La peste nella rete. Prima che tramonti un decennio. Prima parte.

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2 novembre, 2018 - 19:47
Note a margine del Convegno di Lucca. “La psiche nella rete. Nuove opportunità e nuove patologie”. «Psicoanalisi e Metodo» IX, 2009, Edizioni ETS, Pisa, 2009, pp. 326.

«La violenza vuole, mentre la meraviglia non vuole nulla.
A questa è perfettamente estraneo il volere;
le è estraneo e perfino nemico
tutto quanto non persegue
il suo inestinguibile stupore estatico.
E, ciò nonostante, la violenza viene a romperla
e rompendola invece di distruggerla
fa nascere qualcosa di nuovo,
un figlio di entrambe:
il pensiero,
l'instancabile pensiero filosofico
»
Maria Zambrano, Pensamiento y poesía en la vida española, 2004.
 

 
Riassunto
Esattamente 10 anni addietro, l’autore, con l’inseparabile collega junghiano Antonino Lo Cascio si recò a Lucca per partecipare al tradizionale convegno annuale del gruppo psicoanalitico che fa capo a Giuseppe Maffei. Ne seguì la pubblicazione degli Atti per le Edizioni ETS, Pisa, com’era sempre accaduto precedentemente. Il testo esaurito ed oggi introvabile – La psiche nella rete. Nuove opportunità e nuove patologie. ETS, Pisa, 2009 – contiene gli Atti integrali del XXIV Convegno della Rivista “Psicoanalisi e Metodo”. Videro la luce per onorare una consuetudine annuale che durava da quasi un quarto di secolo. Quest’anno, mi ha anticipato il collega e amico carissimo “Peppe” Zanda, in ottobre, si terrà il XXXV. All’epoca, per l’esattezza il 15 novembre 2008, un sabato, al “Centro congressi San Micheletto” di Lucca in Via Elisa, gli amici della Rivista pisana animata da Giuseppe Maffei, celebrarono il loro incontro sul tema che ha dato il titolo al testo. L’iniziativa, andava doppiamente lodata perchè, si proponeva in maniera esaustiva, nell’avarissimo panorama editoriale italiano, sull’argomento psicoanalitico e psicopatologico collegato al fenomeno della “rete”. Trattare di patologie psicologiche da Internet, novità sociale emergente, sia dal punto di vista clinico, che teorico.
Riprendere in mano le “note a margine” redatte a quel tempo e riproporle oggi ai lettori, ci sembra utile non solo per l’interesse degli argomenti trattati, ma anche perché chi scrive – un immigrato digitale circospetto e diffidente se non tardivo, [00] – quando deve trattare di “rete”, come punto di riferimento usa quel testo. Così pensa anche di raccogliere il monito del direttore Francesco Bollorino lanciato nell’editoriale di settembre 2018, d’ispirazione dannunziana: «Settembre, andiamo e' tempo di migrare .... sulla rete …».
Il presente scritto si limita a prendere in considerazione il tema del Convegno: La psiche nella rete. Nuove opportunità e nuove patologie. Esso ha la pretesa di far rivivere a due lustri esatti di distanza tematizzazioni che non hanno perso di attualità. Anzi, corrono vivacemente con rinnovata preoccupazione per le possibili “dipendenze” collegate all’accesso alla “rete”. Queste note a margine, intendono riportare emozioni a caldo, suscitate durante lo svolgimento della giornata di lavoro alla quale, come detto, partecipai con Nino Lo Cascio, con cui feci il viaggio in auto da Roma a Lucca. Raccolsi nel mio taccuino una fittissima serie di appunti, frasi, riflessioni a caldo, chiose, battute scambiate al volo con Lo Cascio. Anche reminiscenze del nostro antico sodalizio universitario, della collaborazione scientifica e delle consuetudini congressuali di una vita. Geroglifici, più che altro, segni stenografici per una cronaca appuntata, dettagli cerchiati, sottolineati, evidenziati da riscrivere. Poiché non so stenografare, e non mi sono mai sognato di fare del giornalismo, mi limiterò a colorire quella che ha tutta l’aria di essere una recensione mancata e differita, raccontando sensazioni del momento, rimandi immediati, sollecitazioni cortocircuitali, coinvolgimenti empatici coi temi trattati.
Uscito il testo, ho potuto verificare quanto poteva essermi sfuggito delle parole dei relatori. La partecipazione diretta all’evento m’è tornata utilissima. Anzi, in un certo senso, m’ha avvantaggiato per il fatto d’esser stato soltanto un uditore attento e partecipe. Uno spettatore, che ha cercato di cogliere il patos, il feeling, quel frisson che i relatori riescono a trasmettere e gli spettatori a ricevere sotto forma di interazione emotiva. Una magia teatrale che Konstantin Sergeevic Stanislavskij (1863-1938), impareggiabile direttore del mitico Teatro d’Arte di Mosca, chiamava la linea rossa. Il lettore troverà anche echi di relazioni non sempre seguite alla lettera, dialoghi a braccio, vivaci accaloramenti “in diretta” sull’alea della contesa e della diversità di opinioni. Insomma, un vivace controbattere, chiosare, contestare, stare alla battuta abitualmente salace e sarcastica del collega chairman Alberto Schön (Padova, 1934) che renderà più colorita la lettura del testo. Opinioni personalissime, di chi – amico, collega ed estimatore del gruppo del Comitato di redazione della Rivista, in particolare di “Peppe” Zanda, come prima accennato – si è trovato nella condizione “privilegiata” di ascoltare e riflettere, liberato dall’incombenza di “moderare”, “contro relazionare”, svolgere una “Relazione”.
 
1. █ «Il tema del nostro Convegno dello scorso anno (2007 ndr) riguardava i modelli della perversione» – è stato l’incipit della puntuale Introduzione di Stefano Carrara e Giuseppe Zanda [01] – «Il tema di quest’anno riprende la stessa problematica ma attraverso o, per meglio dire, a fianco di un altro tema, la psicologia e la psicopatologia di Internet», ha poi aggiunto Carrara che, nella circostanza, lesse la relazione. Prendo spunto da questa completa e articolata nota redazionale all’incontro 2008, per fare alcune considerazioni e qualche chiosa.
Concordo con l’intenzione di continuare la tradizione dell’anno passato immergendo il tema nel presente ipertecnologicizzato. Il Web, il www [02]  con cui ci si collega ad Internet o più semplicemente alla Rete, «in meno di 20 anni, cioè un periodo di tempo relativamente breve, ha letteralmente trasformato, in alcuni casi stravolto, il modo di comunicare tra le persone», hanno fatto rilevare per prima cosa Carrara e Zanda. Un dato di fatto incontrovertibile.
Mi azzarderei a dire di più. Senza voler rifare il verso a qualche grande manager, astutissimo stratega di macchine (nel senso di automobili), penso che, per quanto riguarda la scrittura (tanto per rimanere al livello infimo della comunicazione) esista un prima e dopo PC, un before e un after computer. Esattamente come, per convenzione storiografica, consideriamo i fatti di un periodo avanti Cristo distinti da quelli accaduti dopo Cristo. Questo fenomeno del Web, assolutamente rivoluzionario anche nel modo di parlarsi e di scriversi, mi fa venire in mente due esempi. Mi richiama due persone in carne e ossa che, in qualche modo, ebbero la peggio dall’incrocio con il mondo della Rete: Escher (indirettamente) e Vizioli (direttamente).
L’olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972), detto Mauk, ebbe un ruolo straordinariamente efficace e provocatorio per rappresentare graficamente numeri, equazioni, figure geometriche impossibili. Inquietante tassellatore di poliedri e distorsore di forme improbabili che si succedono in una coazione ordinata, ripetitivamente enigmatica, adombrante ineluttabili cicli anancastici, talvolta speculari. Escher svela il suo lato creativo più raffinato come disegnatore di processi ricorsivi [03], di percorsi nuovi, come la striscia di Möbius [04], di incredibili andirivieni tra conscio e inconscio. L’ultima sua opera Serpenti è del 1969, dopodichè l’artista si tacque.
Non è detto che il suo silenzio fosse da interpretare come disinteresse (protesta o rifiuto) verso il computer. Mettiamo lì due sequenze temporali e ci riflettiamo sopra: Escher cessava di disegnare quando si diffondeva il PC e l’Autocad, un programma che avrebbe sostituito il tavolo da disegno, attrezzo non remoto all’artista che ad Haarlem, nel 1919, aveva frequentato la scuola di architettura. Questa vicenda un po’ “amanuense” in un clima postmoderno, fece si che le opere di Escher, (chine, guazzi, xilografie, litografie, mezzatinta, matita, acquerelli, murali) fossero molto apprezzate dai cultori della logica e delle scienze matematiche fisiche e naturali.
Non è neppure dato sapere se usasse il PC, che doveva certamente conoscere, per essere nato come macchina per calcolare numeri [05]. Ebbene, questo nuovo strumento per moltiplicare cifre ebbe un grande impulso di ricerca e perfezionamento tra gli anni ‘50 e i ’70, fino ad esplodere commercialmente negli anni successivi con funzioni molto più complesse di videoscrittura, grafica e comunicazione che ne facevano prevedere una evoluzione futura pressoché  inarrestabile. Ebbene, è quanto meno una singolare coincidenza (non priva di enigmaticità) che la produzione artistica del Maestro olandese sia andata scemando (anche per malattia) proprio nel periodo 1955-1972 e contemporaneamente le sue opere abbiano raggiunto la maggiore notorietà.
 
2. █ L’amico e collega Raffaello Vizioli (1926-2006) smise di scrivere quando si accorse che, per dire ancora la sua nella comunità scientifica, era costretto a passare sotto le “forche caudine” del PC. Colgo qui l’occasione per ricordare [06] il compianto Ninì, per me un fratello maggiore di circa un lustro, scomparso nel settembre 2006. Nei suoi confronti nutrivo una stima sincera e un profondo affetto, fin da quando entrambi eravamo dubbiosi se un decalage di sei anni, fra maestro e allievo, fossero troppo pochi per seguirlo a Cagliari come Assistente di psichiatria (non ancora separata dalla neurologia), dov’era stato nominato professore di ruolo alla Clinica delle Malattie Nervose e Mentali nonché direttore dell’Istituto.
Eravamo nel 1968, epoca giacobina di remore borghesi, molti dubbi e poche certezze, tranne quella che bisognasse cambiare tutto e “mandare” la fantasia al potere. Quattro anni dopo, avemmo occasione di trascorrere insieme un biennio (il secondo degli anni Settanta quando vinsi il concorso di primario degli OPP di Cagliari e Dolianova). Alloggiavamo nella stessa Pensione cagliaritana [07] e condividemmo numerosi viaggi per nave Civitavecchia-Cagliari e viceversa. Ebbi la sua benevola comprensione riguardo le mie fobie per l’aereo.
All’inizio degli anni ’70 la Clinica di Cagliari su iniziativa di Nini Vizioli organizzò conferenze di nomi importanti della psichiatria. Ricordo, tra gli altri, un incontro indimenticabile con Silvano Arieti (1914-1981) e un altro altrettanto entusiasmante con Aldo Giannini (1927-1981), l’allora astro nascente della psicopatologia fenomenologica italiana.
Gentiluomo all’antica, Raffaello Vizioli, figlio d’arte e discendente di una stirpe di preclari neuropsichiatri [08], figlioccio e allievo di Mario Gozzano (1898-1986), studioso eccellente, conferenziere brillante, facondo oratore in almeno quattro lingue oltre all’italiano, scrittore acutissimo, pubblicista senza il timor panico di fronte al “foglio bianco”, sempre pronto a scrivere il commento alla notizia di giornata, armato semplicemente di stilografica e “quadrotta Fabiano”, che poi inevitabilmente inviava in copisteria per farla battere a macchina dalla dattilografa e spedirla per posta alle redazioni delle riviste o dei quotidiani. Procedura all’antica, appunto, desueta. Era in grado di scrivere in qualsiasi condizione. Lo ricordo appoggiato a un tavolino della “Pensione della signora Gigia”, che stendeva freneticamente le sue considerazioni sul “Cervello viscerale di MacLean”, oppure mentre scriveva qualcosa che aveva a che vedere col sonno REM, a Mauro Mancia (1929-2007). Un illustre e curioso maceratese di Fiuminata, inizialmente allievo di Giuseppe Giunchi (1915-1987) come infettivologo a Roma e, molti anni dopo, folgorato, a Milano, dalla psicoanalisi, di ritorno dalla via pisana della prestigiosa neurofisiologia di Giuseppe Moruzzi (1910-1986). Ah, se avesse avuto un notebook! Ninì Vizioli depose la verve, la penna e l’entusiasmo col passaggio all’era Internet.
Invano i suoi cari (i figli e persino i nipoti) si affannarono a dargli lezioni di computer e ad insegnargli come si spediscono le mail. Si sentiva “fuori del mondo comunicazionale”, sferzato dal turbine del tempo massmediologico coglieva perfettamente il trapasso di un’epoca. Amava circondarsi di vecchi amici, me compreso, tra i quali anche Giuseppe Donini, successore di Gian Carlo Reda alla Cattedra di Psichiatria de “La Sapienza” di Roma e conversare con loro. Citava spesso – e non è casuale – la Cripta dei cappuccini [09] come summa del tramonto della mitteleuropa degli imperi dinastici.
 
3. █ Una tappa importante, l’era del computer, nell’evoluzione dell’umanità sulla strada della conoscenza, paragonabile a quella della scoperta del fuoco, del bastone da scavo, della scrittura, della ruota, della stampa, della polvere da sparo e, tanto per parlare di qualcosa di più leggero, del cinema, la settima arte.
Nel mondo, il fenomeno Internet, la possibilità di relazionarsi e interagire tramite la Rete, con l’alterità sconosciuta, «ha suscitato reazioni psicologiche opposte – come leggiamo nell’Introduzione di Carrara e Zanda – adesioni entusiastiche idealizzanti [da un lato] opposizione, rifiuto, evitamento fobico, fino alla demonizzazione vera e propria [dall’altro]» Anche questo è vero. Personalmente mi schiero tra i primi, sia pure con tutte la cautele necessarie [010]. Oggi, però, non mi vergogno a dire che non so più tenere la penna in mano e senza il computer (che, tra l’altro, è la mia seconda memoria di riserva) confesso che mi sentirei menomato, anche perché lo sono già abbastanza da una fastidiosa artrite alle dita delle mani.
 Tuttavia le nuove modalità di rappresentar-si nel mondo dello cyberspazio con modalità irreali per incontrar-si con altre “persone” altrettanto irreali, eppure reali nel simulacro virtuale dell’essere-con-l’altro-proiezione-della-tua-ombra, meritano un approfondimento. Intanto va detto che bisognava attendere Edouard Meunier (1905-1950) perché alla parola “persona” – che in latino ha anche il significato di maschera (non lontano dalla psicologia pirandelliana del Così è se vi pare) – si attribuisse un significato sociale ben preciso [011]. Siamo nel XXI secolo e molta acqua è passata sotto i ponti dei principali eventi storici a noi più prossimi. Una devastante crisi economica planetaria, quella del 1929 in USA e la grande carestia Ucraina [012] dal 1929 al 1933 , una seconda guerra mondiale da più di 55 milioni di morti, con tanto di bomba atomica. Una serie di feroci guerre locali, di pace violata, di migrazioni imponenti, di globalizzazione un po’ di tutto, hanno prodotto il risultato di ricondurre la condizione economica e spirituale dell’umanità in generale e del singolo in particolare, nella medesima situazione critica di partenza, del XVIII secolo, se non in una peggiore. Quella di un mondo in cui le crescenti disuguaglianze socio-economiche vanno rappresentando una forbice smisuratamente larga. L’82% dell'incremento della ricchezza globale è finito in mano all'1% più ricco della popolazione mondiale (dati 2017 annunciati al World Economic Forum, 23-26 gennaio 2018, Forum Davos).  
Chi si occupa di tutela della salute mentale non può non tener conto del fatto che la Rete in cui è avviluppata presentemente questa realtà sociale globalizzata, sia una realtà irreale dove tutto è finto ma niente è falso. Eppure non v’è alcun dubbio: «Internet offre numerosi vantaggi – è la convinzione di Carrara e Zanda  [013] che non si può certo disconoscere – in grado di migliorare ed arricchire la nostra vita, quali nuove possibilità di amicizia e di lavoro, facile accesso a qualsiasi tipo di informazione, nuovi modi per esprimersi, può essere molto pericoloso se non utilizzato in modo corretto e rischia di alienarci progressivamente dalla quotidianità e dalla realtà concreta», e con tutto questo dobbiamo necessariamente confrontarci.
 
4. █ La modalità di comunicare fra gli umani (o di negarsi, anche mimetizzandosi, all’altro) è ciò che indubbiamente caratterizza la loro peculiarità distintiva rispetto ad ogni altro essere vivente. Di conseguenza, tutti gli aspetti che maggiormente interessano la psicologia, la psicopatologia, la psicoanalisi e la psichiatria, non poteva trovare miglior banco di prova della rete per verificare, analizzare e misurare i comportamenti individuali (fisiologici, patologici, perversi) nelle nuove situazioni offerte da Internet.
Si aggiunga ancora che l’uso di un oggetto, spesso può condurre all’abuso dello stesso, ancorché l’oggetto sia virtuale e non reale. Va da sé che una realtà virtuale (supposta, immaginata, fittizia, puramente ipotetica, ma anche fantasticata, comunque non reale o come altro la si voglia intendere) potrebbe benissimo essere agita qualora se ne presentasse l’occasione.
L’abuso, la dipendenza, o addiction come recita la letteratura anglosassone, potrebbe già avere un antefatto anamnestico nelle modalità di scelta, acquisto, rinnovo, potenza, uso e manutenzione della “macchina” o “cabinet” con tutto quel che c’è dentro (scheda madre, CPU, alimentatore, memoria primaria e di massa, schede accessorie, tipo schede video, audio, ecc.). In ogni caso si tratta di patologie minori attinenti alla scrupolosità e al piccolo corteo dei timori fobici. Il candidato alla schiavitù da Internet si rivela attraverso i cerimoniali che compie alla consolle per difendersi dall’attacco di “virus”, dal numero, dagli orari e dalle date delle operazioni programmate (pulitura disco, scan-disk, defrag) dal cambio degli antivirus, del lancio dei medesimi, dalla pulitura delle chiavette, dal numero di memorie di riserva, e cosi via all’infinito. Cerimoniale imponente: brodo di cultura ideale per studiare i quadri clinici che Pierre Janet (1859-1947) chiamava psicoastenici.
L’atto di connessione alla Rete – in ogni caso, già potenzialmente iatrogeno di per sé, tale da richiedere, come ci ricordano Carrara e Zanda, «precauzioni per il suo uso» [014] – è quanto di più rischioso ci possa essere per temperamenti o situazioni comportamentali ascrivibili allo spettro ossessivo-compulsivo, ai meccanismi della coazione a ripetere, alla sfera della depressività, della solitudine e del narcisismo. Suscitare finanche situazioni di passaggio all’atto (a seconda della personalità di base). In questi casi talune condotte potrebbero assumere uno screzio catatoniforme, oppure costituire vere e proprie Stimmung d’introito all’esperienza delirante, e così via.
Non sarà superfluo sottolineare in proposito, che normalmente il mezzo è neutrale ma l’uso che ne fa l’uomo è sempre intenzionale, quand’anche non ne preveda le conseguenze che possono derivarne. In ogni caso non possono attenuarne la responsabilità che, da quando Søren Kierkegaard (18013-1855) ci ha avvertito della ineludibilità dell’etica della responsabilità, sono sempre personali e più o meno dirette. Nel caso delle patologie mentali le cose, però, possono stare diversamente.
 
5. █ Forse non è casuale – e ciò giustifica anche il curioso titolo di “peste” che ho dato a queste note di commento  [015] al tema in discorso – ma sentendo, a suo tempo, parlare i relatori del Convegno e con così tanto accaloramento, mi è affiorato alla mente un fatto storico: il viaggio di Freud negli Stati Uniti d’America.
Un'altra ragione può risiedere nel fatto che da alcuni anni – anzi più avanzo con l’età e più mi documento all’indietro – m’è presa la passione per la storia della formazione delle idee. Il mio oltre mezzo secolo di protagonista e testimone delle vicende e dei mutamenti della psichiatria (e della psicopatologia) mi spinge costantemente a confrontare il presente col passato ed ancor più col passato remoto. D’altro canto sono convinto (o almeno così m’illudo) che la storia, il documento storico, ma anche la storia orale, la memoria storica, la testimonianza scritta e in ogni caso il riferimento ai testi (la bibliografia cartacea, per intendersi) sia l’unica “fonte”. Non certa, ma veritiera, verosimile, la “prova empirica” popperianamente falsificabile per tener testa e verificare lo strapotere dell’immagine, dell’ipertestualità, dell’effimero e di tutto il deperibile comunicazionale. Spesso il fatto virtuale giganteggia per poco, lampeggia e abbaglia come una meteora nella rete, essendone poco dopo frantumato come un’onda telematica sulla battigia dell’Internet. Ma non cancellato del tutto, quel dato, perché la rete ha la straordinaria capacità di serbare ogni impronta.
Tornando al viaggio americano di Freud, riassumo brevemente. È noto che su invito di Stanley Hall, Freud, Jung e Ferenczi salpano da Brema a bordo del “George Washington” il 20 agosto 1909. Il 28 agosto, dopo otto giorni di navigazione in Atlantico, sbarcano a New York. Si racconta che Freud, alla vista della Statua della Libertà, abbia pronunciato, rivolto a Jung, la celebre e sibillina frase “Non sanno che stiamo portando loro la peste”. Non è mai stato chiarito chi sia stato contagiato dalla peste. Se la popolazione puritana, bacchettona, anche “ingenua”, volendo scartare l’opinione di Ernest Jones relativa alla “monumentale ignoranza” dell’America dell’epoca. Se la psicoanalisi, soverchiata dalla medicalizzazione esasperata e minacciata dal comportamentismo. Oppure entrambi (popolazione e psicoanalisi) e gli stessi psicoanalisti trascinati nel grande business che si sviluppò successivamente tra la pratica della disciplina e i praticanti della medesima [016].
Li attendevano, sulla banchina, Abraham Brill (un americano che era venuto in Europa per imparare da Freud) ed Ernest Jones (il biografo ufficiale) che li avrebbero condotti alla Clark University di Worcester nello stato del Massachusetts. Un fatto è certo. Agli inizi del secolo XX Sigmund Freud (1856-1939), svelò i meccanismi della libido all’America, così come 10 anni prima a Vienna, pubblicando L’interpretazione dei sogni (1899), aveva aperto gli occhi al mondo codino e conformista del XIX secolo sugli istinti dell’uomo, con le sue teorie sulla sessualità [017].
In estrema sintesi, il Nuovo Mondo, malgrado tutte le sue “ignoranze”, i suoi “puritanesimi” le sue “medicalizzazioni”, gli riconosceva, con questo gesto accademico, quella fama che l’Europa meno ingenua, seppure illuminista e volteriana, ma certamente più vendicativa, gli aveva negato per aver osato, con la psicoanalisi, liberare i demoni degli istinti sessuali. Il clamore delle sue scoperte sul sesso degli adulti e dei bambini (cosa tanto più scandalosa, perché nessuno ne aveva mai parlato ritenendoli “asessuati”) fu tale nell’opinione pubblica mondiale, che ancora oggi la “notizia” riesce a guadagnare (periodicamente) le prime pagine della stampa [018].
Non era stato il solo, Freud. Nel Vecchio Continente, Richard Krafft-Ebing (1840-1902), con la sua celeberrima Psychopathia Sexualis aveva aperto la strada, per quel che concerne la divulgazione delle tematiche sessuali e le implicazioni medico-legali conseguenti alle loro eventuali “modalità pervertite” di porle in essere. In ordine cronologico, Havelock Ellis (1859-1939) dal canto suo, aveva provveduto a scandalizzare il Regno Unito, esportatore di “Padri Pellegrini” e sessualmente represso dalla castigatissima Regina Vittoria, illustrando ai suoi sudditi una serie di possibilità di accoppiamenti sessuali [019]. Si potrebbe concludere che così come la triade, a mezzo stampa o nei modi verbali delle conferenze o nelle pratiche terapeutiche, aveva dato la stura al tema della sessualità, nel XIX e nel XX secolo [020], la diffusione del PC che si amplia smodatamente nel XXI, ripropone tal quale il sesso (o “la peste” se si preferisce), le pratiche, gli usi perversi, le seduzioni e le trappole, attraverso l’accesso alla Rete.
 
6. █ Questa digressione storica mi porta a ritenere giustificata e condivisibile la decisione della Redazione della Rivista non solo di dibattere sulla facilità di accedere all’uso di sesso patologico via Internet, perché «negli ultimi tempi, l’attenzione dei clinici per le perversioni sessuali (o parafilie se si accoglie la dizione più asettica del DSM) è notevolmente cresciuta parallelamente all’enorme, rapida diffusione di Internet, che costituisce un mezzo molto frequentemente utilizzato per attività riguardanti la sessualità con finalità ricreazionali, di intrattenimento, indagine, sostegno, istruzione, commercio e per procurarsi partner sessuali o romantici, ecc – come rilevano Carrara e Zanda – ma anche di prendere in seria considerazione il fatto che alcune caratteristiche di Internet sembrano favorire aspetti psicopatologici di tipo perverso».
In effetti, il tema di questo XXIV Convegno 2008 (La psiche nella rete), ha relazioni strettissime con quello dello scorso anno (Modelli della perversione), perché, al fondo delle nuove dipendenze e patologie, generate dalla possibilità di accedere al mondo della Rete, si annidano in massima parte tratti violenti di personalità che possono ricevere curvature patoplastiche da meccanismi della perversione con una influenza (culturale) suggestivamente analoga a quella delle CBS (Culture Bound Syndrome).
Quanto alle nuove patologie collegate al nuovo mezzo, tutto ebbe inizio quando, nel 1995, lo psichiatra di Brooklyn (N.Y.), Ivan Goldberg (1934-2013), osservò la comparsa di una nuova dipendenza (addiction). Aveva descritto individui che trascuravano i loro obblighi familiari per sedersi davanti al computer, dove con lo sguardo fisso nel monitor, navigavano in Internet praticando una specie di surfing sulla tavoletta di un piccolo mouse.
Questa più o meno era la sua denuncia, tanto che oggi si sono andati rapidamente sviluppando scuole di pensiero, tecniche terapeutiche e luoghi dedicati alla “disassuefazione” con metodi più o meno sbrigativi. Abbiamo udito di recente quelli coercitivi e violenti adottati in Cina (un ragazzo di un centro di Qihang percosso a morte nell’agosto 2009) per  “trattare” le web dipendenze (Cybersex addiction, Cyber relational addiction), una vera emergenza sociale pari all’alcolismo o al gioco d’azzardo compulsivo, ma non ci si può meravigliare più di tanto, perché in Italia molte comunità per la “cura” dei cosiddetti tossicodipendenti, sono state fino a poco tempo fa nell’occhio del ciclone. Si schierarono anche patrocinanti politici favorevoli e/o contrari, quando emersero casi in cui la centralità del “trattamento” consisteva nel somministrare ai pazienti i ceffoni che, a suo tempo, non avevano ricevuto dai genitori. Ma questo è un altro discorso.
Veniamo ora alle relazioni, dei conferenzieri, alle loro tesi e alle loro parole.  Rileggendole nel testo stampato, i concetti e il peso della parola scritta assume un valore e un significato inequivoco, talvolta perfino diverso, dalle parole pronunciate nella foga del dibattito, quelle che magari uno ricorda di avere ascoltato dal vivo.
 
7. █ Franco De Masi – allievo di Musatti, di cui ha ereditato anche l’acume critico e la vis polemica – nella sua relazione Quale mente nella rete si è domandato che tipo di gioco si giochi in Internet. La sua risposta è stata quella di centrare l’attenzione sulla dimensione ludica del gioco mediatico, partendo dalla seguente frase di Kant: «noi giochiamo spesso e volentieri con l’immaginazione, ma l’immaginazione in quanto fantasia, gioca altrettanto spesso e talvolta molto male con noi» [021]. Da qui la sua osservazione sulle straordinarie similitudini con lo spazio transizionale dei bambini, i quali, però, a differenza degli adulti non fingono di essere ma credono di essere.
«… nel gioco, il bambino si sente libero di creare – argomenta De Masi – egli sa che sta esplorando una nuova realtà che ancora non conosce e che non può ancora capire. L’immaginazione infantile serve a creare la realtà non ancora vissuta, abitata da altri. Il “facciamo finta che io sono” è l’area della fantasia necessaria allo sviluppo psichico. I bambini destinati ad essere psicotici invece non giocano, non fanno finta di essere la madre o il padre, essi sono e sentono di essere completamente la madre o il padre, vivono quindi in una realtà dissociata e concreta in cui si identificano continuamente con personaggi altri da sé» [022].
L’ispirazione winnicottiana è pertinente e risulta apprezzabile anche dai colleghi di scuola antropofenomenologica, perché sottolinea l’uso che fa il bambino di un giocattolo per comunicare alcunché del suo mondo oggettuale.
La Lebenswelt fantastica, del bambino, in cui tutto è intenzionato, preciso, vero (o verosimile), è uno spaccato che ci consente di osservare il suo universo. Da questo giocar-da-solo, in un mondo-a-sé (ma non irrelato), da questa relazione oggettuale del bimbo-coi-suoi-giocattoli, (apparentemente insignificante, afinalistica, bizzarra), dall’uso di questi suoi oggetti transizionali per rappresentare alcunché di sé, giungono messaggi straordinariamente rivelatori all’adulto. Solo che questi (parente o pedagogo o terapeuta) abbia la capacità di coglierli e il tempo di osservare la disposizione degli oggetti del gioco decrittandone il linguaggio metaforico e simbolico  [023].
Due ipotesi dal relatore mi hanno destato particolare interesse, sia quando le ascoltai dal vivo al San Micheletto con Antonino Lo Cascio, sia quando poi le lessi pubblicate nel testo. La prima è una diversità di genere sul binomio virtuale/relazionale. Gli uomini parrebbero più inclini al voyeurismo, mentre le donne amerebbero la concretezza: « … sembra – scrive De Masi – che gli uomini e le donne abbiano stili diversi di comportamento: mentre gli uomini si mettono in contatto in prevalenza con i siti pornografici per scaricare immagini e eccitarsi voyeuristicamente, le donne sono interessate a esperienze erotiche che hanno come mediatore la parola; si rivolgono pertanto alle chat-lines dove possono imbastire relazioni che hanno una componente immaginaria e esibizionistica ma che talvolta arrivano a un incontro reale» [024].
La seconda consiste nel chiamare in causa il sogno. De Masi, citando il materiale clinico della paziente Anna (recatogli in supervisione), sostiene che la Rete esplori la dimensione onirica. Infatti, il sogno (in questo caso erotico) raccontato dalla paziente, potrebbe far pensare alla possibilità di una materializzazione dell’erotismo attraverso Internet. Così nel testo: « … [la] storia analitica della paziente … [mostra] come […] la fuga sessuale in Internet non rappresenta altro che il proseguimento della vicenda analitica, del transfert erotico e della fuga nel mondo illusionale. È come se Anna avesse trovato nella rete quello spazio virtuale di fantasia, […] il piacere di eccitare e di sentirsi eccitata che le è stato negato nella relazione con il terapeuta dopo l’analisi del transfert sessuale […] delle sedute precedenti» [025].
Supponendo, in estrema sintesi, che entrare nel mondo virtuale della Rete, significhi, in qualche modo, compensarsi, interagendo con sconosciuti in una realtà virtuale, De Masi si chiede se si possa «pensare al mondo virtuale ed eccitante della rete, come uno spazio transizionale, cioè come una esperienza psichica che contiene una potenzialità evolutiva» [026]. A sostegno delle proprie argomentazioni, De Masi, cita un lavoro (orientato in tal senso) di Vittorio Lingiardi [027] riferito a due pazienti (una donna e un uomo, più grave) che hanno un rapporto patologico col computer e anche per tale motivo sono seguiti in analisi. «Lingiardi – scrive De Masi, pur con qualche riserva sulla tesi di questo autore – assimila il ritiro psichico ad un’area transizionale in cui la realtà non è né accettata né ripudiata; diventa pericolosa solo quando viene usata ripetutamente o troppo a lungo» [028]; e più avanti, sempre Lingiardi, «sembra legare il ritiro in Internet a un modo primitivo di relazione sensoriale in contatto con forme o oggetti autistici, com’è stato descritto da Ogden, una relazione sensoriale che serve a rimpiazzare una madre assente con una forma di sensorialità autogenerata» [029].
Franco De Masi, ci avverte, però, che è molto importante «distinguere il mondo della fantasia e dell’immaginazione da quello del ritiro nella fantasia che è quello che si apparenta all’uso patologico di Internet. La prima area coincide con la capacità di giocare, di creare o di condividere i miti collettivi, la seconda si concretizza nel ritiro dalla realtà psichica» [030].
 
8. █ È facile andare subito con la mente alla questione dell’autismo. Infatti, per quanto riguarda l’isolamento presuntivamente psicotico, questa la tesi di De Masi: «In alcuni pazienti il ritiro nella fantasia si sostituisce alla realtà psichica; si tratta di due realtà che procedono senza incontrarsi. La realtà virtuale viene valutata come più preziosa rispetto alla vita emotiva e relazionale. È questa la funzione che svolge Internet per alcuni pazienti: permette la proiezione in un mondo virtuale di fantasia che viene a costituirsi come un mondo a parte in cui l’immaginazione è sovrana» [031].
Tentando di semplificare, se è vero che il ritiro nella stanza del PC, può essere interpretato come un ritiro nella fantasia e un rifiuto della realtà, non si può escludere che si tratti di un rifugio in una realtà “virtuale” che consente al soggetto di esprimere la sua fantasia nella “concretezza” della Rete. Franco De Masi, sembra meno possibilista di Lingiardi dal punto di vista prognostico della patologia psichiatrica: «Non so se la prospettiva clinica descritta da Lingiardi possa essere confermata dalla mia esperienza con i pazienti. A mio avviso esiste una differenza concettuale tra l’area transizionale e quella del ritiro psichico. La differenza è eminentemente qualitativa e non quantitativa» e così prosegue «… il ritiro psichico non è un’area di sospensione né una semplice difesa della relazione ma è una costruzione psicopatologica che esercita un’attrazione ipnotica sul resto della personalità, che viene così costantemente impoverita. Una struttura patologica di questo tipo danneggia, a volte in modo irreversibile, lo sviluppo dell’identità personale e del mondo interno» [032].
Non tutti gli autori, sono d’accordo su questo punto, perché, obiettano, che si dovrebbe parlare tutt’al più di tratti narcisistici e semmai di autismo “virtuale”, non necessariamente “psicotico”. Ma, tant’è, fin dai tempi delle intossicazioni da anfetamine c’era chi negava decisamente che l’uso degli psicostimolanti potesse slatentizzare patologie deliranti-allucinatorie tali da configurarsi poi come forme schizofreniche endogene. La questione è tuttora aperta: non tanto sul danno cerebrale prodotto dagli additivi (specie sintetici) che è dimostrato, ma piuttosto sull’evoluzione psicotica di un’intossicazione acuta per ingestione/invasione massiva di cosiddette “sostanze di abuso”.
Le ipotesi psicopatologiche di Vittorio Lingiardi, che equipara il “virtuale” ad una sorta di “dimensione autistica”, di “ritiro autistico”, secondo De Masi, sono tutte da verificare. Per converso, potrebbe risultare evidente che il “simbolico” si rappresenta nel web, sotto forma relazionale, poiché si parla, si chatta, ma non si comunica autenticamente. Talvolta le situazioni possono peggiorare, quando Internet non riesce più a contenere le angosce e i giochi di travestimento dei pazienti. Soprattutto la parola perde il significante per appartenere al linguaggio automatico.
De Masi, in occasione del convegno citò una casistica personale molto avvincente e variopinta, per esempio un suo un paziente border-line che si travestiva da donna, per cui si rimanda il lettore al testo. Anche un piccolo cenno, minimamente articolato, esulerebbe dagli scopi informativi delle presenti note.
Concludiamo rilevando che nella esposizione di De Masi ci è piaciuto il suo modo pragmatico di ragionare che, scarnificando la polpa dei problemi all’osso della loro più elementare essenzialità, ha consentito di enucleare i seguenti tre dati razionali e suggestivi. Chiedo scusa se cito sommariamente il suo pensiero, perché leggo dalle mie annotazioni di allora...
1) La parte concreta dell’accesso in rete è costituita da uno schermo, una tastiera e il mouse. Tutto il resto è legato alla personalità, al temperamento e alle disposizioni naturali di ciascuno, che potrà declinarsi nei modi dell’esibizionismo piuttosto che in quelli del narcisismo mentre opera le sue performance sotto l’occhio della webcam.
2) Immaginare che il luogo di rappresentazione della psicoanalisi potrebbe essere la Rete. Una sorta di provocazione.
3) La similitudine fra la musica e la scoperta della psicoanalisi, mettendole in comparazione con una efficace silloge per assurdo. La psicoanalisi – questo più o meno il ragionamento di De Masi – è una costruzione psicologica inventata da Freud prima che fosse inventato lo strumento per rappresentarla. Se pensiamo che la musica è stata intuita dall’uomo prima che fosse inventato il pianoforte per suonarla, non avremmo difficoltà ad ammettere che tutto ciò che ne è conseguito è stato immensamente gratificante per l’umanità. Trovo questa associazione di De Masi assolutamente geniale, una finezza.
 
9. █ Antonio Di Ciaccia – lacaniano di gradevolissima presenza scenica e di straordinaria efficacia didattica – ha aperto la sua relazione abbastanza ermetica Dalla perversione alla pèreversion presentandoci il rompicapo della cinta di Moebius, tanto per mettere subito le cose in chiaro, anzi in quel chiaroscuro anodino della “parole” che meglio si addice alle argomentazioni complesse del Web, che, per l’appunto, sono virtuali.
Ecco! – mi sono detto – Poteva mancare Mauk, Maurits Escher? Eppure questa citazione, questo richiamo, questa distorsione spaziale disegnata sul pannello grafico – se ricordo bene – col pennarello che traccia una linea sul bordo di un anello di carta ripiegata sull’asse e rincollata ai lembi, senza mai re-incontrarsi, ha avuto il potere di rendere immediatamente più chiari il virtuale, la rete, il web, e il significante di Internet.
Successivamente, quasi duettando col relatore che lo aveva preceduto, Di Ciaccia ha esclamato categorico – La lingua dell’inconscio è silenzio – parole che in bocca ad un lacaniano ufficiale e importante, fanno sempre riflettere. Poi, dopo una pausa per rafforzare il concetto, ha aggiunto – Noi siamo traduttori di dialetti: dialetto lacaniano, dialetto winnicottiano, dialetto kleiniano e così via. – Come entrée l’ho trovata magistrale. Ma non è un mistero che ascoltare Antonio Di Ciaccia è sempre piacevole.
In seguito ha posto due questioni. Innanzi tutto si è domandato cosa significhi la psiche nella rete, e se sia possibile una analisi attraverso Internet. Uno psicopatologo fenomenologico come me, legato al pensiero che la psiche è lo spirito, il soffio vitale, e rivede mentalmente l’iconografia dell’anima che abbandona il corpo senza vita (la stilizzazione greca dell’eidolon che lascia il corpo del guerriero morente e si volatilizza salendo verso l’alto con le sembianze dell’ombra), è rimasto interdetto. L’antropofenomenologo non finiva di chiedersi – se la presenza è l’esser-ci che si svela mondanizzandosi, allora cos’è il Dasein nella rete? – mentre le argomentazioni dell’oratore lacaniano fluivano incalzanti.
Di Ciaccia ha escluso categoricamente che fosse possibile una psicoanalisi del linguaggio con altro mezzo che non fosse quello diretto della seduta. A riprova di ciò ha citato un curioso dettaglio riguardante la rudimentale tecnologia mediatica di Jacques Lacan (1901-1981): il telefono [033]. L’oratore – sempre brillante e non privo di umorismo – ha raccontato che il maestro in terapia si serviva anche dell’apparecchio telefonico, consentendo al messaggio d’un paziente, che magari annunciava il suicidio, d’entrare, in contatto con lui. Questa modalità di “farsi invadere” da un problema d’un paziente in cura e in un momento drammatico, costituirebbe secondo Di Ciaccia un chiaro esempio di assoggettamento del soggetto al significante.
In pratica avveniva questo: un paziente telefonava a Lacan per avvertirlo di volersi suicidare. Ai pazienti di Lacan era consentito comunicare col terapeuta tramite il telefono. Alla bisogna provvedeva la segretaria di Lacan (Gloria mi pare), che era autorizzata a passare la telefonata al professore. Se ho ben capito, la risposta che veniva data al paziente era più o meno questa. Faccia pure come crede, ma sappia che io sono qui, pronto a riceverla e a parlare della sua decisione. Dunque, in primo luogo un’opzione terapeutica tesa a depotenziare l’angoscia del paziente, ma allo stesso tempo anche una sottrazione al tentativo di esserne ricattato, cosa che avrebbe compromesso definitivamente la terapia.
Va da sé che questo semplice “intervento terapeutico” era legato al fatto che il potenziale suicida avesse a portata di mano un telefono [034], che ricordasse il numero dello studio di Lacan, e che Gloria fosse disponibile. Questa la sequenza: filtraggio di Gloria (si presume ore studio), parola di Lacan, accesso immediato, seduta brevissima, congedo rapido. Il marchingegno dilazionatorio in pratica sventava il proposito suicidario perché tutto veniva come congelato in attesa d’evoluzione, evitando di stare sotto scacco. Il rischio era calcolato. Una procedura piuttosto lambiccata, ma molto divertente com’è stata raccontata da Di Ciaccia e come io l’ho capita. Si potrebbe dire che, tradotta in “era Internet” e nel linguaggio collegato alla Rete (la parole virtuel), Gloria sarebbe praticamente una sorta di mail di Lacan, con tutto quel che  segue [035].
Battute a parte, una bella domanda sarebbe quella di chiedersi: Freud e Jung usavano il telefono? La scrittura certamente si, la posta altrettanto [036]. Non so quanto sia futile, il quesito, ma certamente una piccola curiosità, per capire come circolasse l’informazione confidenziale in via breve e quella scientifica in particolare.
Una seconda questione posta da Antonio Di Ciaccia è stata quella di chiedersi se la Rete possa considerarsi il nuovo inconscio collettivo. Non è da escludersi, ma andrebbero chiariti preliminarmente quelli che, all’inizio, l’oratore ha indicato come “dialetti” di cui noi saremmo “traduttori”. Secondo i vernacoli delle varie correnti psicologiche, Internet potrebbe essere ritenuto un archetipo rovesciato, presbiofrenico (nel web junghiano), l’immaginario senza l’altro (nel web lacaniano), la realtà inventata (nel web batesoniano), la presenza falsificabile (nel web popperiano), il Dasein inautentico, smondanizzato (nel web binswangeriano), l’inconscio “taroccato” (negli assalti degli hacker).
La discussione si è accesa quando a Di Ciaccia che poneva il problema dell’identità e/o identificazione nella Rete, De Masi ha negato la consistenza di entrambi, affermando che semmai si sarebbe trattato di una pseudoidentità poiché vive nella mente degli altri. È seguito un “corpo a corpo” dialettico, sul tema specifico dell’identità. Come uno “scambio ravvicinato” tra due pugili che si alternavano “ganci” e “uppercut”: Freud di identità non ne parla – neppure Melanine Klein che, invece, parla del Sé – Jung si, che parla di identità – identificazione, piuttosto – per quello, anche Ferenczi – beh! parlano di identità Jung e Ferenczi.
Il contrasto avvincente, sempre vivace ma godibilissimo, si è poi attenuato scivolando sui temi della consapevolezza dell’essere, nel compimento del fato, all’interno della tragedia shakespeariana e sofoclea. Se attore o agito, incubo o succubo. Amleto sa, Edipo non sa, ha spiegato con veemenza Di Ciaccia. Al contrario, ha ribattuto De Masi, l’uno non può, l’altro non deve, dire. Entrambi i relatori però, alla fine, hanno convenuto che la Rete non può dare risposte psicologiche, perché non consente la comprensione delle emozioni.
Ad un certo punto è emersa una domanda che ha lasciato un po’ tutti imbarazzati. Esiste il silenzio nella rete? Ancora mi frulla nella mente e m’incuriosisce. In tutta sincerità devo dire che a malapena riesco a cavarmela con l’analisi del silenzio in terapia vis a vis, ma se la Rete è silente spengo tutto e chiamo il tecnico perché probabilmente mi sono beccato un rootkit.
 
Note al testo (prima parte)
[00]. Quando, dal punto di vista psichiatrico (pedagogico, accademico, narrativo) devo trattare di uso della Rete, non posso omettere di citare la fondamentale distinzione fatta nel 2001, dallo scrittore e pedagogo nuovayorkese  Marc Prensky (1946) tra nativi digitali e immigrati digitali (Digital Natives e Digital Immigrants). La distinzione, e dunque il decalage andava fatto tra la popolazione nata dopo il decennio 1985 (epoca di diffusione di massa dei PC a interfaccia grafica) e il 1996 (epoca di commercializzazione dei sistemi operativi a finestre), e tutti coloro che erano venuti al mondo precedentemente. Chi scrive è tra questi “precedenti”: Bologna, 1932.
[01]. La psiche nella rete Nuove opportunità e nuove patologie. «Psicoanalisi e Metodo» IX, 2009, Edizioni ETS, Pisa, 2009. Carrara e Zanda. Introduzione, p. 9.
[02]. Acronimo di World Wide Web: una ragnatela vasta quanto il mondo.
[03]. Tipico processo ricorsivo è l’effetto Droste. Droste è una marca di cioccolato olandese che, per fini commerciali, avendo al proprio interno una piccola immagine di se, viene ripetuta all’infinito. Esattamente come due specchi contrapposti. Il fenomeno (pericoloso per gli ossessivi), ricorda la mise en abîme, Cfr. Lucien C. Dallembach (1977). Il racconto speculare: Saggio sulla mise en abîme. (Traduzione e Introduzione di B. Concolino Mancini). Nuove Pratiche Editore, Parma, 1994.
[04].  Al matematico e astronomo sassone August Ferdinand Möbius (1790-1868) si deve la scoperta della striscia o nastro omonimo, consistente in una superficie bidimensionale che, immersa in uno spazio tridimensionale euclideo, presenta una sola linea di bordo e una sola faccia.
 [05]. Dalla macchina per i numeri di Blaise Pascal (1623–1662) in su, fino al pesantissimo “Enigma” (1939) e al “Colossum” (l944) degli inglesi, all’ENIAC il computer programmabile degli americani (1946) e ancora all’IBM o alle macchine di Olivetti del 1960, fu una continua evoluzione del primitivo sistema per fare calcoli rapidamente.
[06]. Riparo così anche alla promessa di una lettera di necrologio, fatta alla moglie architetto Maria Elisa Reduzzi (Pafi), poi disattesa.
[07]. La Pensione familiare della “Signora Gigia” in Corso Vittorio Emanuele a Cagliari, divenne famosa negli anni Settanta/Ottanta per aver ospitato numerosi cattedratici di neurologia e psichiatria freschi di nomina, provenienti dal “Continente” tra i quali Vizioli, Ciani, Bergonzi, Alberto Maleci, Cianchetti, Mangoni, e altri.
[08]. I Vizioli erano abruzzesi, originari di Colle di Mezzo (Chieti). Due fratelli Vizioli: Raffaele (“professore pareggiato”, equivalente a libero docente) e Francesco (cattedratico), entrambi neuropsichiatri e antenati di Ninì, furono all’Università di Napoli. Raffaele, il maggiore dei due, è stato il padre di Francesco (collega di Gozzano e famoso direttore del Manicomio “Leonardo Bianchi “di Napoli), a sua volta padre di Raffaello.
[09]. Joseph Roth, La Cripta dei Cappuccini, traduzione Laura Terreni. Adelphi, Roma, 2007.
[010]. Non sono mai stato brillante come Vizioli, in era pre-Internet, ma con la biro, gli evidenziatori per sottolineare i passi salienti o i pennarelli per scrivere le glosse nei testi letti o studiati, e le infinite “cartuccelle” di appunti, me la sono cavata, fino a scrivere circa 300 lavori in 60 anni di attività scientifica.
[011]. Il “Personalismo” fu un movimento politico che, attorno alla rivista Ésprit, raccolse la corrente di pensiero individualista, cosiddetta del “Personalismo”. Esso costituì una rivolta contro la grande crisi economica e spirituale del 1929 e allo stesso tempo affermò una rivoluzionaria rivalutazione dell’inoggettivabilità e della libertà dell’essere.
[012]. La locuzione “Olodomor” in lingua ucraina significa "infliggere la morte attraverso la fame". In Ucraina, dal 1929 fino al 1933 si abbatté una gravissima carestia con diversi milioni di morti, in cui si segnalarono episodi di cannibalismo.  Gli ucraini ritengono Stalin e l'URSS i responsabili di questa catastrofe, sulla quale ancora si discute. Il quarto sabato di novembre si celebra la commemorazione del luttuoso evento.
[013]. La psiche nella rete. Carrara e Zanda. Introduzione, cit. p. 10.
[014]. Ibid.
[015]. Peraltro non molto dissimile dalla titolazione che l’eccentrico americano di Springfield, Timothy Francis Leary (1920-1996) diede del PC (e, poi, Internet), definendoli l’LSD del XX secolo, come rammentano Carrara e Zanda nella Introduzione, cit., p 14.
[016]. Ricordiamo per inciso che il tentativo di Jacques Lacan (1901-1981) di ripetere l’esperienza americana di Freud, nel 1975, esitò sostanzialmente nella celebre polemica linguistica con Noam Chomsky (Filadelfia, 1928).
[017]. La motivazione della Laurea in legge honoris causa conferita a «Sigmund Freud dell'Università di Vienna, fondatore di una scuola di pedagogia già ricca di metodi e nuove acquisizioni, maestro oggi fra i giovani di psicologia sessuale, psicoterapia e analisi» nella circostanza del suo viaggio in America dalla Clark University di Worcester, con Stanley Hall Presidente, dice molto più del titolo.
[018]. "la Repubblica” (Venerdì 04/09/2009) inviò a Vienna un suo corrispondente, Marco Cicala, alla ricerca di quel che restava a 70 anni dalla morte dell’inventore della psicoanalisi. Titolo del servizio: Sigmund Freud l’uomo che scoprì il sesso. O, almeno, che gran parte dei nostri problemi, nascono da quelle parti. Emblematico e rendeva significativamente il senso della portata rivoluzionaria che ebbero le sue teorie in tutto il mondo.
[019]. Studi sulla psicologia del sesso è un’opera ponderosa in sette volumi del medico inglese Henry Havelock Ellis pubblicata fra il 1897 e il 1928.
[020]. Si veda Sergio Mellina. Versioni e perversioni sessuali di un secolo a cavallo di due secoli: 1850-1950. La cornice storica europea in cui si pone la questione. Eventi, protagonisti, attori, spettatori. In: “Modelli della perversione”. Atti del convegno di Lucca 10 novembre 2007, Rivista “Psicoanalisi e metodo” 8/2008, pp. 129-159, Edizioni ETS, Pisa, 2008.
[021]. “La psiche nella rete”, cit. Franco De Masi. Quale mente nella rete, p. 21.
[022]. Ibid., p. 23.
[023]. La baby observation è uno dei cardini dell’analisi infantile, ma anche della psicopatologia fenomenologica. Cfr. Bruno Callieri. Corpo, esistenze, mondi. Per una psicopatologia antropologica. Edizioni Universitarie Romane, 2007, p. 180.
[024]. “La psiche nella rete”, Franco De Masi. Quale mente nella rete, cit. p. 25.
[025]. Ibid, p. 28
[026]. Ibid, p. 31
[027]. Vittorio Lingiardi. Playing with unreality: Transference and computer, «The International Journal of Psychoanalysis», 89 (1), 2008, pp. 111-126.
[028]. “La psiche nella rete”, Franco De Masi. Quale mente nella rete, cit. p. 31.
[029]. Ibid., p. 29. Si veda anche Thomas Ogden. Projective Identification and Psychotherapeutic Technique. New York: Aronson, 1984; trad. it.: Identificazione proiettiva e tecnica psicoanalitica. Roma: Astrolabio, 1994.
[030]. Ibid.
[031]. Ibid., p. 30.
[032]. Ibid., p. 31-32
[033]. La posta elettronica non era ancora diffusa. Ray Samuel Tomlinson un ingegnere statunitense di NY la inventò nel 1971.
[034]. Un cellulare è da escludere perché i primi compaiono in Giappone nel 1979 e i “Motorola” sono del 1983.
[035]. A proposito degli orari della segretaria di Lacan, c’è una storiellina di Gigi Proietti: Una vecchia automobile parcheggiata per strada, cartello sul parabrezza con su scritto “vendesi”, numero di cellulare e la raccomandazione “telefonare ore pasti”, aggiunta del solito writer “magna tranquillo!”
[036]. Il documento ufficiale fa storia, la mail forse no, la parola, purché registrata o pronunciata davanti a testimoni, il fax ha scarso valore di prova giudiziaria e dal punto di vista temporale non sostituisce il timbro postale. Ma con queste amenità si potrebbe continuare a lungo.
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