L'INNOCENZA DEL DIAVOLO
Psicopatologia, crimine e istanze di controllo sociale
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci

LONTANO DA VIENNA. Un viaggio nella psicoanalisi e nei suoi contesti. PREFAZIONE di Rita CORSA al libro di Giuseppe ZANDA

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21 aprile, 2022 - 10:58
di Rita Corsa e Pierpaolo Martucci

 

Ho sempre più la sensazione che una comprensione totale della psiche […]
si ottenga solo mediante la storia, ossia con l’aiuto della storia
Carl Gustav Jung (lettera a Sigmund Freud del 30 novembre/2 dicembre1909)

 
 

Una delle nostre grandi perdite è stata quella della fiducia nella funzione della storia.
In sua assenza subiamo l’effetto maligno diffuso del pensiero rifrangente incapace di
contestualizzare gli eventi […], e l’Io è incapace di formare una strategia generativamente attiva
Christopher Bollas (2015, 429n.)
 

 

 
         La ricerca storica di Giuseppe Zanda non tradisce mai l’assunto quasi granitico che le vite di figure meno celebri possano raccontare meglio dei nomi illustri e acclamati l’affermazione di un’idea all’interno del contesto sociale, culturale e politico in cui sono trascorse. E di ciò non dobbiamo meravigliarci, perché i personaggi di secondo piano, che hanno lavorato dietro le quinte, hanno potuto tessere la tela degli accadimenti eludendo le insidiose trappole di un processo narrativo agiografico. Il procedimento filologico adottato da Zanda allontana così il rischio di perpetuare inesorabilmente quello che Borgogno definisce con parole folgoranti «il piglio antistorico della psicoanalisi» (2019, 268), spesso sedotta (e appagata) da una pseudo-storiografia basata sulla trasmissione orale di un mito.
Il libro si articola in quattro sezioni, che a una veloce occhiata possono apparire slegate, ma che in realtà germogliano dalla stessa pianta, l’originario pensiero freudiano – come spiega l’autore nell’Introduzione – e che si sviluppano seguendo sorprendenti traiettorie comuni, pur essendo state seminate su terreni assai differenti. Le vicende dei protagonisti si svolgono nei primi decenni del Secolo Breve, l’epoca che vide la pionieristica diffusione e affermazione della psicoanalisi, ma le aree geografiche sono tra loro lontane: si passa dal rigido e puritano New England con la città di Boston, alla Londra tra le due guerre, e alla Berlino del primo dopoguerra. Il viaggio si conclude a sorpresa nella capitale scozzese, Edimburgo, insospettabile fucina di psicoterapeuti, attratti dalla “novella scienza” negli anni Venti del secolo passato.



           Ogni capitolo si apre con un’approfondita opera di contestualizzazione degli eventi che si vanno a raccontare, ad avvallo della tesi che l’ambiente culturale determina il momento e il modo in cui un prodotto scientifico emerge nella storia delle idee (Haynal, 2005). Lo studio della psicoanalisi, come di qualsiasi altro movimento scientifico o culturale, non può prescindere dall’ambiente dove si radica, che ne condiziona la crescita e le peculiarità d’espressione.
Andrò ora ad esaminare i percorsi del libro che, a mio avviso, possono fare da collante alle singole parti, segnando un fil rouge a tratti decisamente originale.
È una caratteristica precipua del nostro autore quella di riservare un posto privilegiato alle donne in cui si imbatte nelle sue perlustrazioni storiche. Sa interpretare con sapienza e rara sensibilità l’animo femminile e si lascia catturare dagli aspetti più temerari delle psicoanaliste e delle intellettuali che incontra. Qui egli presenta i profili assai poco noti al lettore italiano di Jessie Murray, medico e psicologa, e della letterata Julia Turner che, insieme alla scrittrice May Sinclair, finanziatrice dell’iniziativa, nel 1913 fondarono a Londra l’Ambulatorio Medico-Psicologico (AM-P), il primo servizio britannico ad erogare prestazioni psicologiche pubbliche accessibili anche agli strati disagiati della popolazione, esonerati dal pagamento. La Murray e la Turner, compagne di vita, erano state profondamente coinvolte nel movimento suffragista, che influenzò lo spirito dell’istituto psicoterapico da loro creato, attento non solo alla professionalità dei suoi membri, ma anche alle tematiche di ordine sociale. Gli obiettivi dichiarati dell’ambulatorio erano il trattamento delle malattie nervose funzionali con mezzi compositi, sia medici che psicologici e di esercizio fisico; la promozione della psicoterapia nella scienza medica; la propaganda delle nozioni di igiene mentale nella comunità. Una gestione liberale ed eclettica della sofferenza psichica, in un’età in cui, scrive Zanda, «avevano preso corpo fianco a fianco la lotta delle donne per il riconoscimento dei loro diritti personali, civili e sociali, la ricerca e la sperimentazione da parte di medici e di non medici di nuovi metodi di cura dei disturbi psichici, e la preoccupazione di una parte della società per i disagi connessi alla povertà» e, nell’immediato dopoguerra, per le inedite problematiche assistenziali e terapeutiche portate dai reduci dal fronte affetti da shell-shock, di cui l’AM-P seppe farsi carico. 
       Nel 1915 fu istituito nel suo interno un programma di training per i candidati psicoterapeuti e psicoanalisti: James Glover, Pylvia Payne, Ella Freeman Sharpe, Susan Isaacs e molti altri tra i primi psicoanalisti inglesi, che avrebbero fatto grande la scienza freudiana nel Regno Unito, cominciarono la loro formazione nell’AM-P. Tra loro vi erano parecchie donne pediatre e questo aiuta a far intendere l’accentuato interesse per la psicoanalisi infantile manifestato sin dalle origini dal movimento britannico. Va detto, tuttavia, che la Società Londinese di Psicoanalisi e la Società Britannica di Psicoanalisi, create da Jones rispettivamente nel 1913 e nel 1919, si posero ben presto in contrasto con l’AM-P, allo scopo neanche tanto celato di essere riconosciute nel territorio britannico come maggiormente rigorose sul piano scientifico e professionale. Una competizione che già nel 1922 avrebbe costretto l’AM-P a chiudere i battenti, oberata dai debiti e duramente provata dalla morte della Murray nel 1920.  
Come ha affermato Elaine Showalter, autorevole critica letteraria femminista americana, citata da Zanda: «La storia dell’AM-P è una chiara dimostrazione di come la professionalità maschile abbia ridotto in polvere la prima sperimentazione femminile nel campo della psicoanalisi. […] Anche se non esplicitamente femminista nell’impostazione teorica, sul piano pratico l’AM-P fu un’iniziativa chiaramente femminista, che avrebbe potuto avere un ruolo centrale nella formazione di nuove idee nella psicologia femminile» (1987, 197-198).
         Un’altra straordinaria pioniera, praticamente sconosciuta alla psicoanalisi italiana, fu Margaret Winifred Rushforth, medico, psicoterapeuta e psicoanalista scozzese, che nel 1939 istituì a Edimburgo l’Ambulatorio Davidson di Psicoterapia Medica (ADPM), in linea con l’esperienza londinese della Murray (AM-P). Per inciso, si segnala le caratteristiche organizzative dell’AM-P costituirono le linee-guida per diverse strutture psicoterapiche britanniche, tra cui l’ormai leggendaria Tavistock Square Clinic for Functional Nervous Diseases (Ambulatorio di Tavistock Square per le Malattie Nervose Funzionali - ATS), fondata da Hugh Crichton-Miller nel 1920 e che è ancora attiva a Londra, essendo divenuta uno dei più prestigiosi centri al mondo di formazione nel campo della psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti. 
La vita della Rushforth, per un ventennio medico missionario in India - dove sposò un funzionario inglese con cui ebbe quattro figli - fu lunga e avventurosa. Tornata ad Edimburgo, intorno ai 45 anni conobbe la psicoanalisi e decise di frequentare la Tavistock Clinic, allora caratterizzata da un sincretismo d’indirizzi teorici (1). Tale esperienza fu decisiva nel farle adottare un registro variegato sul piano concettuale e multidisciplinare sul piano della pratica clinica nell’ambulatorio da lei diretto. Negli anni Trenta ella fece un’analisi freudiana con Ernest Connell, allievo di Jones e, poi, una breve analisi junghiana a Zurigo.
Nel suo istituto, che ebbe un grande successo e che incrementò velocemente il numero dei pazienti, convissero a lungo modelli psicoanalitici differenti e vi fu spazio pure per quella “psicoterapia cristiana”, che fu centrale nel far usufruire della psicoterapia anche le fasce sociali meno abbienti (2). La Scozia d’inizio secolo era profondamente cristiana ma, a onor del vero, già l’ambulatorio londinese della Murray era collegato alla collettività religiosa locale, che partecipava ai programmi di cura. Come vedremo, questo è un tratto che si replicò in quasi tutte le antesignane sperimentazioni di psicoterapia pubblica. Una faccenda interessante e spesso trascurata nella narrazione delle origini, che vuole la psicoanalisi da sempre purgata di qualsivoglia afflato spirituale e religioso, in osservanza dell’anatema scagliato dal Maestro contro la fede in Dio. Il radicale ateismo dichiarato da Freud si coniugava intimamente con il suo atteggiamento assai critico nei confronti della religione, qualunque essa fosse. In gran sintesi, nel saggio Azioni ossessive e pratiche religiose (1907), Freud espose per la prima volta l’idea che la religione abbia le caratteristiche di una nevrosi ossessiva universale, istituendo un parallelo tra le manifestazioni ossessive e le pratiche religiose. In Totem e Tabù (1913) egli chiarì in maniera più completa il suo pensiero, sia dal punto di vista della specie, che da quello dell’individuo, ed in entrambi i casi fa risalire l’origine del sentimento religioso al complesso edipico: sarebbe, infatti, l’ambivalenza di amore-odio provata dal bambino verso il padre, nel desiderio di possedere la madre, a creare un senso di colpa verso il rivale adulto di cui si è desiderata la morte. Tale senso di colpa, inoltre, produrrebbe l’interiorizzazione di una figura paterna idealizzata e fantasticata come qualcosa di assoluto e illimitato, un Dio-Padre Onnipotente, al quale portare rispetto e dal quale essere protetti. Freud, quindi, colloca alla radice della religione la mentalità infantile, sostenendo che la fede in Dio sia un conforto all’impotenza umana e che l’iniziale dipendenza dei bambini verso i genitori edipici, sia sostituita da quella verso un’entità totipotente, che governa e ripara. In aggiunta, egli ritiene che la religione avrebbe la funzione di acquietare i sensi di colpa, specie quelli connessi con gli impulsi aggressivi, e che consenta di venire a patti con il problema della morte. Insomma, si tratterebbe forse dell’estrema manifestazione della fragilità umana.
Queste celebri posizioni freudiane sono state estesamente dibattute dagli psicoanalisti e da intellettuali di diversa estrazione. Il suo «atteggiamento di decisa ripulsa verso la religione, in ogni forma e sfumatura» (3) ha posto una sorta di censura piombata sull’argomento nella psicoanalisi di buona parte del Novecento (Corsa e Vandi, 2018). Però, a quanto ci illustra Zanda, almeno per il mondo anglosassone questo divieto fu trasgredito!  
      Tornando all’Ambulatorio Davidson di Psicoterapia Medica, esso si giovò dell’opera dei maggiori psicoanalisti scozzesi freudiani (Glover e Fairbairn su tutti) e junghiani, alcuni reduci da anni di apprendistato alla Tavistock Clinic. Nel tempo, l’ADPM si trasformò oltre che in un apprezzato servizio territoriale per la psicoterapia degli adulti e dei bambini, anche in un’importante area formativa per psicoterapeuti infantili. L’intervento sui minori e sui genitori veniva attuato da una vera e propria unità consultoriale pediatrica, costituita da diverse figure professionali, prevedendo un modello di trattamento che in seguito sarebbe stato replicato in molte altre strutture neuropediatriche.
Va ancora una volta sottolineato che i pazienti pagavano gli onorari in base ai loro mezzi e, in alcuni casi, la prestazione era del tutto gratuita.
         Nel 1947 in Gran Bretagna venne istituito il National Health Service (Servizio Sanitario Nazionale - SSN) e l’ADMP decise di starne fuori per non rischiare di perdere la propria specificità psicoanalitica e le proprie funzioni di centro didattico. Negli anni, l’inevitabile avvicendamento dei vertici amministrativi e sanitari, primo tra tutti il pensionamento della Rushforth, e questioni di carattere finanziario, tra cui la miglior retribuzione degli operatori sanitari da parte del SSN che causò un progressivo travaso del personale, condussero ad un lento spegnimento delle attività dell’ambulatorio, che nel 1973 cessarono definitivamente.
          Trasferendoci ora oltreoceano, rileviamo che pure l’ingresso della psicoanalisi nel New England e in particolare a Boston fu favorito dallo stretto connubio tra fede e scienza. Nei decenni a cavallo tra il diciannovesimo e ventesimo secolo, lo spirito religioso di credo puritano, intimamente radicato nel Massachusetts e nell’intero New England, spalancò la strada alla psicoterapia medica e alla psicoanalisi freudiana. Emblematica a tal proposito fu l’opera di Isador Henry Coriat, psichiatra e neurologo ebreo-marocchino, altra figura assai poco celebrata dalla storiografia psicoanalitica. Eppure egli fu «uno dei principali alfieri della prima generazione» degli psicoanalisti statunitensi (Brill, 1944), ma fu pure il più stretto collaboratore dei ministri episcopali, i reverendi Elwood Worcester e Samuel McComb, che nel 1906 avviarono a Boston, entro le mura della loro sacrestia, un ambulatorio gratuito per la cura dei pazienti con problemi psichici. L’impresa, dal sapore ecumenico e fortemente social popolare, fu battezzata dalla stampa di Boston Emmanuel Movement (Movimento di Emanuele o emanuelista), dal nome della chiesa che gli dette i natali. L’Emmanuel Movement era sorto nella scia dei tanti mind-cure movement (movimento di cura della mente) – dall’espressione coniata da William James nel 1902 - costituitisi nel New England nella seconda parte del Novecento (Christian Science e New Thought su tutti). Si trattava di un fenomeno socio-culturale di notevole portata, contrassegnato dal fiorire di numerose sette cristiane che, ebbre dell’ottimismo religioso del Massachusetts dell’epoca, si proponevano come strumenti di mediazione tra l’uomo e il trascendente con lo scopo di curare i disturbi fisici e psichici degli individui. Tali associazioni di guarigione religiosa agivano in contrasto più o meno netto con la medicina ufficiale, ma gradualmente si introdussero nelle comunità scientifiche, soprattutto in ambito psicologico.  
          Worcester e McComb, i promotori dell’Emmanuel Movement, che avevano frequentato le migliori università europee e, oltre alla teologia, avevano studiato psicologia, per far funzionare la loro creatura si avvalsero del contributo di ottimi medici, internisti, neurologi, psichiatri e psicologi statunitensi. Tra i primi a collaborare furono il celebre neurologo di Harvard James Jackson Putnam, che dopo una lunga cooperazione si dissociò dallo spirito dell’ambulatorio, e Richard Clarke Cabot, eminente medico bostoniano, conosciuto per l’applicazione dell’assistenza sociale nei reparti ospedalieri; in un secondo momento si aggiunsero il medico psichiatra Isador Henry Coriat e diversi altri specialisti di rango.
Per adoperare le parole di Gifford, «l’Emmanuel Movement merita di essere preso in considerazione: 1) come esperimento radicale della salute mentale di comunità, che offriva gratuitamente la psicoterapia a uomini e donne di tutte le classi sociali, di qualsiasi religione o non religiosi affatto; 2) come prima applicazione dei metodi di gruppo nel trattamento delle nevrosi […]; 3) come tentativo di utilizzo di terapeuti non medici con la supervisione medica, peculiarità che lo distingueva dalle altre “cure mentali” e dai movimenti di guarigione religiosa, ma non gli evitò l’ostilità dell’establishment medico» (Gifford, 1978, 106). Gli attacchi della medicina ufficiale e dei cattedratici bostoniani furono sempre più vigorosi, gettando discredito sull’istituto, che fu costretto a terminare la propria azione.
Pochi anni dopo questi fatti, Putnam e Coriat, insieme a Brill e a pochi altri, furono i fondatori della Società Psicoanalitica di Boston (1913).
        L’humus su cui germinò la psicoanalisi nel New England era un impasto di orientamenti d’impronta religiosa con applicazioni sociali e di scientifica laicità proveniente dai prestigiosi atenei bostoniani. Un terreno molto fertile, sul quale avrebbe ben attecchito la psicoanalisi quando Freud e Jung sbarcarono per la prima volta in America, nell’ormai epico viaggio del 1909 alla Clark University di Worcester.
La prima Scuola di Psicoterapia di Boston si formò in ambito medico accademico intorno alla figura del grande cattedratico Morton Prince, che a partire dal 1902 si circondò di illustri neurologi, psichiatri e psicologi che insegnavano nelle università di Harvard e di Worcester o che dirigevano i reparti degli ospedali della città. Personalità del calibro di William James, James Jackson Putnam, Isador Coriat, Stanley Hall, August Hoch facevano parte del gruppo che si riuniva, dapprima nella dimora privata Prince, e successivamente in una sede istituzionale ad hoc, per discettare di psicoterapia e della novella scienza freudiana. Dal 1908 alle riunioni cominciò a partecipare pure Ernest Jones, da poco traferitosi a Toronto. Morton Prince valutò un’occasione da non perdere quella di sentir parlare di psicoanalisi un esponente di spicco del movimento freudiano europeo. La presenza di Jones marcò recisamente il confine tra la psicologia medica e quella d’indirizzo cristiano, bollata senza esitazioni come una ciarlataneria sostenuta da una massa di fanatici religiosi, ma che intanto aveva occupato vasti spazi nell’esercizio della psicoterapia nella regione. D’altro canto, la Scuola di Psicoterapia aveva preso sempre più piede in area accademica, espandendo così lo studio della psicopatologia e della psicoterapia. Nel 1909, il gruppo di Boston decise di istituire l’Associazione Psicopatologica Americana (APPA), con la finalità di dare vieppiù spazio alla ricerca in campo psicologico e psicoterapico.
In grandissime linee, era questa l’aria che si respirava nella costa nord-occidentale degli Stati Uniti quando Freud, Jung e Ferenczi sbarcarono a New York nel settembre 1909, per poi recarsi alla Clark University di Worcester, dove il presidente dell’istituto, Stanley Hall, aveva invitato il maturo Maestro viennese e il giovane allievo svizzero a tenere dei cicli di seminari al Congresso di tre settimane organizzato in occasione del ventennale della nascita dell’ateneo. Le cinque conferenze svolte da Freud e le tre da Jung si svolsero nella sessione dedicata alla “Psicologia e Pedagogia”. Un momento cruciale per la storia della psicoanalisi e la sua diffusione, sul quale sono stati versati fiumi d’inchiostro. Qui non ho nulla d’aggiungere al già, ampiamente, detto.
      Pochi anni dopo questi eventi, un pugno di questi primi estimatori bostoniani della psicoanalisi, sollecitati da Jones e appoggiati da Brill, che esercitava a New York e che allora era l’unico psicoanalista freudiano davvero preparato in America, fondò la Società Psicoanalitica di Boston, che spense presto ogni operosità a causa dello sparuto numero dei suoi membri. La Società fu riorganizzata nel 1924, nel 1928 e nei primi anni Trenta, quando con l’arrivo di Franz Alexander, il primo analista didatta di Boston, fu proposta una progettazione più formale con un training regolare secondo le direttive dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA). Troviamo Isador Coriat attivo e decisivo in tutti questi passaggi dell’antesignana società psicoanalitica del Massachusetts. Un Coriat che coll’affinare le sue competenze psicoanalitiche si allontana sempre più dal suo background puritano, dalla sua fede giovanile nelle Sacre Scritture rappresentata dalla sua viva cooperazione con l’Emmanuel Movement, che l’aveva reso tanto attento alla dimensione sociale della cura psichica.
Stesso destino subì l’intera psicoanalisi americana, che si purgò di ogni traccia di religiosità e, come chiosa Zanda, di pari passo, «furono relegati ai margini della discussione sulla tecnica psicoanalitica due importanti questioni: l’analisi gratuita o a basso costo e l’analisi laica», cioè quella professata dai non medici.
Ed ecco riaffacciarsi il tema, tanto caro all’autore, dell’analisi a prezzi calmierati. Bisogna però rimettere piede in Europa per svilupparlo in maniera congrua sul piano storiografico. Zanda ci catapulta nella Berlino del primo dopoguerra. La capitolazione degli Imperi centrali chiudeva una fase di carneficine e di carestia, da ultimo flagellata dalla pandemia di “spagnola”. In Germania, l’atmosfera caotica e febbrile susseguente la dissoluzione dell’ex-Impero lasciò il posto alla Repubblica di Weimar, una democrazia assai fragile. Essa durò quattordici anni, funestati da continui disordini, violenze e omicidi politici, che preludevano al sinistro cataclisma del Terzo Reich. Ma proprio durante la Repubblica di Weimar, nella capitale tedesca la psicoanalisi provò ad acquisire un respiro sociale, spalancando le sue porte alla popolazione priva di risorse economiche. Di questa faccenda aveva iniziato a parlarne Freud, al Congresso di Budapest, tenutosi a fine settembre 1918, poche settimane prima della fine della guerra, grazie alla volontà di Abraham, allora presidente dell’Associazione Internazionale, alla capacità organizzativa di Ferenczi e ai denari di Anton von Freund, un facoltoso imprenditore di Budapest, amico di Ferenczi e di Freud, che l’aveva analizzato.
Nella relazione letta al Congresso, Vie della terapia psicoanalitica, Freud auspicò un futuro roseo alla psicoanalisi, destinata a diventare disponibile per tutte le classi sociali, indipendentemente dalle risorse finanziare del singolo soggetto. Qui Freud pronuncia gli ormai famosissimi brani: «è possibile prevedere che un giorno o l’altro la coscienza della società si desti e rammenti agli uomini che il povero ha diritto all’assistenza psicologica né più né meno come ha diritto già ora all’intervento chirurgico che gli salverà la vita; […] Saranno allora create delle case di cura (istituzioni) o degli ambulatori dove lavoreranno un certo numero di medici con preparazione psicoanalitica, […]. Questi trattamenti saranno gratuiti. […]» (1918, 27). Egli ribalta così la sua precedente prospettiva, che voleva il rispetto dell’onorario come un elemento fondamentale del setting, tolto il quale potevano rinforzarsi le difese del paziente e interferire negativamente nel processo analitico (Freud, 1913). Zanda, mediando Danto (2005), ipotizza che le gravi privazioni materiali e psicologiche patite dal Maestro e dalla sua famiglia durante la guerra e i grandi sovvertimenti del panorama politico lo avessero indotto a osservare la psicoanalisi con uno sguardo più mirato al sociale.
Non solo Freud, ma diversi altri medici di formazione psicoanalitica si industriarono per creare servizi di psicoanalisi gratuiti o a poco prezzo per chiunque li richiedesse e ne avesse necessità. Nel libro viene descritta l’esperienza del Poliklinik di Berlino, realizzata da Max Eitingon e Ernst Simmel nel febbraio del 1920: un vero e proprio ambulatorio psicoanalitico rivolto ai poveri. Il Policlinico ebbe subito un grande successo e ben presto richiese l’apporto di altri analisti. Anche se l’obiettivo principale del Policlinico era quello di rendere la cura psicoanalitica accessibile a tutte le classi sociali, comprese quelle meno abbienti, esso fu anche un luogo di insegnamento della psicoanalisi, cui si riferirono allievi provenienti da molte capitali europee. Nel 1923, esso venne trasformato in uno specifico istituto di training, con criteri formativi ben precisi, che si mantengono validi a tutt’oggi (modello Eitingon di training).
Ma la pionieristica avventura berlinese del Poliklinik è ben conosciuta dagli psicoanalisti, mentre assai meno si sa del visionario progetto di Simmel, che tentò di dar vita al Sanatorium Schloss Tegel, una clinica psicoanalitica sita in un posto incantevole alla periferia della capitale tedesca. L’obiettivo principale consisteva nel rendere attuabile la cura analitica in un ambiente residenziale protetto per quei pazienti che non si giovavano dell’analisi ambulatoriale. Sarebbero stati accolti anche i malati poveri, che non fossero in condizioni di corrispondere rette e onorari. Il Sanatorium, che avrebbe dovuto avvalersi di finanziamenti statali, che mai arrivarono, fu inaugurato nel 1926, ma ebbe problemi di gestione economica sin dal primo momento e ben presto dovette piegarsi sotto il peso di pesantissimi debiti, che non fu possibile estinguere neppure con una raccolta fondi tra analisti promossa dallo stesso Freud. Il crollo della Borsa di New York aveva drammaticamente acuito la crisi monetaria dell’ormai declinante Repubblica di Weimar e i pazienti e i loro parenti si dichiararono insolventi. Nell’agosto del 1931 la Casa di Cura Schloss Tegel sospese la sua missione.
Con l’affermazione di Hitler e l’avvento dei fascismi, la psicoanalisi si dissolse in vaste aree del Vecchio Continente e si perse completamente quel progetto, dalle sfumature di certo utopiche, di “psicoanalisi per il popolo”. Come ben illustra Jacoby, gli psicoanalisti europei, fuggiti quasi in massa negli Stati Uniti, mutarono il loro spirito per «l’effetto cumulativo dell’esilio, della professionalizzazione e della americanizzazione» e furono spinti «a ritirarsi dalle problematiche collettive e dallo scenario pubblico» (1983, 9), rimuovendo definitivamente le istanze sociali e rivoluzionarie della psicoanalisi freudiana.
 
       Andando a concludere, richiamo la citazione di Bollas posta in esergo. Una delle incolmabili perdite della contemporaneità sta nel ruolo di ripiego, assolutamente sbiadito e marginale, riservato alla funzione della storia. L’attuale narrazione della nascita e della prima diffusione della scienza freudiana ha sofferto duramente del processo di rimodellamento dei ricordi in base a dinamismi inconsci del tutto arbitrari e non sostenuti da verifiche documentali. Lo studio della storia pare aver perduto di valore e di senso, in un’epoca e in una società come le nostre che non ricordano e che misurano la memoria in gigabyte. La ricerca storica, invero, conduce l’investigatore a scovare qualche traccia di verità, capace di scalfire convinzioni radicate, di frantumare certezze considerate inalienabili. E di attutire, per dirla ancora con Bollas, «l’effetto maligno diffuso del pensiero rifrangente incapace di contestualizzare gli eventi» e di riconoscere nell’oggi i frutti seminati nel passato. Il lavoro pluridecennale di Zanda è genuinamente animato dal desiderio di «formare una strategia generativamente attiva», tesa a rifondare l’Io e il gruppo sociale d’appartenenza risalendo alle radici della loro storia.
Nello stendere questa prefazione ho seguito solo alcune traiettorie, a me più congeniali, per provare a trasmettere quanto l’autore ha proposto nel suo complesso studio. Mi sono così soffermata sul recupero dell’opera generativa delle psicoanaliste donne dei primordi, dei loro sforzi per accedere alla novella scienza e per connotarla in base alla loro specificità femminile, che le faceva predisposte all’acquisizione di competenze nella cura dei pazienti in età pediatrica. Ho poi posato lo sguardo sul proficuo connubio tra la fede cristiana e la psicoanalisi, che in diverse regioni del New England e nella religiosissima Scozia d’inizio Novecento aveva consentito al movimento freudiano di sensibilizzarsi alle classi più indigenti e reiette. Ma di questa necessità si era già accorto Freud, turbato e appesantito sia sul versante familiare che su quello professionali dalle tante tragedie collegate al primo conflitto mondiale. La Berlino post-bellica, governata dalla debole democrazia della Repubblica di Weimar, con la sua allora utopica idea di psicoanalisi per il popolo fece da apripista di iniziative che anche in tempi più pacifici e sereni hanno sempre faticato a decollare pienamente.
Nella scia di questi ragionamenti, non posso non pensare all’oggi e al bisogno di una psicoanalisi sociale, dedita senza riserve a fare la sua parte nel fronteggiare le ondate di angoscia portate dalla pandemia di Covid-19. Il servizio di ascolto gratuito, offerto alla popolazione dalle varie Società e Scuole di psicoterapia e di psicoanalisi italiane, attestano la modernità e la flessibilità dello strumento analitico. È arrivato il momento di far nostro il monito di Freud, che credeva in una psicoanalisi accostabile da tutti, indipendentemente dal ceto d’estrazione.  
Coltivare la memoria, rimembrare, rievocare da dove un cammino è iniziato, è un atto imprescindibile di riconoscenza, che serve proprio a ri-conoscere il nostro patrimonio genetico. Scrive Kaës: «Voglio usare l’antica parola rimembranza per designare la correlazione forte che esiste tra racconto polifonico, memoria ricostruita ed intersoggettività. Rimembrare vuol dire ri-memorare (remember). Rimembranza è dunque il rimettere insieme le membra di esseri dispersi, frammentati, disgregati (…). La rimembranza è anche un processo di com-memorazione» (2016, 12) (4). Si tratta di un attraversamento naturale per non smarrire l’identità e il significato profondo che vi riposa e che viene tramandato, più o meno consapevolmente, di generazione in generazione. Io ritengo, insieme a Zanda, che rinunziarvi è molto pericoloso per il futuro del pensiero umano.
 
 
Note

  1. «La Tavistock Clinic era orgogliosa del suo insegnamento eclettico, che non era dominato né da Freud, né da Jung o da Adler, ma ricercava la via analitica mediante l’analisi dei sogni» (Rushforth, 1983, 73).
  1. L’ambulatorio della Rushforth prese il nome Davidson dalla Church Davidson, il cui ministro, reverendo Roy Hogg, aveva fortemente voluto e sostenuto il progetto originario di promuovere incontri psicologico-educativi con i genitori della sua comunità e a tal fine aveva messo a disposizione della dottoressa i locali della parrocchia.
  1. Lettera di Freud a Pfister, Vienna, 16 ottobre 1927 (Freud, 1962, 109).
  1. Corsivo suo.
 
 
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