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di Donato Morena

COVID-19: la salute mentale, la crisi della periferia e il virus della verità

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4 aprile, 2020 - 22:31
di Donato Morena

Cosa si può scrivere di nuovo sul disagio vissuto dalle persone ai tempi del Coronavirus?
Poco o nulla di quello che non si sappia già. Che la restrizione delle persone non ha mai portato a niente di buono.
Eppure nonostante tutto pare che al momento non ci sia stata nessuna deflagrazione epidemica di contagi psichici. Almeno da quello che mi riferiscono i colleghi e da quello posso vedere io.
Sembra un po' di rivivere la storia degli internati del manicomio di Ancona durante la seconda guerra mondiale, quella che Basaglia raccontava nelle Conferenze Brasiliane. I matti, diceva Basaglia, scapparono dal manicomio danneggiato dai bombardamenti e ovviamente in quel periodo nessuno ci pensava ai matti fuggitivi. Alla fine della guerra però ci si iniziò a chiedere dove fossero finiti e si scoprì che diversi internati lavoravano in città e facevano una vita normale.
Ecco, magari le persone stanno meglio di come immaginavamo. Questa però rimane una supposizione, perché è da più di due settimane che il mio Centro di Salute Mentale sembra proprio quel manicomio di Ancona dopo i bombardamenti. Per disposizione e paura del contagio si sono copiate su scala ridotta le misure restrittive nazional-regionali: prima è iniziata la selezione degli ingressi, poi si sono sospese le attività, quelle di gruppo, quelle individuali, la riabilitazione, i ricoveri programmati, le visite non urgenti, le certificazioni. A un certo punto i pazienti hanno capito e hanno iniziato loro a evitarci. Da qualche giorno mi chiamano per disdire la visita prima che li chiami io per sapere come stanno. Sulle panchine del cortile interno non c’è più nessuno e nemmeno ai distributori. Il bagno-utenti che faceva da servizio pubblico per i passanti è immacolato da una settimana. Certo, continuiamo con i colloqui telefonici, con le somministrazioni di terapia, con qualche visita domiciliare, con gli interventi in urgenza. Ma sembra quasi che gli utenti si inventino qualcosa pur di tenerci su col morale, per farci sentire utili a qualcosa.

Poi ci sono i colleghi terroristi, che dicono che presto ci sarà una catastrofe, che scoppierà la diaspora dei dannati psichici, che psicotici e nevrotici scenderanno nelle piazze, finalmente uniti, uniti dal virus dopo essere stati separati dagli psichiatri, per gridare all’unisono la pazza voglia di ricoveri e medicine. Chissà.

Nel frattempo la mia unica sensazione è quella legata al sapore amaro della periferia: l’unica cosa certa è la nostra marginalità.

E dalla periferia, come un sottotenente Giovanni Drogo ne “Il deserto dei Tartari” di Buzzati, provo a pensare ai luoghi in cui si svolge l’essenza di questa crisi, gli Ospedali.

Mi sono sentito con una collega psichiatra ospedaliera, era disperata. Tutti in ospedale lo sono, non solo quelli che seguono direttamente i contagiati da Coronavirus. Non hanno protezioni, non hanno indicazioni sui percorsi di prevenzione del contagio, non hanno spazi separati, se vengono a contatto con pazienti infetti devono continuare a lavorare fino all’esito del tampone.

Le mascherine, tutti cercano mascherine come rabdomanti: chi è riuscito ad accaparrarsene una se se la tiene stretta (è il caso di dirlo) e la riutilizza lavandosela a casa.

La tragedia, diceva la mia collega, è alleviata solo dall’intuito dei pazienti, che avendo capito l’inutilità delle protezioni fornite dall’ospedale, delle specie di panni-cattura-polvere, preferiscono usarle per dare un po' di colore alla situazione: chi le usa come bandana e chi come bavetta durante i pasti. Qualcuno ci si soffia il naso.

Le uniche pochissime vere protezioni sono riservate ad anestesisti, infettivologi, pneumologi, internisti. Si sono creati così dei reparti ad hoc, dove vivono in isolamento i pazienti col Coronavirus (la positività al virus è ormai il nuovo standard per suddividere la popolazione) e il personale sanitario a loro dedicato.

Sono loro al centro dell’epidemia, al centro dell’emergenza.

Allo stesso tempo però sono destinati all’isolamento, all’esclusione, alla “trincea” di una periferia nosocomiale.

Ma allora dov’è il centro? C’è un punto dove tutto converge? La salute mentale e la salute fisica, Basaglia e il Coronavirus?

Visto che i pazienti ci hanno abbandonato, ho almeno il tempo per questa riflessione.

Ci provo partendo dai pensieri del filosofo più criticato (e insultato) del momento, Agamben. Sembra che ormai tutti parlino di Agamben, in maniera per lo più manichea, santificandolo (grossomodo quelli che appartengono alla categoria degli anti-sistema) o demonizzandolo (i pensatori tardo-illuministi che credono ancora ciecamente alla salus per scientiam).

Ma cosa dice di così misterioso e tremendo questo filosofo catapultato alle luci della ribalta del momento? Agamben dice, secondo me, una cosa semplice e condivisibile, ovvero che viviamo in uno stato di eccezione e che tale stato non è solo di ora, non appartiene solo al tempo dell’emergenza. Non è insomma un vero stato di eccezione ma è una condizione antinomicamente acuta (per usare il linguaggio medico ora tanto in voga) ma pure cronica. Lo stato di eccezione “a cui i governi ci hanno abituati da tempo, è veramente diventato la condizione normale”, dice.

Secondo Agamben la paura del contagio, la paura, in termini ultimi, della morte biologica, ha avuto solo la funzione di svelare palesemente e tattilmente l’attaccamento degli italiani alla “nuda vita”. Motivo per cui a suo giudizio, noi italiani (solo noi italiani?) saremmo disposti a svendere tutto ciò che eccede la pura sopravvivenza, tutto ciò che non rientra nell’accidentalità di un’esistenza vegetativa, la ζωή degli antichi greci. Agamben rievoca poi Antigone quando parla della perdita anche del diritto dei morti a un degno funerale, a una degna sepoltura.

I morti come numeri, i morti senza nessun familiare accanto, le bare ammassate nelle chiese, l’andirivieni dai cimiteri dei camion militari, le cerimonie vietate.

Cos’è diventato dunque lo sguardo che rivolgiamo all’altro, “che cosa diventano i rapporti umani in un paese che si abitua a vivere in questo modo non si sa per quanto tempo? E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza?”, si chiede ancora Agamben.

Le critiche a queste tesi, anche feroci, hanno sottolineato l’insussistenza di tali domande, bollate come pelose manfrine filosofiche, sconsiderate e fuori luogo visto il contesto storico di emergenza globale e totale. Ora esiste solo l’urgente necessità di salvare quante più vite umane possibili, attraverso qualunque mezzo.

Anche queste critiche sono condivisibili.

Tutto sembra condivisibile in questo stato di eccezione, tutto e il suo contrario. Perché mi chiedo? Perché non si riesce a trovare la centralità della questione, un punto fermo da cui ripartire?

Riflessioni di pensatori di tutto il mondo si affastellano su blog, quotidiani, riviste, tv. E più le ascolto queste riflessioni che parlano di virus, di ospedali, di dispositivi di protezione, di ventilatori, di posti in rianimazione, di quarantene, di morti di anziani, di morti di giovani, di morti, di sopravvissuti, più ho l’impressione che il mondo si sia chiuso, collassato e sigillato non solo nella securizzazione ma soprattutto nella sua medicalizzazione.

I medici e gli infermieri fino a ieri ignorati, denunciati, malmenati, svalutati come mai nella storia, sono diventati d’un tratto degli “eroi”. C’è anche un’immagine che gira sui social in cui un operatore in divisa verde e mascherina bianca si trova in mezzo ai supereroi della Marvel.

Queste facce mascherate, sudate, affaticate, segnate, sofferenti, sono le stesse che prima venivano ignorate per dare spazio a quelli che hanno trasformato la salute in showbiz. Sotto i riflettori sono tornati quelli vestiti con la “tuta” e sembrano sparite le giacche stantie dei vati della medicina ai quali fino a ieri veniva dedicata la ribalta mediatica, il risalto dei convegni e degli scranni sponsorizzati dove poter espandere la favella all’etere sconfinato. Qualcuno sopravvive ancora nelle tv ma si capisce subito che non ha niente da dire, per lo più si è presto adeguato alla polemica da talk show. Poco male, in questo momento di disvelamento (ma fino a quando?), l’essenzialità delle cose sembra essere tornata in primo piano.

Se da una parte questo riposizionamento della verità ha permesso di sgombrare il campo dai falsi idoli, si è venuto tuttavia a creare un terreno problematico legato alla medicalizzazione del nostro tempo e del nostro spazio, nei tempi lunghi della quarantena e negli spazi ristretti della segregazione, entrambi salvifici, si spera, e tuttavia asfissianti.

La problematicità dell’estensione della scienza medica alla vita pubblica rievoca in me la tesi di “estetizzazione della vita politica” di Walter Benjamin. In particolare, mi viene da pensare, parafrasando il suo concetto, alla duplice possibilità che si sia tentati da un’estetizzazione della vita medica e, dall’altra, da una medicalizzazione della vita politica.

Nel suo saggio del 1939, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, Benjamin espone la traccia di pensiero per cui nell’epoca della riproducibilità tecnica, l’opera d’arte trapassa la sfera intima, cultuale, privata, per giungere a un infinito pubblico. Sintetizzo e semplifico: l’opera d’arte nella sua riproduzione tecnica perde la capacità di generare quel raccoglimento, anche spirituale, attraverso cui l’uomo poteva entrare attivamente nell’opera, trasformare l’opera ed esserne trasformato. La sequenza continua di immagini proiettate dal cinematografo (il mezzo tecnico che si stava affermando all’epoca) ad uso e consumo del pubblico, determina una ricezione passiva, distratta e, soprattutto, abitudinaria. Nelle sue conclusioni Benjamin arriva ad affermare che mentre “le masse detengono un diritto alla trasformazione dei rapporti di proprietà”, “il fascismo cerca di dar loro un’espressione conservando questi rapporti”. Ovvero, il potere rappresentato all’epoca dal fascismo sfrutta la distrazione ottenuta attraverso l’uso del mezzo tecnico per operare un controllo, dando la possibilità alla massa di esprimersi in modo vacuo e inoffensivo, senza intaccare i reali rapporti di forza. Perché e come si puntualizza dunque il parallelismo tra estetizzazione della vita politica e medicina? Per arrivarci, mi richiamo di nuovo alle parole di Agamben quando afferma che “ci sono state in passato epidemie più gravi, ma nessuno aveva mai pensato a dichiarare per questo uno stato di emergenza come quello attuale, che ci impedisce perfino di muoverci.”. E ancora: “gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva”. Nel primo passaggio trovo l’appoggio per chiarire il concetto di estetizzazione della medicina, Proviamo a chiederci perché in questo momento storico si è dato nuovamente un peso enorme agli appelli degli scienziati e dei medici. Perché i morti di oggi creano misure straordinarie mentre i morti e i malati per tutte le altre epidemie, dalle oncologiche alle sofferenze mentali, da quelle legate all’inquinamento a quelle strettamente connesse alle trasformazioni sociali, sono passate, di fatto, nell’indifferenza degli ultimi anni se non decenni? Perché oggi si concedono fondi straordinari là dove ieri si tagliava continuamente la spesa sanitaria?

Non mi riesce di trovare una risposta a tali domande nella sola urgenza di salvare quante più vite possibili nel qui e ora. A mio giudizio sussiste un rimando alla questione “estetica" di uno Stato che non può permettersi di lasciarsi dissacrare dalle immagini di cumuli di morti che rievocano gli olocausti del passato. I media si sono appropriati di queste immagini e le trasmettono di continuo, facendo rivivere agli spettatori chiusi nelle proprie case l’orrore di una morte che sembra inarrestabile. È questo che lo Stato non può permettersi, questa diffusione della propria impotenza e della propria colpa morale e reale che si appalesa così tangibile e così immediata. Laddove si vantava di perseguire fini superiori continuando in disastrose politiche di tagli alla spesa e si mostrava dolosamente sordo agli appelli alla salvaguardia ambientale, alla tutela della salute pubblica e del patrimonio del servizio sanitario nazionale, agli avvertimenti sul dilagare di interessi privati e della speculazione sulla salute dei suoi cittadini, ora cerca un tardivo redde rationem e anzi proietta la propria colpa sui cittadini indisciplinati.

Ora che il processamento mediatico dell’orrore ha permesso di creare nuovi miti a uso e consumo del pubblico, il mito dei sanitari, il mito dei politici-sceriffo, il mito della tutela pubblica attraverso la quarantena, l’estetizzazione è solo diventata più cool, più friendly: basta dire “hashtag iorestoacasa” e anche la morte (fisica, sociale, affettiva, personale) sembra più bella, più carina, più simpatica.

Ma può mai essere sufficiente imbellettare la morte ed elargire qualche intervento tardivo per auto-assolversi dallo scempio operato per anni? Si può tollerare la trasformazione di una medicina in scienza estetizzata al fine di evitare l’orrore delle immagini mediatiche, le stesse che non possono cogliere il dolore capillare e nascosto delle malattie e delle morti private, frutto dell’insipienza interessata e della sciatteria politica? Può lo Stato trascurare tutte le morti non-Covid-19 direttamente o indirettamente causate dalla mancata tutela della salute dei suoi cittadini?

L’ulteriore aspetto è poi quello della medicalizzazione della vita politica.

I cittadini sono stati completamente esclusi dalle decisioni che si sono succedute in questi giorni, a ritmi incalzanti, riguardo alle misure di prevenzione del contagio. Si è addirittura svolta una sorta di gara, tra i governatori regionali, a chi mostrasse maggiore vigore nel restringere gli spazi di vita della popolazione. Tutto ciò è stato motivato, se non giustificato, da presupposti scientifici, ovvero dalle modalità del contagio virale: basta qualche gocciolina di saliva per infettarsi e la prevalenza dei casi asintomatici fa sì che sia impossibile prevedere quali persone debbano rimanere in quarantena e quali no.

Agamben (ancora!) ha polemizzato con queste decisioni e con queste modalità.

Concordo, su tale aspetto, per lo più con i suoi detrattori: nel momento storico attuale è inevitabile accettare una medicalizzazione della vita politica. Le sue ragioni sono semmai radicate nel passato (laddove si intende una medicina basata sulle urgenze e non sulla salute) e nel futuro, come testimoniano peraltro le sue parole: “gli uomini si sono così abituati a vivere in condizioni di crisi perenne e di perenne emergenza che non sembrano accorgersi che la loro vita è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva. Una società che vive in un perenne stato di emergenza non può essere una società libera.”

Non solo. Se il sacrificio della libertà era prima dettato dalle cosiddette “ragioni di sicurezza” che riconoscevano dei possibili nemici in carne e ossa, ora la sicurezza è estesa agli attacchi di un microscopico e invisibile virus contenuto in impercettibili particelle salivari. È dunque possibile parlare di guerra, ed è una guerra medicalizzata contro un nemico che sembra non esserci eppure esiste. È solo un nemico troppo piccolo per essere visto dall’occhio umano, ma pur sempre un nemico che tenta di vivere, di riprodursi, che fa parte dell’esistenza anche se genera morte.

Ed ecco che appaiono ancora più chiare e attuali le conclusioni del saggio di Benjamin quando afferma che ”tutti gli sforzi di estetizzazione della politica culminano in un unico punto. Questo punto è la guerra”. Ciò sembra attagliarsi al concetto di medicalizzazione della vita pubblica perché quest’ultima è completamente diversa dai dettami medici, che possono occorrere solo saltuariamente e contestualmente a salvare la vita ma non a determinarla. Il rischio altrimenti è appunto quello di ridurre la vita alla sola vita biologica, quella difesa dalla scienza, rendendo la lotta a un contagio virale motivo di sterilizzazione di tutto il resto.

Partendo da queste brevi riflessioni mi sembra possibile ora avere alcuni indizi in più per cercare quel centro della questione di cui sopra.

Tale centro è la macchia cieca con cui tutti noi abbiamo assistito con indifferenza alla perdita, fino alla rinuncia, del diritto alla trasformazione dei rapporti di proprietà. Nel campo di interesse di cui ci stiamo occupando, della proprietà della nostra salute, fisica e psichica (e direi anche spirituale). L’antinomia di uno stato acuto-cronico rischia ora di trovare un’ulteriore stretta nella morsa che la politica vorrebbe fare di una medicina sempre meno forte e autonoma e sempre più piegata al mantenimento del potere.

Se però il passato e il presente attuale non sono modificabili, la speranza non può non rimanere viva per il futuro.

Mi permetto qui di fare entrare finalmente Basaglia, il terzo convitato di pietra dopo Agamben e Benjamin. La periferia di cui siamo diventati tutti parte è infatti l’odierna alienazione del malato mentale di una volta. Le nostre case, i nostri ambulatori, i nostri ospedali sono i nuovi manicomi, decentrati, chiusi, isolati, senza diritti. E la sottrazione dei diritti di cittadinanza è l’equivalente della totale spoliazione degli stessi operata sul corpo del malato psichiatrico. La paura del contagio di oggi era la paura del contagio della virulenza della follia non più isolata nella quarantena dell’ospedale psichiatrico. L’untore di oggi è il matto di ieri.

La storia dell’istituzione totale e del suo movimento opposto è d’altronde una testimonianza reale di speranza, laddove le condizioni sociali vengono determinate da cittadini non più distratti.

Il pericolo che la nostra salute possa assurgere a interesse prioritario solo quando un suo danno diventa un danno all’immagine dello Stato, il pericolo di una medicina sfruttata, martoriata, piegata all’interesse cangiante del potere, sono gli unici reali e tangibili nemici che compete a tutti affrontare. Sono, questi sì, nemici che l’occhio umano può vedere, seppur riprodotti in sequenze che tentano l’assuefazione e instillano sentimenti di rinuncia.

Ancora una volta, la salute mentale, oggi attentata da nuove segregazioni, isolamenti, silenzi, può fare la sua parte nella vita pubblica se non rinuncerà alla base dei suoi utenti, dei suoi operatori, dei cittadini e farà a meno invece delle grancasse e dei tromboni altisonanti che hanno trionfalizzato sulle sue macerie.

Ecco, spero di avercela fatta, da questo servizio di periferia che vuole continuare a chiamarsi Centro, a dare un piccolo contributo a una discussione che tenti di riportare la rioccupazione del centro da parte di quei cittadini a cui compete riprendere possesso dell’inalienabile diritto alla salute. E alla felicità.

Per ora aspettiamo, riflettiamo, raccogliamoci, per poi ripartire con idee nuove, cuore e animi rinnovati, sperando che questo virus così democratico nella sua contagiosità morbosa possa sparire quanto prima lasciandoci almeno nuovi spazi di attiva espressione democratica.

Nel frattempo, spero che il mio servizio torni presto a ripopolarsi.

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