CLINICO CONTEMPORANEO
Attualità clinico teoriche, tra psicoanalisi e psichiatria
di Maurizio Montanari

Quando l'analista viene meno. 4. Testimoniare.

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2 aprile, 2021 - 22:19
di Maurizio Montanari

Si scrive per essere letti, in qualunque modo, quand’anche il mezzo non sia quello canonico del testo scritto e trasmissibile. Anche un elettrocardiogramma che fotografa un cuore infartuato è una scrittura, fatta senza penna e foglio ( ne so ben io qualcosa ) così come lo è un corpo magro consunto dall’anoressia.  
La testimonianza di un percorso analitico è un elemento imprescindibile nella formazione di un analista che si ispiri a Lacan, quand’anche si tratti di un percorso disastroso. Testimoniare è fare vivere quel punto d’incontro tra il proprio fantasma e le asperità che incontrato mentre incrociava nei marosi della vita. Anche quando l’ostacolo più grande è stato l’analisi stessa.   Sintomo e fantasma vivono vivranno per sempre nella casa  di un analista, ma sono riposti nell’armadio, o in cantina. Insomma, non nuocciono, né guidano, ma fondano e motivano la sua posizione, innervandola , posto che essa sia arricchita da formazione teorica e controllo di supervisione.
La logica lacaniana comporta , prevede e, in un certo senso, obbliga a questo.
L’impasse nasce quando viene meno il posto della testimonianza perché chiude. Chiude perché non gradisce astanati che rechino testimonianze ‘scomode’, che mettano cioè in crisi un ideale di terzietà che, in quanto tale, non può non prestarsi ad obiezione. Chiude perché chi si era autorizzato alla funzione di guardiano delle porte d’entrata non è riuscito a tenere  sino in fondo quella posizone.
Ci si trova dunque, come accadde a me, a testimoniare   fuori luogo, facendo perdere alla parola   analitica quel valore intrinseco , unico e non riproducibile, che essa assume  solo letta attraverso la stele di rosetta del lessico  psicoanalitico.   
Testimoniare all’amico, al giornalista, al passante o al proprio medico di base non è un testimonianza, è  banalizzare un esperienza iniziata con una prospettiva  di accrescimento, per la comunità analitica e l’analizzante stesso. E’ la mancanza di un luogo di testimonianza adeguato che tramuta una legittima richiesta e la  la degrada in apparente e vuota  rivendicazione.
Si , perché fuori dall’ambito analitico, si cade nel terreno minato dell’allusione, del riferimento diretto, il che chiama in causa  la ferocia  legale di chi si sente, a torto o a ragione, chiamato in causa. Spostare tutto in un piano terzo rispetto al locus analitico è un obbrobrio, una forzatura, un discorso inattuale. Ma è quello in cui  ci si trova costretti allorquando si trovano  sprangate le mura della domus analitica. I mie tribolamenti sono nati in questo modo, nell’impossibilità di scrivere da qualche parte ciò che accadde in un analisi deragliata, bussando a tutte le porte, sino alla forma scritta.  
 
Da questa esperienza nascerà  un libro,  il quale  null’altro è che la raccolta di tante testimonianze, aldi là della mia, oltre la mia, di percorsi mozzati a metà strada che non hanno piu’ avuto modo di uscire dal silenzio, intrappolati nell’acuirsi di  sintomi, sprofondati in depressioni, o rimasti semplicemente per aria. Un libro non mi permetterà certo di trovare quel terzo tanto agognato.
 
Testimoniare cosa? L’enigma.
 
Tutto mi appariva così' illogicamente doloroso, così maldestramente artefatto, il buio della depressione insorto nell’ultimo travagliato anno di analisi era così violento che qualsiasi refolo di aria che filtrasse da fuori le porte di quella stanza era per me un miraggio salvifico. Ciò che avrebbe dovuto sostenermi e aiutarmi nel tentare ‘ un'altra possibilità’ mi arrecava nocumento, dolore, angoscia. Era un inferno del quale   sentivo il bisogno di aprire le finestre.    
Mica avrà istinti suicidari lei, vero? Mica qua dentro?  Se ne vada via! Asfissia, senso di impotenza. La depressione andava di pari passi con l’analisi, ne era una diretta conseguenza.   
' Sono in una brutta impasse’  
' non me ne frega un cazzo!  
Mi ritrovai in quello stato di stupido e freddo ammutolimento di cui parla Orwell, quello di un ‘ solitario fantasma che proclamava una verità che nessuno avrebbe mai udita. Ma per tutto il tempo impiegato a proclamarla, in un qualche misterioso modo la continuità non sarebbe stata interrotta. Non era col farsi udire, ma col resistere alla stupidità che si sarebbe potuto portare innanzi la propria eredità d'uom’.  
Tanti sapevano della mia caduta. Nessuno mai si premurò di contattarmi.  Al contrario, feci i conti con una ferocia ed una spietatezza cinica che non avrei mai piu’ ritrovato, nemmeno nei racconti di alcuni ex detenuti riferiti per vie professionali. Un analisi con effetti psicotizzanti comporta una caduta   interminabile, un  volo a piombo nel buio.   Non solo telefoni che sbattevano imprecando , ma anche numeri bloccati, messaggi che non si recapitavano piu’.   Mail che rimbalzavano.
 
 
 Testimoniare cosa? La paura.
 
 
Diagnosi, diagnosi,  diagnosi ed ancora diagnosi. Tutto quello che è antitetico alla psicoanalisi,  che la inficia e dalla quale   deve rifuggire  mi fu letale. Diagnosi cambiate più volte nell’arco di una giornata, diagnosi adottate a capriccio, diagnosi random a coprire un inadeguatezza strutturale, etichette a mascherare un annaspamento nella prassi e nell’incedere del clinico.
Fobico, ossessivo, psicotico. Diagnosi come catenaccio difensivo in quella che ormai non era più un analisi, quanto il secondo tempo di una difesa in scacco che non sapendo come uscire da una situazione creata a suon di errori e strafalcioni, usava il catenaccio spedendo  la palla in calcio d’angolo nella speranza che il giocatore,  io, si schiantasse al suolo dalla fatica o o abbandonasse il campo.  Io ero un analizzante vivo, con ben chiare le coordinate del rapprto analitico. Parlavo, associavo, mi esponevo. Rischiavo. Ma ero luogo sbagliato. Per certi versi, il posto peggiore del mondo.
A tanto vigore del lancio, corrispondeva una drammatica inadeguatezza  clinica.  La sola cosa che posso scrivere , oggi  è che quel periodo invalidante termino con la minaccia ad adire  a vie legali se avessi insistito  nel chiedere conto dello sfracello nel quale precipitai.    Se non mi fossi taciuto, sarei stato colpito.  Il punto  piu’ basso che un rapporto clinico  possa conoscere, quello della denunica temeraria. Ciò avveniva quando avevo molto da perdere, ed avevo paura. Oggi mi mancano entrambe le cose, la paura e l’aggancio con qualcosa che posso lasciare andare.
Per questo ne ho fatto un libro, ove manca la paura.
 
Testimoniare cosa? La propria funzione.
 
Cosa significa servire una causa analitica? Essenzialmente testimoniare una propria funzione traseunte. Obliterare e mostrare quel biglietto che attesta il passaggio attraverso le secche e le forche caudine che il proprio Altro ha predisposto alla nostra nascita, fotografare le ferite ed i marchi riportati, testimoniare come  si sia riusciti a mettere tutto ciò  al servizio della causa analitica.   Non mi riferisco certo alle esposizioni congressuali, al caso condotto e esposto in consessi, davanti ai colleghi. Parlo della storia propria, il documentario della propria vita proiettato al filtro del proprio lettino. Ciò che esce da quella camera oscura, dove il tempo passato e quello presente manutenuto  dall’analista, sono il prodotto finale, visibile e malapena intuibile all’altro. Per questo si dice che molte analisi possono fine con un wiz, una battuta, un secco aforisma  
 
Testimoniare cosa? Il sospetto
 
Nell'anno 2072 immagintaonel film ‘ E quilibrium’, una città-Stato chiamata Libria vive sotto il regime di un carismatico e "  misterioso dittatoreIl Padre. Dopo uno spaventoso conflitto nucleare che ha quasi spazzato via la specie umana dal pianeta, i pochi superstiti hanno deciso di creare un nuovo ordine e sradicare la guerra riconducendo la sua origine alle capacità di provare emozioni: l'eliminazione delle emozioni dall'animo dell'uomo avrebbe cancellato anche l'aggressività e gli istinti a essa collegati. Così ogni cittadino è tenuto per legge ad assumere quotidianamente una droga, il Prozium, che inibisce le emozioni. Insieme ai sentimenti, viene eliminato qualsiasi tipo di oggetto che possa ricondurre l'uomo a ricordare la civiltà del passato: sono vietati - per la loro capacità di suscitare o far ricordare le emozioni - i libri, la musica, i giocattoli. Chi viene scoperto in possesso di questi oggetti o contesta il sistema può andare incontro alla pena di morte. I Clerical Gramamton sono i sacerdoti scelti per intercettare , riconoscere e segnalare coloro i quali provano ancora emozioni.
Il figlio del protagonista, esponente riconosciuto di questa psico polizia, dice con voce monotonale al padre di aver visto un compagno piangere, chiedendo ‘ devo segnalarlo?
‘certo’ risponde il padre. E’ l’odio la passione che piu di altre intimorisce il ‘Padre’ ( capo assoluto d questo stato setta) probabilmente perché sa che esso può essere motore di una rivolta.
Il protagonista ha visto uccidere la moglie , dopo una delazione, a causa di un pensiero non ortodosso. Dopo pochi minuiti, come in 1984, lo spettatore si sente catapultato in un atmosfera paranoica e pervasiva, nella quale decine e decine di uomini hanno appaltato il libero arbitrio e la capacità d giudizio citrico al solo ed unico compito di intercettare quel pensiero emozionale , velivolo ed incubatore dell’odio. Io questa sensazione l’ho toccata con mano.     
Un giorno lamentai il fatto che, a mio parere, la seduta era troppo breve. Durò un minuto. Poi venni messo fuori. Nemmeno il tempo di sedermi, di accomodare la fila sei parole. 80 euro per un minuto, nel quale non feci nemmeno in tempo a pronunciare una vocale. Nulla di significante, nulla di realmente pregnante. Il taglio non apriva ad alcun  discorso, nemmeno faceva risaltare elementi di sorpresa.  Per me , era solo questione di tempo,  non di parola piena tagliata mente scorre su qualcosa di importante.  c'era un orario da rispettare e che fossimo 3 o 13 quello era.
Io  credo che   ciascuno non ottenga un taglio significante’. Credo invece che tutto sia centrato sull’orologio’ . ‘Lei è pazzo, psicotico!” Una parte di lei non risponde, lo vede? E’ un nucleo non addomesticabile’
Parlavo con altri  .
Ma a te non sembra che questi tagli siano dati alla porco giuda? 
Le risposte variavano da 
‘ Ma come puoi pensarlo? E’ un eresia!’, al ‘ Scherzi? Allora sei realmente davvero  un paranoico che mettere un retropensiero ovunque come mi è stato detto.    Lo sguardo iniettato di chi mi rispose in quel modo   è un ricordo che ancora balza nella mia mente, di tanto in tanto, quando vedo pazienti con psicosi in via di deflagrazione, i quali reagiscono con il medesimo cancello abbassato ad ogni affermazione che possa far crollare il loro Castello di certezze.
'Come mi è stato detto' :una sensazione paranoica mi afflisse, il timore che tutta lamia intimità fosse    divenuta un dato trasmissibile. Ritrovo le parole di Deleuze e Guattari:  ‘ l’utilizzo del concetto lacaniano di forclusione tende all’edipizzazione forzata del ribelle .  ‘Quelli che non riconoscono l’imperialismo di Edipo sono pericolosi devianti, dei gauchiste che devono essere affidati alla repressione sociale e poliziesca, parlano troppo’  Ho incontrato quello che viene definito il tentativo , in seduta, haimè, di ‘fondare cosi’ l’autorità morale del medico   come Padre e Giudice’.
     
 
Testimoniare cosa? Il tragico.
 
La forzatura con la quale ogni espressione del mio essere doveva venire costretta in abiti diagnostici portava ad effetti surreali, se non fossero stati per forieri di male. Ho un ricordo, che non riesco ad incasellare tra il comico e il drammatico.
Ero giovane, davvero giovane. Ricordo che la frequenza delle sedute aumentava. Mia madre si ammalò, una lunga e dolorosa patologia degenerativa. Era impossibile tenere il ritmo di quelle cifre. Chiesi , viste le spese abnormi, di abbassarla, perché il mio sistema familiare stava collassando. Per tutta risposta la mia banconota da   euro venne spiegazzata e gettata a terra con disprezzo.
Da un punto di vista etico, ho incontrato  tutto tuello che la psicoanalisi non deve essere. Paura, fuga, deresponsabilizzazione. Incapacità di assumere le proprie responsabilità Rabbia, ira. Timore.
 Fuggire, lasciare, correre  via dal posto nel quale è accaduto qualcosa sperando che nulla e nessuno si ricordassero dell’accaduto.    
E cosi’ è stato
Molti    hanno deriso questo mio tentativo. Altri lo hanno guardato con sufficienza. Tutti coloro che hanno perso le coordinata del senso etico hanno banalmente consigliato di lasciar cadere. Come se fosse un incidente autombolistico, Come se il peso sul soggetto, le parole, l’apres coup, non fossero gli elementi coi    quali gli analisti fanno, o dovrebbero fare, esperienza quotidiana.
 
Testimoniare cosa? L’odio.
 
Dai ricordi universitari emerge la lettura di un libro che poi ho casualmente ritrovato, in biblioteca. Il suo titolo era ‘ INnesilio con trozky’. Mi affascinò non tanto la vita del rivoluzionario, comunque protagonista di un periodo nel quale le esecuzioni sommarie erano all’ordine del giorno, l’ideatore dell’armata Rossa. No, quello che mi colpì profondamente fu la chirurgica precisione temporale  e geografica con la quale i sicari di Stalin lo trovarono. E lo ammazzarono. L’odio di natura paranoica colpisce in modo esemplare un nemico diventato tale molti anni prima, anche quando tanto tempo è trascorso.   Il delirio paranoico conosce una fissità del tempo che non è scalfita dallo scorrere delle lancette. E’ per sempre. Leggendo la sua vita, innestata con quella del dittatore Georgiano, colpisce la rapidità con la quale egli divenne presto un nemico di Stalin il quale lo riteneva responsabile di fargli ombra nel periodo del regno di Lenin. Mentre i bolscevichi prendevano  il   potere, Stalin stilava un folle  tragico elenco  di uomini che, nel suo sentire, potevano, realmente o in maniera immaginaria, ostacolare il suo cammino verso l’ascesa al potere.
Conquistato il quale iniziava una rappresaglia diretta nei confronti di tutti coloro i quali erano, a torto o a ragione, ritenuti responsabili di aver costituito una minaccia al rinsaldarsi del nome del dittatore.
Una cosa colpisce nell’agire di Stalin: egli nominava i suoi sottoposti, i consiglieri, i generali dell’armata rossa, pesandolo tra gli uomini dei quali possedeva segreti tramite i quali era certo di poterli o ricattare o tenere in pugno, qualora fossero divenuti , nel suo orizzonte persecutorio, capaci di ostacolare il prestigio del suo nome. Controrivoluzionario, profittatore. Reo  di aver messo chiodi nel burro. Erano queste le accuse che il famigerato Januar'evič Vyšinskij scagliava contro i nemici del segretario, ottenuti grazie alle notizie artatamente costruito su di loro dalla NKVD. Trozky venne raggiunto da questa condanna fuori dall’URSS, in una dimensione di tempo sospeso , simile al regolamento di conti mafioso che non consce una data di scadenza.
Solo leggendo i fatti usando questa prospettiva  mi spiego le  tante minacce avute , anche molti anni dopo tempo dopo, da chi andava autoproclamandosi  difensore di una non meglio precisata line di  pensiero.     
 
Sono passati anni ed anni ma per questa modalità logica nulla è mutato. E’ sempre ieri, è sempre oggi.  
All’epoca c'era alla base alcuna conversione, nè tantomeno parole indicibili. Il corpo parlava, doleva perché le parole non potevano uscire, preda di un angoscia  'sentimento che sorge dal sospetto di essere ridotti al nostro corpo’.   Vincente Palomera scrive che ‘Se l'angoscia è sempre singolare, cioè quella di un soggetto preso nella sua parola singolare, il modo migliore per affrontarla è pensare che ci sia una causa, dato che l'enigma di fondo dell'angoscia è sempre il desiderio dell'Altro. (……)   Se il soggetto non ha più questa bussola si vede ridotto a essere solo un individuo-corpo, senza poter collocare il proprio essere, il proprio desiderio e il proprio godimento in un legame con l'altro. Sorge allora il segnale dell'angoscia come segnale di allarme che avverte di un pericolo incombente’.   Un fenomeno di corpo dunque come segno di una censura della parola in atto, frutto di un equivoco: aver scambiato per un luogo di analisi una dimensione nella quale l’analisi era solo una parvenza.
Quando metto mano a quella parte della mia vita, avverto la divisone dentro di me.
Si apre un porta socchiusa, dalla quale sempre filtrano miasmi opachi che provengono da quel tempo. Solo l’odore è percepibile, ma tutto quello che fu è indescrivibile, intrasmissibile. A meno di non saper descrivere il buio, narrare l’abisso. La solitudine di quei tempi, di quei momenti, il disturbo post traumatico che mi ha accompagnato, sono oggi un affetto freudianamente sganciato da eventi che, tuttavia, restano ben incisi in me. Umanamente maledico quel periodo.   Professionalmente, lo benedico, perché come professionista mi ha reso capace di immunizzarmi a quel male, avvitandomi definitivamente al posto dell’analista, dandomi la possibilità di mettere al servizio dell’analisi stessa
  Il male immunizza, ma accorcia la vita, la quale deve essere meglio spesa mettendo a frutto, umanamente e professionalmente, quello che mi è stato dato incontrare.
Trovo li la forza di ricever qualsiasi individuo, di non cedere mai ai sobbalzi del transfert. L’etica del fare l’analista è sorretta da ciò che è stato su di me tentato, fallendo.
 
Mai posso dire , in vita mia, di aver incontrato tanta violenza, tanta paura e tanto desiderio di sopraffazione. Non credevo esistesse tanta beluinità, tanto odio.
Ho fallito nel fare la scelta dell’analista, e i con i cocci che mi sono rimasti, mi sono rialzato e li ho incollati mettendoli a frutto.e ricavandone un libro. 
Ho atteso che chi si rese protagonista di questo scempio tornasse a motivare le sue scelte, dopo le minacce legali.
Ma la fuga è un arte che permette di rimandare  sine die il redde rationem con un senso etico che,a volte, può schiantare e spaventare.
 
 
 

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