CORONAVIRUS: LA RIMOZIONE, LA PAURA, L'EGOISMO

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11 marzo, 2020 - 16:50

Finalmente ce ne siamo accorti. Sembra che la consapevolezza, dalle nostre parti, arrivi quando qualcuno ci dice dall’alto cosa si può e cosa non si deve fare. Ci voleva l’assertività delle Istituzioni per chiarire che non era il caso di fare i resistenti e pubblicare foto di raduni e aperitivi dalle zone difficili? Abbiamo avuto la Festa della donna con gli spogliarellisti nei locali, Ponte Milvio e Trastevere intasati da trentenni, quelli col bicchiere in mano che ridacchiavano spiegando: «Me lo può dire il governo, me lo può dire chicchessia ma io non mi chiudo in casa a venticinque anni». Venticinque, non dodici.

Poi la zona rossa si è estesa a tutto il territorio nazionale, e nessuno si stupirebbe di vedere proprio quei trentenni in fila a fare le provviste per il grande isolamento.

La reazione all’epidemia sta facendo i conti con una rimozione collettiva alla prospettiva di avere paura. Ci ritroviamo, addirittura, davanti allo scavalcamento del concetto di fake news: le notizie vere diventano complottismo, le interpretazioni delle curve di crescita del contagio una lettura volutamente ansiogena, il Coronavirus un giochetto sporco delle multinazionali che corrono al vaccino. Meglio, quindi, chi ha detto che si tratta di poco più che un’influenza. Meglio i rasserenatori di popolo degli untori del terrore.

Mantenere la calma sì, far finta di niente no.

La paura è un sentimento con cui dobbiamo fare i conti, non c’è sempre qualcosa o qualcuno che ce la fa passare.

Le informazioni, quelle vere, sono infodemia? Possono essere, piuttosto, conoscenza. Il web diffonde solo spazzatura? Con un fact-checking ragionevole, il web diventa una fonte straordinaria di notizie. Siamo Wuhan? Certo che non lo siamo, ma stiamo attraversando un’epidemia. Questo spaventa, però determina anche un pensiero consapevole, genera prevenzione.

L’altro aspetto che la situazione elicita è l’egoismo umano che va in diagnosi differenziale con la grettezza: la calata dei Lanzichenecchi per trascorrere la quarantena in famiglia, il personale che fa razzie di mascherine in ospedale senza preoccuparsi di chi viene dopo. E con la mostruosità: il paziente in attesa di fare il tampone che, spazientito per il tempo perso, ha sputato sui sanitari dell’Ospedale Cotugno di Napoli.

Nella marea di denominatori che stiamo rincorrendo, di tassi di letalità, di numero di nuovi casi, di criteri previsti per fare il tampone, l’unico dato che deve interessare a chi, in questo momento, non è in prima linea è il tasso di saturazione dei posti in terapia intensiva. Su quello siamo obbligati a ragionare ognuno per sé e tutti per la comunità. È lì che si gioca la partita dei trattamenti medici garantiti.

Anche gli operatori della salute mentale fanno i conti con la crisi. Gli psichiatri sono chiamati in causa per i rifiuti di cure, a prescindere da se questi siano sottesi da psicopatologia o meno. S’inizia a porre il problema dei ricoveri improcrastinabili dei casi sospetti o di quelli con sopravvenuta febbre in corso di degenza. La prospettiva della riduzione delle attività ambulatoriali rischia il paradosso dell’affollamento dei pronto-soccorso e dell’accentramento delle cure nei reparti, la necessità di fare spazio ai posti di terapia intensiva potrebbe sacrificare posti letto com’è già successo a Teramo. Il clima di lavoro richiederà pazienza, capacità di maneggiare stati d’animo come l’insicurezza percepita, l'incremento delle quote ansioso-depressive, il rischio di aumento di abuso di sostanze. Saranno necessarie tutte le competenze relazionali disponibili, anche rispetto alla tensione delle equipe lavorative.

Dovremo prepararci alle future cicatrici cliniche su larga scala. Siamo davanti a un evento che avrà le sue conseguenze psicotraumatologiche in termini di disturbi dello spettro dello stress, nelle sue più varie declinazioni.

Dobbiamo, non dovremo, sostenere il personale che lavora nei reparti più coinvolti nei trattamenti del Covid-19. Dobbiamo, non dovremo, mettere a punto sistemi di sostengo anche sfruttando la tecnologia perché soccorrere i soccorritori è una priorità di tutte le emergenze.

Le Istituzioni si affrettano a ringraziare gli eroi della Sanità che in queste ore lavorano a ritmi serratissimi. Chiunque lo sta facendo e lo farà, a bocce ferme dovrà riflettere sul senso delle parole. Su quanto proprio le Istituzioni che rappresenta hanno progressivamente depauperato, svilito, mortificato il Sistema Sanitario Nazionale e chi ci lavora. Chi non ci lavora, invece, prima di pretendere, insinuare, reclamare, sfasciare i pronto-soccorso e le ambulanze, correre a fare denunce pretestuose dovrà riflettere ancora di più.

 

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