur non risolutivo: “e allora prende corpo l’immagine trascinante di rapporti realmente innovativi, e insieme di un nuovo sapere dei rapporti, un sapere comune che è il superamento reale dei saperi istituiti e divisi che conosciamo” (Ivi, pp. 319-20).
[58] Ivi, p. 320.
[59] S. Benvenuto, La <<gioia eccessiva>> di Elvio Fachinelli, in M. Conci, F. Marchioro (1998), p. 269.
[60] “Il passato è troppo duro, aboliamolo dal programma del presente e del futuro: ma il passato abolito con un gesto ritorna come un fantasma che distrugge quel programma. È questo il tragico circolo vizioso in cui molti di noi sono passati in questi anni, e di cui molti potrebbero fare il resoconto.” (E. Fachinelli (2010), p. 320).
[61] Ibidem.
[62] Ibidem.
[63] J. Lacan (2010), p. 163.
[64] Cfr. Wounds of testimony and martyrs of the unconscious: Lacan and Pasolini contra the Discourse of Freedom, in L. Chiesa (a cura di), Lacan and philosophy. The new generation, re.press, Melbourne 2014, pp. 165-191).
[65][65] Come abbiamo già accennato, per Dor, a partire da Freud la psicoanalisi ha introdotto un significativo sconvolgimento sulla questione della psicosi, e questo in maniera doppiamente sovversiva: 1) rottura con le precedenti ipotesi organo-genetiche 2) avanzamento di un’originale proposta psicogenetica (Cfr. J. Dor (2002), p. 124). Il passo avanti di Lacan sarebbe consistito nell’emancipare la psicosi freudiana da una ancora troppo stretta dipendenza dalla “perdita di realtà”. Schematicamente, il merito di Lacan è duplice: 1) specificazione di un criterio differenziale (strutturale) rispetto alla nevrosi 2) superamento della relazione causale tra perdita di realtà e costruzione delirante.
[66] Per cui lo psicotico soffrirebbe di percezioni difettose della realtà, secondo la definizione positivo-medicalista dell’allucinazione quale percezione senza stimolo.
[67] J. Lacan (2010), p. 163.
[68] Cfr. Gruppo chiuso o gruppo aperto? In E. Fachinelli (2010), pp. 150-183.
[69] Un sintetico resoconto di questa esperienza – da parte dello stesso Fachinelli – è presente nell’intervista a Panorama Il Sessantotto (ora in D. Borso (2016), pp. 36-40).
[70] Ivi, p. 38.
[71] Questa involuzione, adottando i successivi termini del Paradosso della ripetizione, potrebbe essere definita una riduzione. Allargando i confini dell’argomento, potremmo avanzare che ciascuna logica di dominio si alimenta della riduzione e che il suo punto più asintotico, una ripetizione sempre più semplificata, ridotta all’osso, che riproduce le dinamiche della dominazione, è il totalitarismo stricto sensu.
[72] Per non fraintendere le parole di Fachinelli e relegarlo in un pessimismo conservatore – posizione da cui, mi auspico, la conclusione di questo saggio ci staccherà definitivamente -, occorre evitare un errore comune alle sue frequentazioni francofortesi: il fallimento della rivoluzione, dichiarato dall’incapacità dell’altra via di rendere attuali le sue effettive potenzialità, non deve farci regredire alla dicotomia marxismo-psicoanalisi. Ripiombare nelle dinamiche dell’antagonismo intrinseco del freudomarxismo – scongiurato esplicitamente da Fachinelli proprio in Che cosa chiede Edipo alla Sfinge?, quando ci invita a preservarci da un nostalgico ritorno all’Edipo (freudismo) o da un’utopistica società di fratelli (marxismo) – significherebbe svalutare ciascuna soluzione formulata attraverso una declinazione diversa dallo status quo. Un simile scacco non costituirebbe allora l’incapacità di proporci di raggiungere una “situazione storica superiore” – per dirla alla Adorno - al di là degli insufficienti mezzi freudomarxisti, quanto l’ennesima conferma della nostra permanenza in essi, la nostra ribadita incapacità a spingerci fuori dal pensiero dicotomico (della serie: credevamo di avere a che fare con una nuova, impensata strutturazione della realtà, quando invece eravamo ancora chiusi tra la Scilla della psicoanalisi e la Cariddi del Marxismo).
[73] Cfr. E. Fachinelli (2010), in particolare Elvio cacato, pp. 221-228.
[74] E. Fachinelli (2010), p. 222.
[75] Ibidem. Una genealogia del fascismo verrà poi illustrata, non a caso, in E. Fachinelli (1992), pp. 135-152, per cui esso scaturirebbe da un “violentissimo, disperato diniego della morte e della patria.” (Ivi, p. 147)
[76] Cfr. E. Fachinelli (2010), pp. 223.
[77] D. Coelli, Anticlaustrofilia, in N. Pirillo (a cura di) (2011), p. 143. 
[78] Apparso per la prima volta in L’erba voglio, maggio-giugno 1973. Ora in D. Borso (2016), pp. 93-96.
[79] Cfr. ivi, pp. 94, 96.
[80] Ivi, p. 95.
[81] Ivi, p. 94.
[82] E. Fachinelli (2010), p. 316.
[83] “Essa non potrà verificarsi nel vuoto, nell’immobilità generale”. D. Borso (2016), p. 96.
[84] L’articolo è apparso per la prima volta in L’erba voglio, agosto-settembre 1974. Ora in D. Borso (2016), pp. 121-126.
[85] Ivi, p. 125. Cfr. anche p. 122: “Dobbiamo però riconoscere che in questi mesi (…) si stanno profilando le condizioni che per i rivoluzionari dovrebbero costituire il segnale di una situazione prerivoluzionaria” (corsivo mio).
[86] “Ci sembra legittimo accomunare movimenti diversissimi, come, per esempio, il movimento per l’autoriduzione, le femministe, la sortita radicale per l’aborto. Non a caso, i più coerenti e lucidi sostenitori dello stato esistente, cioè i comunisti, sono più o meno apertamente ostili a tutti loro” (Ibidem).
[87] Ivi, p. 126, corsivo mio.
[88] Ad esempio, non mi trovo d’accordo con S. Vegetti Finzi quando esaurisce l’approccio di Fachinelli alla contestazione giovanile ad una sorta di puntuale binarismo pulsione di vita/pulsione di morte (Cfr. S.Vegetti Finzi (1986), p. 421). Credo sia proprio per questo che la Verwerfung rappresenti “l’estremo limite concettuale” della psicoanalisi: essa certifica la già visibile insofferenza provata da Fachinelli rispetto alla pretesa, da parte di quest’ultima, di farsi garante e custode di tutto il pensabile. Sebbene questa allergia non giunga mai ad una compiuta separazione. Il momento più visibile di questa tensione, prescindendo da La mente estatica, è già visibile in Il paradosso della ripetizione II, in particolare a p. 293, quando Fachinelli sembrerebbe arrivare a concepire la psicoanalisi come un momento particolare della più ampia nexologia (ed il transfert un momento particolare della ripetizione). Ritengo che un’attenta analisi di tale groviglio potrebbe svelare connessioni che, per il presente studio, si rivelerebbero altrettanto utili e coerenti.
[89] Sarebbe lecito chiedersi se anche la graduale estinzione di questo termine – assente nella seconda metà degli anni Settanta – non sia da attribuirsi allo stesso processo di viraggio verso una completa riformulazione entro la stessa Verleugnung – ipotesi che il presente testo non si prefigge di considerare.
[90] S. Benvenuto, La <<gioia eccessiva>> di Elvio Fachinelli, in M. Conci, F. Marchioro (1998), p. 252.
[91] Cfr. anche l’impeccabile analisi di S. Vegetti Finzi (1986), pp. 196-99.
[92] Cfr. A. Johnston (2009), p. XIX.
[93] Questa visione andrebbe confrontata con una lettura critica della temporalità in W. Benjamin e con alcune tesi fondamentali di Adorno in Critica della cultura e della società, ad esempio con la figura del critico della cultura: “pur nei panni dell’accusatore, egli tiene fermo dogmaticamente all’idea di cultura, isolandola come tale, senza mai porla in questione.” (T. Adorno (2018), p. 3) Tra le letture di Fachinelli in merito, si segnala G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Einaudi, Torino 1978.
[94] S. Vegetti Finzi (1986), pp. 167-168.
[95] Una riflessione simile è presente anche in Realismo Capitalista (2009) di Fisher, il quale identifica nella morsa letale del Capitalismo proprio la capacità di pensare una qualsiasi alternativa ad esso. Credo che un esempio dell’applicazione del realismo capitalista sia proprio quello di Progresso e felicità, dove Marcuse sostiene che il problema della divorante produttività non consista solo nel suo farsi sempre più fine a se stessa, ma nella progressiva rimozione del quesito circa il suo uso: “produttività in vista di che cosa?” (cfr. Progresso e felicità, in E. Donaggio (2005), p. 300).
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