Attentati misteriosi e rimasti tali da Moro in poi.

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23 luglio, 2019 - 11:30
L’unica cosa chiara nell’Italia del 1978, anche in politica, fu la quasi unanimità nel consenso all’abolizione dei manicomi, la cosiddetta “Legge Basaglia”.
Su tutto il resto a partire dal clamoroso “delitto Moro” nulla c’è di chiaro, o peggio, affiorano depistaggi dappertutto. Da diverso tempo tengo un piccolo diario informale intitolato Vox populi.
Più che altro sono appunti svelti, scritti con qualunque penna o lapis abbia in mano. Una volta anche un pezzetto di carbone. I pensieri che ti passano per la mente sono come gli uccelli migratori. Prima che tornino ...
Ci scrivo tutto ciò che sento dire “per strada”, al mercato, sull’autobus, in metropolitana, in banca, in fila alla posta, ovunque ci sia umanità che si mondanizza.
Ho tralasciato la TV perchè è il più infido e pericoloso degli “elettrodomestici”. Un persuasore occulto assai più dannoso dell’ECT, la macchina obsoleta e antipatica inventata da Cerletti e Bini. Nondimeno ne ascolto i notiziari e faccio le debite verifiche.
Un diario che perdo spesso, ma lo ricomincio cocciutamente daccapo, perchè senza scrivere le mie opinioni non posso stare. I miei nipoti ogni tanto li trovano e me li riportano. Sono tutti lì, l’uno sull’atro, disordinatamente sotto la scrivania. È una fissazione che ho sempre avuto, fin dall’età di 11 anni (1943-44). Allora l’avevo intitolato il Giornalino della mia infanzia. Chiaramente ispirato a Giamburrasca di Vamba (Luigi Bertelli).
L’ultimo l’ho iniziato nel primo pomeriggio di oggi 22/07/19 dopo il Notiziario delle ore 14 del TG3.
L’Italia è divisa in due per l’attentato incendiario alla linea ferroviaria nei pressi di Firenze. Sarebbero tre i roghi innescati all'alba nella zona della stazione di Rovezzano.  Oltre alla cabina elettrica sarebbero stati colpiti anche altri due 'pozzetti'. Circolazione ferroviaria sospesa tra il sud e il norditalia e viceversa. Una cosa forse non tragica, ma certamente grave, come tante altre vecchie e recenti.
Ovviamente come s’usa dire in questi casi sono stati sospettati gli “anarco-insurrezionalisti” una nebulosa. È di questi giorni la notizia che Il Lombardo-Veneto, quello di oggi, non quello austro-ungarico di “Cecco Beppe”, per bocca dei due governatori, aveva minacciato sfracelli se non avesse ricevuto la cosiddetta “autonomia” (che mai in passato aveva avuto) dall’Italia.
Ed ecco che c’è chi, fulmineamente, li ha preceduti, nei fatti. Ci vorrà un po’ di tempo per ripristinare l’ordine (?) precedente. Intanto conviene ragionarci un po’ sopra, senza fretta e senza fare “i ciarlatani”.
Prima della “breccia” di Porta Pia (1871) la capitale del regno d’Italia era Firenze e prima ancora, subito dopo il Congresso Di Vienna (1815) era Torino. Ai tempi del Giusti (Vostra Eccellenza che mi sta in cagnesco...) e del governo del generale Josef Radetzky, la capitale stava addirittura a Vienna. E chiunque si fosse azzardato a negarlo sarebbe finito allo di Spielberg in Moravia come Pietro Maroncelli e Silvio Pellico. Dunque per Palazzo Balbi in Dorsoduro, a Venezia e per il “Pirellone”, a Milano, non ci sarebbe “trippa per gatti” come disse saggiamente, in tempi non sospetti, Ernesto Nathan, sindaco romano venuto da Londra, modernista e massone. Ma Roma, era già stata presa dai Piemontesi e fatta capitale. La storia non sarà certo “maestra di vita”, ma studiarla un po’di più non sarebbe tempo perso. Al recente Premio Strega, vinto da Scurati, Pino Subioli per Rai 3 ha intervistato Benedetta Cibrario (Il rumore del mondo. Romanzo storico ambientato nel Risorgimento) una scrittrice molto interessante, arrivata seconda, che ha dichiarato «La storia è la nostra memoria. La storia è il nostro futuro»

 
 
 

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