Monica Vitti il trapasso (1931-2022). Mancava la Regina, ai moschettieri della commedia all’italiana!

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3 febbraio, 2022 - 06:04
Quando stamani ha bussato Monica Vitti, San Pietro (che non era Riccardo Garrone nella pubblicità del caffé, ma un po’ je somijava) le ha detto tra il lusco e il brusco:
 
San Pietro - «Ahò! Ma quant’ereno sti moschettieri della commedia italiana?- 
 
E lei - «Boh!!! Mica me lo ricordo, ‘o sai, Sampié? Per via di quella storia che uno, quando comincia a dimenticare ... è come mangiare i loti del fiume Lete ... finché trovi un po’ di serenità ...» -
 
San Pietro - «Ah!!! Amancava la Regina, Monica! “Milady” era già passata e mo’, me lo stavo a scordà io, ma tu con quella non c’hai avuto mai gnente da spartì» -
 
E lei - «Ah Sanpié! C’ho messo un po’, perché me so’ voluta vedé Sarèmo, armeno er comincio!».
 
Questo dialogo surreale me lo sono immaginato a mattino inoltrato e l’ho montato in fretta. Tutti i media hanno dato la notizia del trapasso di Maria Luisa Ceciarelli di madre bolognese padre romano, in arte Monica Vitti. Interprete polivalente di ruoli diversissimi e strepitosi, attrice eccelsa, intuitiva, curiosa, infaticabile, di sensibilità straordinarie e intelligenza raffinata, perfino nel paradosso ... valga per tutti l’incredibile duetto musicale improntato con la cantautrice senese Gianna Nannini, mi pare che il testo fosse “Questo amore è una camera a gas” e l’anno forse il 1985, dove non è stato mai chiarito chi fosse la comica e chi la spalla, ma tutti risero a crepapelle in stato convulsivo per ore ... e ancora oggi, se uno ritrovasse il pezzo ...
 
In un certo senso me l’aspettavo. Io, che le sono stato (casualmente) anche contiguo, per interessi affini, studi, passioni, luoghi romani di frequentazione e natalità bolognesi, come certamente i lettori di Pol.it, la Rivista telematica di  Francesco Bollorino, ricorderanno [01]. Ancora il caso poi ha voluto che il suo nome e il mio comparissero assieme nei titoli di coda de “L’alfiere” di Carlo Alianello una delle prime miniserie televisive per la regia di Anton Giulio Majano. Era il 1956 e io ancora uno studente di medicina alla “Sapienza”. Ci ha lasciati anche lei, infine, e non stava bene da molti anni, troppi. Grandissima riconoscenza dobbiamo (anche tutti noi che abbiamo apprezzato il suo talento), a Roberto Russo, il marito, il fidanzato amorevole e fedele che l’ha attesa a lungo e poi si è preso cura della sua salute [02], per questi ultimi quasi vent’anni. La parte più ardua, la missione più nobile, con dedizione infinita, nella funzione delicatissima del “caregiver” [03].
 
Monica aveva cominciato precocemente in casa a intrattenere i fratelli. Tempi di guerra. Il padre era capitato a Messina con la famiglia per il suo lavoro. Io, che andavo a trovare i nonni paterni a Palermo, ricordo un mare di cadaveri che galleggiavano. Era la seconda metà di giugno del 1943, erano passati i “Liberetor” di stanza a Pantelleria e i traghetti non partivano. Dopo la guerra fece l’Accademia “Silvio D’amico” e imparò come una spugna da Sergio Tofano. Nel 1953 debutta al Tetro Greco di Siracusa con una particina nel coro, insieme a Ornella Cappellini, Luca Ronconi, Grazia Marescalchi, Alberto Lupo e altri nomi che diventeranno famosi nel teatro e nel doppiaggio. Si rappresenta “Ifigenia in Aulide” di Euripide per la regia di Accursio Di Leo. Poi subito al cinema come musa ispiratrice di Michelangelo Antonioni notata dal regista ferrarese come interprete perfetta e stralunata per i temi (molto esistenzialisti) dell’alienazione e dell’incomunicabilita. Quattro personaggi, quattro successi folgoranti: Claudia, “L'avventura” (1960), Valentina “La notte” (1961), Vittoria “L'eclisse” (1962) “Giuliana “Deserto rosso” (1964).
 
Poi ancora un altro volteggio acrobatico. Triplo salto mortale carpiato con avvitamento rigorosamente a sinistra, per tuffarsi nella cosiddetta “Commedia all’italiana”. Non è qui il caso di dilungarsi su questo genere di cinematografia che è passato alla storia del cinema come commedia all’italiana. «... trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici» “copyright” Mario Monicelli. Un filone brillante che tenne banco e cartellone dagli inizi degli anni cinquanta e sessanta fino alla fine dei settanta del secolo passato. “Castigat ridendo mores” fu la locuzione latina del poeta parigino Santolius, incisa sui teatri della Ville Lumière del Seicento. "Correggere i costumi ridendo", era una delle funzioni del teatro. La commedia all’italiana, invece, venne a cessare quando le cose si fecero serie e giunsero gli “anni di piombo”. Tutti sanno chi andò al potere, conoscono le storie complesse, sanno i depistaggi (anche se non si dice) e da allora ci fu ben poco da ridere, tranne che rallegrarsi per la legge 13 maggio 1978, n. 180. Purtroppo sbilanciata e preceduta dall’incredibile delitto Moro del 9 maggio 1978. Ma non rattristiamoci ulteriormente in questo momento funereo, raccolti per ricordare una persona che all’umanità ha dato tutto quello che aveva, ed era moltissimo.
 
Per gli storici del cinema, sembra che il genere - durato meno di un trentennio - abbia avuto inizio con "Guardie e ladri" (1951) di Mario Monicelli con Totò e Fabrizi, in alternativa “I soliti ignoti”, (1958), pure di Monicelli con Gassman, Mastroianni, Salvatori, Totò, mentre i funerali del genere siano stati celebrati da “Amici miei atto II” (1982), ancora di Monicelli (1915-2010), un vero mattatore, con Tognazzi, Moschin, Noiret, Montagnani, Celi. La sua originalità consisteva nell’unire "Il macabro e il comico” che aveva imparato - per sua stessa ammissione - da René Clair. Quello che invece, aveva scoperto da solo, una vera genialità, era l’accoppiamento delle situazioni comiche con la cattiveria. Il maestro sapeva dosarla col bilancino del farmacista e l’effetto tragicomico diveniva incontenibile. I registi importanti furono una caterva: Luigi Zampa, Renato Castellani, Luigi Comencini, Dino Risi, Antonio Pietrangeli, Lina Wertmüller, Pasquale Festa Campanile, Ettore Scola, Luciano Emmer e Pietro Germi, solo per citare i più importanti.
 
Per gli attori - a mio avviso -è diverso. Anche se nessuno li ha mai contati, a lungo e in molti si sono accanitamente disputati il titolo di “Moschettieri” della Commedia all’italiana, riecheggiando tutto Dumas ivi compreso il seguito "Vent'anni dopo". Ora che se ne sono andati tutti si può azzardare il provvisorio giudizio che si possono considerare unanimemente fra i grandi quattro moschettieri (più uno fungibile perché D’Artagnan s’infortunava spesso ed era molto richiesto): Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Manfredi e Marcello Mastroianni. Fra le attrici, Monica Vitti è stata l'unica in grado di tenere testa a tutti e se va decisamente rifiutato, perché oltraggioso, il titolo di “Moschettiera” aggiunta, che fu tentato di rifilarle in qualche occasione, al massimo della gloria. No! Monica Vitti e stata la “Regina” della Commedia all’italiana e anche molto di più nel panorama femminile mondiale della cultura. Riposa in pace Monica. E anche tu Roberto, consolati sereno, per aver fatto l’azione più nobile e più umana che si possa, nei confronti di chi si ama.
 
Note
01. “I novant'anni di Monica Vitti. Un ricordo. Lei non sa che io so.” di Sergio Mellina, pol.it psychiatry on line Italia, 8 novembre, 2021 -
02. Alzheimer e dintorni. Ontologia senza linguaggio. La solitudine dei "Caregiver" di Sergio Mellina pol.it psychiatry on line Italia, 17 giugno, 2019 -
03.  Il termine inglese identifica un familiare che svolge un ruolo informale di vicinanza, sostegno e aiuto, che proprio per questo contatto diuturno, partecipa della malattia del congiunto e non lo abbandona mai in ogni attività delle funzioni quotidiane. Il paziente, questo lo avverte e ne trae giovamento anche se con disturbo cognitivo gravissimo. Basta un frammento di un canzone, una cantilena, una lallazione, una intonazione, per stabilire un contatto con la persona amata ed estrarre l’infelice dal suo torpore.
 

 
 
 
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