LA CLASSE - ENTRE LES MURS di Laurent Cantet

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2 ottobre, 2012 - 17:33

"L’abitare è il tratto fondamentale dell’essere in conformità del quale i mortali sono. Che i mortali sono vuol dire che, abitando, abbracciano spazi e si mantengono in essi sulla base del loro soggiornare presso cose e luoghi".
Heidegger, Sein und Zeit

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Entre les murs è un film entusiasmante e coinvolgente, ma soprattutto intellettualmente onesto. Quando ormai ci eravamo assuefatti ai film a tesi, con personaggi improbabili e caricaturali privi di sfumature e di profondità, ci siamo imbattuti in un’opera addirittura disarmante nella sua capacità di cogliere senza retorica gli aspetti fondamentali della quotidianità di una periferia parigina.

Il film è ambientato a Parigi in una scuola media del ventesimo arrondisment, zona periferica e di confine che ospita ragazzi con storie, culture, aspettative ed esigenze molto diverse tra loro. La trama non è altro che la narrazione di un normalissimo anno scolastico in una terza classe. Fin qui niente di nuovo, dunque, anzi la paura prima che inizi il film è quella di ritrovarsi davanti all’ennesima opera con buoni sentimenti, ragazzi difficili ma in fondo dal cuore d’oro, più gli inevitabili professori missionari con il fuoco sacro dell’insegnamento. E invece fin dalle prime scene capiamo che siamo lontanissimi dalle decine di fiction ad ambientazione scolastica che la televisione ci propina ciclicamente, dove fin dai primi minuti è chiaro da che parte schierarsi e in chi identificarsi. Qui i personaggi sono compositi e complessi, non ci sono i solo buoni e i solo cattivi. C’è emarginazione, certo, ma nessun compiacimento nel descrivere degrado culturale ed esclusione sociale.

Quello che subito colpisce è la freschezza con cui gli avvenimenti vengono narrati, oltre alla credibilità dei protagonisti. Il film è così vero che per tutte le sue due ore si ha l’impressione di essere lì seduti all’ultimo banco di quella classe, tra quei tredicenni, quasi riuscendo a incontrare il loro sguardo. La scelta del regista di non mettere in mano a questi ragazzi (che sono veri studenti della scuola e non attori protagonisti) copioni ma di indirizzarli solo con una traccia di base, lasciandoli così liberi di esprimersi, paga pienamente e il film riesce ad offrire innumerevoli spunti di interesse.

Ancora una volta è il titolo che ci induce alla prima riflessione. ‘Entre les murs’ è un’ottima scelta innanzitutto perché tutte le scene del film si svolgono all’interno dell’edificio scolastico: al di fuori di quelle mura le vite del giovane insegnante Francois (l’attore che lo interpreta, Francois Begaudeau, è anche l’autore del romanzo da cui è tratto il film stesso), del ragazzo cinese Wei Huang, dell’algerina Esmeralda, del maliano Souleymane, sono solo suggerite e possono quindi essere solo immaginate.


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Il titolo è adattissimo anche perché dà conto di una chiusura esistenziale che ha in tutto il film un’importanza fondamentale. Quelle mura sono lì a delimitare uno spazio che non è solo fisico. Si tratta dello spazio di quelle aule definite da Souleymane "Guantanamo", disabitato e vuoto nonostante sia pieno di persone sedute nei banchi a pochi centimetri di distanza. Umberto Galimberti in ‘Psichiatria e Fenomenologia’ scrive: "Abitare non è conoscere, ma è sentirsi a casa, ospitati da uno spazio che non ci ignora, tra cose che dicono il nostro vissuto". I ragazzi tentano di appropriarsi di uno spazio che li rappresenti e alla richiesta dell’insegnante di scrivere in stampatello su un foglio bianco il proprio nome rispondono con opere elaboratissime in cui il nome è incorniciato da colori e disegni estremamente personali.


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Nonostante questi tentativi, è proprio la dimensione dell’abitabilità che ci sembra che in quelle aule venga impedita. Questa dimensione è resa compiutamente da Bruno Callieri che in ‘Quando vince l’ombra’ afferma: "Abitabile è la casa,è lo spazio vissuto, è lo spazio non fobico, cioè quello in cui si può stare e dispiegare liberamente la propria attività. Ma lo stare ammassati in una corsia o pigiati in un autobus sovraffollato implica una negazione del concetto di spazio abitabile, quindi una coartazione, più o meno temporanea, del proprio stare."

La negazione del concetto di abitabilità è estendibile a milioni di scuole del mondo e non è certo un tratto distintivo di una classe della periferia parigina, ma in questi ragazzi c’è un elemento nuovo e caratteristico: "la coartazione del proprio stare" risulta tutt’altro che temporanea e sembra coinvolgere non solo la scuola ma anche la loro città e la loro nazione. Non c’è un solo elemento che induca a pensare che per questi ragazzi Parigi o la Francia siano uno spazio abitabile. La distanza che li separa dai boulevard del centro di Parigi va ben oltre i chilometri scanditi dalle fermate del metrò e si tratta di una distanza interiore, di un senso di estraneità e di non appartenza che appare come un sentimento diffuso e preoccupante. Di fatto nessuno dei quei ragazzi, pur essendo nato in Francia, riesce a pensare alla Francia come al proprio paese, in ognuno di loro c’è fortissimo un senso di sradicamento e di perdita delle proprie radici che si esprime in ogni discorso e pensiero.


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Il linguaggio diventa ulteriore elemento di isolamento: sulle prime sembra che il problema riguardi solo Wei, arrivato da poco dalla Cina, che per la difficoltà di esprimersi in francese rinuncia a entrare in relazione con gli altri e si rifugia per buona parte della giornata nei videogiochi che paradossalmente sono per lui più umani dei coetanei, ma in realtà il problema è più vasto e profondo. Il problema della lingua infatti riguarda anche gli altri studenti della classe che anche se nati e cresciuti a Parigi hanno elaborato un proprio registro linguistico diverso anni luce da quel francese che loro definiscono da bianchi e da ricchi finendo per innalzare barriere che accentuano giorno per giorno la loro solitudine.

Anche il tifo calcistico in questi ragazzi diventa un pretesto per sottolineare la propria lontananza dalla Francia. Il calcio vero per loro (tranne che per l’ultimo arrivato che si dichiara tifoso della Francia, venendo per questo sbeffeggiato) è la Coppa d’Africa, le loro nazionali sono il Marocco, la Costa d’Avorio di Drogba (ammirato perché ‘ce l’ha fatta’ e gioca nel miliardario Chelsea, modello culturale lontanissimo dall’Africa mitizzata dalle seconde generazioni), l’Algeria, il Mali. Non è un caso che il calciatore francese più ammirato sia Zidane, figlio di algerini e attentissimo a non esultare ai gol francesi durante il famoso Francia-Algeria dell’ottobre 2001, quando la partita fu interrotta per l’invasione di campo (allo Stade de France dove solo tre anni prima si era giocata la finale del Mondiale vinta dalla Francia) da parte di ragazzi delle banlieu che agitavano bandiere algerine davanti al premier Jospin, impietrito in tribuna.


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Il senso di non appartenenza in questi ragazzi è ancora più drammatico se si pensa che non può essere alimentato dalla nostalgia, che in quanto Stimmung Eugenio Borgna definisce ‘Un‘esperienza ineliminabile dalla condizione umana’. A differenza dei genitori in loro non può esserci quel desiderio, intenso e lacerante ma nello stesso tempo sognante e dolcissimo, di cose e luoghi a cui si vorrebbe tornare: questi ragazzi quelle cose e luoghi non li hanno mai vissuti. Sembra che per loro lo spazio sia solo una categoria straniante, portatrice di silenzio e solitudine e proprio per questo che spetta a noi riuscire a coinvolgerli in una relazione, stabilire un contatto con gli altri-da-noi, aiutarli ad essere nel mondo valorizzando le loro culture e le loro interiorità dando così vero senso alla parola integrazione.

Eugenio Borgna nell’Arcipelago delle emozioni scrive: "Essere stranieri, essere estranei, vivere in un mondo che si fa improvvisamente inconoscibile, è un’esperienza che ciascuno di noi può fare nel corso della sua esistenza; ed è un’esperienza che può consentirci di cogliere meglio il senso acuto e lacerante di ogni fenomeno di emigrazione e immigrazione. La possibilità di accettare e di condividere il destino e le sofferenze, di esistenze frantumate e ferite, come sono quelle di coloro che abbandonano, ad esempio, le terre africane, è legata alla comprensione dell’altro, all’attitudine a superare gli schemi precostituiti,i pregiudizi, i modi di comportarsi e di essere delle diverse culture: analizzando le cose alla luce della soggettività, della relazione e della comunicazione perdute."

Il senso del film risiede proprio in questo bisogno di comprensione, senza ottimismo consolatorio.

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