Shame di Steve Rodney McQueen

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1 ottobre, 2012 - 17:34

 

"...non vivo. Solo, gelido, in disparte,
sorrido e guardo vivere me stesso."
Guido Gozzano

 

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Un uomo nudo nel suo letto. Un uomo in metro che flirta con una sconosciuta. Un uomo solo nel suo ufficio, circondato da voci che non ascolta. Un uomo davanti al suo pc intasato di pornografia. Un uomo che beve, solo, ai banconi dei bar di New York e poi torna a casa con una donna di cui, probabilmente, non ricorderà il nome.

Shame è la seconda pellicola dell'artista visuale Steve Rodney McQueen dopo Hunger, film rivelazione (purtroppo mai distribuito in Italia) sul periodo in carcere di Bobby Sands, militante dell'IRA, e lo sciopero della fame che lo consumò fino alla morte.
In entrambi il protagonista è Michael Fassbender attore capace di parlare con il proprio corpo come pochi attualmente in quel di Hollywood.
Corpo che ha suscitato grande clamore da parte di una certa critica un pò bigotta per il nudo integrale all'inizio del film, corpo che, in Hunger, viene usato come uno strumento politico, in Shame come strumento per soffocare il dolore.

In una prospettiva un po’ superficiale Shame può essere il racconto di un trentenne newyorkese "sex-addicted" che si muove sullo sfondo di un'umanità degradata, in cui l'ossessione per il sesso-oggetto si completa in una discesa agli inferi che parte dagli insistenti messaggi lasciati nella segreteria del protagonista -Brandon- da una delle tante amanti di una notte, per continuare nella masturbazione compulsiva, nella pornografia su internet, nella prostituzione, fino a culminare nelle dark-room dei locali notturni. 
Un racconto che ricorda da vicino le atmosfere degli yuppies di Bret Easton Ellis inAmerican Psycho e Meno di zero con la loro inconsistenza psichica.

Ma Shame è qualcosa di più.
E' il viaggio scarno e volutamente freddo nella mente di un uomo incapace di amare, incapace di entrare in relazione con l'altro (uomo o donna, poco importa) e, soprattutto, incapace di amarsi.
Da qui il titolo "vergogna" che, spiega il regista, "è la parola che più spesso viene usata dalle persone 'malate di sesso' per descrivere il proprio stato d'animo".
Vergogna non tanto per l'atto sessuale, quanto per il senso di umiliazione, degrado e colpa che lo circonda, per l'anafettività totale che preclude la possibilità di entrare in contatto con l'altro se non come oggetto, anziché come mondo diverso da esplorare, conoscere, amare. 
(Non a caso, l'unica donna con cui Brandon non riesce ad avere un rapporto, di fronte alla quale si dimostra "impotente", è anche la sola con cui scambia, seppur brevemente, un sorriso, un'emozione...)

La macchina da presa segue Fassbender, lo pedina e ne spia la quotidianità senza cedere a spiegazioni o interpretazioni (una scelta stilistica e concettuale di osservazione fenomenologica), senza dirci molto di lui e del suo passato.
A McQueen non interessa tanto raccontare perché e come Brandon sia arrivato lì, quanto farci sentire come sia stare lì.

E ci riesce, Shame è un pugno nello stomaco. 
E' claustrofobico. 
E' l'angoscia dell'essere prigionieri di se stessi, delle proprie ossessioni, del vuoto e del dolore. Dolore che è inciso come un marchio in ogni ruga di Fassbender.

Dialoghi scarni, lunghi silenzi, fotografia spenta, le note di Bach, Coltrane, Chet Baker che coprono le urla delle scene di sesso più violento, urla di dolore più che di piacere. 
Ambientazioni del più freddo high-tech, dal luogo di lavoro, ai bar della metropoli, al loft del protagonista.

Un vuoto apparentemente "stabile" che viene bruscamente riempito dall'irrompere della sorella di Brandon, Sissy, splendidamente interpretata da Carey Mulligan.
Una "ragazza interrotta" (almeno quanto il fratello) che tenta disperatamente di guadagnarsi il suo affetto e di redimerlo per curare se stessa.
Brandon non sa amare, Sissy non sa amarsi senza il suo amore e i due rimangono intrappolati in una rapporto perverso in cui si alternano nei ruoli di vittima e carnefice. 
Li unisce un passato imprecisato di sofferenza ( "noi non siamo persone cattive, veniamo solo da un brutto posto" dice Sissy nell'unica nota biografica del film) ed una irresistibile propensione all'autodistruzione.

Entrambi sono prigionieri: di emozioni indistinte e caotiche Sissy, dell'assenza di emozioni Brandon.
Entrambi corrono sul filo della morte: psichica Brandon (memorabile la lunghissima sequenza iniziale in cui Fassbender è ripreso nel suo letto, immobile quasi come nel rigor di un cadavere), fisica Sissy.
Nella disperata illusione che dall'annientamento di sé possa scaturire una qualche forma di riscatto.
Riscatto che sembra possibile nella scena in cui Carey Mulligan regala una malinconica versione blues di New York, New York che riesce a strappare una lacrima (di dolore? amore? pena? ricordo? non è importante...) al fratello-Fassbender o che, forse, scaturirà dall'ultimo gesto estremo di Sissy: il tentato suicidio nel bagno di Brandon.
Un urlo disperato per cercare di penetrare la corazza di indifferenza e vuoto del fratello.

Qualcuno sostiene che sia un film nichilista, un po’ semplice. 
Forse, ad una prima occhiata superficiale.
Ma andando oltre ci si accorge che Shame, più che un film sulla dipendenza dal sesso, è un film sulla prigione di vetro che può diventare la nostra mente.

"L'inferno sono gli altri " dice Jean Paul Sartre nella pièce teatrale "A porte chiuse". Più spesso, l'inferno siamo noi stessi.

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