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L'Inserimento Eterofamiliare Supportato di Adulti in Psichiatria
di SERVIZIO IESA ASLTO3

STORIE DI IESA, IL PUNTO DI VISTA DELL’OPERATORE

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4 ottobre, 2018 - 11:41
di SERVIZIO IESA ASLTO3

 

Inauguriamo oggi una serie di racconti che parlano di IESA, intrisi di storie, di persone, di calore, nati dallo sguardo degli operatori che ogni giorno si confrontano con gli ospiti e le famiglie ospitanti. Apriamo il sipario su un mondo di narrazioni del quotidiano e sulle emozioni che le attraversano, per avvicinarvi all’universo complesso e affascinante dell’accoglienza eterofamiliare e trasmettervi un po’ di quell’entusiasmo che guida il nostro operato.

L'equipe IESA, Collegno

Puoi promettere domani?

di Melania Lucchini

Il calore degli ultimi giorni di Luglio quell’anno non lasciava scampo. Mi ricordo l’ingresso in un cortile stretto e difficoltoso, il furgone dell’ASL aveva dovuto faticare per trovare l’angolo giusto. L’impressione era di essere entrata in una tazza vuota e sbeccata, i muri bianchi e pieni di crepe sembravano porcellana vecchia, quella che un vecchio conserva, ricordandone i colori e la delicatezza dei disegni, e un giovane butta via per fare spazio alle tazze monocrome dell’Ikea. Mi ero detta che magari dentro era meglio: non lo era. L’interno della casa era come l’interno di un acquario vuoto e abbandonato, conservava un odore di sottobosco marino, tracce di una vegetazione un tempo accudita che poi aveva cominciato a svilupparsi autonomamente e selvaggiamente, rubando centimetri, allungandosi verso la luce che filtrava dalle finestre socchiuse; cose accatastate su altre cose, dalle quali si intuiva che, in passato, doveva esserci stata una qualche forma di architettura, di idea alla base di quel caos.

Dopo il primo istante di disorientamento avevo avvertito sollievo, almeno il paziente non avrebbe fatto troppa resistenza ad abbandonare quella desolazione, perché abbandonarla doveva, contratto d’affitto scaduto, padrone di casa esasperato, il servizio IESA che deve mettere a disposizione una “risorsa” in poco tempo. I colloqui li avevo fatti in uno studio piccolo del CSM in cui il paziente riusciva comunque a sparire tanto era sottile, come la fessura tra la porta e lo stipite da cui, non avevo dubbi, sarebbe volentieri scappato se ne avesse avuto l’occasione. 

Quando sono entrata, senza bussare, lui era in piedi in mezzo a quel relitto galleggiante nella campagna piemontese, nervoso, per nulla contento di accogliermi lì dentro. Gli occhi si muovevano nervosamente in cerchio attorno a lui, deglutiva rumorosamente.

“Come facciamo con...le mie cose?”. Gli era uscito a fatica e io lo avevo guardato interdetta. Non si aspettava che io le vedessi davvero le sue cose e infatti io vedevo solo ciarpame, all’inizio.

Credo che il dono della “vista” sia il primo e il più grande che ho saputo far crescere facendo questo lavoro, diventando Operatore IESA. Ho imparato a fare un passo indietro rispetto alla mia percezione, senza tuttavia negarla o giudicarla, ho imparato a osservare di nuovo. Cosa che ho fatto quel pomeriggio di luglio, mentre la temperatura saliva inesorabilmente e il tempo si consumava più velocemente di quello che avrei voluto. 

Ogni oggetto era legato al successivo come i rametti in un nido, formavano una sorta di trincea intorno ad un divano che evidentemente fungeva anche da letto. Ogni cosa ne sosteneva un’altra ed era chiaro che a spostarsi senza far crollare tutta la struttura poteva essere solo colui che l’aveva costruita. C’erano i quadri, grandi quadri a olio, autoritratti, tutti in cerchio intorno alla tana, come un drappello di moschettieri a fare la guardia al giaciglio del re. Il paziente era un ragazzo, un ragazzo con gli occhi scuri, enormi e i capelli crespi che sfidavano la gravità. L’ho visto restituirmi un’occhiata spaventata da ognuna delle tele, quello spazio moltiplicava la sua inquietudine: quella, fino a quel momento, era stata la sua casa.

“Ci portiamo via tutto” avevo detto ignorando l’occhiata un po’ sgomenta dell’assistente sociale, “c’è posto per tutto nella nuova famiglia”, almeno lo speravo, “domani andrà meglio.”. “Lo prometti?”. Non aveva atteso la risposta, avevamo cominciato a caricare.

Si può promettere il domani? Questa professione mi ha insegnato a diffidare delle promesse assolute e granitiche: non posso farne. L’accoglienza eterofamiliare si confronta con l’imprevedibilità che accompagna il quotidiano, nel bene e nel male, trionfi e rovine, atti di eroismo e inattese ritirate. 

Non si possono fare promesse ma offrire opportunità, questa è la vera rivoluzione. Essere operatore IESA vuol dire essere testimone e parte attiva di una possibilità di cambiamento, di evoluzione che non sarò io a decidere. Significa vedere un nuovo spazio sostituire quello vecchio, significa abbandonare la zattera per un approdo più solido. È un procedimento complesso che, sebbene sostenuto da una solida base scientifica, conserva un che di misterioso. L’affetto, la stima, l’empatia non si possono promettere, tuttavia sono una parte fondamentale dell’equazione. 

Ho ripensato a tutti quei giorni che si sono susseguiti in questo lungo arco temporale, ho ripensato al senso profondo della parola cambiamento, della parola possibilità. La mia professione non accetta la rassegnazione, fare l’operatore IESA significa prima di tutto non decidere che un’opportunità non potrà, a priori, non essere colta a causa di una storia dolorosa pregressa, di una diagnosi infausta, di una terapia farmacologica che sottende un’idea di ineluttabilità. L’operatore IESA deve essere aperto all’evidenza che il paziente è una persona con potenzialità e desideri, entrambi personali e unici, che può esprimere anche dissenso, che merita sempre attenzione.

Tra meno di 24 ore sarò seduta in tribunale, quel ragazzo spaventato che ho incontrato 7 anni fa diventa per la prima volta un libero cittadino. Con tutto quello che è successo in questi anni potrei riempire migliaia di pagine, potrei metterci ogni cosa: il desiderio di rivalsa che gli fa prendere un diploma, l’amore che finisce e quello che comincia, l’affetto per una famiglia che è diventata la sua famiglia, la cura di una casa che è diventata la sua casa, che si è modificata per accoglierlo, che conserva la sua impronta sul muro che ha affrescato. Durante un altro Luglio afoso il ragazzo ha dipinto un uomo a cavallo che salta un ostacolo, il marito della donna che lo accolto che lui non ha mai conosciuto perché è morto un decennio prima del suo arrivo. Puoi stare in un luogo in tanti modi, se lo abiti davvero lasci il tuo segno e il tuo segno parla di te e delle storie che hai vissuto e di quelle delle persone che ti hanno preceduto, che diventano parte della tua storia, come tu diventerai parte di quella delle persone che verranno dopo.

In questo racconto, come in innumerevoli altri accaduti in questi quindici anni di IESA, c’è anche il mio segno, un segno sottile che si intreccia a quello delle persone con cui ho costruito un progetto dopo l’altro fino a perdersi, a confondersi, a diventare tutt’uno con l’inchiostro per scrivere un’altra storia.

 

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