IL SOGGETTO COLLETTIVO
Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale
di Antonello Sciacchitano

Crollo del principio d'autorità?

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14 aprile, 2019 - 09:24
di Antonello Sciacchitano
State contenti, umana gente, al ‘quia’,
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria.

Dante, Purgatorio, III, vv. 37-39

 
“In generale non dovremmo chiudere gli occhi di fronte agli episodi estremamente sconvolgenti di quel crollo generale dell’autorità sia del Medioevo sia del mondo antico che fu causato dalla rivoluzione scientifica”.[1]

Herbert Butterfield dedicò il X capitolo delle Origini della scienza moderna (1958) al tema della Rivoluzione scientifica nella storia della civiltà occidentale, da cui ho tratto la citazione. L’espressione “rivoluzione scientifica” fu poi riproposta da Thomas S. Kuhn in La struttura delle rivoluzioni scientifiche del 1962 con postfazione del 1969.

In questo discorso “rivoluzionario” c’è qualcosa che non mi torna. Presa la metafora per realtà, è facile lasciarsi sfuggire la portata simbolica del fenomeno della cosiddetta “rivoluzione scientifica”. Quella scientifica non fu mai una rivoluzione reale in senso stretto; non ci fu qualcuno che si mosse contro qualcun altro. La scienza moderna non esordì in modo paranoico contro i “cattivi”. Non fece carneficine; non fu come la rivoluzione francese contro i Borbone o la rivoluzione russa contro i Romanov. Nessun uomo di scienza lanciò mai programmi del tipo: “Scienziati di tutto il mondo unitevi contro i vostri padri ignoranti”. La scienza non realizza desideri edipici di parricidio. Certe dottrine sull’esautorazione del Nome del Padre nel discorso scientifico sono bufale come le campagne antivax. Sono ideologie pseudo-psicanalitiche che rimuovono la scientificità in modo caratteristico.[2]

A rigore quella scientifica non fu neppure una rivoluzione nel senso di evento violento; non cambiò in modo catastrofico la forma di pensiero vigente, se non altro perché le ci vollero quasi 80 anni per configurarsi in modo accettabile e trasmissibile. L’antichità lasciò in eredità molti pregiudizi, consolidati da secoli di volontà di ignoranza prima della civiltà romana e poi della cristiana. Fu laborioso smantellarli. Ci vollero performance del calibro dell’Astronomia novadi Keplero (1609), poi iDiscorsie dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienzedi Galilei (1638), fino ai Principi di filosofia naturale di Newton (1687). Alla fine si istituì ex novo una forma di pensiero che non esisteva prima; non fu un semplice cambiamento del pensiero preesistente. Il risultato finale – il concetto scientifico di moto – era del tutto scorrelato dal pensiero antico, che non lo conteneva neppure in germe. Insomma, la scienza moderna fu un’evoluzione non scontata dell’antichità, una mutazione genetica radicale, con buona pace di ogni risorgente umanesimo, ma non fu una rivoluzione politica.

La tesi di questo post è banale: nel XVII secolo ci fu sì una mutazione di pensiero, ma non una vera rivoluzione; non ci fu cambiamento ma innovazione. La scienza moderna non produsse neppure il crollo del principio d’autorità. Tranquilli, è tutto come prima. Non è cambiato nulla nella funzione paterna. Il principio d’autorità gode tuttora di buona salute. Il Super-Io, struttura collettiva prima che individuale, mantiene saldamente il controllo delle operazioni sociali. Possiamo continuare come prima come se nulla fosse accaduto. Per il nostro soggetto collettivo non poco coatto è come se la scienza non fosse mai esistita.

* * *

Eppure la moderna concezione scientifica del moto fu di un’inimmaginabile novità rispetto al modo di pensare degli antichi e dei medievali. Cerco di spiegarlo, rifacendomi a una semplice esperienza infantile, molto comune. Sto partendo per le vacanze. Sono sul treno alla stazione di Milano, una stazione di testa da cui si può uscire solo in avanti. Il treno si mette lentamente in moto ma non lo avverto quasi. Vedo invece che la stazione si sta muovendo all’indietro. Sta avvenendo qualcosa di miracoloso, anche leggermente perturbante. Il treno esce dalla stazione ma anche la stazione esce dal treno. Come sono possibili due movimenti in senso contrario allo stesso tempo e nello stesso punto di osservazione? La domanda fanciullesca inaugura l’era relativistica.

Il fenomeno, la cui struttura astratta (“astratta” non è una parolaccia) mi si chiarirà solo dopo decenni di studio e di riflessione; c’è da capire che il movimento è sempre un fenomeno doppio che coinvolge sia il mobile sia lo spazio intorno, sia il locale sia il globale. Lo spostamento è controvariante, si dice in analisi tensoriale, nel cui linguaggio un secolo fa Einstein scrisse la teoria della relatività generale. Le coordinate dello spazio in quiete – la stazione – e quelle dello spazio in movimento – il treno – variano linearmente in senso contrario le une rispetto alle altre, introducendo la funzione del tempo. Si parla di controvarianza,[3] perché nel moto qualcosa non muta. Infatti resta costante il valore del prodotto scalare di due vettori in uno spazio e nell’altro. Trasformando le coordinate, non varia la misura degli intervalli, che sono spaziali nella fisica galileiana e spaziotemporali in quella einsteiniana. Si dice che gli intervalli sono invarianti. La meccanica moderna si basa su sottili simmetrie, per lo più di ordine lineare come le trasformazioni differenziali, dove le simmetrie reali si riflettono in specularità di scrittura. I due movimenti controvarianti sono sia trasformazioni globali dello spazio in toto nei suoi assi coordinati sia trasformazioni locali nell’intorno del punto mobile, che  si corrispondono in doppio modo.

Il moto è essenzialmente una complessa interazione – uno “sfalsamento” – tra la dimensione locale (dello spazio tangente) e la dimensione globale (dello spazio ambiente), che “ricorda” qualcosa di precedente alla messa in moto.[4] Gli antichi Greci, la cui geometria era essenzialmente locale, costruita com’era con riga e compasso, non ci erano arrivati e non potevano arrivarci.[5] Occorreva l’apporto generalizzante dell’algebra indo-araba per pensare lo spazio come membro di una famiglia di spazi che nel moto si trasformano l’uno nell’altro.

Siamo anni luce lontani dalla presentazione prescientifica del fenomeno del moto. Gli antichi Greci non riuscirono a concepire il mix di varianza/invarianza in gioco. Lo dimostrano i futili paradossi di Zenone a cominciare dalla freccia ferma,[6]come fermo fu il pensiero del suo autore.[7] L’antica fisica del moto, intesa come ricerca della quiete (la stasis di Aristotele), o la fisica medievale, che concepiva il moto come effetto di un impetus, dello slancio vitale del corpo in movimento, sembrano al ragazzino sul treno ragionevoli, perché vicini al senso comune che ragiona in termini di cause ed effetti. Il principio d’autorità si basa sulla ragionevole supposizione che esistano le cause degli eventi, in particolare le cause del moto. La ragionevolezza aristotelica presupponeva che il moto fosse subordinato alla causa finale: la quiete, tipicamente al centro della terra; la ragionevolezza medievale presupponeva che il moto fosse dovuto alla causa efficiente, che non chiamava motore ma impeto o slancio vitale.[8]

La scienza moderna sovverte la ragionevolezza delle cause politicamente corrette ammesse nell’antichità e nel Medioevo; ammette l’esistenza di moti senzacausa e … senza Dio; concepisce addirittura un moto rettilineo uniforme, o inerziale, in assenza di forze acceleratrici che lo modifichino. E pensa la velocità in modo controvariante, impensabile sia per l’antichità sia per il Medioevo, che non avevano l’attrezzo intellettuale fondamentale per fare scienza: la “variabile”.

Inteso come sostantivo e non come aggettivo, il termine “variabile” non ricorre nei vocabolari greci e latini e curiosamente neppure nelle opere di Freud. Antichità e Medioevo avevano la nozione di grandezza, che potevano pensare solo in termini di proporzionalità e solo per grandezze omogenee.[9]Non basta. Senza il concetto di variabile, introdotto dagli algebristi francesi e italiani attraverso il calcolo letterale – la moderna “istanza della lettera” che Lacan non vide[10] – non si può pensare né la covarianza né la controvarianza, quindi non si può fare della scienza moderna, cominciando a considerare la velocità dei corpi come variazione della posizione del mobile nel tempo in modo controvariante rispetto all’osservatore (in quiete o mobile anch’egli). La precisazione è necessaria per fugare ogni dubbio sulla presenza del soggetto nel discorso scientifico: il fanciullo sul treno reincarna Einstein, famoso per i suoi eleganti esperimenti mentali su lunghissimi treni.

Alles in Ordnung?

Proprio no. Proprio come nel caso del treno in partenza dalla stazione al movimento della scienza si contrappone il movimento in senso contrario del buon senso, che non vuole saperne di paradossi scientifici controintuitivi. Il buon senso è il sostegno principe del principio di autorità: uno comanda, l’altro ubbidisce. Il buon senso ama l’autorità e i principi che essa detta e ammette come gli unici validi. L’autorità lo sa bene e tende a mantenere i benpensanti lontani dalla scienza, tenendoli al guinzaglio del senso comune.

A questo punto si definisce un singolare campo di battaglia con un unico contendente, se così si può dire. Non vanno in scena né duelli né vexatae quaestiones. La scienza non è predisposta alla contesa come le antiche dottrine che discettavano contro le loro rivali. Non pretende convincere nessuno in nome di verità incontrovertibili. È più prudente e modesta. Opera con congetture, cioè con enunciati né veri né falsi, che si prepara a confermare o confutare in collettivi di pensiero che hanno scarsa risonanza sociale.

Cito un dettaglio personale. Da oltre cinquant’anni compro mensilmente una ben nota rivista di divulgazione scientifica. Il giornalaio ne riceve due copie al mese. Quando compro il numero nuovo, spesso noto che dalla mensola spunta invenduta la copia del mese precedente. Insomma, la scienza non vende; non va di moda, anzi fa fino superarla e prenderne le distanze, come da opera intellettualmente minore, perché – si dice – con la pretesa di essere oggettiva trascura il soggetto.

Il buon senso, invece, si organizza come discorso del padrone-maestro che enuncia ex cathedrale proprie verità e pretende dominare il campo, stabilendo cosa è giusto e cosa non lo è. Dal lato semantico, o della verità, viene a dar man forte al buon senso la filosofia con il sostegno metafisico, di per sé inconfutabile come ogni delirio. I deliri, valga per tutti l’esempio del delirio nazifascista, hanno una forza ipnotica trascinante, superiore a qualsiasi forma di democrazia, perché rappresentano i desideri già realizzati. Senza ipnosi è difficile fare politica, apprendiamo dalla situazione italiana. La scienza è messa nell’angolo dalla “normale” prassi politica: sopravvive per meriti utilitaristici, in particolare per i contributi tecnologici alla gestione del potere. È ammessa nel teatro accademico solo come tecnoscienza. In Italia alla ricerca scientifica vanno le briciole del Pil.

Altro che crollo del principio di autorità del padre! Se mai crollo ci fu, non fu a causa della “rivoluzione scientifica”. Gli storici citati, presi dal proprio argomento, hanno esagerato parlando di rivoluzione scientifica “reale”. Se è stata scientifica, quella rivoluzione non è stata culturale, cioè non ha modificato l’assetto sociale. La legge galileiana della caduta dei gravi, per quanto sovversiva rispetto alla Fisica aristotelica,non ebbe ricadute politiche, escluso il miglioramento dei colpi di cannone in artiglieria. Non mi si dica che senza la scienza non ci sarebbe stata la rivoluzione industriale o Silicon Valley. Non si deve confondere la scienza con la tecnica. La tecnica di Homo erectus venne molto prima della scienza di Homo sapiens, quindi ben prima di 300.000 anni fa; lo dimostrano le tecniche di scheggiatura delle pietre acheuleane in mano a Homo erectus. Per non parlare dell’acquisizione del fuoco che risale a 700.000 anni fa, quando forse non esisteva ancora il linguaggio ma esistevano già forme di civiltà.[11] La differenza è epistemica e non è da poco: la tecnica procede dal noto al noto; la scienza dall’ignoto al noto.

Comunque, è sotto l’occhio di tutti: il principio di autorità non è mai morto in politica. Il nostro Parlamento non sarebbe in ostaggio di forze populiste e sovraniste se il principio d’autorità fosse decaduto. Il razzismo, che non ha basi scientifiche, non si sosterrebbe senza un principio d’autorità, addirittura collettivo, che stabilisce che noi veniamo prima degli altri. Idem per l’antivax contro i vaccini che causano l’autismo. Contro questi impetuosi movimenti della volontà collettiva d’ignoranza la scienza può contrapporre solo una debole autorità, fondata su congetture che sono solo molto probabili.

* * *

Come si inserisce la psicanalisi in questo scenario?

La posizione della psicanalisi è ambigua. Provo a disambiguarla. Freud considerava la psicanalisi la sua “giovane scienza” nel senso di “nuova” (junge Wissenschaft [12]). A tal fine, molto presto – non aveva ancora 40 anni – nel Progetto di una psicologia (1895), tentò di formalizzarne la scientificità in termini quantitativi, secondo il luogo comune, assunto acriticamente: scientifico = misura quantitativa (ma senza unità di misura!). Formulò addirittura un principio di inerzia (Trägheitsprinzip), per cui i neuroni del sistema nervoso (Freud esordì come neurologo) tendono a scaricare la loro carica energetica, secondo il modello dell’arco nervoso riflesso, dove l’energia dello stimolo, che entra nell’organismo per il ramo sensoriale, si scarica all’esterno lungo quello motorio.

Qui Freud scivolò su una buccia di banana: ammise il finalismo, cioè sposò la causa della causa finale. Perché? Perché la causa finale reintroduce il senso della vita, di cui l’essere sprovveduto (hilflos) che abita la terra non riesce a fare a meno. Allora ritenne che fine dell’organismo fosse rimanere al più basso livello possibile di eccitazione (Erregung) in nome della “necessità vitale” (Not des Lebens). Nella IV MeditazioneCartesio aveva già preso posizione e messo in guardia contro la deriva finalistica della riflessione scientifica. “Tutto quel genere di cause che si suole far derivare dal fine, non va applicato nelle cose della fisica; infatti considero null’altro che temerario potere indagare i fini di Dio”.[13]Si sa che Freud non ebbe dimestichezza con Cartesio e i padri della scienza moderna. In biblioteca non aveva i testi né di Galilei né di Cartesio. Li avesse avuti, la sua mentalità vitalista gli avrebbe impedito di consultarli. 

Fatal erroril finalismo fu una mossa letale per il freudismo. Trasformò automaticamente la giovane scienza freudiana in vecchia scienza aristotelica: riconvocò lo scire per causas, una vera e propria regressione, direbbe lo stesso Freud.[14] Anticamente il moto fisico era finalistico; mirava a riportare il corpo mobile dallakinesis allo stato di quiete (stasis), idealmente verso il centro della Terra. Oggi il moto psichico della psicanalisi freudiana tende a riportare l’anima allo stato di Nirvana. L’Al di là del principio di piacere del 1920 ebbe un al di qua nel Progetto di una psicologia di 25 anni prima.

Ma si può dire di più. La scienza freudiana è pesantemente deterministica, ben più della moderna, che ammette fenomeni caotici in teoria dei sistemi e in meteorologia e probabilistici in meccanica quantistica e in teoria dei giochi. Le pulsioni freudiane sono forze fisiche costanti che non esistono in natura ma determinano interamente gli effetti psichici: le sessuali la soddisfazione sessuale, quella di morte la quiete finale. Il determinismo convoca in modo implicito il principio d’autorità, nel senso che costringe a sapere che certe cause danno sicuramente certi effetti e solo quelli. Tutto il movimento psicanalitico si organizzò da allora su basi autoritarie, a cominciare dalla pratica delle cosiddette analisi di supervisione dove l’analista cosiddetto didatta controlla che l’allievo apprenda a riconoscere le “determinazioni psichiche” giuste.

Il principio di autorità trasforma automaticamente il collettivo di pensiero psicanalitico in scuola, dove pensano solo i maestri e gli allievi devono pensare quel che i maestri insegnano a pensare per operare come conviene, per esempio in senso terapeutico. La scienza congetturale rimane fuori dalle aule scolastiche. Era questo che voleva Freud: confermare il principio d’autorità, affinché il soggetto acquietasse tutti i propri pensieri nel grembo della dottrina precostituita? La psicanalisi si poneva originariamente come una sublime psicoterapia, addirittura collettiva prima che individuale? Ringraziamo, allora, la rimozione della scienza galileiana, operata da Freud, perché ci ha liberato da tutte le sensate esperienze e le necessarie dimostrazioni, che potrebbero turbare il sonno della ragione, non essendo ancora trascritte in modo ragionevole nei manuali scolastici.

In termini freudiani tutto il discorso precedente si riassume in poche battute. L’analisi dell’analisi, la metaanalisi, riconosce che nelle psicanalisi delle varie scuole esiste una rimozione originaria di contenuti psichici che non vengono mai alla coscienza dello psicanalista. La rimozione originaria riguarda essenzialmente la scienza moderna, nonostante ambigui flirt con le neuroscienze; così la psicanalisi salva il principio di autorità. Freud preciserebbe ulteriormente questa metaanalisi riconoscendo che la rimozione originaria della scienza galileiana consegue alla fissazione (Fixierung) della psicanalisi alla scienza aristotelica.[15]La fissazione all’antico fu la ragione dell’esplosivo successo iniziale della pratica psicanalitica nonché del suo attuale degrado a una forma di psicoterapia tra le altre.

Capito come il conformismo salva il principio d’autorità?



[1] H. Butterfield, Le origini della scienza moderna (1958), trad. A. Izzo, Il Mulino, Bologna 1961, p. 215.
[2] Dal punto di vista freudiano la rimozione della scientificità è problematica, perché è difficile riconoscere nella scienza moderna qualcosa di affine al trauma sessuale.
[3] La terminologia è infelice. Per variabile controvariante si intende la variabile indipendente di una funzione f(x), dove varia in genere in funzione del tempo; per variabile covariante si intende la variabile dipendente y = f(x). Nell’algebra tensoriale si trattano solo variazioni lineari delle coordinate. I vettori controvarianti si dicono semplicemente vettori; i vettori covarianti covettori. Sono vettori i gradienti e le forze; sono covettori gli spostamenti, le velocità e le accelerazioni.
[4]Uso “dimensione” in senso topologico stretto e non solo come metafora.
[5]Spingendomi sull’orlo del paradosso, direi che gli Elementidi Euclide, mancando della dimensione “spaziale” globale, nonsono un libro di geometria ma un catalogo di problemi di costruzioni con riga e compasso; seguendo Kuhn li chiamerei “rompicapi”, perché fanno intervenire solo la logica. Questa semplice considerazione dimostra che la matematica fa giocare qualcosa in più della deduzione logica. Allora matematizzare la psicanalisi non significherebbe semplicemente renderla logica, ma introdurre in essa delle strutture spaziali, cioè delle simmetrie: geometriche, aritmetiche, algebriche, topologiche…
[6]Il bel caso clinico presentato da Elvio Fachinelli sotto il titolo La freccia fermadimostra che l’essenza del pensiero coatto del nevrotico ossessivo e del filosofo è l’ontologia, scambiata per realismo. Cfr. E. Fachinelli, La freccia ferma. Tre tentativi di fermare il tempo, Edizioni l’Erba voglio, Milano 1979.
[7] Il programma di Zenone portava acqua al mulino dell’ontologia. Negando il moto (kinesis), negava il cambiamento (metabolé) dell’essere.
[8] La teoria dell’impetus fu formulata nel XIV secolo dalla scuola parigina di Buridano e d’Oresme. La filosofia dell’élan vitale dal filosofo francese Bergson cinque secoli dopo.
[9] Addirittura Euclide ammette ma non sviluppa la proporzionalità inversa, che sarà il fondamento della meccanica archimedea basata sulle leve.
[10] Non sto criticando Lacan. Dico che come Euclide Lacan considerò un solo lato della questione: quello locale della singola catena significante, dove agiscono la metonimia (spostamento o Verschiebung) e la metafora (condensazione o Verdichtung); non affrontò la dimensione globale o generale di tutte le catene significanti. Rimanere a livello locale significa indugiare nell’enigmistica. Salire a livello globale significa fare scienza. Al primo livello siamo nella pratica indiziaria, dove si incontrano rompicapi o indovinelli di ordine finito, sempre decidibili; al secondo livello siamo nella scienza congetturale, spesso indecidibile, da dove si sbircia nell’infinito.
[11] Il saggio freudiano sull’Acquisizione del fuoco è poetico per non dire delirante. Riduce l’evento collettivo a fatto individuale. Tale riduzione non è tipica del pensiero freudiano. Si riscontra regolarmente in ogni delirio. Far emergere il soggetto collettivo significa smontare il delirio individuale che lo maschera.
[12] S. Freud, “Das Interesse an der Psychoanalyse" (1913, L’interesse alla psicanalisiSigmund Freud gesammelte Werke, vol. VIII, p. 407.
[13] Cartesio, Meditazioni metafisiche. Meditazione IV (1640), trad. L. Urbani Ulivi, Bompiani, Milano 2001, p. 223.
[14] In questo senso il ritorno di Lacan a Freud fu essenzialmente un ritorno ad Aristotele. Se si pensa che partì dai seminari di Kojève su Hegel…
[15] S. Freud, “Die Verdrängung” (1915, La rimozione) in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. X, p. 250. Il tema è ripreso in “Das Unbewußte” (1915, L’inconscio) in Sigmund Freud gesammelte Werke, vol. X, p. 280.

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