PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Il manicomio di Robben Island (Sud Africa) nel 19° secolo (prima parte)

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2 dicembre, 2020 - 18:40
di Luigi Benevelli


 

Come caso di studio della fondazione del concetto razzista di “follia africana” nella colonia del  Capo del XIX° secolo, la prima colonia britannica in Africa, Harriet Deacon[1] ha studiato il caso del manicomio di Robben Island, aperto nel 1846 in un’isola al largo della costa di CapeTown, il solo manicomio della colonia fino al 1875.
La psichiatria coloniale in Africa è stata parte del sistema di controllo coloniale, un insieme di miti circa l’indolenza e la brutalità dei nativi che giustificavano e perpetuavano il potere di governo dei coloni.
Le teorie circa l’inferiorità degli africani si diffusero nella prima metà del 20° secolo, basandosi prima su ipotizzate differenze somatiche ( le dimensioni del cervello) e poi su quelle culturali, andando a modellare la distanza fra il bianco virtuoso che governava dall’alto  e il nero sottoposto, selvaggio, infingardo, violento. Gli assunti del razzismo coloniale europeo (gli Africani hanno bisogno del colonialismo) hanno giustificato la continuità del potere dei bianchi anche quando i nazionalismi africani e i movimenti anticolonialisti europei presero a spingere per il cambiamento.
Solo a partire dalla fine del 19° secolo le teorie  della “mente primitiva” presero ad avere spazio nella psichiatria coloniale. Al riguardo, va ricordato che prima degli anni ’80 dell’Ottocento, la psichiatria scientifica era ai suoi albori, pochi erano i manicomi coloniali e non esisteva una ben definita professione di psichiatra. L’Impero britannico si stava ancora compiacendo per l’abolizione della schiavitù e l’affermazione di un liberalismo paternalistico nelle colonie.
Fu nella seconda metà dell’Ottocento che nella colonia del Capo, andò ad affermarsi l’idea dell’“africano folle”, soggetto appartenente a un gruppo violento, criminale, incurabile, affetto da una malattia più fisica che psicologica.
Per comprendere le origini di una psichiatria razzista nel Capo è fondamentale prendere in considerazione le ideologie mediche e le condizioni di vita dentro i manicomi, così come il più vasto contesto socioeconomico e istituzionale.  Tali fattori non ebbero lo stesso peso nella formulazione delle teorie e delle pratiche mediche razziste perché le ideologie razziste diffuse fra i coloni e le condizioni socioeconomiche fuori dai manicomi ebbero un’importanza maggiore nell’affermarsi della segregazione razziale nei manicomi, ancora prima della formulazione delle teorie psichiatriche razziste. Senza contare l’importanza nella gestione dei manicomi dei fattori di ordine politico e finanziario, filtrati attraverso gli interessi politici e professionali dei membri degli staff. A loro volta le teorie mediche erano influenzate dall’evolversi delle relazioni  nella colonia fra i coloni e  i soggetti via via definiti “Cafri”, “Ottentotti”, “Boscimani”, ex-schiavi.
La spinta all’affermarsi di una psichiatria razzista nel Capo non derivò quindi da teorie razziste fatte proprie da parte dei medici dei manicomi, ma piuttosto dal consolidarsi di pratiche razziste nella società e dalla loro introduzione nella gestione dei manicomi nei quali convivevano pazienti bianchi più ricchi e pazienti neri più poveri.
Quando la segregazione razziale divenne un luogo comune sistematico, non era ancora stata elaborata una teoria razzista che la giustificasse “scientificamente”. Al Capo una teoria psichiatrica razzista  fu formulata solo al seguito dell’adozione della segregazione razziale  nei suoi asili, che ebbe inizio negli anni ’70 dell’Ottocento. E i medici dei manicomi del Capo non ricavarono le teorie razziste  circa una “ follia degli africani” meno curabile, più violenta di quella dei bianchi, dalla ricerca sui loro pazienti – anche perché molti pazienti neri parlavano lingue incomprensibili per gli staff dei curanti. 
Nell’Occidente le scienze biologiste quali frenologia, anatomia comparata, fisiologia giocarono un ruolo cruciale nello sviluppo del razzismo scientifico che affondava le radici sulla tesi dell’esistenza di differenze biologiche, non culturali. Le fondamenta epistemologiche della psichiatria razzista nel Capo si devono invece collocare nel Liberalismo e nelle sue prime espressioni che portavano a ritenere le differenze razziali dipendenti più da fattori culturali che biologici. Le diversità razziali,  riconosciute ed elaborate nel contesto del discorso liberale, furono gestite entro lo spazio di un percorso di  “civilizzazione” dai tratti fortemente  paternalistici. A partire dagli anni ’90 dell’Ottocento razzismo e universalismo si affermarono  decisamente nella psichiatria del Capo dispiegando un discorso che riduceva a poche storie e a poche categorie di sintomi  la varietà delle storie e dei sintomi e faceva proprie le categorie di “razza” e di “genere” per la  classificazione delle patologie.
La ricostruzione del discorso psichiatrico al Capo fra gli anni ’50 e ’90 dell’Ottocento indica che lo sviluppo della psichiatria razzista fu influenzata profondamente dai trattamenti  e dalle teorie circa la follia nati nel contesto del liberalismo europeo della metà dell’Ottocento, in specie il “trattamento morale” adottato negli asili e applicato in modo differenziato sulla base delle differenze culturali, sociali e di classe. E così, senza ricercare differenze nelle dimensioni o nelle funzioni del cervello, a giustificazione di trattamenti differenziati, le teorie psichiatriche razziste asserirono che nel folle nero i trattamenti  somatici erano più efficaci di quelli psicologici perché i neri erano meno civilizzati e più rozzi dei bianchi.
Categorizzazione razziale, razzismo ed economia politica al Capo
La  psichiatria razzista acquisì molti dei suoi assunti dai pregiudizi colonialisti, dallo sguardo al  gruppo piuttosto che all’individuo. La follia dell’ africano era interpretata come dovuta a una sua incapacità, razzialmente determinata, di reggere gli stress della civiltà e dell’urbanizzazione.
Sullo sfondo quindi il contesto socio-economico e politico nel Capo. La società della colonia del Capo era caratterizzato dall’esistenza di più strati sociali: i primi insediamenti olandesi del 1652 incontrarono i Khoisan e le popolazioni che parlavano Nguni; poi il numero degli abitanti della colonia aumentò  per l’arrivo di nuovi immigrati dall’Europa continentale  e il reclutamento forzato di schiavi dall’Africa e dalle Indie Orientali.  Strette connessioni sociali e culturali si stabilirono fra schiavi e Khoisan così come fra i coltivatori della frontiera e i loro servi Khoisan. Alla fine del 18° secolo i coloni europei non costituivano un gruppo sociale ed economico omogeneo perché funzionari e ricchi commercianti vivevano a Città del Capo, i contadini delle aree ricche abitavano al Capo Occidentale e gli allevatori poveri l’interno, I coloni britannici che arrivarono al Capo dopo il 1820 andarono a costituire un nuovo strato della popolazione e il Capo, in particolare Cape Town divenne una realtà cosmopolita in cui si andarono a distinguere Kapenaars (abitanti del Capo) e  Afrikander (popolazione rurale che parlava l’Afrikaans,  la lingua creola locale), coloni olandesi ed inglesi, “Ottentotti”, “Kafirs”, “Boscimani” (africani del Capo orientale), schiavi di differenti nazionalità e neri liberi.
Per i i coloni tutti, quelli appartenenti ai  gruppi sia liberali che anti-liberali,  le differenze riferite all’etnia e allo status  socioeconomico passavano in secondo piano rispetto a quelle che dividevano gli “europei” dai “colorati”. Queste differenze  erano rappresentate nei termini di cristiani vs pagani, civilizzati vs selvaggi; nessun interesse a evangelizzare gli schiavi o i Khoisan. Scarsi, quasi nulli i matrimoni fra neri e olandesi.
Prima del 1820 il governo britannico del Capo, a dispetto dell’abolizione del commercio degli schiavi  decretata nel 1807, si era adeguato alle forme di razzismo coloniale che erano state sviluppate dagli olandesi. Nel corso del 1820 il liberalismo umanitario basato sull’alleanza fra missionari e la nuova classe media mercantile, lanciò la prima grande sfida alla tradizione razzista del Capo. Il movimento liberale fu rafforzato dal miglioramento della legislazione antischiavista del 1820 e da quella sulla emancipazione del 1838, ma indebolito dal rifiuto del Parlamento britannico a sanzionare esplicitamente la discriminazione razziale presente nelle leggi del Capo. Anche il liberalismo del Capo fu di per sé profondamente ambiguo, diviso fra l’ispirazione a un umanitarismo evangelico e l’utilitarismo politico in economia.
Quando gli inglesi nel 1806 conquistarono il Capo, i bianchi della colonia erano quasi tutti più ricchi e di status sociale superiore rispetto ai neri. Agli occhi dei bianchi l’emancipazione degli schiavi del 1838 e la progressiva distruzione dell’indipendenza africana alla frontiera orientale  avevano ridotto le differenze fra i neri, diventati tutti “lavoratori liberi” alle dipendenze dei bianchi.
I primi liberali del Capo, influenzati dall’egualitarismo dei movimenti abolizionisti e dalle teorie monogenetiche sollecitarono l’assimilazione dei neri agli ideali di civiltà. Il passaggio quindi dei neri dalla condizione selvaggia di cacciatori-raccoglitori alla civiltà Europea costituì il termine ultimo dell’ideale assimilazionistico del 19° secolo al Capo. Il “ nobile selvaggio” necessitava di un  perfezionamento attraverso  il Cristianesimo, un’ attenta gestione  paternalistica e la sottoposizione al governo delle leggi e all’educazione. E questo approccio non escludeva la segregazione razziale consistente nell’esclusione dei neri dagli spazi sociali della classe media prima degli anni ’80. A Cape Town la segregazione sistematica iniziò quando la classe media nera prese a violare quei confini e i coloni bianchi per difendere il loro “status”, più rafforzati nella propria identità come “Inglesi”, vi si opposero.
All’umanitarismo liberale del Capo si opponevano due posizioni politiche anti-liberali: la prima degli agricoltori schiavisti del capo Occidentale che coltivavano la vite e il grano, l’altra dei coloni del capo Orientale. Ambedue puntavano a creare una forza lavoro disciplinata e soggiogata da una politica indigena fortemente oppressiva tesa a riformare il “carattere africano”. Dove essi differivano era nell’identificazione del nemico: per gli agricoltori dell’Ovest era lo schiavo che viveva nella fattoria, per i coloni della frontiera erano i “selvaggi” che stavano  al di là del confine della società civilizzata.
A differenza delle posizioni anti-liberali i cui esponenti abbracciarono la frenologia e le scienze razziste negli anni ’40, quelle liberali diedero definizioni di  razza più “culturali” che biologiche.
Le  ideologie liberali e anti-liberali quando affrontarono la riforma della condizione dei “nativi” differirono nel grado di ottimismo, nel metodo (incoraggiamento o uso della  forza) e nel razionale (civilizzazione o auto-protezione). La conciliazione fra le due posizioni avvenne quando, per legge, la condizione dei neri non-impiegati presso i i bianchi, fu definita “vagabondaggio”, un reato, così creando una nuova massa di persone prevalentemente nere per il  lavoro coatto.
John Montagu, Segretario per le Colonie dal 1843 al 1855  dispose di impiegare i “criminali” nei lavori pubblici, così migliorando le infrastrutture della colonia a poco prezzo, e addestrando nuovi operai al lavoro nelle fattorie dei bianchi. Lo stesso Montagu portò a termine la riforma in senso umanitario del sistema carcerario, proibendo l’impiccagione e l’uso della sferza e predisponendo un sistema premiale per le buone condotte.

 
 

[1] Harriet Deacon, Racial categories and psychiatry in Africa, in Waltraud Ernst and Bernard Harris, (eds), Race science and medicine 1700-1960, Routledge, London, 1999, pp. 101-122.

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