Prossimità necessarie. Il giardino dei limoni (Lemon tree) di Eran Riklis (2008)

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2 ottobre, 2012 - 14:50

"non c’è che l’estasi degli incontri per rigenerarci"
(Morin, 2009)

politIl Film.

Salma Zidane, vedova da molto tempo, abita sola nella sua casa in Cisgiordania al confine con Israele. Vive con difficoltà della coltivazione dei limoni del suo grande giardino, ereditato dal padre Il ministro della difesa israeliano, Israel Navon con la moglie Mira, decide di costruire la propria casa a ridosso del confine, a pochi metri dalla casa di Salma. I servizi segreti ritengono che il limoneto potrebbe essere un nascondiglio ideale per i terroristi e che quindi rappresenti una minaccia alla sicurezza del ministro. Decidono, quindi, di abbattere tutti gli alberi proponendo un risarcimento economico. Salma si oppone alla decisione e si rivolge a un giovane avvocato palestinese, Ziad Daud, il quale si appella prima a un tribunale militare e, infine, alla Corte Suprema di Gerusalemme. Il finale è sospeso. La Corte proclama che vengano potati centocinquanta limoni a un'altezza di trenta centimetri e che sia eretto un muro per proteggere la casa il ministro.

 

Per via del film.

Era stata una giornata difficile al servizio. Enrico era venuto un’ennesima volta a chiedere soldi, a minacciare tutti.. Ecco che, nel cinema, me lo ritrovavo sullo schermo. Il film parla di lui… e di noi. Il ministro della difesa israeliano fa una cosa strana: costruisce la propria casa sul confine con i territori palestinesi. Perché proprio lì? Con tutto lo spazio che c’è?, La risposta è solo quella del codice border. Quella casa, messa proprio sul confine è la maggiore vicinanza possibile fra due aree governate da codici fra loro incompatibili che non sanno incontrarsi e comunicare. Enrico viene ogni mattina a minacciarci perché, noi siamo il solo posto dove può sperare di recuperare una esperienza di Sé non più mostruosa, ma che può permettersi la fragilità, ovvero che qualcuno possa sognarlo: ""Dottore, forse gli altri pazienti sognano le cose… a me capitano tutte" (Roth, 1967, 222). Nella zona del ministro della Difesa israeliano il codice è la capacità concreta di controllare le angosce con un enorme dispendio di energie e con l’esibizione della forza muscolare: "c’è l’esercito, i servizi segreti a proteggerti, di cosa hai paura?". Dall’altra parte, nella zona di Salma, c’è la ricchezza e la sicurezza che puoi possedere solo se qualcuno ha arredato un luogo per te già prima che arrivassi, anzi: proprio perché tu arrivassi!: "ho ereditato questo giardino da mio padre: non accetto nessun risarcimento". Ho pensato che forse non è un caso che nel film siano le donne a mettere in crisi le rispettive zone perché, da sempre, nelle donne l’incontro può divenire accoppiamento fertile. Sul crinale instabile della situazione border, una zona deve essere necessariamente concava(Bolognini, 2008). Mira, infatti non ha paura, ma è mossa solo dalla curiosità che si sostiene proprio attraverso la precaria prossimità ad una zona che conosce, ma da cui è separata. Il segnale di quando un incontro diviene accoppiamento è la meraviglia (Reik, 1935; Maffei, 2008): "ma io, sono tranquilla, se voglio dormire dormo… non ho paura!", risponde Mira alle preoccupazioni di Israel, Al tempo stesso, Salma si meraviglia che, dall’altra parte, lei possa avere spazio: "la moglie del ministro si è scusata con me!… Che strano!"


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La prossimità, appena segnata da un’esile e grigia barriera di reticolato, è instabile perché le due zone si attraggono pericolosamente; la prossimità è la loro necessità vitale. Quell’attrazione è la loro vita e la loro scommessa. Tante volte con i nostri pazienti non abbiamo capito l’essenza di questa attrazione vitale, e con i nostri interventi — sia nella stanza di analisi che, ancor più nei servizi — abbiamo cercato di tenere distanti queste aree attraverso comportamenti "regolamentati", interventi terapeutici "normalizzanti" e rassicuranti. .Quante volte la tensione estrema della situazione ci ha impedito di seguire la curiosità (+L e +K di Bion) perché trovassimo una breccia nel reticolato! Il film propone un suggerimento importante: il border non è una precisa zona o codice patologico come potrebbe esserlo la nevrosi o la psicosi, ma è una continua tensione fra opposti che intuiscono, ma ancora non conoscono, la reciproca complementarietà. Nel film ho visto in modo chiaro che per sopravvivere il border deve continuamente dissociare gli oggetti, ma per vivere deve cercarli: "e se riuscì a sopravvivere così a lungo a queste contraddizioni fu solo perché impose alla sua mente l’insensibilità" (Auster, 2002, 155). Nelle situazioni border la scissione si organizza in una particolare forma di dissociazione in cui, a differenza che nelle psicosi, non c’è la difesa del ritiro libidico. E’ questo il motivo della sofferenza acuta ed esplosiva di questi pazienti. L’autismo è una difesa schizofrenica, ma non border, anzi differenzia le due configurazioni. Il soggetto soffrirà perché l’investimento non restituisce stabilità, ma mortificazione. Salma è certa del suo diritto di poter tenere e curare il proprio giardino, ma la risposta della Corte israeliana è la tipica risposta del discorso nell’area border:"Il giardino dei limoni rappresenta una minaccia reale e immediata per la casa del ministro e per lo stato di Israele… . la corte respinge l’appello e ordina lo sradicamento degli alberi"

Ognuno è prigioniero nella propria zona. Il film segnala che sono possibili (sono necessarie le) invasioni di campo: "lasciate i miei limoni… chi vi dà il permesso di entrare nel mio giardino?"; "volevamo solo prendere dei limoni!". Mira è prigioniera nella sua grande e potente casa perché si sente povera degli affetti, Salma è prigioniera nella sua povera casa accerchiata dai potenti militari israeliani che, fra armi e filo spinato, si accorgono di non avere limoni e i limoni sono necessari ed urgenti per la loro festa. Penso alla precisa sensazione che ho avuto, molti anni fa, quando ho incontrato i genitori di Enrico. Lui grande, grosso e violento, il padre dai modi formali che — mi colpì — era arbitro nel campionato di calcio. La loro comunicazione era una continua violenta accusa e rivendicazione verso l’altro. Ciascuno era in credito e in debito verso l’altro. I contatti inibiti. Le incursioni nelle reciproche aree assolutamente accusatorie e colpevolizzanti. Ovviamente, dopo poco, il servizio ha dovuto imparare ad essere oggetto delle loro rivendicazioni e della loro violenza. La difficoltà che blocca i servizi (e le cure di questo tipo di pazienti) è di sapere che quando ci consegnano la loro sofferenza ci consegnano violenza che immediatamente può attivare in modo simmetrico posizioni di rigidità e onnipotenza, ma che invece chiederebbe di essere lentamente e continuamente bonificata proprio dalla costante e salda proposizione dei limiti e della impotenza autentica, quella impotenza e quei limiti che abbiamo imparato per vivere e che nelle configurazioni border non possono essere tollerati perché diventano la cifra della frammentazione del Sé. "… la filosofia con cui ho affrontato il Whitney parte dal rispetto della costruzione preesistente, ma anche dalla volontà di stabilire sin dalla costruzione una forma di comunicazione diretta con il pubblico. Oggi l’accesso al museo è possibile attraverso un vero e proprio ponte" (R. Piano, 2006).

Una volta, rientrando al servizio, notai il motorino di Enrico parcheggiato fuori. Solitamente era un segnale minaccioso della sua presenza intimidatoria verso tutti noi. Aveva lasciato il casco sul sellino della moto e, per la pioggia, si stava bagnando. Andai ad avvisarlo e lui potè recuperare il casco. Prima di andar via venne a ringraziarmi in modo sicuramente esagerato, e la cosa colpì me ed una mia collega. Altre volte si è infuriato verso di me quando l’ho chiamato "Enrico" e non con il suo cognome: "chi le dà il diritto di chiamarmi Enrico?... non è mio fratello!… impari l’educazione!". In questa linea, nel film, c’è un dialogo fra Israel e Mira che mi ha colpito: "Ci dev’essere un’altra soluzione!", chiede Mira. "Tremila anni e nessuno l’ha trovata! Cosa vuoi da me?"; "E’ ora che qualcuno la trovi!". Infatti la soluzione — che spesso i terapeuti e i servizi cercano affannosamente - non può esserci per definizione. La soluzione è un continuo transito di posizioni affettive che trovino un ponte per poter essere accolte finalmente nel Whitney Museum, dove l’aria è lieve, ma puoi fermarti solo per poco. La funzione terapeutica (certamente umana, ma soprattutto tecnica…) è di saper comunicare al paziente l’importanza della posizione di transito, ovvero la cura quotidiana dei limoni e non il loro sradicamento per paura di andare a pezzi: "tutte le soluzioni sono quantitative: ma quando, la politica, prenderà in considerazione l’immenso bisogno di amore degli uomini?" (Morin, 2009, 80).

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Mira, quindi, scavalcherà la rete ed andrà a bussare alla porta di Salma, e poi andrà al processo. E’ quello che, se le cose vanno bene, deve succedere nelle cure di questi pazienti: un incontro delicato e solido, rispettoso nel riconoscere le piccole aree del dominio dell’altro, l’attesa della risposta dell’altro che deve essere soprattutto riconosciuto prima che "aiutato". Non si tratta di "essere buoni", ma di avere e curare la capacità tecnica di sintonizzarsi, fra il reticolato, gli agenti armati e le videocamere, verso l’importanza dei limoni di Salma.. Sappiamo che ciò che Enrico chiede con insistenza per sanare la propria "miseria", prima dei sussidi economici o i prestiti che ci chiede minacciosamente, è l’autorizzazione a commuoversi, a sentirsi visto finalmente nella propria "miseria". Gradualmente le due donne che prima si incontrano con la curiosità degli sguardi, sui contattano e poi si cercano, entrano ciascuna nella zona dell’altro: "la New York di oggi si interroga su come far penetrare il pubblico all’interno di questi edifici in maniera amichevole e accogliente" (R. Piano, 2006)

 

Poi ci sono le mani che si cercano e si toccano. Quelle di una donna in lutto che trova il calore e l’illusione (Winnicott) di una vita che continua nelle mani calde del giovane avvocato che la difende. Il film mi ha fatto pensare che non è amore. Salma non troverà l’amore in Ziad. Si tratta del necessario accoppiamento fra elementi simili, che si sostengono nella reciproca precarietà. Cosa incuriosisce Salma del suo avvocato? Non credo si tratti di una curiosità verso Ziad, ma verso sé; e il Sé di cui si occupa Salma è Mira. Questo, il film lo dice in modo evidente! Ziad e i limoni sono il diritto e lasostanza del Sé; appartenevano già al Sé ed ora ritornano vivi. Ziad è una parte (unafunzione) di Salma che riprende a vivere perché incontri Mira.

Non so se avrei preferito un altro finale. Con i miei pazienti border sono abituato alle sospensioni, alle drastiche interruzioni; al senso di impotenza, quasi mai gratificazioni (non tanto dei pazienti, quanto del loro contesto o dei colleghi del servizio: ma è inevitabile, perché il border sopravvive in una scomoda solitudine!). In fondo, il film ha due finali: ancora una dissociazione! Ziad che userà trionfante una parziale soluzioneconcreta del processo. Salma che ritorna alla propria solitudine. Però sono uscito dal cinema con una precisa sensazione: il campo dei limoni potati ora è triste, ma era evidente che, verso i titoli di coda, Salma ne era ridiventata custode*.

 

"… prendo alloggio nella stessa stanza della stessa
locanda… Non che i movimenti mi siano facili"
(Calvino, 1972)

*pubblicato anche su www.istitutoricci.it

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