Vince l’emiro perde il calcio - Quel Bisht nero sulle spalle di Messi

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22 dicembre, 2022 - 19:18
Nonno! Di che ti meravigli? - Guarda che è diventata virale, l’icona dell’emiro del Qatar che copre le spalle di Messi con quel « bisht » nero trasparente” – mi ha detto Matteo, uno dei miei nipoti nativi digitali. “Vorrà pur dire qualcosa, noo?” Touché. In effetti la “tercera Copa Mundial de Fútbol” degli “albiceleste”, non risplende come le sarebbe spettato, ma è solo attenuata dai petrodollari arabi e ammorbata dal maleodorante “gnl” del golfo persico/arabico.

 

Tamim bin Hamad della famiglia Al Thani, 42 anni, emiro del minuscolo Qatar, capo delle attività sportive e di quelle economiche, vicecapo delle forze armate, del suo paese, proprietario di mezza Europa, ma per restare ai gioielli della pedata, del “Paris Saint Germain”e del “PSV Eindhoven”, padrone dei due numeri “10” della finalissima mondiale di calcio “Doha ‘22”, da dietro, ha coperto la “pulga”(pulce) argentina, intimidito e con gli occhi bassi. Peraltro, l’eroe del torneo, del gioco e della partita, era chiuso, davanti, da uno svizzero corpulento e calvo, di pochi scrupoli, tale Gianni Infantino, Presidente mondiale FIFA. Insomma, così marcato a doppia cerniera, come in campo l’arbitro avrebbe subito fischiato e, come agli avversari non era mai riuscito, sulle spalle della “camiseta albiceleste” di Lionel, è piombata la tunica qatariota di colore nero chiamata “Bisht”. Una trappola, tesa dal “gatto e la volpe”, trasmessa in diretta mondiale!

 

Un gesto esplicito? Certamente si e anche presuntuoso, oltre che sfacciato! Il mantello nero qatarino (11.571 km2), svolazza come un corvo sopra il biancoceleste dell’Argentina (2.780.000 km²). La veste importante di coloro che comandano nel mondo arabo del gas, dei petrodollari, della corruzione occulta, delle combine gigantesche, della comunicazione controllata, con relativa scomparsa di giornalisti scomodi, spediti in valigia nel mondo dei più, dell’acquisto delle più titolate squadre di calcio europee, ci è ormai familiare. Entra sempre più spesso in casa nostra per il tramite della televisione, nelle mani dei soliti tycoon, più o meno golpisti.

 

La tecnica di raggiungere la popolarità più capillare comprando squadre di calcio è vecchia come il cucco e, in Italia - prima che B. si comprasse anche le televisioni - l’abbiamo praticata tanto bene da poter dire di averla quasi inventata. Fin dai tempi del “Comandante Lauro” che regalò ai napoletani il centravanti Hans Jeppson per centocinque milioni di lire oltre che la scarpa sinistra prima e quella destra dopo le elezioni che vinceva. Quelli “dell’Ingegner Ferlaino” che regalò al Napoli Maradona, “el pibe de oro”. I più vetusti ricordano anche Renato Dall’Ara, un abile fabbricante di maglie e pullover che parlava come Gino Cervi in “Peppone e Don Camillo”, solo che aveva aderito al fascismo. Arguto, spiritoso e salace veniva da Reggio Emilia tanto che lo chiamavano “l’arzan” (il reggiano); aveva il senso degli affari, tanto da inventarsi e costruire il “Littoriale” (oggi il “Dall’Ara”), regalare al “Bologna FC.”, il bomber mondiale ’38, Angelo Schiavio (figlio di ricchi merciai con negozio in Via delle Clavature angolo Via de’ Toschi) cresciuto in casa, allo «Sterlino», il campo di Via Toscana, poi in quello di Via Saragozza, dove per i rossoblù giocò gratis tutta la vita. Renato Dall’Ara, patron del “Bologna” per 30 anni, morì d’infarto nel 1964 a una riunione della Lega Calcio presieduta da Angelo Moratti, padrone dell’Inter, segno evidente che il petrolio era già arrivato nel calcio.

 

Tutti i “Mondiali|” hanno avuto un simbolo, una “mascotte”, sempre brutti e volgari. Non hanno mai rappresentato la passione popolare, ma l’esclusivo interesse di chi era riuscito a strapparne l’organizzazione. La solita tombola mondiale della FIFA senza esclusione di colpi. Chi non ricorda il sombrero di “Messico ‘70”, il burattino tricolore snodato e senza fili di “Italia ‘90”. quello di “Doha ‘22”, era un geroglifico incomprensibile, allusivo forse alle dune di sabbia di un deserto sahariano, non comunque il “bisht”, esibito all’ultimo con un gioco di prestidigitazione dell’emiro. Potrei condividere il giudizio severo, di Maurizio De Giovanni «La più bella partita la più brutta premiazione» (La Stampa 19/12/2022). Sollecitato a fare anche una comparazione con Maradona l’autore napoletano ha aggiunto «Messi, la differenza con Maradona? Lui non avrebbe mai alzato la coppa in vestaglia - La pecca di Leo, che accetta di coprire la maglia della sua nazionale. Il confronto in campo: uno ha vinto tutto, l’altro ha vinto da solo» (www.lastampa.it › calcio › news › - 19 Dicembre 2022). Una critica radicale forse ingenerosa perchè Maradona è stato sempre un generoso ribelle contro l’establishment, che si è sempre vendicato con crudeltà inaudita. Ma il velo tradizionale dell’emiro qatarino potrebbe anche significare la vastità della corruzione che imperversa nel mondo e in Europa, particolarmente, con molti difetti antichi, ancor prima che si fosse costituita come il suk dell’energia, sotto le fuligginose vesti della CECA.

 

Nella finale di Doha 2022 si possono proiettare altri vissuti storici. C’è chi per esempio, amante della mitologia greca, o della storia degli ultimi due secoli, dietro il Bisht dell’emiro, ha visto, per trasparenza, in quella qatarina, la finale degli epigoni nostri, momentaneamente non pervenuti, ma parenti stretti di entrambi, fratelli contro cugini, metaforicamente. La sfida tra una Francia, i secondi, antropologicamente rinvigorita dalle loro ricchezze coloniali, contro una Argentina, i primi, italianizzata dagli immigrati prevalentemente zeneisi, genoani ma anche doriani. Quelli, comunque, che non andarono in Nordamerica, a Ellis Island - l’isoletta alla foce dell’Hudson nella baia di NY - per passare la selezione antropologica della “merce” onde restituire quella eventualmente “fallata da malattia mentale” con la clausola della “tara redibitoria”. Da quest’ultima vedemmo affacciarsi dai teleschermi pachidermici a raggi catodici il volto gioviale di un giornalista dalla erre moscia, il primo corrispondente TV-Rai che diceva: «Qui Nuova York: vi parla Ruggero Orlando ... » , era il 1955.

 

Dall’Argentina, invece, abbiamo ricevuto sempre fratelli e leggende eccezionali. Sulla chiacchiera Juan Peron-Giovanni Piras di Mamoiada si discusse a lungo. Diego Armando Maradona “el mas grande”), fu affiliato dal Napoli come segno di riscatto. Papa Jorge Mario Bergoglio il più anticonvenzionale dei pontefici, è di origini piemontesi. Appassionato albiceleste esperto di calcio, hincha (tifa) San Lorenzo de Almagro, «camiseta azul-grana», quel rosso della maglietta che in ambienti curiali ha alimentato la voce fosse “troppo comunista” e, peggio ancora, “filoputiniano”. Per quello abita in “Santa Marta” e ha già fatto sapere in giro di aver redatto testamento consegnato nelle mani di Tarcisio Bertone, « ... chiedete al Cardinale Parolin, forse lo avrà lui ... ». Grande Jorge, un gesuita (solitamente “il papa nero”) che eletto al soglio pontificio prende il nome di Francesco (solitamente di frati minori sigla “ofm” la stessa che usava puntigliosamente Agostino Gemelli). Fantastico Jorge che, affacciandosi la sera della elezione si scusò umilmente per l’ora tarda e perchè veniva dall’altra parte del mondo. Da Buenos Aires, quartiere Flores e, non proprio li, ma in quella metropoli, è tornata la “coppa Rimet” con grande merito sportivo dopo 37 anni. Vi resterà per i prossimi 4 anni. Auguri Argentina.

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