Genova - Ponte Morandi. Asbesto nei limiti di legge.

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4 settembre, 2019 - 09:20
«Io non vorrei ammalarmi nei limiti di legge!» Così dice un genovese ai bordi della Val Polcevera sotto il “Morandi” coi piloni di amianto superstiti, da far brillare con sincronica precisione 40 giorni dopo. (28 giugno 2019). La risposta, pronta, sagace e spiritosa veniva lanciata come un dardo agrodolce dentro il microfono dell’intervistatore del Tg3 che, il 15 maggio 2019, una domenica, cercava di tranquillizzare i cittadini genovesi, garantendo loro che la nuvola di polvere avrebbe contenuto la più bassa quantità dell’inestinguibile silicato velenoso consentito dalla legge. La formidabile risposta è riuscita a condensare la quint’essenza dello spirito genovese. Quella dei carugi, degli scagni, di caricamento. Ho rivisto improvvisamente il Govi di Colpi di timone, e subito dopo i suoi occhi spiritati che cercavano di far combaciare “Gassetta e Pomello” mentre si alternavano con quelli sbellicanti dalle risate della Scià Rina Gaioni (sua moglie, Gigia e Steva) ne “I manezzi pe’ maià ‘na figgia”. Ma ho sentito anche la voce calda e lucidamente impietosa di De Andrè vagare da La città vecchia a Don Raffaè.
Ho concluso che anche quello mugugnante che «non voleva ammalarsi nei limiti di legge» era un zeneise a 18 carati che avvertiva “lorsignori” di tutta la sua diffidenza. Era semplicemente Genova. Genova in tutte le sue sfumature, quelle che io non ho mai smesso di cercare, di scoprire, di amare, di sognare, di ascoltare ... scià Griffi ... scià Grillo ... scià Mellin-a. Quelle dei congiunti più cari che ho avuto la fortuna d’incrociare nella mia esistenza. Mia suocera, ‘a scià Griffi che, diciottenne, anni Venti del secolo scorso, sapendo nuotare come un delfino, dai ciottoli levigati di una Cornigliano sparita, sotto “Castello Raggio”, si poteva tuffare anche col mare agitato, col tacito consenso del bagnino. Per lei, anche la burrasca di mare con onde imponenti e “cavalloni” vigorosi, era semplicemente «bulesümme». «Ma chi è quella lì in mare con la bandiera rossa?» Domandavano i passanti al bagnino – «Tranquilli! Rispondeva lui, a l’è a scià Griffi, lei può!». Mio suocero u sciù Vittoriu, trilaureato (Chimica, Farmacia, Medicina e un pezzo Filosofia), emigrato a Roma per dirigere la sezione merceologica del neo Istituto Sperimentale delle Ferrovie dello Stato alla vecchia Stazione pontificia di Trastevere, rischiò grosso avendo accettato la sfida natatoria della fidanzatina. Una che diceva papà e maman, francesizzante, invece che muè e pué, più da “caricamento” come, al contrario, diceva il fidanzatino. Mio suocero che quando mi raccontava dei suoi viaggi in Germania, Svezia, Norvegia, Francia, ecc. per conto delle FF.SS. gorgheggiava con quella cantilena che neanche Gilberto Govi ... Infatti, quando le coinquiline romane venivano a prendere consiglio da mia suocera Alba Griffi, avendolo sentito con quella cadenza trascinata, le domandavano: «Ma che fa suo marito, canta?».
Tutto questo mi rammentava nostalgicamente il cittadino di vapolcevera col mugugno, e altro ancora. Le besagni-n-e di valbisagno, per esempio, dove si poteva trovare il basilico profumato per fare il vero pesto col mortaio di marmo di Carrara. E ancora, suoni dolcissimi, come quelli della Zia Pia Griffi, la mamma della cugina Grazia – quando venivamo su da Roma, sempre con la Seicento, a trovarla, ospiti della sua bellissima casa di Pegli – che per rappresentare il suo stato di tensione emotiva diceva «... nu g’ho ciù tésta!». E poi, quando dovevamo rientrare a Roma con la “Seicento”, sollecitavo la mia futura suocera, con la Silvia accanto a me già pronta al viaggio fermi in attesa del commiato, in Viale Ammiraglio Giorgio Des Geneys, udivo la voce malinconica della Zia Olga Griffi (allora segretaria del Sindaco di Genova, u sciù Vittorio Pertusio) che si congedava dalla sorella Alba, la più piccola ... «u l’è ancun fitu...» (è ancora presto). La mia tensione era dovuta al fatto che dovevo scavalcare il “Bracco” per precipitarmi sul Magra, direzione Spezia. Un vero cimento negli anni Sessanta del secolo passato. Ah! Dimenticavo di aggiungere che spesso, codesta Zia Olga, per prolungare ulteriormente il tempo del distacco (Cum subit illius tristissima noctis imago ... Ovidio, Tristia, 1,3) ci accompagnasse fino a Sestri per tornarsene a casa coi “Lazzi” (le autolinee di allora).
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