CUORE DI TENEBRA
Viaggio al termine della psichiatria
di Gilberto Di Petta

ANTEPRIMA IN ESCLUSIVA: "LETTERA DALLA FOLLIA - LA DOPPIA MORTE DI GEROLAMO RIZZO"

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17 febbraio, 2020 - 18:01
di Gilberto Di Petta

Dopo un lungo e faticoso lavoro documentaristico esce, finalmente, il libro “La doppia morte di Gerolamo Rizzo”, a cura di F. Bollorino e G. Di Petta. Un memoire autentico e drammatico, che ha per protagonisti gendarmi e psichiatri, carnefici e vittime, chiosato da cinque specialisti, sul tetro sfondo manicomiale del primo Novecento.

L’ex Ospedale psichiatrico di Cogoleto, erto su una collina, a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla costa, costituito da edifici organizzati a villaggio e collegati tra loro da ampi viali è, probabilmente, il più grande d’Italia. Fu costruito nel 1911 per essere affiancato a quello di Quarto dei Mille. La nostra storia comincia qui. Un giorno Francesco Bollorino, scavando tra i faldoni impolverati che contengono le cartelle cliniche degli internati di Quarto, trasferite nell’archivio di Cogoleto, scopriva, per caso, il manoscritto di un paziente, Gerolamo Rizzo, vissuto cento anni fa. Le cartelle cliniche e, attraverso di esse, le vite di migliaia di pazienti, abitavano  grandi scaffali, in faldoni suddivisi per anno, in tre ampi stanzoni al primo piano di un edificio isolato. In lontananza, attraverso i finestroni, si vedeva il mare. Al piano terra la morgue, a chiusura del cerchio di tante esistenze spezzate, raccontate con molti documenti burocratici e pochissime note, in diari clinici inchiostrati. La grafia ordinata di un maestro elementare vergava le carte ingiallite dal tempo, affidando a questo memoire un ultimo, stremato appello, rivolto non si sa chi. “Una notte, verso le undici, mi svegliarono dei colpi dati alla porta della mia camera che era chiusa e delle voci  che mi chiamavano e mi dicevano che aprissi alla Ninetta, che voleva entrare nella mia camera. Siccome sentivo voci di uomini che mi chiamavano per nome, non mi potevo spiegare cosa volesse da me questa signorina, accompagnata da due o più uomini, per questo feci il sordo,  facendo mostra di dormire. Quelle persone stettero un’ora dietro alla mia porta a chiamarmi, picchiando con i piedi perché io aprissi, poi se ne andarono minacciando. Da quel momento non ebbi più quiete, fui perseguitato notte e giorno da voci, che di notte mi toglievano completamente il sonno, mi rimproveravano perché non avevo aperto alla Ninetta, e dicevano, anche, che dovevo sposare questa signorina, figlia di onesta famiglia di Genova. Tentai molte volte di fuggire  a Genova prendendo il treno, ma queste voci mi seguivano in treno e a Genova”  

 


Questo è il tremendo incipit del memoire di Gerolamo Rizzo, una stremata quanto inascoltata richiesta di giustizia, una sorta di autolegittimazione, di fronte al mondo dei giusti, della tremenda violenza subita e inferta. Quando Francesco me ne parlò e mi preannunciò l’idea di pubblicare questo manoscritto, chiedendomi una prefazione, mi resi immediatamente disponibile. In realtà, quando lessi il manoscritto, durante una delle mie notti di guardia, mi resi conto che avevamo tra le mani un vero e proprio fossile, che, opportunamente analizzato, era in grado di svelare nei dettagli l’enigma di una follia lucida. Ne è venuta fuori una storia clinica, tragica e umana, che si svolge in un’Italia tra la belle époque e il bagno di sangue della Grande Guerra.

Il 30 settembre del 1908, a Genova, era una tiepida giornata di fine estate, in Piazza Umberto I, popolata di capannelli,  un uomo alto, con baffetti e occhialini cerchiati d’oro, usciva dal Caffè Nazionale, dopo aver ingerito cinque e sei bicchierini di cognac, e giustizia, con un colpo di rivoltella alla nuca, un prete a caso, che transitava di li. Si trattava di don Paolo Canessa, vittima innocente della follia di un uomo e dell’incapacità di capirlo e aiutarlo degli altri uomini.

L’omicida, Gerolamo Rizzo, un maestro afflitto da “manie di persecuzione” poneva fine, oltre che a quella vita innocente, alla propria vita civile. Ventiquattro anni dopo quello stesso omicida, per una strana nemesi del destino, veniva ucciso,  a mani nude, da un altro folle, nel manicomio di Quarto. Così abbiamo cominciato a lavorare scrivendo delle note al testo di Gerolamo, quasi come un controcanto psicopatologico alla sua partitura esperienziale. Una storia accanto alla storia, la decodifica psicopatologica che si affianca, in parallelo, alla descrizione della vita vissuta. Ci premeva valorizzare al massimo quello che, invece, questa storia riporta alla luce, con una freschezza inalterata, e cioè la narrazione (concatenata e dall’interno) dell’esperienza di una follia subdola, esplosiva e progressivamente ed inevitabilmente ingrediente, che travolge completamente un’esistenza, facendola sparire dal contesto sociale, nel gorgo di un manicomio nel quale essa stessa troverà, quasi per una nemesi, la stessa morte che ha inferto ad una vittima innocente e casuale, questa volta per mano di un altro folle. “Venne il 1906 e cominciai a capire che erano molti i miei persecutori  e non solamente i Gibelli (così credevo allora) Intanto e poco per volta comprendevo come funzionasse la macchina che mi perseguitava.  Le onde Hertz mi misero nella buona strada, e anche la telegrafia senza fili Marconi. Le onde, sprigionate dagli apparecchi Marconi, si sentono con un altro apparecchio a migliaia di chilometri e si può corrispondere, nessun ostacolo poteva arrestarle. Riflettei fra me, che queste onde, se passavano anche le montagne, potevano attraversare la mia scatola cranica e influenzare il cervello. Ora stabilita la corrente tra la macchina (che poi in prigione mi dissero che si chiama Macrocacofono) e il mio cervello, dovevano naturalmente conoscere il mio pensiero, perché il pensiero è sempre espresso con parole mentali, non pronunciate con la bocca, queste parole mentali dovevano essere ripetute in un fonografo, posto sul Macrocacofono (Dal memoire di Gerolamo Rizzo). E poi ci siamo avvalsi di altri tre esperti colleghi, una psicoanalista, Rita Corsa, un criminologo, Pierpaolo Martucci, ed uno storico della psichiatria, Paolo Peloso, che hanno corredato il testo di tre saggi critici finali. Rita Corsa, Psichiatra e Psicoanalista con funzioni di training della Società Psicoanalitica Italiana, ci ha accompagnato nel viaggio di scoperta della “Macrocacofono” evocato proprio da Gerolamo Rizzo nelle sue pagine, che richiama strettamente la Macchina Influenzante del tragico e geniale psicoanalista slovacco Tausk, morto suicida nel 1919, che per primo, proprio negli anni in cui gli avvenimenti raccontati nel memoriale accadono, ne ha parlato.  Pierpaolo Martucci, Professore di Criminologia nel Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione dell’Università di Trieste, che, avvalendosi di una documentatissima ricerca sulle fonti giornalistiche dell’epoca, ha offerto al lettore uno spaccato di cronaca e criminologia indispensabili per una contestualizzazione degli avvenimenti raccontati nel memoire. Paolo Peloso, Psichiatra e Storico della Psichiatria, ci ha condotti, attraverso una ricerca puntigliosa e illuminante, dal memoriale ai “fatti” (comprese le “immagini” dei protagonisti) accaduti nella rappresentazione dettagliata che ne fanno i cronisti in uno spaccato/intreccio di vita, di dolore, di urla e silenzi, di solitudine. Ne è venuto fuori uno straordinario  lavoro psicopatologico-clinico, psicoanalitico, indiziario, storico-critico, che incastona la vicenda umana di Gerolamo Rizzo, in cui si sono incrociate le traiettorie degli assassini e delle vittime, con quelle dei giustizieri e della gente comune. Ne è venuta fuori  una lucida discesa agli inferi, un mondo, come quello del caso Schreber o del caso Wagner, che svapora inesorabilmente nei fumi della follia fino al suo epilogo tragico. La narrazione è appena retrospettiva, ma non fredda. Con parole essenziali, dettate dalla sofferenza, senza fronzoli retorici, egli riesce a fotografare meglio di qualunque scala di valutazione o trattato di psicopatologia i gradini della sua esperienza, fino all’inferno. La narrazione è essenziale, lucida, dettata dal dolore, dalla solitudine e dalla disperazione ma rivela, meglio di un trattato, oltre l’abisso la regia, stupefacente ed occulta, del “Macrocacofono”, la macchina influenzante di Rizzo, coeva a Kraepelin e a Tausk, a Bleuler e a Kretschmer, ad Edison, Hertz e Marconi.  Se l’obiettivo di questo libro era ed è quello di restituire al mondo una “piccola” storia dimenticata e sepolta degli gli archivi di un Manicomio questi contributi, così attenti, così approfonditi, così competenti aiutano il lettore a meglio comprendere quello che resta un viaggio nel “Cuore di Tenebra” del dolore profondo, quale è la follia. Dunque questa è, in definitiva, una piccola storia individuale che, in sé, sembrerebbe essere una piuma di fronte alla montagna della grande storia. Questa, però, è anche la storia, in piccolo, di una branca della medicina e del sapere che è la psichiatria, la quale, mutatis mutandis, un secolo dopo questa storia, ancora si muove tra oggetti concettuali e destini umani largamente imprevedibili, proprio come è stato il destino di Gerolamo Rizzo. Una storia scritta, questa volta, in prima persona, non già da uno storico, ma da un protagonista della psichiatria per eccellenza, ovvero da un paziente. Ovvero da uno che della psichiatria ha provato, sulla propria pelle, fino alla morte, le descrizioni di superficie, le ricadute applicative e i fallimenti. Nel mutamento drastico, in Italia, della cornice assistenziale psichiatrica, caratterizzato dall’abolizione totale dei manicomi (anche di quelli giudiziari) come luoghi di custodia e dall’utilizzo di farmaci in grado di controllare i sintomi maggiori delle psicosi, l’essenza della cosiddetta “malattia mentale” ancora sfugge, e il livello di descrizione superficiale di certi fenomeni clinici, oggi, non si discosta molto da quello dei secchi raccordi anamnestici riportati in calce a questo racconto. La doppia morte di Gerolamo Rizzo, dunque, è costituita, come recita dal titolo, dalla prima morte, quella che egli provoca, con l’omicidio di un sacerdote incontrato per caso, e dalla seconda morte, quella che egli subisce, ad opera di un altro matto incontrato per caso, un giorno, dentro una latrina, al riparo dagli occhi che avrebbero dovuto vigilare su di loro. La subitaneità e l’imprevedibilità della prima morte, coagulate in una rivoltella che spunta in una mano e fa fuoco sul primo prete capitato a tiro, ritorna come destino nella tempesta di calci che rompe, in un istante, la monotona catalessi di un paziente giudicato, con i severi criteri di allora, un tranquillo residuale. In mezzo a queste due morti, quella data e quella subita, c’è l’esistenza clinica e umana di Gerolamo, un uomo disperatamente solo, protagonista di una vita rotta da un dramma che non viene intercettato da nessuno, per la quale sembra che nessuno possa fare nulla, neanche proteggerla dopo che è stata esclusa dal mondo. Dunque a disonore della Psichiatria, non si tratta di una storia evinta dai resoconti anamnestici, che poco dicono, ma di una storia scritta dal paziente medesimo, dunque di una storia vissuta, dotata, proprio per questo, di una salienza psicopatologica incommensurabile. La storia di Gerolamo è una rara eccezione, accanto alle poche note dei “curanti”, un testo che compare per caso, come un memoriale lasciato lì, chissà se mai letto, chissà se mai studiato, chissà se mai usato in termini clinici. Ma verosimilmente no. In fondo, cosa potevano contare le ragioni “deliranti” di un internato, in quell’agenzia di sparizione di massa che è stato il “grande internamento” di foucaultiana memoria.

 

 Gerolamo è un giovane uomo di circa trent’anni, insegnante, con discreta cultura, dal carattere ombroso e solitario, quando, una notte, subisce l’irruzione allucinatoria che non lo lascerà più e che si insinuerà nella sua vita dirigendone tragicamente i passi verso il baratro finale, non senza prima portarlo, purtroppo, a travolgere un’altra esistenza innocente.  La descrizione che fa Gerolamo della sua vicenda è insieme straordinaria e iperreale.

Il tragitto psicopatologico più plausibile, desumibile sulla base di una lettura fenomenologica dell’esperienza narrata, è quello che Gerolamo avesse una personalità vulnerabile di base sensitivo-paranoide, alla Kretschmer, che fa quindi uno scompenso paranoicale persecutorio  la cui frangia si allarga, si dilata e si approfondisce fino ad una demolizione pressochè completa dell’esame di realtà.

Il mondo persecutorio di Gerolamo non arriva mai alla fredda sistematizzazione, e per questo il suo delirio rimane caldo, evolutivo, fino a compromettere totalmente il senso comune. L’approdo clinico di Gerolamo è, verosimilmente, quello di una schizofrenia paranoide con una relativa conservazione di una parte critica, per quanto sottile, di uno spettatore narrante, che affida la verità incredibile della propria catastrofe esistenziale ad un  racconto infilato in una cartella clinica, nella speranza ultima che un giorno, qualcuno, leggendo, possa restaurare la verità. L’altro aspetto, per gli psichiatri cruciale, da una prospettiva scientifica, è la documentazione minuziosa di una evolutività clinica “naturale” della patologia, non interferita da cure. Questo riapre l’annosa questione della cronicizzazione della malattia e della crucialità di trattare bene l’esordio, rispetto alla possibilità di modificare il decorso e, soprattutto, nel caso dei deliri persecutori, di prevenire agiti catastrofici. Rimangono, certo, la tristezza e il senso di impotenza rispetto a Gerolamo, un essere umano come noi che, progressivamente, “rapito” da forze esterne, aliene, incomprensibili, si allontana dal consesso comune fino ad uccidere e poi morire a sua volta. Questo è quello che ancora può accadere. Questo è quello che noi non dovremmo consentire.

Da questo punto di vista, raccogliere lo stremato richiamo di incontro di Gerolamo, una voce che, come il diario di Anna Frank, ha superato la glaciale siderazione del tempo concentrazionario, forse ci consente, oggi, di guardare diversamente a tutte quelle situazioni, solo apparentemente dissimili,  che incontriamo nel nostro quotidiano.

L’assurdo della vicenda di Gerolamo, al di là della morte data e della morte ricevuta, sta proprio in quella lunga frangia silenziosa e iniziale di deflagrazione, quando la follia prende piede tra le pieghe della normalità e quando, nonostante la richiesta di aiuto, nessuno riesce a fare nulla, al di là delle minacce, dell’indifferenza, o del blando sostegno morale. E’ anche, il nostro, un modo per chiedere idealmente, come psichiatri, perdono. Perdono non aver capito, per non aver compreso, per esserci limitati a fare il rogito notarile di una storia clinica che parte da un’esecuzione e culmina con un’esecuzione. E tra le due esecuzioni nulla, tranne la reclusione. L’ultima notazione concerne la verità dell’impianto psicopatologico : Gerolamo, digiuno di psicopatologia, racconta la sequenza della sua ingrediante follia in termini drasticamente sovrapponibili a quelli codificati dalla psicopatologia nella fattispecie fenomenologica e psicoanalitica. Per noi psichiatri di una certa curvatura culturale questa documentazione diaristica rappresenta, dunque, una validazione in parallelo dell’impianto concettuale, descrittivo ed ermeneutico della psicopatologia fenomenologica e psicoanalitica. Ovvero sentiamo che un corpus dottrinario stratificatosi storicamente ed un paziente hanno usato lo stesso linguaggio. E questa è l’unica validazione che ha un senso, poiché fatta da chi ha tragicamente, e fino in fondo, vissuto certe esperienze.

Per noi clinici e psicopatologi è questa la verità migliore possibile sulla follia, ovvero sentire di aver codificato un linguaggio che, a volte, ci consente di comprendere una richiesta di aiuto, a volte di formulare una proposta di aiuto, rompendo in questo modo la parete dell’incomunicabilità che si instaura fatalmente tra chi rimane è “al di qua” e chi, invece, tracima “al di là” del cosiddetto senso comune. L’idea i pubblicare questo scritto, ad ogni modo, va oltre l’interesse scientifico, e il destinatario non è solo tra gli psichiatri e gli psicologi. Questo messaggio nella bottiglia, che ha superato l’oceano della storia, che ha superato il Novecento, va al suo destinatario originale : la gente qualunque, l’uomo comune. Gerolamo, ormai tradito da tutti, si appella all’universo mondo, consegna la sua inevasa richiesta di giustizia e il proclama della sua innocenza originaria ad una lettera diretta all’umanità. Poiché tutto è perduto, Gerolamo vorrebbe salvare una certa idea di giustizia, che si inabissa, in un modo o in un altro, ogni volta che un innocente soccombe. Egli è un innocente, benché omicida, poichè costretto ad attuare una soluzione delittuosa per volere di forze che lo hanno dominato senza quartiere, togliendogli ogni serenità. E noi, forse, non essendo riusciti a fare altro, vogliamo essere, alla fine, solo il tramite, che la storia ha interrotto e che la storia ripristina, tra la vicenda umana di Gerolamo e il resto dell’umanità.

 

 

 

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