UMILIATI E OFFESI

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25 luglio, 2019 - 07:34
“Osservavo il suo viso: era ingiallito, gli si leggeva negli occhi
una specie di perplessità, un pensiero sotto forma di domanda alla quale
non era in grado di dare una risposta”
Fedor Dostoevskij
Specchio di città smunte e in sofferenza, sporche e caotiche, così appare anche la Sanità Pubblica che per ubbidire ad una politica di tagli e risparmio, fa sua la parola d’ordine più diffusa ai nostri giorni (in ambito politico almeno): NO.
Una sillaba diabolica (Mefistofele è per eccellenza lo Spirito che nega) che nella vita privata si fa fatica a pronunciare (i limiti sono sempre più visti come inaccettabili) ma che ormai è diventata il cavallo di battaglia della vita pubblica . No agli sprechi, no agli investimenti costosi, no all’accoglienza, no alle assunzioni, no a nuove vie di sviluppo.
Ma come si traduce tutto ciò nell’ambito di particolari settori della Sanità? Si traduce in una grave siccità di risorse che si ripercuote indifferentemente su operatori, pazienti (utenti) e loro familiari. Si traduce in una chiusura di Servizi che non si ritengono utili (remunerativi) a livello politico ed economico, ma che sono fondamentali per la “gente comune”, le persone – tante - che vivono immerse nella sofferenza quotidiana. Penso soprattutto alla Psichiatria, al campo in cui lavoro, laddove è visibile un ampio panorama di criticità. La Psichiatria, vera Cenerentola del settore sanitario, un tempo meta di grandi ideali e di grandi spiriti pensanti, oggi si è trasformata nell’ombra di se stessa. Annichilita e senza sogni si trascina povera e stanca vivendo alla giornata e facendo i salti mortali per far quadrare i bilanci e arrivare a fine giornata. Arrivare a fine giornata senza danni è ormai l’aspirazione di tanti operatori del settore che, circumnavigando impotenza e frustrazione, cercano di fare il meglio possibile per i loro pazienti con quel poco che resta, in termini di risorse personali ed economiche. Medici, infermieri, educatori, psicologi, assistenti sociali ... figure spremute fino al limite per far bastare una coperta troppo corta, che si tira e si strappa da ogni lato. Figure che come esperti giocolieri girano e fanno girare realtà diverse, esperti in bilocazione, per far sì che ciò che un tempo era florido e vivo, con il doppio di operatori, ora possa quantomeno sopravvivere. Perché il “bisogno” della gente è più palpabile ora che mai. Il disagio mentale è in netto aumento in tutte le sue forme ma nessuno pare tenerne conto (eccetto per qualche boutade ministeriale rispetto all’aumento della violenza e delle aggressioni a causa o “per colpa” dei malati psichiatrici). Più aumenta la richiesta, più l’offerta diminuisce. E così le liste d’attesa si allungano e si addita il settore privato come quello che se ne approfitta. Intere Regioni sono scoperte di medici e Servizi e altre sono costrette a chiudere ambulatori e reparti. Eppure…  
Eppure non si avvertono pubbliche grida di dolore o di rabbia da parte di questo popolo laborioso e silenzioso, evidentemente votato alla sofferenza e al martirio ... Nemmeno da parte di chi dovrebbe rappresentare in alto chi sta in basso e farsi tramite di portare ai “potenti” le richieste della base. O le richieste di base .. Come è possibile questo muto, o al limite privato mugugno? Come è possibile che le esigenze sempre più palesi di una Disciplina, di una branca fondamentale della Medicina non vengano ascoltate? Quando tutte le statistiche urlano un progressivo e graduale aumento del disagio psichico (soprattutto in ambito adolescenziale e giovanile), a volte strisciante e a volte eclatante (quanto disagio riportato nelle pagine di cronaca dei nostri Quotidiani! Disagio sottolineo e non malattia, perché le esplosioni violente sono perlopiù causate da un clima di frustrazione e di rabbia che si respira sempre più nella società “civile” e si va a sfogare laddove ciascuno si sente più libero di farlo, vale a dire in ambito familiare). Quando la depressione sarà nel 2020 la seconda causa di disabilità più diffusa al mondo (dopo le malattie cardiovascolari) secondo l’Oms e nel 2030 la prima causa al mondo di giorni di lavoro persi (dati del 2018). E’ sufficiente trascorrere 24 ore in un qualsiasi Pronto Soccorso cittadino per toccare con mano l’entità del disagio psichico, della sofferenza che si reca a richiedere aiuto e attenzione.
E allora come è possibile accontentarsi di una assistenza sempre più superficiale e meno specialistica, quando il tempo dedicato a ogni singolo paziente si riduce a 20/30 minuti al mese (quando va bene) nei Centri di Salute Mentale, e a 4,8 minuti a testa alla settimana per quanto riguarda il mondo carcerario (media per cento detenuti secondo i dati dell’Osservatorio Detenzione), quando gli operatori devono occuparsi di tutto: della burocrazia sempre più astrusa e dell’economia, del paziente (in quanto PERSONA e non solo come insieme di sintomi) e della sua famiglia, della parte sociale e di quella giudiziaria, dei nuovi migranti e dei loro traumi, dello stigma verso i pazienti e verso la psichiatria stessa. E ancora dedicarsi alla formazione, propria e dei colleghi, impegnarsi a creare reti di cura fra curanti diversi o sparsi su territori diversi, ascoltare le richieste dei singoli e della collettività. In tutto ciò il mandato sociale dello psichiatra è in forte aumento, visto il clima diffuso di paura e sospetto.
Volendo sottilizzare poi, quando parliamo di Psichiatria, non parliamo di un’unica entità…si contano mission specifiche e diverse: la Psichiatria Territoriale e la Psichiatria Universitaria, la Psichiatria d’Urgenza (dei DEA e degli SPDC) e la Psichiatria di Comunità (intesa come parte che si occupa anche della riabilitazione e delle questioni sociali), la Psicogeriatria e la Psichiatria dell’Adolescenza, la Neuropsichiatria Infantile (che meriterebbe un discorso a parte) e la Psichiatria delle Dipendenze (dei SerD), la Psichiatria di Liaison e la Psichiatria Carceraria, la Psichiatria Forense, la Psichiatria dei Disturbi Alimentari, la Psico-oncologia, la psichiatria biologica e quella psicodinamica… Una Psichiatria, tante Psichiatrie. Uno, nessuno e centomila. Tante sottospecificazioni, tante mission, e tanti problemi più specifici raggruppabili però in criticità comuni a tutti.
Come è possibile far quadrare i conti senza andare in bancarotta ? Senza giocare con la salute di pazienti e operatori, spesso sull’orlo del burn-out o della malattia stress correlata ? Un burn-out che arriva silenzioso, preceduto da frustrazione e lamentazioni silenziose, per sfociare in un progressivo “lasciare andare” e lasciarsi andare, un disinvestimento che è una forma depressiva e che nuoce gravemente a chi ne soffre e a chi dovrebbe essere aiutato.
Allora perché nessuno manifesta in piazza per questo scempio? Perché non sento urla di rabbia e di volontà di cambiamento? Perché tutto si trascina muto e stanco in un silenzio che è anestesia e rassegnazione? Perché nessuno lotta per una Psichiatria Etica, laddove la base dovrebbe essere costituita da risorse umane ed economiche che apportino una nuova vitalità e una nuova passione? Che permettano di lavorare in serenità senza essere soffocati dalle richieste di troppi e dal tempo che manca. Senza dover lesinare sulle speranze e sugli investimenti individuali, sui progetti riabilitativi e terapeutici, per mancanza di fondi. Come si può lavorare con serenità quando si è minacciati dal basso e dall’alto? Quando tutti si lamentano e per accontentare tutti alla fine si scontentano tutti? Quando si rischia ogni giorno di subire violenze, anche fisiche, in un clima sempre più esasperato. La violenza contro gli operatori sanitari e gli assistenti sociali è all’ordine del giorno, i DEA sono presidiati da vigilanti e Forze dell’Ordine, gli Ordini dei Medici organizzano corsi di autodifesa per i propri iscritti (vedi il caso dell’OMCEO di Torino)… E questa esigenza di difendersi si riflette anche su un certo modo di essere medici e psichiatri, spesso più al servizio di una Medicina Difensiva, con un occhio più alle possibili conseguenze legali dei fatti che al vero bene dei pazienti.
E in tutto ciò ricordiamoci che i medici e gli operatori della salute mentale sono anche persone – non solo professionisti -, con il loro personale fardello di problemi e sofferenze individuali, che appartengono alla sfera privata e che spesso vanno in secondo piano rispetto all’ascolto della sofferenza altrui. Se sommiamo il carico di sofferenze e di pesi, c’è da stupirsi che si riesca a lavorare così bene, senza creare disservizi o “casi” eclatanti. Questo fa onore ai singoli, ma a che prezzo?
Lancio una provocazione.. oggi la Psichiatria (intesa in generale come Disciplina) è una scienza o un’arte (a ciascuno la definizione che si sente più vicina) senza passione. Una Disciplina triste, ormai povera di Maestri e grandi voci, che non sa più lottare per ideali che un tempo l’avevano resa affascinante e appetibile. Una Disciplina che non sa più parlare (eccetto tramite la voce di qualche “guru” massmediatico), che non sa narrare ciò che fa, il proprio quotidiano, coinvolgendo persone interessate e non, coinvolgendo soprattutto i “Potenti”. Una Disciplina silenziosa, che non sa più (o non ha più tempo di) comunicare.  Per questo forse oggi i giovani medici laureati non ambiscono più a scegliere questa specializzazione, anemizzando la  scorta e il ricambio generazionale. E per questo che i giovani psichiatri, che dovrebbero apportare nuove energie, rifuggono dal Servizio Pubblico, considerato un vero “tritacarne”, per rifugiarsi nel più ambito (o meno travagliato) Servizio Privato, convenzionato e non.

Oggi la Psichiatria è una disciplina che sta rinunciando alla propria dignità per non “scontentare” nessuno, è una popolazione rassegnata e silenziosa che SI ACCONTENTA. Si accontenta del poco che ha (per esempio del 3,5% del totale della spesa sanitaria a fronte del 10-15%  di altri Stati europei), del brutto dei suoi luoghi, della tirannia dei poteri che non concedono nulla, dei bilanci ristretti. Si accontenta di tirare la cinghia e di fare con quel poco che ha. Si accontenta degli scarsi Organici (deficit di operatori che va dal 25% al 75% in meno rispetto allo standard previsto di 1 operatore per 1500 abitanti in 14 Regioni italiane su 21), degli Ambulatori accorpati, dei pochi posti letto disponibili, delle poche risorse per avviare progetti riabilitativi semi-residenziali o residenziali. L’abitudine rende accettabile, l’inaccettabile. Questo sarebbe eroico se non fosse vile al tempo stesso. Perché gli eroi muoiono e l’accontentarsi è l’inizio della fine.
Accontentarsi significa rinunciare senza accorgersene agli ideali, all’etica, alla deontologia e a poco a poco entrare in uno stato di apatia, rinunciando in silenzio anche alla propria dignità.
 

“Quella tendenza a esacerbare il dolore, e quella specie di godimento tormentoso è il piacere di molti offesi e umiliati, oppressi dal destino e coscienti dell’ingiustizia da cui sono colpiti ”
 Fedor Dostoevskij
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