PSICHIATRIA E RAZZISMI
Storie e documenti
di Luigi Benevelli

Costituzionalismo e razzismo in Giuseppe Vidoni (1884-1951)

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1 febbraio, 2022 - 10:35
di Luigi Benevelli
Di Giuseppe Vidoni (1884-1951), psichiatra che ha operato a Genova, ha parlato di su psychiatry on line Paolo Peloso il 15 settembre  2018 rievocando l’esperienza della chiusura del manicomio di Prato Zunino e il 14 ottobre 2019 parlando di “Rivolte, no-restraint, lotte allo stigma” nella psichiatria genovese dei primi decenni del ‘900.
Ho trovato Giuseppe Vidoni citato ripetutamente nel testo e nella bibliografia del libro di Guido landra, Agostino Gemelli, Ferruccio Banissoni Antropologia e psicologia (Bompiani, 1940), per la sua strettissima collaborazione con Nicola Pende e come autore di pubblicazioni su prostituzione, problemi della psicotecnica, orientamento professionale in agricoltura, psicologia criminale e giudiziaria, psicopatologia della prima età, assistenza sociale, importanza del complesso di inferiorità nella spiegazione di “alcuni  atteggiamenti psicologici  degli illegittimi”, ed anche sulla psicopatologia di razza.
In tale ultimo campo, “il Vidoni ha dimostrato la necessità di studiare se, nelle espressioni morbose, gli aggruppamenti umani si differenziano realmente in quel complesso fondamentale della vita psichica che costituisce, per così dire, l’elemento primitivo di organizzazione e che, tra l’altro, può estrinsecarsi nelle manifestazioni dell’istintività e nelle reazioni di questa istintività sotto gli stimoli in genere e quelli morbigeni in specie” (ivi, p. 455).
Vidoni fu anche incaricato dell’insegnamento di “Psicologia e biologia delle razze umane” presso l’Università di Genova, e in tale veste nel 1942 pubblicò l’articolo La razza e la sua difesa da cui ho tratto i passaggi che seguono:
  • La razza è l’espressione concreta, nella esteriorità del corpo, di un complesso di proprietà ereditarie, costituzionali che appartengono ad un gruppo di individui, più o meno omogenei, aventi origine comune.
  • Il problema della razza [..], fondamentalmente, è una questione di differenziazione. È appunto nella varietà la ragione delle distinzioni in gruppi degli uomini pur riconoscendo che tra loro non sono pochi i punti comuni. Dopo di che, va pure subito fatto presente come in biologia criterio di giudizio per la valutazione di specie sia quello della fecondità dei prodotti. È così che si mantiene il tipo trasmissibile nelle varie generazioni attraverso l’eredità, dando luogo ai diversi raggruppamenti delle varietà costanti nelle quali si possono individuare le differenti razze umane attuali [..] considerate oramai dalla gran parte degli studiosi come varietà e non più come specie diverse.
  • Se l’umanità è divisa in razze, vi sono pure altre distinzioni che la separano in gruppi diversi e che, a loro volta hanno non scarsi rapporti con la razza. Si parla, infatti, anche di patria, di popoli, di nazioni, di stati. [..]
  • Qui concorda con Donaggio  per il quale “non è tanto la “forma capitis” quanto la “forma mentis” quella che contraddistingue un popolo”; Canella intende piuttosto la razza come “unità zoologica”, mentre l’etnia, il popolo  vanno considerati come unità culturali e linguistiche, la nazione come unità politica”. La nazione può comprendere una o più razze, anche di colore diverso. E qui cita la nazione Svizzera nella quale troviamo tre etnie, la tedesca, la francese e quella italiana;  l’Austria-Ungheria, la nazione russa, “mosaico di razze e di etnie”.
  • Vidoni  discute poi del problema se si possa legittimamente parlare di una “razza italiana” dato che “non c’è né suolo, né lingua, né religione in comune che possano costituire una etnia, che possano dare il senso dell’unità materiale e morale, ove l’eterogeneità razziale sia troppo spiccata, ove esistano tipi umani troppo diversi, troppo estranei l’uno all’altro, e nell’aspetto esteriore e nelle tendenze e disposizioni politiche”. Qui afferma che, a prescindere dalla “preistoria ed anche dalla storia della popolazione d’Italia”, “oggi si può legittimamente parlare di razza italiana”, per l’opera, e cita Pende, di Roma che “seppe biologicamente e spiritualmente fondere le varie stirpi ariane-mediterranee dell’epoca pre-romana, e formare la razza nostra che è vera razza romana-italica a fondo prevalentemente ario mediterraneo”. Pende considera infatti la razza come una sintesi ”nella quale concorrono i diversi tipi antropologici  originari ed alla quale  dà espressione e connessione l’intervento di fattori mesologici  e di comune vita spirituale, così che la sintesi risulta come una figura monolitica, gigantesca a grandi linee, inconfondibile con altre grandi figure di altre collettività nazionali”.
  • Cita poi Marro per il quale “per razza deve essere inteso un raggruppamento umano che ha in comune un complesso armonico di dati e di tendenze spirituali, costituente un’entità mentale specifica; aggruppamento che ha per substrato formativo un passato storico, rappresentante come un patrimonio ininterrottamente trasmesso da generazione in generazione, il quale indirizza, talora polarizza addirittura le estrinsecazioni sia dell’individuo sia della collettività”. Persistono quindi i caratteri delle stirpi, e soprattutto quelle morali ed intellettuali.
  • A tale riguardo  Vidoni cita la “ legge di Pieraccini”[1] che attribuisce alle donne in quanto tali la persistenza nelle stirpi dei caratteri, specie quelli morali e intellettuali: mentre il maschio padre, infatti, favorirebbe la variabilità e l’individualità,  la madre tenderebbe a conservare armonicamente il “tipo medio”, “nell’interesse supremo di assicurare il perfezionamento della stirpe”. E come accadde nell’esperienza dell’Impero Romano, in Italia le invasioni di altri popoli furono “assorbite” in una unità sostanziale e profonda fra gli appartenenti ad una stessa stirpe. A questo si aggiunga “l’influenza collaboratrice dell’ambiente, che mantiene la lingua, la religione, la forma di organizzazione sociale, gli usi ecc. ecc.”
  • Le restrizioni che le leggi del Regno pongono ai matrimoni con appartenenti ad altro Stato (tali matrimoni dovevano essere autorizzati dal Ministero dell’Interno)  hanno fondamento su motivazioni politiche; assai diverso, invece, il caso dei matrimoni con persone “appartenenti a razze profondamente diverse, per esempio con un negro”. (Osservo, che in sintonia con la legislazione razzista vigente nelle Colonie d’Africa, le relazioni sessuali fra “metropolitani” e donne native non siano sanzionate, se non per la questione dello status dei nati “meticci”, mentre, anche per Vidoni, la censura e il tabù severissimo, oltraggio alla razza, riguardano le relazioni fra donne italiane e maschi di colore). Nei meticci si riscontrano irregolarità sia nei riferimenti fisici, sia in quelli intellettuali, sia in quelli morali che nel complesso costituiscono una vera “modificazione regressiva”; possibili i danni alla salute mentale “anche dopo qualche generazione”. In realtà il meticciato costituirebbe “un buon affare solo per la razza inferiore”. “La situazione dei meticci è di grave inferiorità, è condannato al tormento; può essere causa di regresso e di disgregazione, una ferita nella evoluzione naturale, la sua presenza in numero notevole solleva problemi estremamente delicati nelle colonie”.
  • Vidoni conclude con l’esaltazione delle politiche demografiche ed eugenetiche per la salute della madre e del bambino perseguite dall’ONMI.
Alla luce di questi scritti, la figura di Giuseppe Vidoni appare assai complessa: sul versante dell’assistenza psichiatrica pubblica porta avanti teorie ed  esperienze minoritarie di no-restraint e di affido etero famigliare, mentre nel campo delle “politiche razziali” è del tutto allineato alle scelte del Fascismo. La cosa si può comprendere col fatto che egli fu stretto collaboratore di Nicola Pende che proprio a Genova aveva aperto nel 1926 l’Istituto di Biotipologia individuale e ortogenesi, il Pende teorico del costituzionalismo italiano, approdo dello sviluppo del positivismo lombrosiano e base delle politiche demografiche ed eugenetiche razziste dell’Italia fascista.
 
 

[1] V. G. Pieraccini, La donna nella conservazione e nel perfezionamento della specie, Siena, 1931. Gaetano Pieraccini (1864-1957), fiorentino, medico sociale e del lavoro di scuola positivista lombrosiana, socialista riformista, deputato al Parlamento del Regno d’Italia dal 1909 al 1913, poi dal 1921 fino allo scioglimento della Camera, antifascista, fu privato dal Regime Fascista della carica di primario del suo ospedale, poi gli venne impedito di insegnare all’Università; collaborò  al giornale clandestino "Non Mollare" di Gaetano SalveminiCarlo Rosselli e Ernesto Rossi. Nel 1930 gli fu notificata un'ordinanza di assegnazione al confino di un anno, commutata poi in un anno di ammonizione politica. Il 22 agosto 1943, alla caduta del fascismo, ricostituì la sezione fiorentina del PSI e il 1º ottobre dell'anno seguente, dopo la liberazione della città, fu nominato sindaco di Firenze, carica che mantenne per oltre due anni. Dopo la scissione del PSI, nel 1947 aderì al PSLI e nel 1948 fu eletto senatore nelle liste di Unità Socialista . E’ ricordato per essere stato un fiero oppositore della legge proposta dalla socialista Lina Merlin per l'abolizione della prostituzione legale. Secondo Pieraccini, infatti, le prostitute erano impossibili da reinserire in società, senza considerare che la prostituzione avrebbe risposto ad un bisogno fisiologico del corpo umano.

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Commenti

Caro Luigi, quanto scrivi a proposito di Vidoni e del suo rapporto col razzismo mi pare davvero molto interessante, e mi pare rivelatore di un clima che, nei decenni tra fine '800 e prima metà del '900, era molto diffuso tra gli intellettuali italiani (europei?) come ci stai dimostrando con la tua rubrica. In effetti, Vidoni non fu solo collaboratore di Pende, ma prima lo fu di Enrico Morselli, il quale pure nell'introdurre nel 1898 un volume di Gennaro Mondaini sui negri nella società nord americana esprime posizioni evidentemente razziste nei confronti delle popolazioni di colore, in contrasto con quelle espresse dall'autore. Questo era il clima nel quale evidentemente si formò Vidoni. Tuttavia, il tuo scritto mi ha fatto tornare in mente una lettera che ho rinvenuto presso l'archivio dell'Università di Genova, e ti riporto per completezza,. In essa, il 12 ottobre 1945 Emanuele Sella scrive a Ettore Remotti: "Il primo incarico di Demografia delle razze nella facoltà giuridica fu tenuto in legge dal fascista prof. Fasolis. Io sostenni in facoltà l'opportunità di affidarlo a un biologo, per "denicotinizzare", per così dire, la materia. E non avendo tu potuto o voluto accettare l'insegnamento, fu prescelto, dietro mio esplicito suggerimento, il Vidoni, noto come antifascista e, come tu sai, appartenente al cenacolo di Rensi. Ciò fu nel 1939-40. l'anno successivo, superato l'ostacolo Fasolis, la demografia delle razze fu insegnata da un mio assistente, prof. Paolo Emilio Taviani, ora dirigente della Democrazia cristiana (...). Si vede da quanto sopra che al Vidoni dobbiamo gratitudine per aver salvato i nostri studenti dal veleno razzista". Il cenacolo del filosofo Giuseppe Rensi fu frequentato fin dagli anni '20 a Genova da intellettuali antifascisti, tra i quali ci furono Luigi Einaudi e Carlo Rosselli. Quanto al noto Taviani, fu colui che rappresentò la Democrazia cristiana all'interno del CLN genovese nei mesi della liberazione. Dunque il Vidoni fu in quegli anni figura davvero complessa come dici tu; azzarderei che, probabilmente, da un lato assorbì dai suoi maestri, Morselli e Pende, il razzismo contro le popolazioni di colore, che era ampiamente diffuso allora; ciononostante, era considerato dagli intellettuali antifascisti dell'Università di Genova colui che, col suo insegnamento, poteva evitare che agli studenti fossero propinati gli eccessi della propaganda fascista in tema di razze, e soprattutto che fossero trasmesse loro nozioni di propaganda razzista antisemita. No so se concordi... Un abbraccio carissimo! Paolo Peloso

Grazie Paolo dell'interlocuzione che aiuta a rendere conto della diffusione e del radicamento nella cultura e nella scienza italiane degli atteggiamenti razzisti verso le persone di colore, ben prima del Fascismo. Alla fonte ci stanno da una parte il nazionalismo che percorre e ispira l'intellettualità italiana nel Risorgimento e, dall'altra, il pensiero positivista.
Come tu dici, nazionalismo e positivismo appartengono pienamente alla cultura europea che "innervano" transitando nei razzismi di Stato fascista e nazista. Questo ci aiuta a capire come persone quali il Giuseppe Vidoni o il Pieraccini che ho citato in nota, potessero considerarsi ed essere considerati "politicamente" antifascisti, pur coltivando robusti pregiudizi razzisti e di classe. E, aggiungo, ci aiuta a dare ragione del mantenersi di diffusi pregiudizi razzisti nelle culture europee ben oltre la sconfitta del Nazifascismo e anche dopo l'affermarsi delle rivoluzioni anticolonialiste.
Un caro saluto, luigi benevelli


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