I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Cos'è il gioco

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8 ottobre, 2018 - 12:59
di Leonardo (Dino) Angelini
Dal punto di vista etimologico il termine ‘gioco’ deriva dal latino iocum che, come dice il Devoto[1], significa ‘gioco di parole’ ‘facezia’; da non confondersi con il ludum che per i latini voleva dire ‘gioco’, inteso come ‘gara’, ‘spettacolo’.
D’altro canto nel nostro vocabolario il termine ‘illudere’ (in\ludere) sta per ‘entrare in un determinato gioco’ che consiste ‘nell’ingannare qualcuno facendo credere ciò che non è’, e, conseguentemente de\ludere, sta a significare ‘uscire da questo gioco’ basato sull’inganno.
Fatto sta che nel termine ‘gioco’ c’è oggi una confluenza e una confusione di significati che ci autorizzano a compiere una serie di al\lusioni piene di echi ridondanti. 
 
D’altro canto a proposito del gioco vi è, all’inizio quasi della nostra storia, una frase di Eraclito che, per i suoi significati allusivi,  risulta ancora più densa di quanto l’etimo ci suggerisce.
Afferma Eraclito:
 
"L'eternità è un fanciullo che gioca, muovendo i pezzi sulla scacchiera: di un fanciullo è il regno"
 
E Rovatti, un filosofo contemporaneo, che riprende anche una precedente riflessione di Nietzsche sui significati nascosti in questo rigo, aggiunge:
 
"Il mondo è un divenire: Il divenire è divenire nel tempo, è temporalità. Il tempo, il divenire hanno la figura di un fanciullo che gioca. Il gioco è leggero, mentre la legge è pesante: C'è in riva al mare un fanciullo che gioca spostando qua e là i pezzi del suo gioco. Immagine di leggerezza, di innocenza, di casualità felice: quest'immagine così quotidiana ha qualcosa di "divino". Il fanciullo che "gioca" il mondo mostra un aspetto oltreumano".
 
L’introduzione poi, da una parte, della figura del bambino e dall’altra della dimensione temporale nel gioco ci permette di fare un altro volo pindarico. Afferma Waelder[2]:
 
"il gioco è un metodo per assimilare poco per volta un'esperienza troppo grande per essere assimilata tutta d'un colpo"
 
Attraverso la correlazione, o - meglio - il gioco di rimandi allusivi fra queste frasi è possibile cominciare a cogliere una serie di significati profondi che sono connessi al gioco e che ci fanno comprendere perché, da sempre, a fianco all’homo faber abbia continuato ad esistere nelle varie culture dell’uomo la dimensione dell’homo ludens: a volte apparentemente confinata nei territori dell’infanzia, a volte più scopertamente e invitata nei piani nobili della nostra dimensione adulta: invitata, ma assai spesso ricondotta negli sgabuzzini e nelle gelosie di questi siti più vocati all’operatività. 
Il riferimento di Waelder ad una realtà che il bambino solo attraverso il gioco può ricondurre ad una dimensione accettabile, e cioè non troppo grande, e perciò non troppo angosciante ed ansiogena, allude, attraverso una metafora di tipo spaziale, ad una realtà spazio-temporale, che non è solo esterna al bambino, ma anche interna, che richiede tempo per essere da lui analizzata e assimilata. Waelder, in questo modo, non fa altro che ridefinire, nel linguaggio moderno delle scienze umane, ciò che Eraclito, Nietzsche e Rovatti hanno già intuito: il gioco permette al bambino di elaborare nel tempo le angosce che minacciano, fase per fase durante la crescita, il mantenimento della sua integrità personale, e può esprimere questo potere in quanto riduce lo spazio esterno e interno, che altrimenti sarebbe pericolosamente percepito come enorme e indecifrabile, ad una dimensione che il bambino è capace di padroneggiare. Nel fare ciò il bambino gioca il mondo e si impadronisce del regno: può farlo perché il gioco è leggero, perché la dimensione ludica non implica la pesantezza della legge e dell’operatività finalizzata, ma la gratuità di un gesto oltreumano.
 
Abbiamo finora appurato che il darsi tempo attraverso il gioco è importante per il bambino ed abbiamo intuito che non c’è una sostanziale differenza fra le riflessioni dei filosofi e le osservazioni degli scienziati sociali sul gioco. Se  ora cerchiamo di capire quali sono le modalità che il bambino usa per darsi tempo nel gioco probabilmente saremo in grado di comprendere meglio il rapporto fra gioco ed angoscia.
Partiamo da una constatazione, che è di una psicoanalista, Lili Peller, e quindi di una particolare scienziata sociale, che ricorre allo strumento dell’osservazione, ma lo inquadra all’interno di un arte interpretativa (di una ermeneutica) che non è molto lontana dal sentire e dal pensare dei filosofi. Afferma la Peller che può esserci nel bambino una disposizione al gioco se, innanzitutto  l'angoscia che egli  ha imparato a trasfigurare nel gioco non è troppo intensa; e, in secondo luogo, se il conflitto che è sottostante al gioco rimane inconscio per tutta la durata della scena ludica. Solo a queste condizioni il bambino può innescare una serie di strategie di ingresso nella dimensione ludica che, come afferma sempre la Peller, sono:  1. il ricorso, nel gioco, al cambiamento di ruolo; 2. l’invenzione del lieto fine; 3. il cosiddetto passaggio all'attività, costituito dalla rappresentazione attiva nel gioco della scena traumatica e angosciante che in realtà è stata subìta o temuta.
Come è possibile vedere si tratta di veri e propri meccanismi di difesa dall’ansia e dall’angoscia, basati su una serie di astuzie, di inganni, di travestimenti, di illusioni, che hanno un enorme potere abreatorio e che aiutano la crescita psicologica, poiché definiscono uno spazio ed un tempo per un allenamento alla socializzazione e alla inculturazione.
Uno spazio, inteso come una vera e propria palestra, fisica e mentale, in cui è possibile allenarsi a vincere l’ansia e l’angoscia,; un tempo, inteso come una dilatazione, un rallenty che solo in questa palestra è possibile innescare e che permette la lenta opera di metabolizzazione e di osmosi fra bambino e mondo,  esterno ed interno, che, altrimenti, non potrebbero essere agglutinati dal bambino e gli piomberebbero addosso con gravi pericoli per la sua igiene mentale.
Una delle caratteristiche di questo tempo-luogo del gioco è la leggerezza: il bambino deve potersi fermare quando vuole mentre gioca, e, prima ancora, deve esser libero di entrare, o meno, nel gioco, senza che alcuno lo costringa. I vari  irrigidimenti che possono derivare sia da una pulsione interna sia da una eccesso di esortazione esterna  al gioco possono innescare il viraggio del gioco nel rituale ossessivo, nella fobia, nella stereotipia. E l'adulto sensibile che è in gioco con il bambino spesso non ha bisogno di grandi ragionamenti per comprendere, ma semplicemente intuisce quando la difesa leggera del gioco sta cedendo il passo alla fanteria pesante rappresentata dalle difese ossessive, fobiche, basate sullo stereotipo.
Lo spazio-tempo del gioco inoltre, così come quello dell’arte, ha un genius loci particolare ed efficacissimo che è in grado di innescare in ogni gesto ed in ogni scenografia ludica una capacità di rappresentazione estremamente sintetica che comporta, nello stesso tempo, una grande economia di mezzi impiegati per giocare[3] ed una grande resa da parte di questi mezzi.
La funzione sintetica  che il bambino può innescare nel gioco ci rimanda infine alle considerazioni di  Hartmann su quella che lui definisce come funzione integrativa del gioco[4]. Es, Io e Super Io possono essere visti come tre polarità  che sono compresenti sulla scena quotidiana del bambino: il gioco è uno dei più potenti mezzi che il bambino ha per integrare le esigenze presenti in queste tre polarità, per integrarle sotto il dominio dell’Io e senza che alcuna delle pulsioni e delle tensioni che sono presenti in nelle altre due sue parti interne vada compressa o rimossa, ma semplicemente facendo in modo che - se le cose procedono sufficientemente bene sul piano educativo - ogni spinta, anche la più angosciante ed eccentrica, possa essere messa in gioco attraverso i sistemi di trasformazione e di drammatizzazione che il gioco permette.

 



[1] G.Devoto,1979, Avviamento alla etimologia italiana, Mondadori, Mi.
[2] Waelder, cit. in: Lili Peller, Libidinal Phases, Ego Development and Play, Psychoanalytic Study of the Child, vol. 9 (1954), pp. 178–198
 
[3] Solo di recente questo uso virtuoso dei mezzi di gioco è stato distrutto dalla spinta a fare del bambino un consumatore di giocattoli
[4] Hartmann H., L’Io e i meccanismi di adattamento, Boringhieri, Torino, 1965.
 
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