Counseling psicoanalitico e istituzione INTERVISTA AGLI AUTORI DEL SAGGIO

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9 aprile, 2020 - 16:11
Autore: Tommaso Fiorenza, Alessandro Guidi, Pierluigi Sassetti
Editore: Aracne editrice
Anno: 2019
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Counseling psicoanalitico e istituzione – Politiche e pratiche del counselor a orientamento psicoanalitico nell’istituzione, a cura di Tommaso Fiorenza, Alessandro Guidi, Pierluigi Sassetti. Aracne editrice, 2019. (Contributi di Mauro Abati, Patrizia Elisabetta Benelli, Romina Breschi, Ileana Ceccarelli, Tommaso Fiorenza, Irene Galli, Gianluca Garrapa, Alessandro Guidi, Stefano Mura, Alessandro Pardocchi, Giuseppe Ricca, Pierluigi Sassetti, Roberto Zari).
 
Politiche e pratiche del counselor a orientamento psicoanalitico nell’istituzione raccoglie i contributi di alcuni relatori, tra cui il sottoscritto (La scuola desiderante), che si occupano di attività di counseling in ambito istituzionale. Gli interventi sono stati molto diversi tra loro ma tutti ascrivibili a quell’orbita del desiderio che è la cifra stilistica tipica del counselor a orientamento lacaniano. Differenti ambiti: dalla scuola all’azienda, dallo sport all’ospedale, alla comunità, alla casa-famiglia, passando attraverso i vari gradi della diversità psichica e desiderante. Di seguito alcune domande ai curatori, a partire dai loro interventi e dalla loro posizione di counselor nei rispettivi ambiti istituzionali. Anche in questo caso tagliando la diversità di punti di vista: il dott. Alessandro Guidi è uno psicoanalista e psicoterapeuta di formazione lacaniana; Tommaso Fiorenza, è animatore di comunità; Pierluigi Sassetti è musicista e pedagogista. Gli atti del convegno sono stati pubblicati nel 2019 dalla casa editrice Aracne.
 
È questo l’atto rivoluzionario del Counseling: trasformare l’Istituzione modificando i soggetti dell’Istituzione stessa. È questo il tema conduttore del testo, nel solco tracciato da Alessandro Guidi e nella psicoanalisi posta in essere da Jacques Lacan. (Dalla Premessa di Giuseppe Ricca, sociologo clinico.)
 
Gianluca Garrapa: L’ottavo convegno promosso dal Centro di ascolto e orientamento psicoanalitico, che si è svolto il 5 Maggio 2018 a Firenze presso la sala del ex Convento delle Leopoldine, riveste una particolare importanza perché è il primo evento organizzato da allievi formati presso il Centro in Counseling ad orientamento psicoanalitico (dall’Introduzione di Alessandro Guidi): dott. Guidi ci racconti l’importanza di questo convegno? E come si colloca, dal tuo punto di vista operativo, il counselor a orientamento psicoanalitico in ambito istituzionale?
 
Alessandro Guidi: L’ottavo convegno del Centro del 2018 è stato dedicato interamente al rapporto dialettico tra il counselor e le istituzioni pubbliche o private nelle quali il counselor lavora. Parlo di rapporto dialettico, inteso come dialogo possibile, pur sapendo che in realtà questo dialogo è inesistente per cui sarebbe meglio dire “dialogo impossibile” perché con le istituzioni non si può dialogare, bisogna solo ubbidire e adattarsi alle regole prescrittive della finta cura del soggetto che l’Istituzione governa come organizzazione regolata da pratiche burocratiche ossidanti. Le pratiche ossidanti tendono a togliere chiarezza, lucentezza alla superficie delle cose ovvero a tutto ciò di cui si occupa una istituzione in generale. La dialettica intesa come dialogo necessita invece di chiarezza sugli obbiettivi sempre rinnovabili come sono rinnovabili i soggetti della cura, ovvero tutti coloro che sono ‘portatori di un disagio psico-fisico’ identificati solo per i tratti che li inseriscono in categorie immutabili e dunque tendenti alla ossidazione ovvero, secondo Lacan, a quell’immaginario rappresentativo di una simbolicità non dialettica ma solo iconica e stereotipata priva, dunque, di tutte quelle caratteristiche positive, dinamiche, creative che vengono acquisite solo attraverso una formazione che la psicoanalisi rivendica fin dalla sua nascita e che costituisce l’essenza del counselor a orientamento psicoanalitico. L’ottavo convegno è stato importante perché ha sancito pubblicamente quella idea di fondo che ho sempre avuto in mente da quando fondai, nel 1990, il Centro di Ascolto a Orientamento Psicoanalitico: è necessario formare operatori che impediscano l’ossidazione della cura del disagio e per far questo è essenziale dare agli operatori la possibilità di parlare di ciò che essi fanno con gli utenti che quotidianamente vedono, assistono e praticano. La formazione psicoanalitica applicata al counselor mette al centro del suo discorso e del suo programma proprio la consapevolezza etica che un operatore, che lavora nelle istituzioni, deve acquisire come capacità dialettica tattica per confrontarsi con colleghi di altre orientamenti e soprattutto con colleghi a cui manca una formazione specifica. Un altro punto importante che il Convegno ha messo in luce riguarda ciò che si può definire come la laicizzazione anti-professionale della figura del counselor ovvero riguarda quella acquisizione soggettiva che si chiama “fare counseling”, un fare inteso come pratica dialettica tra due soggetti dove l’uno, consapevole della sua tattica e strategia, trasmette all’altro ciò che il primo ha acquisito come soggetto desiderante ovvero mutante e inossidabile. Il fare, per la formazione psicoanalitica, è sempre collegato all’agire pulsionale del soggetto che rende ogni pratica del fare, e dunque anche quella inerente al fare counseling, fuori dal pericolo della ossidazione formale e standardizzata; pertanto ciò che l’operatore nel suo quotidiano lavorativo trasmette, è un esempio attivo che si sforza, fino al limite del possibile, consentito dalle circostanze e dal contesto, di far cambiare il punto di vista del collega che non si rende conto del poco di senso in cui opera, fintamente preso dalla logica della ossidabilità avvertita da lui come ciò che lo protegge da qualsiasi impegno al cambiamento personale, perché ciò che deve cambiare con il fare è sempre l’altro di cui le istituzioni dicono di curare.
Voglio mettere in evidenza che tutto ciò che emerge da una consapevolezza, come nel Convegno è emersa, non vuole essere un giudizio, una critica per affermare qualcosa di contrario a ciò che esiste come dominante, perché s’imponga, ma vuole essere un’analisi di ciò che è, e tutto ciò che è è sottoponibile a una analisi direi scientifica dell’esistente, basta naturalmente non barare nel confronto con l’altro. Quest’ultimo aspetto è stato la considerazione di fondo e direi anche la speranza che gli operatori alla fine del Convegno hanno espresso come rilancio per un prossimo Convegno che abbia come tema il confronto con colleghi di diverse formazioni operative da quella analitica.
 
G.G.: […] sono un chitarrista da ormai quarant’anni e [che] mi occupo di formazione musicale—da musico e non da musicista, tengo molto a precisarlo — abitando ormai da diverso tempo il mondo della musica jazz. Uno degli elementi più affascinanti del jazz è l’improvvisazione, ovvero la personale interpretazione di un brano che inevitabilmente catapulta il musicista in una situazione in cui tutto può capitare, da una buona riuscita dell’assolo ad un fallimento totale in cui si rischia di perdersi. (Da Improvvisazione n. 0. I vicoli ciechi della Pedagogia del Discorso del Capitalista di Pierluigi Sassetti): Pierluigi Sassetti ci racconti il legame tra musica e counselor nei tuoi interventi in ambito istituzionale?
 
Pierluigi Sassetti: Tengo a precisare che quello della musica e quello istituzionale sono due aspetti diversi del mio lavoro, in quanto da un lato mi occupo di formazione musicale mentre dall’altro sono un insegnante di scienze umane attualmente in servizio come insegnante di sostegno.
Ora, in ambito privato, avendo ampia possibilità di movimento e di azione, è certamente possibile realizzare un lavoro pedagogicamente onesto e interamente devoluto all’adolescente; ho dunque la possibilità di impostare i miei interventi nell’ottica di una pedagogia di matrice psicoanalitica, in modo da garantire a ogni allievo una attenzione per la propria singolarità, nel rispetto della sua soggettività e quindi senza impartire alcuna forma di piano didattico preimpostato.
Tutto questo perché – come ho scritto tempo addietro ne L’atto pedagogico, volume realizzato insieme ad Alessandro Guidi – privatamente, posso muovermi all’interno di quello che abbiamo definito come Sesto Discorso, ovvero una modalità di inserire l’adolescente in una pedagogia che non sia quella che nasce nel discorso del padrone, dell’università o del capitalista (mi riferisco naturalmente ai discorsi formulati da Lacan) – che sono quei discorsi egemoni, all’interno dei quali è inserito il percorso scolastico di Stato, bensì a partire dal discorso dell’analista, al quale, a partire dalla mia analisi personale, sono naturalmente legato.
Dal lato istituzionale, il mio tentativo è quello di operare mediante i medesimi strumenti di una pedagogia psicoanalitica per la costruzione di un rapporto didattico che permetta l’ascolto: un lavoro sulle potenzialità soggettive dello studente qualsiasi esse siano, un sostegno coerente, implicato. Ovviamente si tratta di un lavoro che non ha niente a che vedere con la cura e il sintomo ma sicuramente teso ad accogliere il disagio soggettivo dell’adolescente durante il suo percorso scolastico.
       Il problema è che in ambito scolastico è il luogo istituzionale stesso che ignora completamente il sapere psicoanalitico e dunque la cosa si fa ben più dura, in quanto i tre discorsi imperanti (padrone, università e capitalista), da un punto di vista strutturale, non sono in grado di accogliere, tenere in considerazione e operare sul sapere soggettivo dello studente. Questi tre discorsi descritti da Lacan hanno questa natura.
È vero che, da un punto di vista puramente retorico, la scuola vanta la propria operatività nella direzione dell’ascolto, dell’accoglienza dei bisogni dello studente, dell’inclusività, ma in realtà, per struttura, non vi è alcuna possibilità di realizzare un ascolto oggettivo e funzionante nella direzione dello studente e di accogliere il suo sapere se non trasgredendo.
Parlo di trasgressione poiché, in ambito istituzionale, si può fare ascolto solo se si ha il coraggio di sottrarsi alla struttura dei tre discorsi egemoni perché in realtà ciò che impera sulla scena pedagogica è il sapere dell’Altro istituzionale. Al centro di tutto il sistema pedagogico scolastico ci sono il sapere del padrone, dell’insegnante e del consumatore, mentre il sapere singolare dello studente non trova modo di essere accolto. 
Tutto questo è dovuto alle modalità pedagogiche di intervento di matrice cognitivista che non prevedono un rapporto implicato con lo studente, limitandosi alla compilazione delle pratiche burocratiche o alle “chiacchiere” psicologistiche sulle quali tutti oggigiorno, con somma presunzione, si arrogano il diritto di spendere due parole. La cosa sconcertante è che nei corsi di perfezionamento, che annualmente noi docenti siamo tenuti a seguire, si fa spesso un largo uso dei nomi di Freud, Jung, Lacan, Bion e Winnicott, ma evidentemente senza alcuna implicazione, quando proprio Lacan chiarisce che la psicoanalisi non è un sapere che si apprende come tutti gli altri, quindi non basta leggere, ma è fare esperienza del lettino dell’analista che fa la differenza.
In realtà, come sa bene chi ha intrapreso un percorso di analisi, l’ascolto è altra cosa rispetto ai codici cognitivisti. Posso permettermi di chiarire questo punto in perché ho ricevuto una formazione sia cognitivista che psicoanalitica e posso affermare, anche in base alla mia esperienza di insegnante, di preferire di gran lunga quella psicoanalitica.
 
 
 
 
 
 
 
G.G.: A che punto siamo con il counseling nei vari ambiti istituzionali e che rapporto senti di avere nei confronti dei colleghi e delle colleghe che non sono counselor o non hanno una formazione all’ascolto psicoanalitico?
 
Pierluigi Sassetti: Il counseling a scuola è ancora poco contemplato, per lo più sconosciuto o apprezzato da pochi lungimiranti interessati a un rapporto diverso con il sapere e con la sua trasmissione; per il resto è una attività che viene svolta in piena clandestinità e – aggiungerei – solitudine, nel rapporto uno a uno con gli alunni o come modalità diversa di gestire la propria didattica. L’istituzione scolastica riconosce e si avvale per lo più di altre figure istituzionali. Ecco allora che fioriscono progetti condotti dallo psicologo di turno o da enti accreditati a livello provinciale e regionale. La scelta di avvalersi di questo o quell’altro esperto non è assolutamente dettato da meriti importanti come l’esperienza sul campo o le pubblicazioni, ma da titoli istituzionalmente riconosciuti, come richiesto di volta in volta dal bando pubblicato dalla scuola. Per quanto riguarda il rapporto con i colleghi, come ho detto poc’anzi, il sapere psicoanalitico e il percorso di formazione da counselor vengono liquidati in fretta e furia. Chiunque si sente in diritto di saperne quanto te solo perché ha fatto qualche lettura superficiale o perché cita, riempendosi la bocca di paroloni che a stento comprende, qualche famoso psicoanalista alla moda.
Il collega, dal punto di vista etimologico, dovrebbe essere colui con il quale hai un collegamento, con il quale instaurare una collaborazione… nel rispetto delle competenze. Personalmente, partendo da una formazione lacaniana, trovo veramente difficoltoso realizzare un “collegamento” con chi ignora non tanto un linguaggio tecnico diverso, quello lacaniano, quanto la questione dell’inconscio, che in pedagogia, inevitabilmente, si fa sentire, sia sul versante dell’insegnante che dello studente. Come counselor sono consapevole sia dei miei limiti operativi sia dei limiti soggettivi dello studente. Gli insegnanti, contrariamente, non solo ignorano i propri limiti ma anche quelli dello studente. Sul versante psicoanalitico c’è la consapevolezza che lo studente sia portatore di un proprio sapere, personale, da lavorare, dal lato cognitivista invece lo studente è qualcosa che non ha un sapere o, se ce l’ha, non viene assolutamente contemplato. Non ho (quasi) mai visto, in ventisei anni di insegnamento, un docente che dia libera possibilità di movimento al sapere dello studente.
Giusto per fare un esempio, mi è capitato di accogliere la richiesta di essere ascoltato di uno studente che stava provando quelle che lui definiva come “ansie” sia per l’esame di maturità che avrebbe dovuto sostenere di lì a poco, che per il suo futuro dopo il termine della scuola. Stavamo parlando in corridoio – vorrei anche sottolineare che le scuole in genere non contemplano uno spazio riservato ai colloqui con gli studenti – quando il collega dell’ora successiva si è avvicinato e, senza alcun rispetto nei nostri riguardi e per quanto stavamo facendo, ha esordito dicendoci: “Basta chiacchierare, andate in classe!”. Questo dice tutto! Mettendo da parte la maleducazione di questo insegnante, quello che emerge è chiaramente il dato che se un insegnante si intrattiene con uno studente al di fuori dello svolgimento della canonica ora di lezione, lo deve fare mediante quei classici protocolli istituzionali riconoscibili, altrimenti si dà l’idea di non stare a fare niente.
Non vorrei però apparire catastrofista, anche in ambito scolastico ci sono dei bravi insegnanti (pochi purtroppo) con cui si può riuscire a interagire nella direzione di una pedagogia implicata. Sono quei docenti che hanno un’importante sensibilità personale e lungimiranza o che riescono a comprendere che la scuola non è una questione di sola informazione ma che deve realizzarsi anche sull’asse formativo.
 
G.G.: Quanto ha influito nella tua attività un percorso che ha privilegiato un orientamento psicoanalitico? Che differenza c’è, secondo te, rispetto a altri orientamenti?
 
Pierluigi Sassetti: La formazione a orientamento psicoanalitico è qualcosa di completamente diverso rispetto all’ambito cognitivista e il fatto che la psicoanalisi spesso venga minimizzata, esclusa o nel peggiore dei casi ridicolizzata, è indice della necessità di tenerla a distanza. Dico questo per il semplice fatto che mediante la psicoanalisi è possibile realizzare un lavoro su sé stessi, il che significa avere un analista come riferimento, una supervisione, per un lavoro sulle proprie “questioni” che inizia su lettino dell’analista. In ambito cognitivista invece, la formazione è puramente informativa, accademica, “on line” e questo garantisce un lavoro in cui si può tranquillamente non mettere in gioco niente di sé stessi. L’imperativo è quello di imparare e niente di più, o nel peggiore dei casi, incrementare il punteggio per la graduatoria. Sul lettino dell’analista il valore immaginario dell’informazione e del punteggio vengono completamente distrutti. Quindi, sulla base delle resistenze personali, è comprensibile il motivo per cui in molti c’è la necessità di starne alla larga.
In conclusione, amo la psicoanalisi, ma soprattutto amo il sapere, il pensiero, e ti assicuro che se avessi trovato un barlume di tutto questo in ambito cognitivista, comportamentista o quant’altro, non avrei esitato a entrarci dentro fin dai tempi dell’università. Se alla fine dico che mediante la psicoanalisi si può avere una formazione autentica è semplicemente per il fatto che ne ho vissuto gli “effetti” del mio inconscio, cosa che purtroppo, non mi è capitato all’interno della formazione universitaria, che ho pur sempre frequentato in anni in cui aveva ancora il suo fascino e la sua importanza.         
Il setting analitico fa sicuramente la differenza, in quanto permette di entrare nel contesto dei limiti soggettivi per metterli in gioco, per smantellarli, raffinarli, incontrarli. Nel mio quotidiano ascolto docenti che realizzano interventi pedagogici a partire dal loro narcisismo, che parlano il proprio fantasma, il loro disagio personale senza rendersene conto. Soggettività disturbate, profondamente dialettiche che da un punto di vista della pratica pedagogica non promettono niente di buono. Oggi tutto questo viene definito come empatia, ma dal mio punto di vista è qualcosa di tremendamente mortifero perché impedisce allo studente di emergere, in quanto lo spazio pedagogico è interamente riempito dalla soggettività disagiata e dilagante dell’insegnante. Sembra quasi che abbia più necessità l’insegnante della scuola che lo studente. Si può dire che la cattedra (anche se oggi non c’è più) è il palcoscenico dell’insegnante.
Nella pedagogia del campo analitico, lo spazio pensato è interamente devoluto allo studente, all’adolescente, al fine di accogliere il suo disagio soggettivo e quest’operazione è di una valenza formativa straordinaria.
 
G.G.: Lungo questa strada terrò conto di tre punti fondamentali presenti nel titolo di questa relazione che sono:
— il gioco;
— il limite;
  • l’etica; (da La posizione etica dell’operatore fra limite, gioco e istituzione di Tommaso Fiorenza) Tommaso Fiorenza, come si amalgamano questi tre aspetti nel tuo lavoro di educatore?
 
Tommaso Fiorenza: I tre aspetti non riguardano il mio lavoro di animatore, ma la mia formazione a orientamento psicoanalitico. Il termine animatore concerne il ruolo che rivesto per poter lavorare all’interno dell’istituzione; o per meglio dire, è il titolo burocratico formale che mi garantisce la permanenza all’interno dell’ambito sociale che ho scelto come mestiere.
Limite, gioco ed etica, invece, sono legati al mio desiderio di abitare il campo psicoanalitico e mi riguardano intimamente come soggetto in continua supervisione/formazione all’interno del campo medesimo.
I tre aspetti sono prima di tutto punti di riferimento interni in cui credo profondamente e che, conseguentemente, diventano strumenti di lavoro operativi nel mio agire quotidiano e nel mio modo di rapportarmi con gli ospiti e i colleghi.
Questa piccola precisazione è doverosa considerando il fatto che la logica istituzionale nega e misconosce l’importanza del gioco inteso in senso psicoanalitico, non considera il limite eccedendolo in un immaginario che pone l’operatore e l’ospite in due posizioni precise: il primo è colui che ha il potere e che sa cosa è meglio per il secondo, quest’ultimo è il servo che ubbidisce o meglio subisce. L’etica infine, sembra non esistere più all’interno della società moderna, figuriamoci all’interno dell’istituzione.
Per rispondere più precisamente alla domanda, partendo dal presupposto che nella relazione di aiuto lo strumento di lavoro è il soggetto operatore (Alessandro Guidi nel manuale “l’ascolto ad orientamento psicoanalitico”, precisa che la questione non è “come si ascolta”, ma “chi ascolta”), credo che, etica, gioco e limite, si amalgamino non tanto nella mia pratica lavorativa, ma dentro di me, nella mia capacità di incarnarli facendoli diventare operativi.
Questo vuol dire che prima di credere di poter aiutare la persona con disagio a stare dentro al limite, mi devo interrogare su quanto io riesco a starci e quanto riesco a sopportare la frustrazione e la sensazione di impotenza sapendo che ogni atto operativo ha un limite oltre il quale non si può andare, che non si può pensare di essere onnipotenti e risolvere tutto e che si riesca sempre ad aiutare tutti. Prima di far giocare l’altro, mi devo chiedere quanto a me piace giocare e come. Prima di tentare di spingere l’altro a desiderare, devo chiedermi eticamente quanto io sostenga il mio desiderio.
Nell’ottica del doversi mettere in discussione continuamente, ritengo la supervisione sia uno strumento necessario per coloro che fanno questo lavoro, proprio perché essa rappresenta lo spazio nel quale è possibile mantenere viva una interrogazione personale.
Nel concreto dunque, l’atto operativo che quotidianamente cerco di portare avanti, nasce proprio dal gioco, dal limite e dall’etica sapendo che:
  • La strategia operativa che tento di mettere in atto, è sempre ludica e quindi ha a che fare con l’ironia, con un gioco nato sul momento o costruito con gli ospiti.
  • Che il limite è un confine esistente sia per l’ospite che per l’operatore: nella mia esperienza mi sono reso conto che per il soggetto con disagio, il limite è quell’argine che ne contiene l’estrema e dolorosa vitalità dandogli un senso, una direzione e un ordine, cosa che sembrerebbe proteggerlo dal rischio di perdersi in un caos interiore. Per l’operatore a orientamento psicoanalitico e quindi per me, saper stare dentro il limite dell’atto operativo e rispettarlo, vuol dire avere una posizione operativa etica e corretta.
  • Infine l’etica che, come sostiene Alessandro Guidi non è solo un concetto filosofico (almeno per la psicoanalisi) ma è un atto concreto, riguarda la capacità di sostenere il mio desiderio giorno per giorno, attraverso un impegno costante nell’applicare l’orientamento psicoanalitico, nel sostenere il sapere della psicoanalisi con colleghi e dirigenti e nel rispettare il limite insito nei due aspetti precedenti.
 
G.G.: Quali sono state le difficoltà nell’organizzare un convegno del genere e che rapporto intrattieni con le istituzioni nell’ambito dei tuoi interventi?
 
Tommaso Fiorenza: Per quel che mi riguarda, la difficoltà nell’organizzare un convegno del genere è consistita nel riuscire a esperire la parte logistica; trovare la sala, contattare i relatori, raccogliere le relazioni, ma soprattutto mantenere vivo per otto mesi l’interesse per l’evento in coloro che sarebbero dovuti intervenire. Da questo punto di vista, è stato complicato far passare nella comunicazione la forza dell’intento e dello scopo che era alla base del convegno stesso, dissipando ogni dubbio, paura o incertezza.
Il mio rapporto con le istituzioni, è un rapporto di dipendenza in un significato doppio del termine:
  • Dipendenza nel senso ho un contratto come lavoratore dipendente presso l’istituzione in questione.
  •  E dipendenza, nel senso di qualcosa a cui sono legato perché mi dà lo stipendio e qualcosa da cui sono legato perché mi vincola e mi ostacola nel portare avanti un progetto educativo in senso psicoanalitico.
 
G.G.: A che punto siamo con il counseling nei vari ambiti istituzionali e che rapporto senti di avere nei confronti dei colleghi e delle colleghe che non sono counselor o non hanno una formazione all’ascolto psicoanalitico?
 
Tommaso Fiorenza: Credo sia necessario fare chiarezza su un punto che riguarda counseling e counselor: sempre citando Guidi, è opportuno fare le giuste distinzioni fra i due termini, il primo riguarda una funzione che può essere esercitata da chiunque all’interno dell’istituzione, animatore, educatore, oss, infermiere ecc. Il secondo termine invece definisce una professione a sé stante. Se dunque il counseling può essere tranquillamente esercitato in ambito istituzionale, il counselor come figura professionale, è ancora poco conosciuto e riconosciuto e si sta piano piano costruendo una strada propria nel mondo del lavoro anche se con molta fatica.
In merito alla seconda parte della domanda, direi questo: sono 20 anni che lavoro nella stessa struttura e 20 anni che sono in formazione continua nel campo psicoanalitico. Dopo tutto questo tempo, grazie anche a una supervisione costante con Alessandro Guidi, sono riuscito a dimostrare la serietà e la solidità di questa formazione tanto che a oggi la mia parola ha un peso significativo nell’organizzazione del lavoro. Con molti colleghi c’è un rispetto reciproco e molti mi ritengono un punto di riferimento educativo chiedendomi consigli su come rapportarsi con gli ospiti. Rispondendo, cerco di trasmettere questo sapere a chi mi pone la domanda, tuttavia, la psicoanalisi è una formazione difficile da abitare, perché è sempre controtendenza e mette in questione sempre tutto il sistema, a partire dal soggetto operatore fino ad arrivare alla dirigenza e all’organizzazione del sistema stesso. Per questo motivo, il riconoscimento della mia formazione è sempre ufficioso, avviene in sordina, passa sempre in secondo piano, magari attraverso qualche espressione di apprezzamento. Sembra quasi che non si possa dichiarare apertamente che la psicoanalisi funziona anche con soggetti che hanno un ritardo mentale medio grave e che non si possa organizzare una struttura secondo i principi della psicoanalisi. Spesso mi chiedo perché? Forse perché ciò significherebbe mettere davvero il soggetto al centro della cura e costruire intorno a esso il sistema e non viceversa dove il soggetto è un oggetto che serve al sistema per funzionare. Tradotto in termini pratici, tutti i colleghi riconoscono il peso della mia formazione, ma non posso lavorare liberamente secondo i dettami della psicoanalisi, devo sempre trovare dei compromessi, smussare gli angoli o discutere per far approvare progetti o strategie, perché la psicoanalisi stravolgerebbe tutto e ciò che l’istituzione vuole invece, è che tutto funzioni senza troppi rompimenti di scatole.
Ciò che mi rattrista di più è constatare che, in generale, non vedo nei miei colleghi un desiderio ardente di formarsi, di capire, di imparare e crescere come operatori.
 
G.G.: Quanto ha influito nella tua attività un percorso che ha privilegiato un orientamento psicoanalitico? Che differenza c’è, secondo te, rispetto a altri orientamenti?
 
Tommaso Fiorenza: Nel complesso generale di un’organizzazione istituzionale, non so quanto abbia inciso il mio percorso, soprattutto perché l’istituzione è un grosso marchingegno molto difficile da cambiare, di sicuro esso è stato per me fondamentale se non di vitale importanza e altrettanto decisamente ha fatto la differenza nel rapporto singolare con gli ospiti della struttura e con i colleghi. Credo che la differenza con persone di altri orientamenti stia nell’etica, cioè, come già detto sopra, nel saper stare nel limite, avere sempre la consapevolezza della posizione che si sta occupando mentre facciamo un atto educativo, nel sostenere il proprio desiderio di operare in senso analitico e in una continua interrogazione rispetto al proprio atto operativo.

 
 

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