I Peter Pan della globalizzazione
Dall'adolescenza all'età adulta oggi, nell'epoca del precariato e della globalizzazione
di Leonardo (Dino) Angelini

Il docente e il riattraversamento della propria infanzia e della propria adolescenza indotto dalla scuola: problemi e opportunità

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20 febbraio, 2023 - 13:23
di Leonardo (Dino) Angelini
[Relazione ai docenti dell’Itis Nobili di Reggio Emilia, all’interno di un corso di formazione sull’accoglienza dei ragazzi nel momento del loro arrivo in prima superiore, anno scol. 2014\15 –
Ora in: “La scuola di Narciso”, Amazon, 2020, pp.59\65]
 

 

 
 
a. Cos’è il riattraversamento[1]
 
Oggi vorrei partire da un mio personale vissuto: all’inizio dell’anno scolastico – come sapete – ho condotto con la dott.ssa Francesca Ferretti una full immersion nel Castello di Rossena proprio con tutti coloro che quest’anno si sono iscritti nella vostra scuola. Per chi – come me – non è abituato convivere per giorni interi con un nutrito gruppo di quindicenni è stata un’esperienza stressante, ma molto interessante.
Non voglio fare qui una esposizione di ciò che è emerso in questa due-giorni, ma riferirvi solo un episodio che mi è venuto in mente mentre mi accingevo a stendere la scaletta per il nostro incontro odierno.
Mi è tornato in mente un episodio al quale ho assistito, in uno dei momenti di intervallo previsti all’interno della nostra teoria d’incontri: eravamo in un ampio cortile interno del castello, e gli studenti si andavano dividendo in piccoli gruppi lungo tutto il perimetro del cortile. In alcuni gruppi furono accesi degli altoparlanti collegati agli smartphone, e in uno di questi, composto solo da studentesse, una di loro cominciò a danzare dimenandosi al ritmo di una musica esotica, e mentre danzava prese a vantarsi di avere delle forme più belle di quelle delle “brasiliane”.
 
Ora tenete presente che a guardare la scena c’era quel settantenne meridionale che ora vi sta parlando, cioè il sottoscritto. La cosa mosse in me una pluralità di sentimenti e di emozioni: mi trovavo in una situazione di “voyeurismo” involontario, certamente non paragonabile a quello biblico di ‘Susanna e i vecchioni’.
Un voyeurismo che però mi aveva colpito, e che non a caso mi torna in mente proprio ora innanzitutto perché dall’associazione fra il suo ricordo e l’oggetto del nostro incontro odierno la prima cosa che mi viene in mente è un vissuto d’invidia nei vostri confronti. Perché siete giovani. Perché vivete in una scuola che ammette questo tipo di ostentazioni da parte dei discenti.
E un vissuto d’invidia che diviene ancora più forte nei confronti dei compagni di classe di questa giovane! Ai miei tempi la prima superiore ‘mista’ era - oltretutto solo per alcuni di noi[2] - la prima occasione di vivere fianco a fianco con delle coetanee.
Coetanee che sembravano tutte meno belle delle ragazze odierne, perché non era permesso loro di truccarsi; perché, esattamente come noi maschi, vestivano già come le adulte; ed anzi al ginnasio giungevano ogni mattina ‘composte’ in un grembiule nero che arrivava molto al di sotto delle loro ginocchia[3].
 
Ho cercato di sintetizzare qui su in poche righe ciò che mi è venuto in mente collegando l’episodio di Rossena con il lavoro di approntamento di questa ‘lezione’ rivolta a voi, per farvi comprendere cosa possa significare “riattraversamento” della propria adolescenza, e in particolare il riattraversamento della propria adolescenza in scuola.
Probabilmente chiunque di voi, maschio o femmina, avesse assistito alla medesima scena sarebbe stato più o meno colpito da questa esibizione, ma sicuramente ognuno di voi sul piano emozionale avrebbe reagito in maniera diversa dalla mia, e non solo per appartenenza di genere, o per appartenenza ad un’altra generazione rispetto a me, ma anche e soprattutto – direi – in base alla propria storia personale, ai propri introietti e alle proprie proiezioni.
 
 
 
b. Il riattraversamento come percorso in cui sono in gioco transfert e controtransfert educativi
 
Prima vi ho esposto un mio momento personale di riattraversamento.
Riattraversamento di un settantenne, che ha una propria visione della corporeità e della maschilità che gli deriva dalla propria appartenenza, spaziale (il Sud), sociale (la borghesia: allora alle superiori andavano solo i figli dei borghesi!), che ha acquisito determinate caratteristiche personali, provenienti dall’educazione ricevuta, e perciò, in ultima istanza, familiari.
Riattraversamento che in particolare ha suscitato vissuti riguardanti la corporeità: il corpo robot, tipico della mia generazione, contrapposto al corpo mannequin (Baudrillard), tipico della vostra generazione e ancor più di quella dei vostri discenti. Due immagini della corporeità, che nascono in contesti culturali diversi, e che determinano caratteri etnici ed inconsci etnici (Devereux) diversi: vedi ad esempio il diverso significato che assume il grembiule oggi, rispetto a ieri!
 
In sintesi, cioè si è trattato di un movimento che mi ha ricondotto alla mia storia personale; a quella della mia generazione e della mia famiglia; ai miei introietti e alle mie proiezioni; e a tutto il materiale gruppale che ha fatto come da impasto sul quale mano a mano si è andata dinamicamente definendo nel tempo la mia soggettività (l’Idem e l’Autos, direbbe Diego Napolitani (1986a).
 
Quando parliamo di riattraversamento quindi ognuno di voi dovrà fare attenzione alla propria dimensione temporale, spaziale, sociale, familiare, alla propria identità di genere; ed a ciò che ne è derivato oggi dall’impasto di tutto ciò sul piano della propria soggettività.
Ad esempio, un docente (o una docente) più giovane, proveniente da un altro milieux culturale e sociale, e dotato di un proprio specifico carattere personale a contatto con la stessa scena avrebbe visto (ri)emergere altri elementi. Ma lui o lei - esattamente come sarebbe accaduto a me nello stesso lasso di tempo - dieci o quindici anni fa avrebbe reagito alla stessa scena in maniera sicuramente diversa da oggi.
E la stessa scena 50 anni fa sarebbe sicuramente stata considerata ob-scena, cioè qualcosa che, letteralmente, non si può mettere in scena. Almeno in scuola.
 
La stessa cosa accade ogni giorno a ciascuno di voi sia di fronte a ciascuno dei vostri studenti, sia di fronte alla classe vista nella sua interezza, vista cioè come una entità a sé, distinta dalle varie singolarità che la compongono; alla classe, insomma, vista come una entità gruppale, che ha una vita propria (fatta di nascita, crescita, maturità, e “morte”). Una classe, quindi, che per questo può essere confrontata con le altre classi odierne e passate, generando riattraversamenti continui, che emergono in maniera ancora più netta se confrontati con le classi che illo tempore abbiamo frequentato come discenti.
Allo stesso modo ogni aspetto dell'agire operativo scolastico ci spinge, spesso in maniera inconscia, a compiere altri riattraversamenti. E in questo modo la classe diventa una vera e propria camera degli specchi, all’interno della quale tutti i vari aspetti dell’agire operativo scolastico avvengono sotto l’influenza di continui riattraversamenti. E cioè sia – come abbiamo già visto - la nostra modalità di affrontare le varie funzioni – cornice, sia la lezione, sia le modalità con cui ci proponiamo alla classe come esempio, o sul piano del precettorato[4]; sia quelli che ci derivano dai legami con i nostri discenti, sia quelli che sono sollecitati dal confronto con i nostri maestri, e in ogni caso con i nostri modelli, scolastici e non scolastici.
E allo stesso modo in questa palestra che è la classe il discente non si allena solo sul piano degli apprendimenti, ma anche sul piano del riconoscimento delle emozioni e che provengono sia dai docenti, sia dai pari. Per cui in questo vero e proprio ginnasio delle emozioni e dei sentimenti gli adulti, cioè i docenti, così come i discenti non possono passare un’intera vita fuori dal potente flusso di passioni che qui si vanno giornalmente a concentrare.
Ed anzi, consapevoli o meno che i docenti siano di trovarsi in questo crogiolo di emozioni e sentimenti, capita loro di essere sempre coinvolti, e perciò presi da forti ed implicanti passioni che noi sinteticamente chiameremo controtransfert educativo (Angelini, 1998), proprio perché si tratta di un transfert speculare a quello dei discenti (il termine contro nel nostro caso va visto come corrispettivo ad una posizione frontale, speculare, appunto).
 
 
 
c. La camera degli specchi nella vecchia e nella nuova scuola
 
Ma mentre nella vecchia scuola transfert e controtransfert educativo erano mediati dal fare scolastico, e imbalsamati nel rituale pedagogico (Fürstenau), oggi l’opzione per l’informalità e la più scoperta vicinanza emozionale alla classe ed ai singoli discenti, dà luogo ad uno scenario sul quale i drammi della vita spesso non sono più mediati dal fare operativo, ma tendono a eccedere e a deragliare sul piano di una più scoperta affettività.
 
In entrambi i casi il dato che è sempre in campo è quello dei processi identificatori introiettivi e proiettivi, ma, mentre nella vecchia scuola questi processi apparivano come mascherati all’interno del rituale, e quindi necessitavano di un allenamento alla decifrazione di ciò che effettivamente si muoveva dietro la maschera che sia i docenti che i discenti indossavano ad initio, e che in certo qual modo ‘Edipo’ acquisiva già in famiglia nel rapporto con le proprie figure genitoriali[5], nella nuova scuola il gioco è molto più scoperto, e – come vedremo meglio fra poco – molto più intrigante, ma anche molto più esposto all’usura.
Tutto ciò in Italia risulta un processo ancora più ‘disordinato’ e solitario, e - in una parola - prettamente individuale poiché la maggior parte dei docenti italiani non ha mai studiato seriamente didattica e docimologia, per cui i docenti italiani tendono ad ispirarsi ai propri personalissimi modelli, o a tentare di fuggire da essi; cioè a ciò che, in concreto, ognuno di voi ha sedimentato o espulso sul piano identificatorio.
Tornando a me ed alla mia generazione (come vedete l’argomento mi appassiona particolarmente): - per noi 68ini il modello inimitabile era Don Milani: - e per me la professoressa Dora Rota (del Tito Livio di Martina Franca), che, oltre che essere brava ed evidentemente appassionata del proprio lavoro, aveva istituito delle modalità di conduzione della classe che andavano dall’affidamento di alcune lezioni ai discenti[6] alla costituzione di una specie di ‘soviet’ dei voti, composto da tre studenti che davano il voto alla fine di ogni interrogazione, e che erano rimovibili in ogni momento dalla maggioranza degli altri studenti (!), ovviamente previo suo diritto di veto nel caso in cui la somma aritmetica dei tre voti dati fosse troppo difforme dal proprio giudizio di docente. Per me un esempio importantissimo, che mi ha (in)segnato profondamente. E lo ha fatto principalmente sul piano dell’esempio da lei dato a vari livelli, e non solo nel passaggio della sua competenza nelle ‘materie’, quanto nei metodi cordiali del suo insegnamento. Come vedete innescando dentro di me processi transferali di cui poi ho cercato di ispirarmi nelle mie attività di formatore.
Françoise Dolto, la grande e geniale psicoanalista infantile francese, diceva: il discente chiede sempre al maestro: ‘fammi qualcosa sul mio corpo’!! volendo sottolineare con ciò la profondità e la materialità che è al fondo del transfert e del controtransfert educativo.
 
 
 
d. Una nota finale sull’usura che questi continui riattraversamenti possono produrre nel docente
 
Nella vecchia scuola anche l’usura era più o meno abilmente occultata dal docente in crisi, che solitamente non faceva altro che accentuare la ritualizzazione, fino al punto di fare della lezione una specie di vuoto pneumatico, e di rinunciare letteralmente – e spesso in maniera eclatante[7] - ad un rapporto di scambio con i propri discenti, o -peggio- ad angariarli e a sadizzarli, approfittando dell’asimmetria di saperi, o più spesso dei poteri che c’era in classe.
Nella nuova scuola invece la vicinanza fra docenti e discenti e la propensione all’occultamento dell’asimmetria possono esporre i docenti, o almeno i docenti italiani, ad un diverso tipo di usura, che nasce dalla progressiva e crescente svalutazione del loro profilo professionale da parte dello Stato, ma soprattutto dalla discrasia sempre più accentuata fra la visione personale che ciascuno di loro ha della scuola e dell’insegnamento ed i criteri falsamente oggettivi che sono alla base dell’Invalsi e di simili diavolerie aziendalistiche.
 
Ciò non toglie che in entrambi i casi il punto di partenza sia praticamente lo stesso: e cioè l’esposizione alle correnti d’aria, e a volte ai veri e propri uragani che vengono dalla diuturna necessità di riattraversare la propria infanzia e la propria adolescenza, di continuare a fare i conti con i propri introietti e con le proprie imago ostracizzate, con i propri modelli, e con le imago genitoriali da cui spesso questi modelli derivano.
E qui mi si permetta di tornare sul tema dell’assenza per molti docenti (si pensi a coloro che vengono dalla formazione sul piano delle scienze esatte) di qualsiasi rudimento comune e ‘scolastico’ di didattica e docimologia: questo dato, che in apparenza produce dei docenti letteralmente un po’ autodidatti, favorisce nei più creativi e coraggiosi di essi una propensione alla sperimentazione che una scuola più ingessata e didascalica forse soffocherebbe (come di fatto sta facendo con l’Invalsi). Un confronto appassionato e laico (nel senso di non chiesastico) forse potrebbe implementare la creatività e la sperimentazione.
 
Ciò non toglie infine che oggi potrebbero esserci a disposizione dei docenti strumenti integrativi quali la supervisione rispetto ai casi difficili (ma anche la supervisione crociata fra docenti), il counselling e la consulenza ai problemi di classe o di plesso, se solo lo Stato e gli Enti Locali decidessero di invertire la rotta e investire sulla scuola pubblica. Perché c’è un punto cui spesso non si fa caso: questo continuo riattraversamento, se adeguatamente curato ed irrorato, permetterebbe l’espansione di una cosa che accomuna i docenti agli psicoterapeuti dell’età evolutiva, e che viene riconosciuta sia dall’esterno sia dall’interno di noi stessi: il fatto che questo ci permette di restare bambini, ragazzi, giovani. Di avere sempre confidenza con quelle parti di noi che solitamente gli altri adulti perdono per strada.
 
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Bibliografia
 
-Angelini L., Bertani D, (a cura di), “L’adolescenza nell’epoca della globalizzazione”, Unicopli, Milano, 2005
-Baudrillard D. J., La società dei consumi, Bologna, Il Mulino, 1976
-Devereux G., Saggi di etnopsichiatria generale, Armando, Roma, 1978
-Dolto F., Adolescenza. Mondadori, Milano, 1995.   
-Mosca A, Pezzino G., Mai più bocciati, Sperling & Kupfer, Milano, 1992
-Napolitani D., Di palo in frasca, Corpo 10, Milano, 1986a
 
 
 

[1] Nota del 20.2.23: Come traspare anche dal testo il tema del continuo riattraversamento della propria infanzia e della propria adolescenza- vale a dire del 'gioco transfert contro tranfesrt' - è centrale anche per lo psicoterapeuta, e di coloro che operano sull’età evolutiva in particolare; ma il testo è la trascrizione di una ‘lezione’ rivolta ai docenti di una scuola media superiore, e riporta fedelmente quanto detto in quella occasione.
[2] molti, infatti, erano coloro continuavano a frequentare classi esclusivamente maschili
[3] Grembiule (direi, proseguendo con le associazioni e i ricordi) che, in uno dei miei primi sogni erotici fatto subito dopo l’ingresso in Quarta Ginnasiale, scopre le ginocchia di colei di cui subito m’innamorai in classe.
 
[4] Sul rapporto fra lezione, esempio e precettorato vedi Vertecchi.
[5] Cfr.: Angelini L. Bertani D., Nec otium - Il genitore e, più in generale, l’adulto di fronte all'adolescente: problemi derivanti dall’apertura di uno spazio negoziale fra vecchia e nuova generazione (Angelini, Bertani, 2005)
[6] a me toccò quella sulla donna Angelicata, e una sui Longobardi.
[7] Vedi la impudica e severa galleria dei proff ‘decotti’ secondo la sarcastica descrizione di Mosca e Pezzino; e soprattutto quella delle vere e proprie marionette che Fellini rappresenta in Amarcord.
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